Procedimento Di Esecuzione – Cassazione Penale 29/12/2016 N° 55107

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 29/12/2016

Numero: 55107

Testo completo della Sentenza Procedimento di esecuzione – Cassazione penale 29/12/2016 n° 55107:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da
Bastagli Alessandro, nato a Firenze il 01/12/1950
avverso l’ordinanza del 28/01/2016 del Gip del Tribunale di Firenze
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Giuseppe Riccardi;
lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Paolo Canevelli, che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio.
RITENUTO IN FATTO
1. Bastagli Alessandro ha proposto ricorso avverso l’ordinanza con la quale il
Gip del Tribunale di Firenze, in funzione di giudice dell’esecuzione, ha dichiarato
inammissibile l’istanza di revoca della sentenza emessa ex art. 444 cod. proc.
pen. dal Gip del Tribunale di Firenze il 11/12/2008 per il reato di cui all’art. 171
bis I. n. 633 del 1941.
Deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione, in quanto i fatti
risalivano al 18 marzo 2008 e, pertanto, doveva ritenersi penalmente irrilevante,
alla luce della sentenza della Corte UE 8/11/2007, Schwibbert, che aveva sancito
l’obbligo di disapplicazione delle norme che avessero come elemento costitutivo
la mancata applicazione del contrassegno SIAE; essendo la duplicazione l’unica
condotta, tra quelle previste dall’art. 171 bis, per la cui integrazione il
contrassegno SIAE non è elemento costitutivo, erroneamente è stata dichiarata
inammissibile l’istanza dell’odierno ricorrente, in quanto la duplicazione non è
stata contestata; il provvedimento sarebbe basato sulla circostanza, meramente
ipotetica, che la condotta contestata potesse integrare l’ipotesi di abusiva
duplicazione di programmi per elaboratore, mentre l’imputazione riguarda solo la
detenzione, mediante installazione su 18 computer della società amministrata
dall’imputato, di copie non autorizzate di programmi per elaboratore.
Con un secondo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di
motivazione, evidenziando che l’obbligo di apposizione del contrassegno deve
ritenersi efficace soltanto in seguito al DPCM 23/02/2009 n. 31, con il quale è
stata notificata la regola tecnica alla Commissione UE; al ricorrente non è
contestata la duplicazione dei programmi, ma solo la detenzione a scopo
commerciale o imprenditoriale mediante installazione. Sostiene, inoltre, che, pur
non ricorrendo un’ipotesi di abrogazione, debba essere disposta la revoca della
sentenza ai sensi dell’art. 673 cod. proc. pen. .
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Preliminare ed assorbente appare il profilo di nullità del decreto
impugnato derivante dalla violazione della legge processuale.
Invero, il decreto di inammissibilità del giudice dell’esecuzione, sulla
richiesta di revoca ex art. 673 cod. proc. pen. della sentenza di patteggiamento
emessa per il reato di cui all’art. 171 bis I. 633 del 1941, è stato adottato de
plano, senza la fissazione dell’udienza in camera di consiglio, sul rilievo della
manifesta infondatezza, non potendo escludersi la rilevanza penale del fatto con
riferimento ad una abusiva duplicazione mediante attività di installazione dei
programmi.
Al riguardo, tuttavia, il provvedimento che il giudice dell’esecuzione assume
“de plano”, senza fissazione dell’udienza in camera di consiglio, fuori dei casi
espressamente stabiliti dalla legge, è affetto da nullità di ordine generale e a
carattere assoluto, rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento,
che, se accertata in sede di legittimità, comporta l’annullamento senza rinvio
della decisione impugnata (Sez. 1, n. 41754 del 16/09/2014, Cherni, Rv.
260524); è stato, altresì, affermato che il giudice dell’esecuzione, ove rigetti per
motivi di merito l’istanza di revoca della sentenza di condanna per sopravvenuta
“abolitio criminis”, deve adottare necessariamente la procedura camerale
prevista dall’art. 666, comma terzo, cod. proc. pen., e non può emettere il
provvedimento “de plano”, consentito solo nel caso si verta in tema di
ammissibilità della richiesta (Sez. 1, n. 42900 del 27/09/2013, Pretto, Rv.
257159), e che l’inammissibilità prevista dall’art. 666, comma secondo, cod.
proc. pen. – nell’ipotesi in cui l’istanza dell’interessato si risolva in una mera
riproposizione di una richiesta, fondata sui medesimi presupposti di fatto e sulle
stesse ragioni di diritto, già rigettata dal giudice dell’esecuzione – deve essere
ictu ()cui/ evidente (Sez. 5, n. 15099 del 24/02/2004, Aragno, Rv. 228764).
Tanto premesso, esclusa la mera riproposizione dei motivi, la questione
proposta con la richiesta di revoca non poteva essere qualificata come
manifestamente infondata, dovendo essere valutata, nel contraddittorio delle
parti, la ricorrenza della fattispecie in cui venga in rilievo, o meno, l’apposizione
del contrassegno SIAE.
Al riguardo, infatti, questa Corte ha affermato – proprio con riferimento alla
sentenza Schwibbert della Corte di Giustizia dell’Unione Europea – che in tema di
esecuzione, la revoca della sentenza di condanna opera anche, in virtù di
interpretazione estensiva o analogica, nel caso d’inapplicabilità sopravvenuta
della norma nazionale per effetto di pronuncia della Corte di Giustizia CE che ne
affermi l’incompatibilità con quella comunitaria (Sez. 7, n. 21579 del
06/03/2008, Boujlaib, Rv. 239961; Sez. 1, n. 31647 del 09/05/2014, Lo
Amadou).
Nel solco della sentenza Schwibbert emessa dalla Corte di Giustizia in data
8/11/2007, è certamente condivisibile l’orientamento giurisprudenziale per il
quale, allorquando la fattispecie penale contestata contempli quale elemento
costitutivo tipico (negativo) il contrassegno SIAE, deve concludersi per la non più
sussistente rilevanza penale del fatto, ove posto in essere dopo l’emanazione
della direttiva CE n. 189 del 1983 e prima del completamento della procedura di
notifica della regola tecnica alla Commissione Europea a mezzo del D.P.C.M. 23
febbraio 2009, n. 31: ciò vale per le fattispecie previste dagli artt. 171 bis e art.
171 ter, comma 1, lett. d), della I. n. 633 del 1941 (Sez. 3, n. 12520 del
24/02/2011, Salamone, Rv. 249921: “La norma incriminatrice di cui all’art. 171
ter, comma secondo, lett. a), L. 22 aprile 1941, n. 633 (che punisce chiunque
riproduce, duplica, trasmette o diffonde abusivamente, vende o pone altrimenti
in commercio, cede a qualsiasi titolo o importa abusivamente oltre cinquanta
copie o esemplari di opere tutelate dal diritto d’autore e da diritti connessi) si
riferisce sia alle condotte previste dall’art. 171, comma primo, lett. c) che a
quelle contemplate dalla lett. d) della legge citata, atteso il richiamo espresso
alle “copie o esemplari di opere tutelate dal diritto d’autore e da diritti connessi”.
(In motivazione la Corte ha precisato che soltanto se la violazione si riferisce alla
mancanza del contrassegno SIAE trova applicazione la sentenza della Corte di
Giustizia Schwibbert; diversamente, come nella fattispecie esaminata, ove la
violazione è riferibile all’abusiva riproduzione o duplicazione di opere tutelate dal
diritto d’autore, detta sentenza non può trovare applicazione)”).
Viceversa, in relazione alle diverse fattispecie che sanzionano penalmente la
illecita duplicazione o riproduzione di supporti ovvero la detenzione di tali
supporti a fini commerciali, senza prevedere tra gli elementi costitutivi del reato
l’assenza del contrassegno SIAE (art. 171 ter, comma 1, lett. a, b, c, e, I.
633/1941), il disvalore penale del fatto permane, non implicando la fattispecie
alcuna disapplicazione delle norme sul contrassegno in conseguenza della
relativa normativa comunitaria, sempre che, naturalmente, sia stata acquisita la
prova della sussistenza di tutti gli elementi oggettivi e soggettivi del reato.
Quanto, infine, agli effetti derivanti dalla disapplicazione delle norme sul
contrassegno relativamente alle sentenze passate in giudicato, ritiene il Collegio
che una interpretazione costituzionalmente corretta della norma consenta una
applicazione in via analogica del disposto dell’art. 673 c.p.p., pur quando non
trattasi di abrogazione o dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma
incriminatrice, ma anche quando trattasi di sopravvenuta inapplicabilità di una
norma nazionale per effetto di una pronuncia della Corte Europea, ipotesi
assimilabile dal punto di vista logico a quelle espressamente indicate nel citato
art. 673 c.p.p., in siffatto caso sostanzialmente verificandosi una sorta di aboliti°
criminis, e non già un mero mutamento giurisprudenziale (Sez. 6, n. 30595 del
22/06/2010, Diao, Rv. 248040).
Pertanto, poiché la detenzione di programmi per elaboratore elettronico
abusivamente duplicati dagli originali da parte di soggetto esercente
professionalmente l’attività di assistenza in campo informatico può integrare il
reato previsto dall’art. 171-bis, comma primo, della legge 22 aprile 1941, n.
633, poiché la finalità di commercio della detenzione medesima non deve essere
valutata esclusivamente con riguardo alla vendita diretta dei programmi, ma
anche alla installazione dei medesimi sugli apparecchi affidati in assistenza e, più
in generale, alla loro utilizzazione in favore dei clienti (Sez. 3, n. 6988 del
09/01/2014, Scotto, Rv. 258933, che, in motivazione, ha precisato che, ai fini
della configurabilità del reato, la detenzione di supporti abusivamente duplicati e
privi di contrassegno SIAE in epoca precedente all’entrata in vigore del d.P.C.M.
23 febbraio 2009, n. 31, assume rilevanza solo se ai medesimi detentori sia
ascrivibile anche la condotta di abusiva duplicazione), la richiesta di revoca
proposta dall’odierno ricorrente deve essere valutata previa fissazione
dell’udienza in camera in consiglio, trattandosi di questione non manifestamente
infondata, la cui risoluzione dipende dall’accertamento della rilevanza, nella
concreta fattispecie, dell’apposizione del contrassegno SIAE; questione che, alla
luce del laconico tenore del decreto impugnato, non appare di evidente
soluzione.
Va pertanto annullata senza rinvio l’ordinanza impugnata, con trasmissione
degli atti al Tribunale di Firenze.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al
Tribunale di Firenze.
Così deciso in Roma il 22/09/2016

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