Praticante Che Si Spaccia Avvocato – Cassazione Penale 17/02/2017 N° 7630

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 17/02/2017

Numero: 7630

Testo completo della Sentenza Praticante che si spaccia avvocato – Cassazione penale 17/02/2017 n° 7630:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
VATTERONI DANIELE nato il 04/02/1975 a VIAREGGIO
avverso la sentenza del 08/06/2015 della CORTE APPELLO di FIRENZE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 13/01/2017, la relazione svolta dal Consigliere
FRANCESCA MORELLI
Udito il Procuratore Generale in persona del GIUSEPPE CORASANITI

RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Firenze ha confermato la
sentenza del Tribunale di Lucca del 28.11.13 che aveva condannato Vatteroni
Daniele alla pena di giustizia ed al risarcimento dei danni in favore delle parti civili,
in quanto responsabile di falso materiale in scrittura privata ed esercizio abusivo
della professione di avvocato.
1.1. A Vatteroni, collaboratore dell’avv.Fiorella Pastore ma non abilitato all’esercizio
della professione legale,viene fatto carico di avere falsificato due quietanze di
pagamento, l’una per l’importo di 40.000 euro e l’altra per quello di 20.000 euro,
apparentemente emesse dalla Compagnia Assicuratrice RAS s.p.a.di Milano, fatte
poi sottoscrivere, rispettivamente, a Pellegrini Cosima e a Cellerino Veronica, nonché
di essersi presentato alle due donne ed agli altri congiunti di Cellerino Simone
Manuele, deceduto in un sinistro stradale, come legale incaricato della trattazione
della pratica con la Compagnia Assicuratrice.
2. Il ricorso, tempestivamente proposto dall’imputato personalmente, si articola su
due motivi.
Con il primo si deducono violazione di legge e vizi motivazionali con riguardo alla
condanna per il reato di cui all’art.348 c.p.
Si evidenzia come il ricorrente non abbia mai compiuto atti tipici della professione
forense ma si sia limitato a seguire la vicenda che opponeva la famiglia del deceduto
Cellerino alla Compagnia Assicuratrice, per conto dell’avv. Pastore, titolare dello
studio.
Diversamente da quanto sostenuto dai giudici di merito, l’avere fatto sottoscrivere ai
clienti quietanze ed attestazioni di pagamento e l’avere ricevuto acconti in denaro
non rappresenterebbe un’attività tipica della professione legale.
2.1. Con un secondo motivo si deduce la violazione dell’art.185 c.p.e la mancanza di
motivazione con riguardo alla sussistenza dei presupposti per la liquidazione del
danno in favore delle parti civili.
Premesso che il motivo per cui vennero fatte sottoscrivere a Pellegrini e Cellerino le
false quietanze fu semplicemente quello di celare la negligenza del ricorrente, il
quale aveva lasciato prescrivere il diritto al risarcimento del danno causato dal
sinistro senza che i parenti del defunto avessero ottenuto il risarcimento integrale,
si sostiene che il danno alle parti civili fu causato dalla negligenza del Vatteroni ma
non certo in conseguenza dei reati per i quali è stato condannato.
Le pretese risarcitorie avrebbero dovuto, quindi, essere fatte valere in una causa
civile per colpa e non attraverso la costituzione di parte civile nel processo per
abusivo esercizio della professione legale.
3. Il difensore di parte civile ha depositato, in data 2.1.17, una memoria in cui rileva
l’inammissibilità del ricorso, in quanto la sottoscrizione del ricorrente Vatteroni è
stata autenticata da difensore non abilitato al patrocinio innanzi alla Corte di
Cassazione.
Quanto al merito della vicenda, si evidenzia la correttezza e la rispondenza a principi
giurisprudenziali consolidati della sentenza impugnata.
Con riguardo alle doglianze espresse in relazione ai capi civili della sentenza, viene
sottolineato che l’imputato si è da tempo reso irreperibile, non ottemperando agli
obblighi risarcitori

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Diversamente da quanto sostenuto dalla parte civile, il ricorso è stato proposto in
forma regolare, essendo stato sottoscritto dall’imputato personalmente, con
autentica da parte del difensore, e depositato in cancelleria da altro legale
incaricato di tale incombente.
È, infatti, ammissibile il ricorso per cassazione sottoscritto personalmente dal
ricorrente e materialmente presentato dal suo difensore, non iscritto all’albo
speciale di cui all’art. 613 cod. proc. pen., nulla rilevando in contrario la circostanza
che la sottoscrizione dell’atto di impugnazione sia stata superfluamente autenticata
dal predetto difensore (Sez. 6, n. 7514 del 12/02/2009 Rv. 242924 ).
Principio, peraltro, affermato anche dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 20300 del
22/04/2010 Rv. 246905, secondo cui “Qualora l’atto di impugnazione di una parte
privata sia presentato in cancelleria da un incaricato non occorre l’autentica della
sua sottoscrizione, poichè l’art. 582 cod. proc. pen., che le attribuisce la facoltà di
avvalersi per la presentazione del relativo atto di un incaricato, non richiede siffatta
formalità. (Nella specie, la Corte ha ritenuto ammissibile il ricorso per cassazione
proposto a norma dell’art. 311 cod. proc. pen., sottoscritto personalmente
dall’indagato in stato di detenzione e presentato dal difensore di fiducia, non iscritto
all’albo dei patrocinanti dinanzi alle giurisdizioni superiori, in quanto il rapporto
difensivo fiduciario faceva ragionevolmente presumere l’incarico a presentarlo)”.
2. Ai sensi dell’art.1 d. Igs. 15 gennaio 2016 n. 7 è stato abrogato l’art. 485 c.p. con
conseguente trasformazione in mero illecito civile del fatto ascritto a Vatteroni al
capo 1) dell’imputazione.
2.1. Conformemente all’indirizzo espresso dalla recente sentenza delle Sezioni Unite
del 29 settembre 2016, Schirru, debbono essere revocati, per la parte relativa, i
capi della sentenza che concernono gli effetti civili.
3. Con riguardo alla condanna per il reato di cui all’art.348 c.p., il ricorso reitera i
medesimi argomenti proposti nell’appello e non si confronta con la puntuale
motivazione della Corte d’Appello, che ha richiamato una giurisprudenza consolidata
al fine di ritenere che l’attività che lo stesso imputato ha ammesso di avere svolto
nell’ambito della controversia civilistica sorta a seguito della morte di Cellerino
Simone Manuele ( tenere i contatti con la compagnia assicuratrice, far firmare
quietanze all’esito di trattative stragiudiziali) fosse, nel suo complesso, tipica della
professione forense.
Le Sezioni Unite, nella sentenza n. 11545 del 15/12/2011 (dep. 23/03/2012 ) Rv.
251819 hanno, infatti, affermato che “Integra il reato di esercizio abusivo di una
professione (art. 348 cod. pen.), il compimento senza titolo di atti che, pur non
attribuiti singolarmente in via esclusiva a una determinata professione, siano
univocamente individuati come di competenza specifica di essa, allorché lo stesso
compimento venga realizzato con modalità tali, per continuatività, onerosità e
organizzazione, da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive
apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato.
(Fattispecie relativa all’abusivo esercizio della professione di commercialista)”.
In senso conforme e con riguardo ad una fattispecie per alcuni aspetti analoga a
quella in esame, si veda altresì la sentenza Sez. 5, n. 646 del 06/11/2013 – dep.
10/01/2014, Rv. 25795501.
Sul punto, quindi, il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza.
4. Quanto, infine, alla censura contenuta nel secondo motivo di ricorso e relativa
all’omessa motivazione sul corrispondente motivo di gravame, avente ad oggetto le
statuizioni civili, va detto che l’appello era, sul punto, generico e manifestamente
infondato.
Va premesso che non era stata svolta alcuna eccezione in ordine alla costituzione di
parte civile e che il Tribunale aveva ritenuto che la complessiva condotta del
Vatteroni, quindi non soltanto la negligenza mostrata ma anche l’avere trattato una
pratica rispetto alla quale non aveva i necessari titoli e la necessaria preparazione,
avesse causato dei danni, quantomeno morali, alle parti civili.
In termini del tutto generici ed infondati, l’appellante aveva contestato che il danno
fosse stato causato alle parti civili dalla condotta costituente reato, lamentando, in
modo apodittico, l’eccessività delle somme liquidate a titolo di provvisionale.
Orbene, è inammissibile, per carenza d’interesse, il ricorso per cassazione avverso la
sentenza di secondo grado, che non abbia preso in considerazione un motivo di
appello, che risulti ab origine inammissibile per manifesta infondatezza, in quanto
l’eventuale accoglimento della doglianza non sortirebbe alcun esito favorevole in
sede di giudizio di rinvio (Sez. 2, n. 10173 del 16/12/2014, dep. 11/03/2015, Rv.
263157)
5. Poichè non è possibile procedere in questa sede alla rideterminazione della pena
in ordine al residuo reato di esercizio abusivo della professione, gli atti debbono
essere trasmessi a tale fine alla Corte d’Appello di Firenze.
6. Il ricorrente va condannato alla rifusione delle spese del presente grado di
giudizio in favore delle parti civili, spese che si ritiene equo liquidare, in
considerazione della natura della causa e degli argomenti trattati, in euro 2.000
oltre accessori di legge.

P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al fatto di cui all’art.485
c.p. perché non è previsto dalla legge come reato, revoca le relative statuizioni civili.
Dichiara il ricorso inammissibile nel resto.
Dispone trasmettersi gli atti alla Corte d’Appello di Firenze per la determinazione
della pena in ordine al residuo reato di cui all’art.348 c.p.
Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di difesa delle parti civili che liquida
in complessivi euro 2.000 oltre accessori di legge.
Così deciso il 13 gennaio 2017

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