Procedimento Penale – Cassazione Penale 7/11/2016 N° 46616

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 7/11/2016

Numero: 46616

Testo completo della Sentenza Procedimento penale – Cassazione penale 7/11/2016 n° 46616:

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SENTENZA
sul ricorso proposti da
VENTURATI Bruno, nato a Pesaro il 29/06/1942;
avverso la sentenza del 03/07/2015 della Corte d’appello di Ancona
visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Antonio Corbo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Delia
Cardia, che ha concluso chiedendo dichiarasi l’inammissibilità del ricorso;
udito l’avvocato Paola Righetti Saragoni Lunghi, difensore di fiducia del
Venturati, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza emessa il 3 luglio 2015, la Corte di appello di Ancona, in
parziale riforma della sentenza pronunciata dal Tribunale di Pesaro, ha
confermato, per quello che interessa in questa sede, la dichiarazione di penale
responsabilità di Bruno Venturati per i reati di corruzione in atti giudiziari,
concussione, induzione indebita ex art. 319-quater cod. pen. e abuso di ufficio
(capi A, C, L, KK, il, Q e S della rubrica), tutti commessi, in concorso con altri,
nell’esercizio delle funzioni di giudice della Commissione Tributaria Provinciale di
Pesaro, nonché la condanna dello stesso alla pena di anni otto e mesi tre di
reclusione, previo diniego di concessione delle circostanze attenuanti generiche,
e la confisca per equivalente disposta ex art. 322 ter cod. pen. fino alla
concorrenza dell’importo di 80.000 euro per i fatti di cui al capo A) ed ex art. 12
sexies d.l. n. 306 del 1992 fino alla concorrenza dell’importo di 157.000 euro,
nonché il sequestro conservativo fino ad euro 218.786,08 a garanzia del
pagamento delle spese del procedimento; ha inoltre disposto, in accoglimento
dell’appello del Pubblico ministero, l’ulteriore confisca per equivalente ex art. 322
ter cod. pen. fino alla concorrenza di 5.000 e di 10.000 euro per i fatti,
rispettivamente, di cui ai capi Q e S.
Precisamente, il Venturati è stato condannato per i reati di: a) corruzione in
atti giudiziari in favore di Athos Rosato e delle società a questi facenti capo, fatto
commesso in data anteriore e prossima al 18 luglio 2008 (capo A della rubrica),
nonché in favore di Fabio Mario De Angelis e delle società a questi facenti capo,
fatto commesso fino al dicembre 2009 (capo C della rubrica); b) di concussione
in danno di Danilo Badioli, fatto commesso il 22 luglio 2010 (capo L della rubrica
e con assorbimento in esso del capo H), nonché in danno di Roberto e Valerio
Vettori e della società Vettori immobiliare ad essi facente capo, fatto commesso
in epoca prossima al 30 gennaio 2009 (capo KK della rubrica); c) di induzione
indebita ex art. 319-quater cod. pen. in danno di Renato Ricci e della ditta Day
Tel a questi facente capo, fatto commesso in epoca prossima al 30 maggio 2008
(capo Q della rubrica), nonché in danno di Federico Orsini, fatto commesso in
epoca anteriore e prossima al 16 novembre 2009 (capo S della rubrica); d) di
abuso di ufficio a vantaggio di Domenico Muggeo, e della società Geo Costruzioni
allo stesso facente capo, fatto commesso tra il 16 maggio ed il 18 luglio 2008
(capo ii della rubrica).
I fatti di cui ai capi Q, S, ii (commessi in favore di persone appartenenti alla
loggia massonica “Grande Oriente” di Pesaro unitamente al Venturati), KK, sono
stati sostanzialmente ammessi dall’imputato. Gli altri fatti risultano comprovati
da intercettazioni telefoniche, pedinamenti, dichiarazioni auto- ed eteroaccusatorie dei coimputati, accertamenti bancari e documentali.
2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di
appello indicata in epigrafe l’avvocato Paola Righetti Saragoni Lunghi, quale
difensore di fiducia del Venutati, articolando otto motivi.
2.1. Nel primo motivo, si lamenta violazione di legge, con riguardo agli artt.
420-ter, 484, comma 2-bis, e 178, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., nonché
vizio di motivazione, a norma dell’art. 606, comma 1, lett. b), c) ed e), cod.
proc. pen., in riferimento all’ingiustificato rigetto della richiesta di differimento di
una udienza del giudizio di primo grado, avanzata sulla base di ragioni di salute
dell’imputato.
Si deduce che il certificato medico, attestante stato influenzale in paziente
affetto da grave cardiopatia, è stato disatteso, senza disporre visita fiscale o
dichiarare falso il documento, e che la Corte d’appello si è limitata ad affermare
che la valutazione del primo giudice sul punto era ineccepibile.
2.2. Nel secondo motivo, si lamenta violazione di legge, con riguardo all’art.
11 cod. proc. pen., a norma dell’art. 606, comma 1, lett. b) e c), cod. proc. pen.,
in riferimento al difetto di competenza del Tribunale di Pesaro.
Si deduce l’applicabilità dell’art. 11 cod. proc. pen. sia perché tale
disposizione deve ritenersi riferibile anche ai Giudici onorari, sia perché i reati
contestati hanno come persone offese o comunque danneggiate dal reato anche
magistrati togati, in quanto la Commissione tributaria provinciale di Pesaro era
composta anche di magistrati togati, ed anzi il presidente della Sezione è un
magistrato togato.
2.3. Nel terzo motivo, si lamenta violazione di legge, con riguardo agli artt.
17 e 12, comma 1, lett. a) e b), cod. proc. pen., nonché mancanza di
motivazione, a norma dell’art. 606, comma 1, lett. b), c) ed e), cod. proc. pen.,
in riferimento alla mancata riunione del procedimento con altro relativo ad
identici o analoghi fatti.
Si deduce che il procedimento penale, originariamente unitario, era stato
scisso in due, nonostante i fatti fossero i medesimi, e tale separazione aveva
prodotto illegittimamente conseguenze negative per il Venturati sia sotto il
profilo della valutazione della prova, sia sotto il profilo della pena irrogata, sia
sotto il profilo delle spese. In particolare, il diverso procedimento vedeva come
esito il giudizio di inattendibilità di gran parte delle accuse mosse al Venturati da
Beniamino Mensali, segretario della Sezione della Commissione Tributaria
Provinciale nella quale esercitava le sue funzioni il Venturati. D’altro canto, la
richiesta di riunione dei due processi era stata avanzata anche davanti alla Corte
d’appello.
2.4. Nel quarto motivo, si lamenta violazione di legge, con riguardo all’artt.
192 cod. proc. pen., nonché mancanza di motivazione, a norma dell’art. 606,
comma 1, lett. b), c) ed e), cod. proc. pen., in riferimento all’omessa autonoma
valutazione delle prove rispetto al giudice di primo grado, compiuta senza
procedere all’esame dei motivi di appello.
2.5. Nel quinto motivo, si lamenta violazione di legge, con riguardo all’artt.
82 cod. proc. pen., a norma dell’art. 606, comma 1, lett. b) e c), cod. proc. pen.,
in riferimento all’omessa dichiarazione di revoca delle parti civili Roberto e
Valerio Vettori, per avere gli stessi omesso di presentare conclusioni scritte.
2.6. Nel sesto motivo, si lamenta violazione di legge, con riguardo agli artt.
2, 323, 319-quater, 317 e 317 cod. pen., nonché mancanza di motivazione, a
norma dell’art. 606, comma 1, lett. b), c) ed e), cod. proc. pen., in riferimento
all’omessa valutazione delle censure formulate nell’atto di appello in ordine alla
corretta qualificazione giuridica dei fatti, alla successione di leggi nel tempo ed al
favor rei.
2.7. Nel settimo motivo, si lamenta violazione di legge, con riguardo agli
artt. 62-bis, 133 e 133-bis cod. pen., nonché mancanza di motivazione, a norma
dell’art. 606, comma 1, lett. b), c) ed e), cod. proc. pen., in riferimento
all’omessa applicazione delle circostanze attenuanti generiche ed alla eccessività
della pena inflitta.
2.8. Nell’ottavo motivo, si lamenta violazione di legge, con riguardo agli artt.
12-sexies d.l. n. 306 del 1992, 322 cod. proc. pen. e 133-bis cod. pen., nonché
mancanza di motivazione, a norma dell’art. 606, comma 1, lett. b), c) ed e),
cod. proc. pen., in riferimento alla disposta confisca.
Si deduce, precisamente, che all’imputato sono stati sequestrati e confiscati
beni per un valore di gran lunga superiore ai danni attribuitigli e persino la casa
di abitazione, acquistata nel gennaio 1980, e, quindi, in epoca di gran lunga
anteriore alla data di commissione dei reati addebitatigli.
3. In data 5 ottobre 2016, è pervenuto nella Cancelleria di questa Corte un
atto contenente diciotto motivi aggiunti, depositato nella Cancelleria del
Tribunale di Pesaro in data 16 settembre 2016.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso contiene motivi inammissibili perché manifestamente infondati o
sprovvisti del requisito della specificità richiesta dall’art. 581, comma 1, lett. c),
cod. proc. pen. Inammissibili, inoltre, sono i motivi aggiunti, perché depositati
nella Cancelleria di un giudice diverso dalla Corte di cassazione.
2. Sono manifestamente infondati, il primo, il secondo, il quinto e l’ottavo
motivo, mentre risultano privi della specificità normativamente richiesta il terzo,
il quarto, il sesto ed il settimo motivo.
2.1. Manifestamente infondato è il primo motivo, che lamenta l’immotivato
rigetto della richiesta di differimento dell’udienza dell’Il maggio 2011 davanti al Tribunale .
In realtà, il primo giudice ha ritenuto che la situazione addotta, e
precisamente lo stato influenzale in paziente affetto da cardiopatia, non
attestasse una assoluta impossibilità a comparire in udienza, all’esito di una
valutazione del tipo di infermità denunciata e dei suoi effetti impeditivi, poi
confermata dal giudice di appello. Né deve ritenersi che, nel giudizio di primo o
di secondo grado, per ritenere insussistente l’impedimento a comparire
supportato da certificato medico sia necessario disporre accertamenti tecnici:
costituisce principio consolidato, condiviso dal Collegio, quello secondo cui il
giudice di merito può ritenere l’insussistenza dell’impedimento a comparire
dell’imputato, dedotto mediante l’allegazione di certificato medico, anche
indipendentemente da una verifica fiscale e facendo ricorso a nozioni di comune
esperienza idonee a valutare l’impossibilità del soggetto portatore della
prospettata patologia di essere presente in giudizio (così, tra le più recenti, Sez.
5, n. 44369 del 29/04/2015, Romano, Rv. 265819, e Sez. 6, n. 36636 del
03/06/2014, F., Rv. 260814).
2.2. Manifestamente infondato è anche il secondo motivo, che lamenta il
difetto di competenza del Tribunale di Pesaro in applicazione dell’art. 11 cod.
proc. pen.
Innanzitutto, infatti, e premesso che pacificamente i giudici tributari sono
giudici speciali e non certo magistrati onorari (sulla natura della giurisdizione
tributaria come giurisdizione speciale, cfr., in particolare, Corte cost., sent. n. 64
del 2008), la disciplina posta dall’art. 11 cod. proc. pen. deve ritenersi riferibile
ai soli magistrati che esercitano la giurisdizione ordinaria, e non anche ai giudici
speciali. In effetti, in primo luogo, il testo dell’alt 11 cod. proc. pen., facendo
riferimento alla nozione di «ufficio giudiziario compreso nel distretto di corte
d’appello in cui il magistrato esercita le proprie funzioni o le esercitava al
momento del fatto», evoca, anche letteralmente, l’esercizio delle funzioni
giudiziarie ordinarie. In secondo luogo, la disciplina in discorso è diretta ad
evitare il rischio di danni all’immagine di imparzialità dell’esercizio della funzione
giurisdizionale, che può apparire compromessa in misura obiettivamente
percepibile quando quest’ultima è amministrata da “colleghi” anche
funzionalmente vicini a coloro che assumono la veste di parti del processo, ma
non anche laddove ha come destinatari soggetti privi di qualunque legame
ordinamentale con i titolari dello ius dicendi: i giudici tributari, nell’esercizio delle
loro funzioni, quale che sia la loro provenienza professionale, sono estranei
all’ordine giudiziario, tanto da essere sottoposti ad un diverso organo di governo
autonomo. Proprio per questa ragione, anzi, non è estensibile anche ai giudici
tributari il principio giurisprudenziale dell’applicabilità delle regole di cui all’art.4
11 cod. proc. pen. ai magistrati onorari il cui incarico sia connotato di stabilità:
l’operatività di detta disciplina, nel caso appena indicato, è stata affermata da
Sez. U, n. 292 del 15/12/2004, dep. 2005, Scabbia, Rv. 229632, perché il
sospetto di un non imparziale esercizio della giurisdizione nei confronti dei
magistrati onorari il cui incarico sia connotato di stabilità deriva dal radicamento
di costoro nel plesso territoriale di riferimento, e, quindi, dal rapporto di
colleganza e di normale frequentazione tra magistrati della medesima
circoscrizione; presupposto di questa considerazione è costituito esattamente dal
comune esercizio, anche da parte dei magistrati onorari, di funzioni
istituzionalmente riservate ai componenti dell’ordine giudiziario. In terzo luogo,
ancora, le deroghe all’ordinario regime della distribuzione della competenza per
territorio sono da ritenersi di stretta interpretazione, in quanto la nozione di
«giudice naturale» suggerisce la prossimità tra il luogo del fatto ed il luogo
dell’accertamento. La soluzione della inapplicabilità dell’art. 11 cod. proc. pen.,
del resto, trova precedenti in plurime pronunce di questa Corte riferite ai
procedimenti concernenti magistrati amministrativi (così in particolare: Sez. 6, n.
2874 del 10/06/2002, dep. 2003, Stara, Rv. 224098; Sez. 5, n. 7025 di
07/12/2001, dep. 2002, Scudieri, Rv. 221407; Sez. 6, n. 4027 del 02/12/1999,
dep. 2000, Stara, Rv. 217110).
Ciò posto, deve anche escludersi che la disciplina di cui all’art. 11 cod. proc.
pen. sia applicabile nel caso di specie perché anche magistrati togati sarebbero
persone offese o comunque danneggiate dai reati ascritti al Venturati, in quanto
componenti della stessa Commissione tributaria provinciale e della stessa
sezione cui era addetto il medesimo. Costituisce, infatti, principio consolidato, e
che il Collegio condivide, quello secondo cui l’operatività dell’art. 11 cod. proc.
pen. è subordinata alla condizione che il magistrato, nel procedimento penale,
abbia assunto formalmente la qualità di imputato ovvero di persona offesa
o danneggiata dal reato (così tra le tante, Sez. F, n. 35729 del 01/08/2013,
Agrama, Rv. 256569, nonché Sez. 6, n. 35218 del 22/04/2008, Trolio, Rv.
241373); tale circostanza, però, non risulta verificatasi, e nemmeno allegata,
nella vicenda in esame.
2.3. Privo della specificità normativamente richiesta è il terzo motivo, che
lamenta un pregiudizio per il diritto di difesa cagionato dalla separazione tra il
presente procedimento ed altro procedimento sempre a carico del Venturati, e
nel quale molte accuse sono state ritenute inattendibili.
Il motivo in questione, infatti, non indica compiutamente le violazioni del
diritto di difesa derivanti dai due procedimenti. In linea generale, comunque,
stante l’assenza di doglianze concernenti la mancata ammissione di prove
specificamente richieste, e considerato il principio di tassatività delle nullità, il
pregiudizio lamentato non potrebbe comunque tradursi in un vizio di invalidità
della sentenza impugnata o degli atti a questa precedenti.
2.4. Privo della specificità normativamente richiesta è anche il quarto
motivo, che lamenta l’omessa autonoma valutazione delle prove rispetto al
giudice di primo grado e l’omesso esame dei motivi di appello.
Il motivo in questione, in effetti, si limita ad osservare del tutto
laconicamente che la «sentenza impugnata si è conformata integralmente alla
decisione» di primo grado, «senza esaminare i motivi di appello, in particolare in
ordine all’erronea o omessa valutazione delle prove offerte in primo grado, in
palese violazione dell’art. 192 c.p.p.», e che «sul punto la sentenza è
insufficientemente motivata». Manca, quindi, ogni riferimento agli elementi di
fatto, ed alle conseguenti valutazioni, cui si rivolge la critica sollevata con il
ricorso: però, con un motivo così articolato, si chiede alla Corte di cassazione
una rivalutazione indiscriminata di tutte le argomentazioni della sentenza di
merito concernenti l’apprezzamento del materiale istruttorio, ed in riferimento a
tutte le contestazioni.
2.5. Manifestamente infondato è il quinto motivo, che lamenta la mancata
dichiarazione di revoca della costituzione di parte civile di Roberto e Valerio
Vettori, per avere omesso gli stessi di presentare conclusioni scritte.
In effetti, dall’esame della sentenza di primo grado, risulta espressamente
che il difensore delle parti civili Roberto e Valerio Vettori presentò specifiche ed
articolate richieste (cfr. pag. 13); né, del resto, l’imputato si era doluto di tale
omissione nell’atto di appello. La censura, allora, deve essere circoscritta alla
mancata presentazione di conclusioni scritte nel giudizio di appello. Tuttavia,
costituisce principio consolidato, condiviso dal Collegio, quello secondo cui la
mancata presentazione delle conclusioni della parte civile nel giudizio di appello
non integra gli estremi della revoca tacita della costituzione di parte civile di cui
all’art. 82, comma secondo, cod. proc. pen., essendo quest’ultima norma
applicabile al solo giudizio di primo grado, e stante l’immanenza della
costituzione di parte civile del processo per effetto di quanto previsto dall’art. 76,
comma 2, cod. proc. pen. (così, tra le tante Sez. 5, n. 39471 del 04/06/2013, De
Iuliis, Rv. 257199, e Sez. 6, n. 25012 del 23/05/2013, Leonzio, Rv. 257032).
2.6. Privi della specificità normativamente richiesta sono anche il sesto ed il
settimo motivo, che lamentano, rispettivamente, l’uno, l’omessa valutazione
delle censure formulate nell’atto di appello in ordine alla corretta qualificazione
giuridica dei fatti, alla successione di leggi nel tempo ed al favor rei, e, l’altro, il
difetto di motivazione in ordine al diniego di applicazione delle circostanze
attenuanti generiche ed alla eccessività della pena inflitta.
Si tratta, infatti, di motivi che non contengono alcuna specificazione, ma
restano al livello di meri enunciati generali. L’unica indicazione dotata di qualche
concretezza attiene alla eccessività della pena: la stessa, però, consistendo nella
denuncia della sproporzione tra il trattamento sanzionatorio riservato al
Venturati rispetto a quello applicato al Mensali, definito «organizzatore effettivo
del sistema», svolge un argomento estraneo alle tipologie di censure deducibili in
sede di legittimità, a norma dell’art. 606 cod. proc. pen.
2.7. Manifestamente infondato, infine, è l’ottavo motivo, che lamenta
l’eccessività della confisca e l’illegittimità della sua applicazione a beni acquisiti in
epoca enormemente precedente a quella in cui si collocano i fatti in
contestazione.
In realtà, dall’esame combinato delle due sentenze di merito, risulta,
innanzitutto, che la confisca per equivalente disposta a carico del Mensurati fino
alla concorrenza dell’importo di 80.000 euro in relazione al capo A), avente ad
oggetto una corruzione in atti giudiziari in cui il prezzo complessivamente
versato è pari a 240.000, è stata fissata proprio tenendo conto del fatto che nei
confronti dei due coimputati Mensali e Perugini è stata disposta confisca fino alla
concorrenza di un importo pari, per ciascuno di essi, ad 80.000 euro, sicché
nessun illegittimo eccesso si è verificato. Risulta, poi, che la confisca ex art. 12-
sexies d.l. n. 306 del 1992 è stata disposta per un importo pari a 157.000 euro,
e che detto importo è stato quantificato in misura esattamente corrispondete al
denaro versato in contanti dal Venturati sui conti correnti nel periodo compreso
tra il 2007 ed il 2010, ossia nel periodo in cui si sono verificati i fatti di reato per
i quali è stata pronunciata condanna, tenendo conto dei proventi leciti, anche se
in parte non dichiarati, dell’imputato, ammontanti, nel medesimo arco di tempo
a 140.000 euro, e della illogicità della spiegazione fornita dalla moglie del
ricorrente, la quale ha riferito di incassare in contanti il proprio stipendio non
fidandosi delle banche, di conservare l’intera somma così percepita in casa, e di
consegnare la stessa una volta l’anno al marito perché la versasse proprio su un
conto bancario cointestato; anche in questo caso, quindi, nessun vizio logico o
giuridico è riscontrabile in ordine a tale statuizione nel provvedimento
impugnato. Risulta, infine, che la confisca per equivalente è stata disposta per
ulteriori 15.000 euro complessivi in relazione ai reati di cui ai capi Q) e S)
esattamente alla luce delle somme che risultano corrisposte in pagamento dai
privati per il compimento degli atti di ufficio; con riferimento a tali importi,
tuttavia, occorre correggere, a norma dell’art. 619 cod. proc. pen.,
l’affermazione della sentenza di merito, che ha qualificato dette somme, ai fini
dell’applicazione della misura ablatoria, come «profitto» del reato, e dare alle
stesse il nomen iuris di «prezzo» del reato (secondo la giurisprudenza di
legittimità, infatti, costituisce «prezzo» del reato il «compenso dato o promesso
ad una determinata persona, come corrispettivo dell’esecuzione dell’illecito»,
come evidenziato da Sez. U, n. 38691 del 25/06/2009, Caruso, Rv. 244189, ma
anche da Sez. U, n. 1811 del 15/12/1992, dep. 1993, Bissoli, Rv. 192493, e da
Sez. U, n. 9149 del 03/07/1996, Chabni Samir, Rv. 205707): trattasi di
precisazione necessaria perché, in considerazione dell’epoca di fatti di cui ai capi
Q) e S), la confisca per equivalente può essere disposta solo per il «prezzo» e
non anche per il «profitto» del reato.
Proprio in considerazione del fatto che la confisca è stata disposta per
equivalente, infine, corretta è l’imposizione del vincolo anche su beni immobili
acquisiti dal ricorrente in epoca di molto precedente alla commissione dei fatti
illeciti: la confisca per equivalente, a norma dell’art. 322-ter cod. pen., siccome
serve a soccorrere all’impossibilità di sequestrare i beni costituenti il «prezzo» o
il «profitto» del reato, si indirizza naturalmente verso altri «beni, di cui il reo ha
la disponibilità», di «valore corrispondente» al prezzo o profitto, e, quindi, anche
verso beni acquisiti legittimamente ed in tempi molto diversi da quelli della
commissione dei reati.
3. Sono poi inammissibili i motivi aggiunti al ricorso per cassazione, in
quanto non depositati presso la cancelleria della Corte di cassazione e pervenuti
oltre i termini previsti dall’art. 611 cod. proc. pen. presso la stessa.
Invero, secondo l’orientamento ormai assolutamente consolidato nella
giurisprudenza di legittimità, condiviso dal Collegio, i motivi aggiunti al ricorso
per cassazione depositati presso la cancelleria del giudice a quo invece che
presso quella della Corte di legittimità, sono inammissibili, a norma dell’art. 591,
comma 1, lett. c), cod. proc. pen., in quanto la specifica disposizione di cui
all’art. 585, comma 4, cod. proc. pen., volta a consentire al giudice l’immediata
conoscenza delle ragioni integrative dedotte dalle parti, non è derogabile
applicando analogicamente le previsioni speciali di cui agli artt. 582, comma 2, e
583, comma 1, cod. proc. pen., che attengono, rispettivamente, alle modalità di
presentazione o di spedizione dell’atto di impugnazione (così, tra le tantissime,
Sez. 6, n. 27603 del 18/03/2016, Nocera, Rv. 267263, e Sez. 2, n. 1381 del
12/12/2014, dep. 2015, Tomaino, Rv. 261862).
Ovviamente, tale regola è espressione di un principio più generale che vale
anche allorché, come nel caso di specie, i motivi aggiunti sono stati depositati
presso la cancelleria di un giudice diverso sia dalla Corte di cassazione, sia da
quello che ha emesso il provvedimento impugnato: anche in questa ipotesi,
infatti, è preclusa al giudice dell’impugnazione, nella specie alla Corte di
cassazione, l’immediata conoscenza delle ragioni integrative dedotte dalle parti.
Si può aggiungere che le ragioni addotte risaltano con particolare evidenza
quando l’atto perviene nella cancelleria del giudice dell’impugnazione oltre il
termine di quindici giorni prima dell’udienza, come appunto nel procedimento in
esame, nel quale i motivi aggiunti sono pervenuti nella cancelleria della Corte di
cassazione solo il giorno precedente all’udienza. Può rilevarsi, in effetti, che, in
linea con questa impostazione, la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente
ritenuto l’inammissibilità anche dei motivi aggiunti (rectius: nuovi) presentati a
mezzo del servizio postale, qualora la raccomandata giunga nella cancelleria del
giudice dell’impugnazione oltre il termine, previsto dall’art. 585, comma quarto,
cod. proc. pen., di quindici giorni prima dell’udienza, pur se si sia proceduto ad
anticipare gli stessi a mezzo telefax (così Sez. 1, n. 44324 del 18/04/2013,
Stasi, Rv. 258319, nonché Sez. 5, n. 7449 del 16/10/2013, dep. 2014,
Casarubea, Rv. 259526).
L’inammissibilità dei motivi aggiunti comporta, come automatica
conseguenza, l’esonero del giudice dell’impugnazione dal prendere in esame il
contenuto degli stessi.
4. Posto che le censure sono tutte o manifestamente infondate, o prive della
specificità richiesta dall’art. 581, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., o comunque
depositate irritualmente e fuori termine, il ricorso deve essere dichiarato
inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento, nonché della somma di Euro millecinquecento, così
equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti, in favore della Cassa delle
ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1.500 in favore della cassa delle
ammende.
Così deciso il 6 ottobre 2016

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