Procedure Concorsuali – Cassazione Penale 07/06/2017 N° 28077

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 07/06/2017

Numero: 28077

Testo completo della Sentenza Procedure concorsuali – Cassazione penale 07/06/2017 n° 28077:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 28077 Anno 2017
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: RENOLDI CARLO
Data Udienza: 09/02/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Marcantonini Lamberto, nato a Bettona (PG) il 15/01/1944,
Belli Roberto, nato a Temi il 23/06/1964;
avverso l’ordinanza del 9/09/2016 del Tribunale del riesame di Perugia;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Carlo Renoldi;
lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del sostituto
Procuratore generale dott. Luigi Cuomo, che ha chiesto il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con decreto in data 30/06/2016 il Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Perugia aveva disposto il sequestro preventivo finalizzato alla
confisca diretta e/o per equivalente delle somme, fino alla concorrenza
dell’importo di 924.346,52 euro presente sui conti correnti della società
Marcantonini S.r.l. e, in caso di mancato rinvenimento del profitto tra i beni della
società, sui beni immobili o mobili registrati e sulle partecipazioni societarie
riferibili al suo legale rappresentante, Lamberto Marcantonini, ovvero al
liquidatore della predetta società, Roberto Belli; somme costituenti profitto del
reato di cui all’art. 10-bis del d.lgs. 10 marzo 2000 n. 74, commesso in Bettona
in data 20/09/2012, 20/09/2013, 19/09/2014 (con una evasione pari a
196.514,00 euro per l’anno 2011, 319.710,48 euro per l’anno 2012 e
228.165,19 euro per l’anno 2013), per il quale risultava indagato lo stesso
Marcantonini nella predetta qualità nonché dei reato di cui agli artt. 110 cod.
pen., 10-bis d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, commesso in Bettona in data
21/09/2015 (con una evasione pari a 179.956,85 euro per l’anno 2014) per il
quale risultavano indagati, invece, sia Marcantonini che Belli.
2. Con ordinanza in data 9/09/2016 il Tribunale del riesame di Perugia
accolse parzialmente l’istanza proposta nell’interesse del solo Roberto Belli, in
qualità di liquidatore della società Marcantonini S.r.l., disponendo l’annullamento
del sequestro in ordine ad alcune autovetture e la loro restituzione alla predetta
società, confermando, per il resto, il provvedimento genetico. A sostegno del
rigetto, il Tribunale osservò come fosse irrilevante la pendenza di una procedura
di concordato preventivo a carico della Marcantonini S.r.l.; che non fosse
deducibile, in sede penale, il rispetto della par condicio creditorum; che il vincolo
di cautela reale sui beni personali dei legale rappresentante era intervenuto solo
dopo aver accertato l’insufficienza dei beni dell’ente per soddisfare la pretesa
tributaria; che doveva ritenersi sussistente il periculum in relazione all’esigenza
di evitare la dispersione dei beni e la loro sottrazione al soddisfacimento delle
regioni erariali; che potevano, comunque, essere restituiti i veicoli appartenenti
alla Marcantonini S.r.l..
3. Avverso la predetta ordinanza propongono ricorso per cassazione gli
stessi Marcantonini e Belli, a mezzo del difensore di fiducia, affidando
l’impugnazione a tre distinti motivi di impugnazione.
3.1. Con il primo motivo, la difesa dei due indagati deduce, ai sensi dell’art.
606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., l’inosservanza e/o erronea
applicazione della legge penale in relazione agli artt. 125, 321 e 324 cod. proc.
pen. nonché la mancanza e/o manifesta-illogicità e la contraddittorietà della
motivazione in ordine alla riconducibilità delle somme sequestrate al profitto dei
reati di omesso versamento di ritenute fiscali. Tali somme, infatti, sarebbero
state acquisite alla disponibilità della società solo successivamente rispetto alle
presunte omissioni, al fine di consentire alla società di adempiere al concordato
preventivo e quali incentivi per investimenti nel fotovoltaico; ovvero ben prima
dei presunti reati, come nel caso del deposito titoli relativo ad azioni acquistate
in data antecedente al 31/12/2005. E tuttavia, il Tribunale del riesame, investito
della questione, avrebbe apoditticamente affermato che i beni in questione
avrebbero dovuto, comunque, ritenersi quale “profitto” dei reati in contestazione,
incorrendo, pertanto, nel vizio di motivazione mancante o meramente apparente.
3.2. Con il secondo motivo Marcantonini e Belli censurano, ai sensi dell’art.
606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., l’inosservanza e/o erronea
applicazione della legge penale in relazione agli artt. 125, 321 e 324 cod. proc.
pen., 322-ter cod. pen. ovvero la mancanza e/o manifesta illogicità e
contraddittorietà della motivazione in ordine al sequestro per equivalente in
danno di Marcantonini. Il decreto di sequestro preventivo avrebbe previsto
l’esecuzione della misura ablativa nella forma “diretta” sui beni della società
costituenti profitto del reato, nonché nella forma per equivalente, sui beni di
Marcantonini, nel caso in cui i primi non fossero stati rinvenuti. In questo modo,
però, il provvedimento genetico avrebbe omesso di motivare sulla effettiva
esistenza dei beni costituenti profitto di reato e, dunque, sull’impossibilità di
procedere preventivamente ad un sequestro diretto sugli stessi, di fatto
rimettendo, illegittimamente, la valutazione dell’impossibilità di un sequestro
diretto agli organi di polizia giudiziaria incaricati di eseguire la misura, ai quali
tale accertamento non sarebbe in realtà delegabile. E, peraltro, nemmeno la
Polizia giudiziaria avrebbe dato conto dell’impossibilità di un sequestro diretto
prima di procedere al sequestro per equivalente nei confronti di Marcantonini,
secondo quanto ricavabile dal verbale di sequestro in data 27/07/2016.
3.3. Con il terzo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 606, comma
1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., la inosservanza e/o erronea applicazione della
legge penale in relazione agli artt. 125, 321 e 324 cod. proc. pen. nonché la
mancanza e/o manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine
alla pendenza di procedura di concordato preventivo e alla ricorrenza di
periculum in mora. A seguito della accoglimento, da parte del Tribunale di
Perugia, del ricorso per l’ammissione al concordato preventivo presentato, ex
artt. 160-161 L.F., dalla Marcantonini S.r.l. in Liquidazione, l’art. 168 L.F.
impedirebbe, fino al momento in cui il decreto di omologazione del concordato
preventivo diventi definitivo, che i creditori per titolo o causa anteriore al decreto
possano iniziare o proseguire azioni esecutive sul patrimonio del debitore; divieto
che l’art. 33 comma 1, lett. c) del D.L. 83/2012 (c.d. decreto sviluppo),
convertito in legge n. 134/2012, ha esteso alle procedure cautelari. In questa
prospettiva, questa Corte avrebbe statuito che in caso di concordato preventivo
non sia possibile chiedere il sequestro per la confisca per equivalente in relazione
ai debiti tributari a carico dell’impresa, anche in considerazione delle intenzioni di
provvedere al versamento mostrate dal contribuente con l’inserimento integrale
del debito tributario nello stesso. E tuttavia, anche in questo caso il tribunale
perugino avrebbe omesso di fornire adeguata motivazione, limitandosi a statuire,
in maniera inconferente, che il concordato preventivo sarebbe intervenuto “in
epoca successiva alle date di commissione dei fatti indicati dal G.I.P.”.
Infine, il provvedimento impugnato avrebbe apoditticamente affermato
l’esistenza del periculum in mora, laddove proprio la pendenza del concordato
preventivo varrebbe ad escludere qualunque pericolo di sottrazione dei beni
sottoposti a sequestro.
4. Con atto depositato in Cancelleria in data 16/11/2016, il Procuratore
generale presso questa Corte ha concluso chiedendo il rigetto del provvedimento
impugnato.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
2. Rileva preliminarmente il Collegio che in materia di riesame delle misure
cautelari reali il ricorso per cassazione è ammesso, ai sensi dell’art. 325 cod.
proc. pen., soltanto per violazione di legge, venendo, quindi, preclusa, in questa
sede, ogni censura attinente ai vizi della motivazione, salvo il caso della
motivazione assolutamente mancante, che determinando la mancata osservanza
dell’obbligo stabilito dall’art. 125 cod. proc. pen. finisce per risolversi, appunto,
in una violazione di legge e salvo il caso della motivazione apparente, tale cioè
da rendere l’apparato argomentativo, posto a sostegno del provvedimento, privo
dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi, inidonei,
a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. 3, n. 4919 del
14/07/2016, dep. 2/02/2017, Faiella, Rv. 269296; Sez. U, n. 25932 del
29/05/2008, dep. 26/06/2008, Ivanov, Rv. 239692). Non può, dunque, essere
censurata la illogicità manifesta della motivazione (Sez. 2, n. 5807 del
18/01/2017, dep. 8/02/2017, Zaharía, Rv. 269119), che può essere denunciata,
in sede di legittimità, soltanto tramite lo specifico ed autonomo motivo di ricorso
di cui all’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. (Sez. 6, n. 7472 del
21/01/2009, P.M. in proc. Vespoli e altri, Rv. 242916).
Sempre in premessa, occorre sottolineare come secondo il consolidato
indirizzo di questa Corte, il mancato esame, da parte del giudice di secondo
grado, di un motivo di appello non comporta l’annullamento della sentenza
quando la censura, se esaminata, non sarebbe stata in astratto suscettibile di
accoglimento, in quanto l’omessa motivazione sul punto non arreca alcun
pregiudizio alla parte e, se trattasi di questione di diritto, all’omissione può porre
rimedio, ai sensi dell’art. 619 cod. proc. pen., la Corte di cassazione quale
giudice di legittimità (v., tra le altre, Sez. 3, n. 21029 del 3/02/2015, dep.
21/05/2015, Dell’Utri, Rv. 263980).
3. Muovendo, quindi, dall’analisi del primo motivo di doglianza, con il quale i
ricorrenti lamentano la sottoposizione a confisca di beni che non avrebbero
costituito profitto di reato, occorre rilevare, in primo luogo, che in materia di
reati tributari il profitto è identificabile con “qualsivoglia vantaggio patrimoniale
direttamente conseguito alla consumazione del reato e può, dunque, consistere
anche in un risparmio di spesa, come quello derivante dal mancato pagamento
del tributo, interessi, sanzioni dovuti a seguito dell’accertamento dei debito
tributario” (così Sez. Un., n. 18374 del 31/01/2013, Adami, Rv. 255036). Ciò
vale, in particolare, nel caso dei reati per i quali, come avviene per la fattispecie
contemplata dall’art. 10-bis del d.lgs. n. 74 del 2000, la condotta tipica consista
nel mancato versamento delle somme oggetto del debito tributario, in relazione
alle quali il profitto finisce per consistere proprio nel risparmio di spesa derivante
dall’omesso pagamento, cui il debitore avrebbe potuto adempiere attingendo a
qualunque risorsa finanziaria del suo patrimonio, con l’unica eccezione dei cespiti
sottoposti a formale vincolo di destinazione e come tali destinati a non
confondersi con le altre utilità della sua sfera patrimoniale. E in mancanza di un
siffatto vincolo, che renda distinguibili i beni in questione, il sequestro può essere
pacificamente eseguito su tutte le somme di denaro presenti nel patrimonio del
destinatario della misura reale, rispetto alle quali il sequestro si realizza, dunque,
nella forma “diretta” e non in quella “per equivalente”.
Infatti, nel caso in cui il profitto di un reato sia rappresentato da denaro o
altre cose fungibili, la confisca delle somme o del tantundem rinvenuti nella
disponibilità del soggetto che io ha conseguito, come detto finanche sotto forma
di un risparmio di spesa attraverso l’evasione dei tributi, avviene, alla luce della
fungibilità di esso profitto, sempre in forma specifica o diretta e mai per
equivalente (Sez. 3, n. 41073 del 30/09/2015, dep. 13/10/2015, P.M. in proc.
Scognamiglio, Rv. 265028; Sez. 3, n. 39177 del 8/05/2014, P.M. in proc. Civil
Vigilanza s.r.I., non mass. sul punto); in tal caso non occorrendo, tenuto conto
della particolare natura del bene, la prova del nesso di derivazione diretta tra la
somma materialmente oggetto della confisca e il reato (Sez. Un., n. 31617 del
26/06/2015, dep. 21/07/2015, Lucci, Rv. 264437).
Alla luce delle considerazioni che precedono, il primo motivo di doglianza
deve, dunque, essere rigettato.
4. Infondato è anche il secondo motivo di ricorso, con il quale si prospetta
l’illegittimità del decreto genetico nella parte in cui avrebbe disposto il sequestro
per equivalente sui beni del legale rappresentante dell’ente senza previamente
verificare se fosse possibile l’ablazione diretta dei beni della società costituenti
profitto del reato tributario.
Invero, ai fini dell’emissione di una misura cautelare reale, non è necessario
“il compimento di specifici e particolari accertamenti preliminari per rinvenire il
prezzo o il profitto diretto del reato” (Sez. 3, n. 41073 del 30/09/2015, dep.
13/10/2015, P.M. in proc. Scognamiglio, Rv. 265028), avuto riguardo alle
esigenze di celerità e dal soddisfacimento di interessi generali volti ad evitare la
dispersione di risorse destinate al pubblico erario. Per tale motivo, si ritiene che
il giudice che emette il provvedimento di sequestro sia tenuto soltanto ad
indicare l’importo complessivo da sottoporre al vincolo reale, laddove
l’individuazione specifica dei beni da apprendere e la verifica della
corrispondenza del loro valore al quantum indicato nel sequestro è riservata alla
fase esecutiva demandata al Pubblico ministero (Sez. 2, n. 36464 del
21/07/2015, dep. 9/09/2015, Armeli e altro, Rv. 265058; Sez. 3, n. 37848 del
7/05/2014, dep. 16/09/2014, Chidichimo, Rv. 260148), incombendo sulla
persona fisica destinataria del provvedimento il dovere di attivarsi, collaborando
con l’Autorità giudiziaria, al fine di indicare l’esistenza e la localizzazione dei beni
nella disponibilità della società (Sez. 3, n. 1738 del 11/11/2014, dep.
15/01/2015, Bartolini, Rv. 261929). E quando tale indicazione non vi sia stata,
secondo la giurisprudenza di questa Corte è legittimo il sequestro preventivo
funzionale alla confisca per equivalente dei beni dell’imputato, attesa
l’impossibilità di reperire il profitto del reato (Sez. 3, n. 40362 del 6/07/2016,
dep. 28/09/2016, D’Agostino, Rv. 268587; Sez. 3, n. 42966 del 10/06/2015,
dep. 26/10/2015, Klein, Rv. 265158).
Ne consegue, pertanto, la palese infondatezza anche del secondo motivo di
doglianza.
5. Quanto, infine, al terzo motivo di ricorso, deve in primo luogo osservarsi
che secondo la prevalente giurisprudenza di questa Corte, l’ammissione alla
procedura di concordato preventivo, seppure antecedente alla scadenza del
termine previsto per il versamento dell’imposta, non esclude la configurabilità del
reato (Sez. 3, n. 12912 del 4/02/2016, dep. 31/03/2016, Ugolini, Rv. 266708;
Sez. 3, n. 44283 del 14/05/2013, dep. 31/10/2013, P.M. in proc. Gavioli, Rv.
257484), non potendo derivare da una scelta di natura privatistica, il venir meno
di obblighi giuridici di natura pubblicistica, come il versamento delle imposte alla
scadenza di legge, la cui violazione allo spirare del termine comporta
l’integrazione della fattispecie, che si configura come reato istantaneo (Sez. 3, n.
39101 del 24/04/2013, dep. 23/09/2013, Mammi, Rv. 257285).
Nel caso di specie, la contestazione concerne la realizzazione di reati in data
20/09/2012, 20/09/2013, 19/09/2014 e 21/09/2015, laddove l’ammissione al
concordato preventivo è avvenuta in data 6/05/2016 come indicato nello stesso
atto di impugnazione del difensore, sicché i reati sarebbero astrattamente
configurabili anche a voler accedere all’opposto indirizzo interpretativo, secondo
cui in presenza di una transazione fiscale concordata ai sensi dell’art. 182-ter
della legge fallimentare, va esclusa la configurabilità del delitto di omesso
versamento delle ritenute d’imposta dovute e certificate ove essa sia omologata
prima della consumazione del reato, coincidente con la data di scadenza prevista
per il versamento omesso, mutando l’accordo gli elementi costitutivi dei reato di
cui all’art. 10-bis D.Lgs. n. 74 del 2000, incidendo il medesimo sia sul termine di
pagamento, che può essere dilazionato ovvero frazionato in più rate, sia
sull’importo stesso del tributo che, nel caso di imposte diverse dall’Iva e di quelle
armonizzate, può essere addirittura ridotto per effetto dell’accordo, con
eventuale rimodulazione del debito al di sotto della soglia di punibilità, di modo
che il titolo di pagamento non è più costituito dalla dichiarazione annuale di
sostituto di imposta o dai certificati rilasciati ai sostituiti, bensì dalla transazione
fiscale, il cui eventuale successivo inadempimento comporta la revoca della
transazione stessa, ma non anche la reviviscenza del reato (così Sez. 3, n. 6591
del 26/10/2016, dep. 13/02/2017, P.M. in proc. Taccone, Rv. 269146; Sez. 3, n.
15853 del 12/03/2015, dep. 16/04/2015, Fantini, Rv. 263436).
Nondimeno, secondo la censura del ricorrente, l’omologazione del
concordato preventivo non consentirebbe l’adozione o, comunque, il
mantenimento del sequestro preventivo finalizzato alla confisca di beni della
società ammessa alla procedura concorsuale, atteso il divieto normativo,
gravante sui creditori per titolo o causa anteriore al decreto di omologazione del
concordato preventivo, di avviare, sul patrimonio del debitore, procedure
esecutive, anche di natura cautelare.
Tale ricostruzione, tuttavia, confligge con la consolidata giurisprudenza di
legittimità in materia di confisca nei reati tributari.
Secondo quanto affermato da questa Corte in precedenti occasioni, infatti, la
confisca dei beni che costituiscono il profitto o il prezzo di uno dei delitti previsti
dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, deve essere sempre disposta nel caso di
condanna o di sentenza di applicazione concordata della pena, secondo quanto
stabilito dall’art. 12-bis, comma 2, del predetto D.Lgs., introdotta dal D.Lgs. 24
settembre 2015, n. 158, che ha sostanzialmente riprodotto l’art. 1, comma 143,
I. 24 dicembre 2007, n. 244, abrogato dall’art. 14 del citato D.Lgs. n. 158 del
2015; art. 1 che a sua volta richiamava la previgente fattispecie prevista dall’art.
322-ter cod. pen. (Sez. 3, n. 50338 del 22/09/2016, dep. 28/11/2016, P.G. in
proc. Lombardo, Rv. 268386; Sez. 3, n. 35226 del 16/06/2016, dep.
22/08/2016, D’Agapito, Rv. 267764; in termini anche Sez. 3, n. 19461 del
11/03/2014, dep. 12/05/2014, P.G. in proc. Stefanelli, Rv. 260599).
Muovendo da tale premessa si è ulteriormente rilevato (così Sez. 3, n.
23907 del 1/03/2016, dep. 9/06/2016, P.M. in proc. Taurino, Rv. 266940,
relativo ad un caso di sequestro preventivo funzionale alla confisca su beni
sottoposti a procedura fallimentare), che questa Corte, a Sezioni unite, ha in
passato affermato il principio dell’assoluta insensibilità del sequestro preventivo
avente ad oggetto un bene confiscabile in via obbligatoria alla procedura
fallimentare, prevalendo sull’interesse dei creditori l’esigenza di inibire
l’utilizzazione di un bene intrinsecamente e oggettivamente “pericoloso” in vista
della sua definitiva acquisizione da parte dello Stato. Nel frangente, peraltro, si
era anche sottolineato come nel caso di confisca obbligatoria, prevista dall’art.
240, comma 2, cod. pen. ovvero da leggi speciali, il rapporto di pertinenzialità
tra bene e reato dovesse ritenersi interamente assorbito nella verifica della
“confiscabílità” del bene, sicché la valutazione richiesta al giudice della cautela
reale sulla pericolosità della cosa non conteneva margini di discrezionalità,
essendo la res considerata pericolosa in base ad una presunzione assoluta e
volendo la legge escludere che il bene potesse essere rimesso in circolazione, sia
pure attraverso l’espropriazione del reo, sicché non poteva consentirsi che il
bene stesso, restituito all’ufficio fallimentare, potesse essere venduto medio
tempore e il ricavato distribuito ai creditori.
Ciò posto, deve ritenersi che nell’ambito di una valutazione secondo cui le
finalità dei due vincoli sono del tutto differenti, il rapporto tra il vincolo imposto
dall’apertura della procedura concorsuale ed il vincolo discendente dal sequestro
avente ad oggetto un bene di cui sia obbligatoria la confisca (come nel caso che
occupa) non possa che essere risolto a favore della seconda misura, attesa la
sua chiara natura sanzionatoria, dimostrata dal fatto che la stessa non è
commisurata né alla colpevolezza dell’autore del reato, né alla gravità della
condotta. Infatti, ove si ragionasse diversamente, si verrebbe ad annettere alla
procedura concorsuale un effetto di “improcedibilità” o, meglio, di “estinzione”
della sanzione del tutto extravagante rispetto agli specifici casi contemplati dal
sistema codicistico. Né va obliterato il dato per cui i diritti di credito dei terzi non
appaiono ricompresi nell’ambito ristretto indicato dall’art. 12-bis, comma 1, del
d.lgs. n. 74 del 2000, posto che l’unico limite alla confiscabilità è rappresentato
dalla “appartenenza” del bene a persona estranea al reato (così, ancora, così
Sez. 3, n. 23907 del 1/03/2016, dep. 9/06/2016, P.M. in proc. Taurino, Rv.
266940).
E del resto, sia pure con riguardo ai rapporti con il fallimento della confisca
ex art. 19 del d.lgs. n. 231 del 2001, questa Corte ha in passato testualmente
precisato che attesi i chiari connotati sanzionatori della stessa, “sarebbe davvero
singolare che alla affermazione di responsabilità dell’ente non seguisse, come
doveroso, la prevista sanzione” essendo la finalità del legislatore, non
vanificabile in alcun modo, appunto quella di ristabilire l’equilibrio economico
alterato dal reato (Sez. Un. 11170 del 25/09/2014, Uniland S.p.a. e altro, Rv.
263679 – 263684).
Ritiene, dunque, questo Collegio che vada affermato, sulla scia di precedenti
pronunciamenti di tenore sostanzialmente analogo, il principio di diritto secondo
cui “dal carattere obbligatorio e sanzionatorio della confisca, diretta o anche per
equivalente, del profitto dei reati tributari prevista dall’art. 12-bis, comma 1, del
digs. n. 74 dei 2000, consegue che il sequestro preventivo ad essa funzionale
prevalga sui diritti incidenti, per effetto della pendenza di una procedura
concorsuale, sul patrimonio del soggetto sottoposto alla cautela reale”.
Consegue, peraltro, a tale premessa, la sostanziale irrilevanza delle
questioni relative ai periculum in mora considerando, ancora una volta, la natura
obbligatoría/sanzionatoria della confisca cui il provvedimento di sequestro
preventivo in questione è preordinato.
Pertanto, anche il terzo motivo di impugnazione deve ritenersi infondato.
4. Alla luce delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere
rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

PER QUESTI MOTIVI
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente ai pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma, il 9/02/2017

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