Presunzioni Tributarie – Cassazione Penale 18/04/2016 N° 15899

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 18/04/2016

Numero: 15899

Testo completo della Sentenza Presunzioni tributarie – Cassazione penale 18/04/2016 n° 15899:

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SENTENZA Sul ricorso proposto da: – COLLETTA GINO, n. 28/08/1944 ad Alcamo avverso la sentenza della Corte d’appello di PALERMO in data 11/06/2014; visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella; udita la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa P. Filippi, che ha chiesto il rigetto del ricorso; RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza emessa in data 11/06/2014 la Corte d’appello di PALERMO, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Trapani del 10/07/2012, riconosceva le attenuanti generiche a Colletta Gino, riducendo la pena al medesimo inflitta in 1 anno di reclusione, confermando nel resto l’impugnata sentenza che lo aveva riconosciuto colpevole dei reati di omessa dichiarazione IVA per l’anno 2007 (imposta dovuta pari ad € 82.575,00) e, quanto all’anno 2008, di omessa dichiarazione IVA ed imposte dirette (imposta sul valore aggiunto evasa pari ad € 106.693,00 ed imposte dirette evase pari ad € 222.560,00) nonché del reato di distruzione ed occultamento di scritture contabili in relazione alle medesime annualità fiscali. 2. Ha proposto ricorso il Colletta Gino a mezzo del difensore fiduciario cassazionista, impugnando la sentenza predetta con cui deduce due motivi, dì seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen. 2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) c) ed e) cod. proc. pen., in relazione al reato di omessa dichiarazione. In sintesi, si duole il ricorrente per essere pervenuta la Corte d’appello alla conferma della condanna sulla base di un erroneo metodo di valutazione probatoria, con motivazione contraddittoria ed illogica, per di più basata su circostanze probatorie inesistenti agli atti processuali; la Corte d’appello non avrebbe motivato, da un lato, in ordine al superamento delle soglie di punibilità né avrebbe accertato che la ditta del ricorrente, di fatto un’azienda agricola, commerciasse in materiali inerti, nella specie pietre del tipo ornamentale; la motivazione sarebbe apparente in quanto fondata su elementi di tipo presuntivo, peraltro invertendo l’onere della prova a carico del ricorrente; la Corte d’appello, inoltre, si sarebbe erroneamente concentrata sull’utilizzabilità del processo verbale di constatazione e sulla decisività degli elementi in esso contenuti, in particolare ritenendo che lo stesso fosse stato acquisito al dibattimento, errore però grossolano non essendo stato detto PVC acquisito, atteso che gli unici documenti erano rappresentati dagli estratti conto bancari; in particolare, venendo alla censura di utilizzo di elementi presuntivi, la Corte d’appello avrebbe individuato gli elementi attivi sottratti all’imposizione sulla base degli accertamenti bancari eseguiti su taluni conti correnti, intestati al ricorrente ed alla moglie; la prova della sottrazione degli elementi attivi all’imposizione fiscale, 2 però, sarebbe stata ritenuta come raggiunta sulla base della presunzione tributaria di cui all’art. 32, comma primo, n. 2, d.P.R. n. 600 del 1973; detta presunzione, tuttavia, non sarebbe applicabile al processo penale in quanto contra reum; la Corte d’appello apparentemente sembrerebbe aver recepito la tesi difensiva, escludendo l’efficacia nel processo penale delle presunzioni tributarie, specie di quella in tema di versamento e prelevamento su conto corrente, ritenendo necessario che sia il giudice penale ad accertare in concreto l’imposta evasa; il calcolo effettivo di quest’ultima sarebbe però assente, essendosi invero limitata la Corte d’appello a ritenere raggiunta la prova sulla base del PVC non acquisito agli atti, nonché per non aver l’imputato in ambito tributario fornito le richieste delucidazioni, sottraendosi peraltro in sede penale all’esame dibattimentale. 2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) c) ed e) cod. proc. pen., in relazione al reato di occultamento e distruzione di scritture contabili. In sintesi, si duole il ricorrente poiché la Corte d’appello condividendo la sentenza di primo grado, ha ritenuto che l’attività del ricorrente fosse quella di commercializzazione di pietre ornamentali, desumendone la responsabilità in ordine alla mancata tenuta dei registri contabili obbligatori per legge; l’errore commesso dai giudici di merito consisterebbe nell’aver it stessi ritenuto che l’oggetto sociale della ditta, oltre alla conduzione dell’azienda agricola, fosse anche quello della vendita di pietre ornamentali; l’unica documentazione contabile richiesta in sede di verifica fiscale era stata quella relativa alla presunta commercializzazione del materiale inerte, come emerso dalla deposizione del teste Miccoli (di cui viene riportato uno stralcio in ricorso); sarebbe quindi rimasto indimostrato che il ricorrente avesse distrutto la contabilità di tale attività nonché che questi avesse effettivamente svolto la predetta attività di vendita di inerti; infine, con il motivo si censura l’assoluta mancanza di motivazione in ordine alla disposta confisca per equivalente quanto all’ammontare dell’importo confiscato in assenza di un accertamento reale dell’imposta evasa e, quindi, della correttezza dell’importo soggetto a confisca derivante da una presunzione tributaria. CONSIDERATO IN DIRITTO 3. La sentenza dev’essere annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello essendo fondati ambedue i motivi di ricorso. 3 4. Ed invero, la sentenza impugnata conferma la condanna del ricorrente fondandola sulla deposizione del verbalizzante e sui documenti tecnico – contabili acquisiti; in particolare, la Corte d’appello affronta anzitutto la questione della utilizzabilità del PVC nel processo penale, giungendo alla soluzione affermativa; la Corte territoriale passa quindi ad esaminare la questione delle modalità di calcolo dell’imposta evasa, muovendo dall’affermazione dell’autonomia dei due processi (tributario – penale) per poi passare all’esame della questione dell’utilizzabilità delle presunzioni tributarie nel processo penale, in specie di quella relativi ai versamenti – prelevamenti sul c/c, ex art. 32, d.P.R. n. 600 del 1973; la Corte d’appello, sul punto, richiama l’evoluzione giurisprudenziale di legittimità, ricordando come il giudice penale, nella determinazione dell’imposta evasa, può fare ricorso tanto al PVC quanto all’accertamento induttivo operato dall’Amministrazione finanziaria; la Corte d’appello ribadisce che nel caso di omessa dichiarazione, l’accertamento dell’esatta evasione per la verifica della soglia di punibilità è competenza esclusiva del giudice penale, secondo le presunzioni, in base ai dati bancari acquisiti; la Corte d’appello afferma che si tratta di ricavare la costruzione compatibile, in chiave di presunzioni legali, degli elementi probatori fondati sui dati bancari e basa il proprio ragionamento sull’affermazione della non essenzialità del contraddittorio nella mera fase procedimentale dell’accertamento tributario; in particolare, poi, i giudici di merito si soffermano sull’idoneità della documentazione bancaria, in sé considerata, a rappresentare una prova significativa ed attendibile dell’esistenza e dell’ammontare della materia imponibile che si assume evasa; sul punto la Corte d’appello giunge ad affermare che le movimentazioni finanziarie evidenziate nel corso dell’attività di verifica, risultanti non collimanti con i dati acquisiti in contabilità o nella dichiarazione del contribuente, e da quest’ultimo altrimenti non giustificate davanti all’Amministrazione finanziaria, vengono automaticamente imputate ad entrate sottratte ad imposizione; l’analisi della Corte d’appello si sposta quindi ad esaminare la valenza di presunzioni legali semplici anziché relative di quella prevista dall’art. 32, d.P.R. n. 600 del 1973 e dall’art. 51, d.P.R. n. 633 del 1972, pervenendo alla conclusione secondo cui i dati bancari sono sempre valutabili dall’Amministrazione finanziaria, ma / come qualsiasi altro elemento indiziario, rimangono di per sé esposti ad una valutazione della loro attendibilità probatoria; proprio l’instaurazione del contraddittorio con il contribuente varrebbe ad attribuire ai dati bancari la presenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, tali da renderli, dunque, idonei a sostenere da soli, sotto il profilo probatorio, l’accertamento compiuto; alla stregua di tale assunto, quindi, la Corte d’appello conclude 4 affermando come non vi sarebbe un’attribuzione automatica di valenza probatoria d yotefiza probet~ qualificata ai dati bancari, ma si tratterebbe di valutarli alla luce del silenzio del contribuente ritualmente interpellato, ciò che renderebbe dette risultanze idonee a fondare un accertamento credibile; in particolare, nel caso in esame, si afferma, l’imputato, nonostante l’accertata mancanza delle fatture che avrebbero consentito di ricostruire l’effettivo volume di affari o il reddito della ditta, e pur avendo omesso di presentare le dichiarazioni fiscali per gli anni 2007 e 2008, non si sarebbe sottoposto all’esame e non avrebbe dedotto alcuna prova idonea a rassegnare elementi fattuali idonei a confutare le contestazioni a suo carico – contestazioni mossegli in contraddittorio, sia in sede di verifica amministrativa che giurisdizionale – mediante la rappresentazione di dati tecnico – contabili attraverso i testi qualificati nonché i documenti relativi; in definitiva, l’argomento secondo cui i soli elementi tributari presuntivi non potrebbero essere utilizzati nel processo penale non sarebbe di pregio in quanto del tutto insufficiente a confutare il dato contabile acquisito. 5. Osserva il Collegio come le argomentazioni sviluppate dalla Corte d’appello, pur in astratto condotte con riferimento alla giurisprudenza di questa Corte con particolare riferimento all’autonomia attribuita al giudice penale nella determinazione dell’imposta evasa ed alla inutilizzabilità tout court delle presunzioni tributarie in fase dibattimentale, mostrano tuttavia un complessivo cedimento logico laddove ritengono autosufficienti a fini di prova le risultanze, invero neutre ed asettiche in assenza di concreta esplicazione dei loro contenuti descrittivi, degli accertamenti bancari, risultanze che sarebbero per così dire corroborate dal silenzio serbato dal contribuente – imputato che, a fronte delle contestazioni mossegli in sede tributaria ed in sede penale, non avrebbe fornito giustificazioni alternative rispetto a tali emergenze documentali. 6. In particolare – premesso, quanto alla censura di violazione di legge relativa alla mancata acquisizione del PVC agli atti del processo, che la stessa non risulta dedotta nei motivi di appello, sicchè la stessa si appalesa inammissibile ex art. 606, comma terzo, cod. proc. pen. in quanto per la prima volta dedotta in sede di legittimità – con riferimento all’utilizzo delle presunzioni tributarie nel processo penale, il ragionamento della Corte d’appello è in astratto corretto in quanto conforme alla giurisprudenza di questa Corte in tema di uso delle presunzioni tributarie e delle risultanze dell’accertamento induttivo. E’ stato infatti affermato, da un lato, che in tema di reati tributari, ai fini della prova del reato di 5 dichiarazione infedele, il giudice può fare legittimamente ricorso ai verbali di constatazione redatti dalla Guardia di Finanza ai fini della determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, nonché ricorrere all’accertamento induttivo dell’imponibile quando le scritture contabili imposte dalla legge siano state irregolarmente tenute (Sez. 3, n. 5786 del 18/12/2007 – dep. 06/02/2008, D’Amico, Rv. 238825) e, dall’altro, che il giudice può legittimamente fondare il proprio convincimento, in tema di responsabilità dell’imputato per omessa annotazione di ricavi, sia sull’informativa della G.d F. che abbia fatto riferimento a percentuali di ricarico attraverso una indagine sui dati mercato, che sull’accertamento induttivo dell’imponibile operato dall’ufficio finanziario quando la contabilità imposta dalla legge non sia stata tenuta regolarmente. Ciò a condizione che il giudice non si limiti a constatarne l’esistenza e non faccia apodittico richiamo agli elementi in esso evidenziati, ma proceda a specifica, autonoma valutazione degli elementi nello stesso descritti comparandoli con quelli eventualmente acquisiti aliunde (Sez. 3, n. 1904 del 21/12/1999 – dep. 21/02/2000, Zarbo E, Rv. 215694). Orbene, pur essendo corrette le premesse operate dai giudici territoriali sul punto, errata ne è l’applicazione nel caso concreto, in quanto il premesso rigore metodologico professato dall’impugnata sentenza nell’accertamento dell’imposta evasa e nella limitata rilevanza attribuibile in chiave probatoria alle presunzioni tributarie (segnatamente di quella di cui all’art. 32, d.P.R. n. 600 del 1973 – la quale configura come ricavi sia i prelevamenti che i versamenti operati su conti correnti bancari -, che, lo si ricordi per completezza, questa Corte ha ritenuto inutilizzabile in base al principio secondo cui le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur potendo avere valore indiziario, non possono costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, assumendo esclusivamente il valore di dati di fatto, che devono essere valutati liberamente dal giudice penale unitamente ad elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa (Sez. 3, n. 7078 del 23/01/2013 – dep. 13/02/2013, Piccolo, Rv. 254852) non è invero accompagnato dalla verifica di elementi oggettivi di riscontro rispetto alle emergenze dei dati bancari. Sul punto, osserva il Collegio non vale a sorreggere il dato indiziario costituito dalle risultanze di dette indagini bancarie il mero richiamo alle dichiarazioni dei testi qualificati (il cui apporto, del resto, è limitato all’illustrazione delle risultanze dell’accertamento bancario ed alla determinazione dell’imponibile e della imposta evasa sulla base dell’accertamento induttivo seguitone) né il silenzio serbato dal contribuente – imputato in sede di contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria prima, ed in sede penale successivamente. 6 Ed invero, osserva il Collegio, è principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte anche perché connaturato al fondamentale diritto al silenzio spettante al reo (“nemo tenetur edere contra se’) quello secondo cui non è consentito al giudice desumere, dalla rinuncia dell’imputato a rendere l’interrogatorio, elementi o indizi di prova a suo carico, atteso che allo stesso è riconosciuto il diritto al silenzio e che l’onere della prova grava sull’accusa (Sez. 6, n. 8958 del 27/01/2015 – dep. 27/02/2015, Scarpa, Rv. 262499). Non deve, infatti, essere dimenticato che la negazione o il mancato chiarimento, da parte dell’imputato, di circostanze valutabili a suo carico nonchè la menzogna o il semplice silenzio su queste ultime possono fornire al giudice argomenti di prova solo con carattere residuale e complementare ed in presenza di univoci elementi probatori di accusa, non potendo determinare alcun sovvertimento dell’onere probatorio (in termini: Sez. 1, n. 2653 del 26/10/2011 – dep. 23/01/2012. M., Rv. 251828). Orbene, ciò che difetta nel caso di specie, ad avviso del Collegio è proprio l’esistenza di quegli “univoci elementi probatori di accusa”, non potendo le risultanze derivanti dalle indagini bancarie, proprio in relazione alla inutilizzabilità della presunzione di cui al citato art. 32, rappresentare, ex se, idoneo elemento di prova a sorreggere la tesi dell’accusa, inidoneità non solo probatoria ma nemmeno indiziaria posto che nel reato di omessa dichiarazione è rimesso al giudice penale il compito di accertare l’ammontare dell’imposta evasa, da determinarsi sulla base della contrapposizione tra ricavi e costi d’esercizio detraibili, mediante una verifica che, privilegiando il dato fattuale reale rispetto ai criteri di natura meramente formale che caratterizzano l’ordinamento fiscale, può sovrapporsi ed anche entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dinanzi al giudice tributario (Sez. 3, n. 38684 del 04/06/2014 – dep. 23/09/2014, Agresti, Rv. 260389). Nella specie, dunque, l’assoluta mancanza di un’autonoma valutazione delle risultanze derivanti dalle indagini bancarie, associata alla erronea applicazione della regola di giudizio che ha visto attribuire valenza di adeguato riscontro a tale, di per sé inidoneo, elemento indiziario, alla mancata indicazione in sede di contraddittorio con l’Amministrazione ed al silenzio serbato in sede penale, non può che far ritenere fondate le doglianze sviluppate nel primo motivo. 7. Altrettanto corretta è la doglianza sviluppata nel secondo motivo. Ed invero, quanto alla prova del delitto di occultamento e distruzione di documenti contabili, la prova dello svolgimento dell’attività è stato desunto dalla circostanza che, nell’oggetto sociale, vi fosse indicata anche l’attività di 7 commercializzazione di pietre ornamentali. Non risulta, tuttavia, che siano emersi elementi documentali o probatori di altra natura da cui desumere l’effettivo esercizio di tale “diversa” attività rispetto a quella, principale, di azienda agricola, ciò che esclude la configurabilità del delitto di cui all’art. 10, d. Lgs. n. 74 del 2000. Non va, infatti, dimenticato che l’integrazione della fattispecie criminosa di occultamento o distruzione di documenti contabili (art. 10, D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74) presuppone l’istituzione della documentazione contabile e la produzione di un reddito e di un volume di affari ad opera del soggetto attivo (Sez. 3, n. 38224 del 07/10/2010 – dep. 28/10/2010, Pmt e P.G. in proc. Di Venti, Rv. 248571), ciò che non risulta provato nel caso in esame. 8. L’accoglimento dei predetti motivi rende superfluo l’esame della doglianza relativa alla disposta confisca per equivalente, atteso che, rispetto alla stessa, assume valenza indubbiamente prodromica la rivalutazione da parte del giudice di rinvio della sufficienza ed idoneità degli elementi acquisiti al fine di fondare il giudizio di responsabilità rispetto al delitto di omessa dichiarazione unico rispetto al quale – ratione temporis – risulta essere stata disposta la confisca ex art. 322 ter cod. pen. 9. La sentenza dev’essere pertanto annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Palermo perché colmi il deficit motivazionale e si uniformi ai principi di diritto enunciati da questa Corte nei predetti §§ 6 e 7. La Corte annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Corte di Appello di PALERMO. Così deciso in Roma, nella sede della S.C. di Cassazione, il 2 marzo 2016

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