Processo Penale – Cassazione Penale 02/09/2016 N° 36388

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 02/09/2016

Numero: 36388

Testo completo della Sentenza Processo penale – Cassazione penale 02/09/2016 n° 36388:

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SENTENZA Sul ricorso proposto da: – BUCCAFURNI DOMENICO, n. 14/07/1962 a Pizzo avverso la sentenza della Corte d’appello di CATANZARO in data 31/03/2015; visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella; udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa P. Filippi, che ha chiesto l’annullamento senza rinvio della sen- tenza per non essere il fatto previsto dalla legge come reato con riferimento alla sola annualità 2010, e con rinvio nel resto per la rideterminazione della pena; RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza emessa in data 31/03/2015, depositata in data 28/04/2015, la Corte d’Appello di CATANZARO confermava la sentenza del tribunale di Vibo Va- lentia del 6/11/2012, appellata dal Buccafurni che lo aveva condannato alla pena di 5 mesi di reclusione ed € 300,00 di multa per il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali relative all’intera annualità 2008 e 2009 nonché per le mensilità di gennaio e febbraio 2010, per un ammontare di omessi versamenti pari ad € 55.791,00 (art. 2, d.l. n. 463 del 1983, conv. in le- ga n. 638 del 1983). 2. Ha proposto ricorso BUCCAFURNI DOMENICO personalmente, impugnando la sentenza predetta con cui deduce quattro motivi, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen. 2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. d), cod. proc. pen., per la mancata assunzione di prova decisiva con riferimento all’an ed al quantum delle retribuzioni effettivamente corrisposte ed ai relativi asseriti omes- si versamenti. 2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) e c), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 192 e 533 cod. proc. pen. (censurabile sarebbe la sentenza per non aver dato conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati; vi sarebbero stati fraintendimenti delle risultanze probatorie; gli elementi documentali si cui è stata fondata la responsabilità sarebbero carenti per suffragare le dichiarazioni dei testi; gli elementi indiziari su cui è stata fonda- ta la responsabilità non avrebbero i requisiti della gravità, precisione e concor- danza). 2.3. Deduce, con il terzo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. e), cod. proc. pen., sotto tutti e tre i profili descritti dalla norma processuale, quanto alla rico- struzione dei fatti contestati ed alla valutazione del quadro probatorio (censura- bile sarebbe la sentenza non avendo approfondito la questione relativa all’effettivo versamento – corresponsione delle retribuzioni; il teste Ceravolo rife- risce riferisce delle difficoltà dell’azienda nel pagare í dipendenti e che gli stipendi venivano sempre dilazionati; l’accertamento della direzione provinciale del lavoro aveva confermato che l’ispezione era stata provocata da una denuncia dei di- pendenti che lamentavano di non percepire la retribuzione; sarebbe fragile 2 l’assunto secondo cui l’accertamento avrebbe riguardato unicamente le somme trattenute sulle retribuzioni effettivamente versate; non sarebbe poi possibile comprendere come siano state computate le asserite, illegittime, trattenute sulle retribuzioni dilazionate; non sarebbe stato svolto un adeguato approfondimento circa l’elemento soggettivo del reato, tenuto conto che l’omesso versamento po- teva attribuirsi alla situazione di difficoltà economica della società; analoghe cen- sure investono la motivazione quanto alla questione della prova della “sicura” conoscenza della diffida all’adempimento da parte del reo; sul punto non sarebbe stata idonea la notifica alla moglie del ricorrente presso l’abitazione familiare an- ziché presso la sede della società, modalità che sarebbe stata quella preferibile e più sicura per garantire la conoscenza, soprattutto tenuto conto di quanto dichia- rato dalla moglie del ricorrente circa la crisi coniugale che avrebbe impedito al ricorrente medesimo di prendere cognizione della posta ricevuta ed a lui diretta, in quanto riposta all’interno di un mobile senza alcun avvertimento da parte della moglie). 2.4. Deduce, con il quarto motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. c) ed e), cod. proc. pen., per mancanza di una pagina della sentenza di primo grado, con con- seguente violazione degli artt. 192, 125 e 546 cod. proc. pen. sotto il profilo del- la carenza e contraddittorietà della motivazione (censurabile sarebbe la motiva- zione della sentenza impugnata laddove ritiene che detta mancanza non avrebbe inficiato la motivazione in quanto idonea a svolgere i propri effetti ricostruttivi – giustificativi; diversamente, proprio a causa della mancanza della pagina, la sen- tenza sarebbe inidonea a svolgere i propri effetti; non rileverebbe infine la pre- sunta tardività dell’eccezione solo perché sollevata in udienza). CONSIDERATO IN DIRITTO 3. Il ricorso è solo parzialmente fondato e dev’essere dichiarato nel resto inam- missibile. 4. Deve, preliminarmente, osservarsi che sul fatto oggetto di esame esplica limi- tata incidenza la sopravvenuta modifica legislativa operata dal D. Lgs. n. 8 del 2016 che ha degradato al sanzione amministrativa la fattispecie di omesso ver- samento per importi non superiori ad C 10.000,00 annui, atteso che, per le sole mensilità relative al bimestre gennaio e febbraio 2010, l’ammontare delle ritenu- te di cui è contestato l’omesso versamento (pari ad C 3.636,00) è inferiore alla soglia di punibilità individuata dal legislatore delegato, laddove, per le residue 3 annualità, si registra l’intervenuto superamento della predetta soglia (anno 2008: omessi versamenti pari ad € 25.515,00; anno 2009: omessi versamenti pari ad € 26.640,00), con conseguente rilevanza penale del fatto. Per tale ragione, s’impone l’adozione della formula di annullamento senza rinvio con la formula in dispositivo indicata, limitatamente alle predette mensilità del 2010, con conseguente trasmissione degli atti alla competente Direzione provin- ciale INPS di Vibo Valentia per quanto di ulteriore competenza in base al disposto dell’art. 9, D. Lgs. n. 8 del 2016. 5. Tanto premesso, può procedersi all’esame del primo e del secondo motivo, su cui il Collegio esprime una valutazione di manifesta infondatezza. Ed invero, ambedue i motivi si caratterizzano per l’estrema genericità del loro tenore, in quanto, con riferimento al primo, il ricorrente non indica nemmeno quale o quali sono le prove “decisive” che non sarebbero state assunte e che, se- condo il pacifico orientamento giurisprudenziale di legittimità, confrontate con le argomentazioni contenute nella motivazione, si sarebbero dovute rivelare tali da dimostrare che, ove esperite, avrebbero sicuramente determinato una diversa pronuncia ovvero quelle che, non assunte o non valutate, avrebbero viziato la sentenza intaccandone la struttura portante (v., da ultimo: Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014 – dep. 12/02/2014, Di Meglio, Rv. 259323). Quanto al secondo motivo, il ricorrente non specifica nemmeno quali sarebbero i pretesi “fraintendimenti” (rectius, travisamenti) né indica gli elementi documen- tali e dichiarativi, a giudizio del ricorrente inidonei a fondare il giudizio di respon- sabilità. A ciò va aggiunto, quale ulteriore profilo di inammissibilità del motivo, che il ricorrente medesimo si limita ad eccepire solo la violazione di natura “pro- cessuale”, così dimenticando il costante insegnamento di questa Corte secondo cui in tema di ricorso per cassazione, è inammissibile il motivo in cui si deduca la violazione dell’art. 192 cod. proc. pen., anche se in relazione agli artt. 125 e 546, comma primo, lett. e), cod. proc. pen., per censurare l’omessa o erronea valutazione di ogni elemento di prova acquisito o acquisibile, in una prospettiva atomistica ed indipendentemente da un raffronto con il complessivo quadro i- struttorio, in quanto i limiti all’ammissibilità delle doglianze connesse alla moti- vazione, fissati specificamente dall’art. 606, comma primo, lett. e), cod. proc. pen., non possono essere superati ricorrendo al motivo di cui all’art. 606, comma primo, lett. c), cod. proc. pen., nella parte in cui consente di dolersi dell’inosser- vanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità (v., tra le tante: Sez. 6, n. 45249 del 08/11/2012 – dep. 20/11/2012, Cimini e altri, Rv. 254274). 4 6. Passando all’esame del terzo motivo, il Collegio ne evidenzia la manifesta in- fondatezza. Ed infatti, la doglianza difensiva si risolve, come chiaramente risulta dallo stesso tenore dell’impugnazione, nella manifestazione di un articolato dissenso rispetto la ricostruzione del fatto ed alla valutazione delle prove svolta dalla Corte d’appello, operazione, com’è noto, non consentita in questa sede. Si ribadisce, e non potrebbe essere altrimenti, che l’indagine di legittimità sul di- scorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sinda- cato demandato alla Corte di cassazione essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Esula, infatti, dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riserva- ta al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte., v.: Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997 – dep. 02/07/1997, Dessimone e altri, Rv. 207944). A ciò si aggiunge – con particolare riferimento alle doglianze riguardanti il preteso vizio motivazionale – che gli ac- certamenti (giudizio ricostruttivo dei fatti) e gli apprezzamenti (giudizio valutati- vo dei fatti) cui il giudice del merito sia pervenuto attraverso l’esame delle prove, sorretto da adeguata motivazione esente da errori logici e giuridici, sono sottratti al sindacato di legittimità e non possono essere investiti dalla censura di difetto o contraddittorietà della motivazione solo perché contrari agli assunti del ricorren- te; ne consegue che tra le doglianze proponibili quali mezzi di ricorso, ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen., non rientrano quelle relative alla valuta- zione delle prove, specie se implicanti la soluzione di contrasti testimoniali, la scelta tra divergenti versioni ed interpretazioni, l’indagine sull’attendibilità dei te- stimoni e sulle risultanze peritali, salvo il controllo estrinseco della congruità e logicità della motivazione (tra le tante: Sez. 4, n. 87 del 27/09/1989 – dep. 11/01/1990, Bianchesi, Rv. 182961). Controllo, in questa sede, agevolmente superato dalla sentenza impugnata che è anche giuridicamente corretta facendo coerente applicazione di principi più volte affermati da questa Corte. Ciò vale in particolare, quanto al tema del pagamento delle retribuzioni, atteso che la Corte d’appello si sofferma a spiegare chiaramen- te come dalle dichiarazioni dei testi era emerso che l’accertamento aveva riguar- citic.„,c( dato solo le somme trattenute sulle retribuzioni effettivamente corrisposte, cor- 5 responsione attestata dalle buste paga “quietanzate”, essendo emerso che i di- pendenti, pur lamentando i ritardi nel pagamento, avevano ricevuto effettiva- mente le mensilità dovute. Analogamente, quanto alla questione relativa alla conoscenza della “diffida”, la Corte territoriale – nel confutare la tesi difensiva, replicata davanti a questa Cor- te, secondo cui a causa della crisi coniugale il Buccafurni non sarebbe venuto a conoscenza della corrispondenza allo stesso destinata presso l’abitazione familia- re -, evidenzia che la diffida era stata notificata al luogo di residenza e che questi era peraltro a conoscenza degli esiti della verifica ispettiva presso l’azienda a se- guito della vertenza innescata da alcuni dipendenti e, dunque, in grado di se- guirne l’esito. Sul punto, osserva il Collegio, assorbente è il rilievo per il quale la notifica risulta essere stata eseguita presso la residenza del ricorrente, avendo infatti affermato questa Corte in precedenti occasioni che la comunicazione della contestazione dell’accertamento della violazione non necessita di formalità parti- colari, potendo essere effettuata, indifferentemente, mediante un verbale di con- testazione o una lettera raccomandata ovvero ancora per mezzo di una notifica- zione giudiziaria e ad opera sia di funzionari dell’istituto previdenziale sia di uffi- ciali di polizia giudiziaria. In particolare, questa stessa Sezione ha affermato che devono ritenersi idonee anche le notificazioni ricevute con firma illeggibile e sen- za indicazione della qualità del ricevente, purchè correttamente indirizzate al de- stinatario, che, nel caso di persona giuridica, è da individuarsi nella sede legale dell’ente o presso la residenza o il domicilio del suo legale rappresentante (Sez. 3, n. 2859 del 17/10/2013 – dep. 22/01/2014, Aprea, Rv. 258373). Notifica presso la residenza del legale rappresentante che, come nel caso in esame, sod- disfa i requisiti prescritti di conoscenza dell’atto tenuto conto della natura di atto unilaterale recettizio soggetto alla regola di cui all’art. 1334 cod. civ., presumen- dosi quindi la diffida conosciuta nel momento in cui giunge all’indirizzo del desti- natario, salvo che costui provi di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia, non essendo peraltro sufficiente a vincere la presunzione di conoscenza derivante dalla ricezione della raccomandata dalla moglie convivente con l’imputato, la generica doglianza di non averne avuto notizia per la “crisi fa- miliare” (v., ad esempio: Sez. 5, n. 7561 del 31/03/1999 – dep. 11/06/1999, Amato P, Rv. 213635). Osserva, peraltro, il Collegio come in ogni caso sia inidonea in sede di legittimità la mera riproposizione della questione – che imporrebbe ovviamente una rivisita- zione “fattuale” da parte di questa Corte, all’evidenza vietata -, relativa all’esistenza della crisi coniugale e alle presunte dichiarazioni della moglie del ri- corrente a sostegno di tale assunto. 6 7. Quanto, infine, al quarto ed ultimo motivo, afferente la presunta nullità della sentenza di primo grado per la mancanza di una pagina, la Corte territoriale mo- tiva richiamando la giurisprudenza di questa Corte relativa a caso esattamente identico, in cui è stato affermato il principio, cui occorre dare continuità, secondo cui la nullità della sentenza prevista dall’art. 125 cod. proc. pen. ricorre nel solo caso in cui essa sia del tutto priva di un apparato motivazionale, o nel caso in cui quest’ultimo sia meramente apparente (Fattispecie nella quale la sentenza impu- gnata era mancante di una pagina: questa Corte ha osservato che, ciononostan- te, risultava ugualmente corroborata da una motivazione adeguata e perfetta- mente idonea alla descrizione della fattispecie penale contestata agli imputati, e delle ragioni della dichiarazione della loro penale responsabilità: Sez. 2, n. 22293 del 18/02/2010 – dep. 11/06/2010, Salomone e altro, Rv. 247462). A ciò va aggiunto, inoltre, che l’eccezione era stata per la prima volta sollevata in udienza. Comunque detta mancanza non aveva inficiato l’apparato motivaziona- le, tanto che lo stesso appellante aveva compiutamente articolato l’impugnazione in grado d’appello, adducendo tale carenza al limitato fine di riservare la presen- tazione di nuovi motivi. Corretta appare dunque la soluzione in diritto, perdipiù dovendosi rilevare la mancanza di motivazione della sentenza non rientra tra i casi, tassativamente previsti dall’art. 604 cod. proc. pen., per i quali il giudice di appello deve dichiarare la nullità della sentenza appellata e trasmettere gli atti al giudice di primo grado, ben potendo lo stesso provvedere, in forza dei poteri di piena cognizione e valutazione del fatto, a redigere, anche integralmente, la mo- tivazione mancante (Fattispecie di mancanza di una pagina della sentenza di primo grado: Sez. 3, n. 9922 del 12/11/2009 – dep. 11/03/2010, Ignatiuk, Rv. 246227; Sez. 6, n. 26075 del 08/06/2011 – dep. 04/07/2011, B., Rv. 250513). 8. Il ricorso dev’essere, pertanto, dichiarato inammissibile con riferimento alle annualità 2008 e 2009, non rilevando l’intervenuto annullamento quanto alle due mensilità del 2010, atteso quanto autorevolmente deciso dalle Sezioni Unite di questa Corte (ricorso n. 39909/2015 – ric. Aiello, ud. 27/05/2016, non ancora depositata alla data della presente decisione, che ha risolto negativamente il quesito “Se, in presenza di un ricorso per cassazione “cumulativo” riguardante plurimi ed autonomi capi di imputazione, per i quali sia sopravvenuto il decorso dei termini di prescrizione dopo la pronuncia della sentenza di appello, l’ammissibilità del ricorso con riguardo ad uno o più capi, con conseguente decla- ratoria di estinzione dei reati per prescrizione, comporti l’estinzione per prescri- zione anche degli altri reati di cui ai distinti ed autonomi capi per i quali, vicever- sa, il ricorso risulti inammissibile”, precisando che l’operatività della prescrizione 7 è preclusa per i reati in ordine ai quali il ricorso per cassazione risulti inammissi- bile). 9. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso non segue la condanna del ri- corrente al pagamento delle spese processuali nè al versamento di somme in fa- vore della Cassa delle ammende, atteso il parziale accoglimento dell’impugnazione. La Corte annulla la sentenza impugnata relativamente agli omessi versamenti re- lativi all’anno 2010 perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, dispo- nendo trasmettersi gli atti alla Direzione Provinciale dell’INPS di Vibo Valentia, e con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Catanzaro per la ridetermina- zione della pena. Dichiara inammissibile il ricorso nel resto. Così deciso in Roma, nella sede della S.C. di Cassazione, il 7 luglio 2016

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