Personalità Dello Stato – Cassazione Penale 28/09/2017 N° 44850

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 28/09/2017

Numero: 44850

Testo completo della Sentenza Personalità dello Stato – Cassazione penale 28/09/2017 n° 44850:

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Penale Sent. Sez. 1 Num. 44850 Anno 2017
Presidente: CORTESE ARTURO
Relatore: CAIRO ANTONIO
Data Udienza: 28/03/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI
TORINO
nei confronti di:
ALBERTO CLAUDIO N. IL 18/08/1990
BLAS1 NICCOLO’ N. IL 15/11/1989
ZANOTTI MATTIA N. IL 22/11/1984
ZENOBI CHIARA N. IL 03/09/1972
avverso la sentenza n. 8/2015 CORTE ASSISE APPELLO di TORINO,
del 21/12/2015
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 28/03/2017 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ANTONIO CAIRO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per

Uditi:
– il Pubblico Ministero, in persona del dott. Antonio Balsamo, Sostituto
Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte, il quale ha concluso per
l’annullamento con rinvio della decisione impugnata per vizio della motivazione.
– i difensori delle costituite parti civili: per la Presidenza del Consiglio dei
Ministri, Avvocatura dello Stato, e il difensore per L.T.F. s.a.s. che hanno presentato
conclusioni scritte;
– Gli Avvocati Novaro e Zanotti che nano concluso chiedendo, il primo, il rigetto
dei motivi come da memoria scritta presentata e il secondo la dichiarazione di
inammissibilità.

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte d’assise d’appello di Torino con sentenza in data 21 dicembre 2015
confermava la decisione emessa dalla Corte d’assise di Torino il 17 dicembre 2014 che
aveva assolto Alberto Claudio, Blasi Niccolò, Zanotti Mattia e Zenobi Chiara dai reati di
cui ai capi A) (artt. 280 e 280 bis cod. pen.) e B) (art 21 e 29 I. 18 aprile 1975, n. 110)
della rubrica e li aveva condannati per le sole fattispecie di cui ai capi C) e D), in
relazione al reato di cui all’art. 425 comma 4 cod. pen. oltre che al delitto di cui agli
artt. 337 e 339 cod. pen. così qualificata l’imputazione originaria, di cui agli artt. 336 e
339 cod. pen. in contestazione al capo E). Unificati i fatti ex art. 81 cpv. cod. pen. e
concesse a tutti le circostanze attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle contestate
aggravanti ed alla recidiva per lo Zanotti, aveva inflitto la pena di anni tre mesi sei di
reclusione ed euro 5000 di multa ciascuno, oltre statuizioni accessorie.
La vicenda processuale aveva tratto scaturigine dall’attacco sferrato il 14 maggio
2013 verso le ore 3,00 da circa una ventina di persone al cantiere di Chiomonte in
provincia di Torino ove era in corso di realizzazione un tunnel geognostico in funzione
del collegamento TAV della linea Torino-Lione. Dall’iniziativa era derivato l’incendio di
un compressore, utilizzato per alimentare i martelli pneumatici, posto nei pressi
dell’imbocco del tunnel.
La Corte d’assise d’appello di Torino esposta la sequenza processuale affrontava
la tematica relativa all’inquadramento delle fattispecie di cui agli artt. 280 e 280 bis
cod. pen.
Premetteva la ricostruzione del fatto e chiariva che l’azione si era svolta per la
durata di circa quattro minuti, snodandosi su due fronti, l’uno adiacente l’ingresso al
tunnel in realizzazione e l’altro più esterno per creare una sorta di diversivo per le
forze di polizia.
Riteneva, poi, non sussistente l’ipotesi di cui all’art. 280 cod. pen., poiché
obiettivo primario dell’azione era stata la distruzione dei mezzi d’opera e non già
l’offesa agli operai addetti alle lavorazioni.
Escludeva ancora la sussistenza della finalità di terrorismo e la Corte d’assise
d’appello addiveniva ad assoluzione dalle relative contestazioni di cui ai capi A) e B).
2. Ricorre per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’appello di
Torino e, dopo aver ricostruito la vicenda processuale in questione, richiamando anche
gli esiti cautelari, deduce i seguenti motivi di ricorso.
2.1. Con il primo motivo si duole della violazione di legge e del vizio di
motivazione avvedo la Corte d’assise d’appello escluso la sussistenza di una condotta di
attentato corrispondente al delitto di cui all’art. 280 cod. pen.
Osserva il ricorrente che la sentenza impugnata era giunta a ritenere che per
aversi attentato fosse necessario che, sul piano dell’elemento oggettivo, ricorressero
atti idonei diretti in modo non equivoco a cagionare la morte o lesione delle persone
individuate come bersaglio e, su quello soggettivo, occorreva che ricorresse il dolo di
omicidio o di lesioni. Contrariamente, ritiene il ricorrente, che ricorra la fattispecie in
esame anche allorquando, sul piano oggettivo, l’azione non si rivolga alla morte o alla
lesione di persone ma sia diretta al pericolo concreto per la vita o l’incolumità delle
persone stesse. La sentenza sul punto specifico era entrata in contraddizione nella
parte in cui aveva individuato l’oggetto della volontà di attentato, passando dal dolo di
omicidio o di lesioni ad un dolo di grado inferiore che aveva indicato come diretto al
pericolo concreto per la vita e l’incolumità delle persone.
Attentare significava, infatti, “mettere in pericolo”, dato enucleabile dall’art. 432
cod. pen. che incentrava il nucleo essenziale della fattispecie proprio sulla messa in
pericolo, sicché v’era condotta d’attentato ogni volta che con la condotta stessa si fosse
posta in pericolo l’incolumità o la vita delle persone.
Sul piano soggettivo non era, di converso, necessario che il singolo agisse con
dolo d’omicidio o di lesioni; bastava un’azione sorretta dal dolo di porre in pericolo
l’incolumità o la vita delle persone.
La fattispecie non era, infatti, costruita come nell’art. 422 cod. pen. intorno alla
finalità di uccidere o di ledere.
Nella vicenda di specie si sarebbe, pertanto, dovuto appurare se i soggetti
avessero creato un pericolo concreto per l’incolumità delle persone o se avessero solo
accettato il rischio del verificarsi degli eventi oggetto di pericolo.
La sentenza impugnata aveva erroneamente affermato che non vi fosse stato
alcun pericolo per le persone sul cantiere (fl. 32 e 42). Quel dato risultava, tuttavia,
smentito dalle emergenze istruttorie ed in particolare dai filmati che documentavano
quanto era accaduto quella sera.
Aveva colto nel segno il Tribunale del riesame di Torino che, nell’ordinanza del
22 dicembre 2014, in separato procedimento, aveva spiegato perché si fosse realizzata
una situazione di pericolo concreto con rischio di lesione dell’incolumità personale.
In questa logica il provvedimento era stato trascritto per estratto nel ricorso ed
erano stati evocati i riferimenti relativi alla posizione degli operai presenti nel cunicolo,
all’incendio del compressore, alle molotov, ai razzi ed ai fuochi pirotecnici.
Annota il ricorrente che il pericolo concreto era esattamente rispondente ai fatti,
poiché, in presenza di più persone all’interno del cantiere erano state lanciate più di
dieci bottiglie molotov, sia pur indirizzandole verso i mezzi di lavoro e delle forze di
polizia.
La decisione impugnata era incorsa in una manifesta illogicità. Dopo aver
indicato che non vi era stato alcun pericolo per l’incolumità delle persone (fl. 42),
aveva poi indicato che i testi escussi avevano confermato che la condotta del lancio di
ordigni esplosivi era stata caratterizzata da connotazioni di elevata pericolosità (fl. 35).
A sostegno del ricorso e della tesi dell’esistenza del pericolo concreto per
l’incolumità delle persone il ricorso riporta per estratto le deposizioni di alcuni testimoni.
Tra questi, l’Occhiolupo Giampiero e il Lo Cicero Francesco. Ancora, ritiene il
ricorrente errato il ragionamento del consulente tecnico di parte. Costui si sarebbe
limitato a indicare il luogo di caduta delle bottiglie incendiarie, senza considerare gli
spostamenti che esse avevano potuto subire prima di essere repertate.
La sentenza impugnata, si afferma, poi, aveva richiamato le deposizioni dei testi
Specchia, Pagliaro e Ibello, senza considerare che non vi fossero segni di smentita. Il
Pagliaro aveva parlato della bomba molotov, lanciatagli contro e l’Ibello, che gli era
vicino, aveva parlato solo di sé. Erano, comunque, deposizioni concordi sul nucleo
centrale del pericolo per le persone.
Con il ricorso, si assume, non si invocava una ricostruzione alternativa degli
eventi, ma si annotava una vicenda smentita dai dati istruttori.
Diverse erano state le dichiarazioni non prese in considerazione dalla Corte e tra
queste quelle del Rumma – che aveva descritto la situazione al cancello n. 4 – del
Frattini, che aveva riferito del lancio di una bottiglia incendiaria contro il pilone
autostradale, del Di Palma – che aveva riferito di una bomba carta – del Landriscina,
che riferiva dei lanci continui. Ancora, avevano deposto il Curcio – riferendo
dell’incendio del compressore e del fumo prodotto che aveva invaso il tunnel – il Cafà e
il Plano – che avevano confermato che entrava aria mista a fumo nel tunnel, oltre
all’El Achham, operaio che era intervenuto per spegnere il fuoco.
Il ricorso si soffermava, poi, sull’elemento psicologico del reato.
La sentenza, si afferma, aveva ritenuto la mancanza di dolo intenzionale o
diretto da parte degli agenti sulla volontà di attentare all’incolumità delle persone che
erano nel cantiere. V’era solo prova del dolo eventuale, giacché gran parte degli
oggetti era stata lanciata contro i mezzi e le attrezzature. Si era erroneamente
ritenuto che, quanto lanciato contro le forze dell’ordine (pietre, artifizi pirotecnici,
bombe carta), avesse il solo scopo di distoglierle dalla protezione dei bersagli
dell’azione che erano, appunto, i mezzi e le attrezzature.
La conversazione intercettata in un procedimento parallelo attestava che lo
scopo dell’azione fosse quello di sabotare il cantiere e non di attentare alla vita e
all’incolumità delle persone.
A parte la decisività degli argomenti, essi erano a giudizio del ricorrente,
manifestamente illogici.
Contrariamente a quanto affermato nella decisione impugnata, lo scopo primario
degli imputati era stato proprio quello di mettere in pericolo l’incolumità delle persone
che operavano nel cantiere, scopo che avevano realizzato come risultava dal filmato in
atti. Ancora, non era necessario per la realizzazione della fattispecie il dolo di omicidio o
delle lesioni, ma il dolo di mettere in pericolo la loro incolumità.
Se l’azione fosse stata diretta a danneggiare solo le strutture o sabotare il
cantiere sarebbe stata posta in essere allorquando non erano presenti né il personale,
né gli operai in cantiere.
L’azione, nella specie, era finalizzata a incutere timore e, ammessa per ipotesi la
scelta e l’obiettivo di sabotare il cantiere, ciò avveniva attraverso la creazione
strumentale di una situazione di pericolo per l’incolumità delle persone.
Il ricorrente, dunque, richiamava ed esaminava le affermazioni durante il
colloquio telefonico tra l’Alberti Lucio e Savini Andrea. Affermava che se non ci fossero
state quelle indicazioni probabilmente non ci sarebbe stato alcun dubbio sullo scopo
dell’azione e sulla volontà di attentare all’incolumità delle persone nel cantiere.
Tuttavia, quella conversazione attestava che con dolo si era voluto l’attacco alle
strutture del cantiere e la messa in pericolo per l’incolumità delle persone.
Oggetto del dolo non sarebbe stata allora la morte o le lesioni, ma proprio la
messa in pericolo dell’incolumità delle persone.
Le affermazioni dell’Alberti, secondo cui non si intendeva fare male ad alcuno,
non valevano ad escludere il profilo antigiuridico della condotta di attentato e al più
avrebbero escluso il dolo intenzionale ma non quello diretto.
2.2. Con il secondo motivo si lamenta il vizio di violazione di legge e di
motivazione in relazione all’esclusione della finalità di terrorismo sia in ordine al delitto
di cui all’art. 280 che in relazione alla fattispecie di cui all’art. 280 bis cod. pen.
La Corte territoriale aveva escluso la finalità di terrorismo che avrebbe dovuto
connotare i fatti e che sarebbe stata elemento caratterizzante la condotta di attentato
ai beni materiali. Quella finalità è descritta nell’art 270 sexies cod. pen. e si incentra
sulla possibilità che essa condotta rechi grave danno al Paese o a una organizzazione
internazionale con distruzione o destabilizzazione delle strutture pubbliche
fondamentali.
Definito in generale il perimetro entro cui l’atto può essere considerato come
mosso da finalità di terrorismo il ricorrente ne esamina, nel caso di specie, i diversi
profili. Ritiene che esso postuli atti idonei a produrre un danno potenziale per il Paese.
In ogni caso si tratta di una valutazione che non avrebbe potuto riguardare le
conseguenze derivanti dalla mancata realizzazione dell’opera, poiché quel tipo di
valutazione, che contrariamente aveva richiesto la sentenza impugnata, non sarebbe
potuta spettare ai magistrati, ma era una verifica di natura politica. Non sarebbe stato
allora corretto confondere danno o pericolo di danno e scopi della condotta, facendo
rientrare i secondi nella prima categoria.
Gli scopi alternativi della condotta, osserva il ricorrente, non sarebbero potuti
diventare elementi costitutivi del danno.
3. Nell’interesse di Claudio Alberto, Niccolò Blasi e Chiara Zenobi è stata
depositata memoria difensiva con cui si confutano le argomentazioni del P.G. a
sostegno del ricorso e si insiste nella richiesta di conferma della decisione che ha
assolto gli imputati dalle condotte ascritte ai capi A) e B). In particolare si intrattengono
i resistenti sulla finalità di terrorismo, riservando la difesa le controdeduzioni sul tema
residuo di doglianza alla discussione orale.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo di ricorso è infondato e va respinto.
Si denuncia la violazione di legge e il vizio di motivazione sub specie di
manifesta illogicità, oltre che di contraddittorietà della motivazione (anche sotto il
profilo del travisamento della prova) in cui sarebbe incorsa la decisione impugnata
nell’escludere la ricorrenza – nella condotta degli indagati – del reato di cui all’art. 280
cod. pen., sia sul piano dell’elemento oggettivo che su quello soggettivo del reato.
1.1. Una parte delle argomentazioni a sostegno del ricorso risultano, tuttavia, in
fatto, e sono finalizzate – sia pur precedute dalla premessa in diritto sulla struttura
della fattispecie d’attentato – a prospettare e sollecitare una diversa valutazione delle
risultanze di prova acquisite, basata su una lettura nuova e diversa rispetto a quella
operata dalla Corte d’assise d’appello degli elementi di prova enucleati.
In questa logica risultano espressamente richiamate le dichiarazioni provenienti
da una pluralità di testimoni (operai presenti in cantiere e appartenenti alle forze
armate e di polizia) oltre che le immagini stesse registrate ed estrapolate dalle riprese
filmate dell’evento. Ciò in funzione, appunto, di dimostrare, nella prospettiva del
ricorrente, la sussistenza, nell’azione degli imputati, del dolo diretto, contrariamente
escluso dal giudice a quo.
Contrariamente a quanto dedotto, sul punto, la decisione della Corte d’assise
d’appello ha motivato in modo ampio ed esaustivo e ha indicato le ragioni per cui, pur
evocando l’oggettiva gravità dei fatti e delle condotte materiali ascritte agli indagati
(che risultano, d’altro canto, ricostruite attraverso la lettura congiunta della decisione di
primo e secondo grado) ha ritenuto che l’elemento psicologico non travalicasse i confini
della previsione e accettazione del rischio dell’evento lesivo, nella tipica struttura del
dolo eventuale (incompatibile con la fattispecie incriminata dall’art. 280 cod. pen.).
La Corte territoriale ha, in estrema sintesi, escluso che il fine dell’azione, oggetto
della rappresentazione volitiva diretta dell’agente, fosse quello di attentare
all’incolumità e all’integrità fisica delle persone presenti nel cantiere.
Conclusione siffatta, argomentata seguendo un percorso privo di manifesta
irragionevolezza o di contraddittorietà, si è fondata su una verifica del dinamismo
oggettivo dell’azione delittuosa, spiegando quale fosse l’obiettivo dell’assalto e
soffermandosi sulle specifiche modalità con cui era stato condotto. Sono stati
considerati gli strumenti di aggressione utilizzati, la direzione e la distanza da cui
furono lanciati gli ordigni incendiari (bottiglie molotov) e i luoghi di rinvenimento dei
residui relativi. Incrociando quei dati informativi con il contenuto dell’intercettazione
ambientale della conversazione intercorsa dopo il fatto – il 14.01.2014, tra Alberti Lucio
e Savini Andrea, la cui trascrizione é stata per estratto riportata nel testo della
decisione – si è giunti alla conclusione segnalata.
Si è chiarito, nel provvedimento impugnato, come l’obiettivo primario
dell’attacco fosse la distruzione dei mezzi d’opera destinati alla realizzazione del tunnel
geognostico. Contro il compressore di alimentazione dei martelli pneumatici, situato
all’ingresso del cunicolo, furono lanciate le molotov. Questo dato, attinto anche dal
contenuto della conversazione, ex se attestava che l’azione non fosse diretta
all’offesa degli operai addetti alle relative lavorazioni, che non furono mai i diretti
destinatari dei gesti di lancio. D’altro canto, i soggetti preposti al presidio del cantiere
furono solo bersaglio del lancio di sassi, petardi e fuochi d’artificio, per assicurare la
copertura necessaria a permettere l’accesso al cantiere e il raggiungimento della pista
sovrastante il cunicolo stesso, da cui colpire i mezzi di lavoro sottostanti.
Le stesse bottiglie molotov, dunque, furono oggetto d’impiego in sostanza solo
verso i mezzi d’opera che si trovavano nei pressi del tunnel, mezzi che costituivano il
vero obiettivo dell’azione criminosa, tanto che solo due delle bottiglie incendiarie furono
scagliate nella diversa direzione rappresentata dal varco 4, presidiato dalle forze
dell’ordine e finirono per infrangersi fuori la rete di recinzione dell’area del cantiere,
senza indurre rischi rilevanti.
In questa logica la Corte d’assise d’appello ha ritenuto di valorizzare proprio la
conversazione (del 14.1.2014) tra l’Alberti e l’amico durante la quale il primo,
separatamente giudicato, nel raccontare la sua personale partecipazione all’assalto e
nel descriverne modalità e finalità, aveva spiegato, tra l’altro, che l’obiettivo fosse
quello di incidere sui mezzi e ” … di non far male a nessuno …” e che “… però nessuno
se la sentiva di far male alla gente …”.
Ora a prescindere dalla circostanza che l’interpretazione del contenuto delle
intercettazioni si sottrae al sindacato di legittimità costituendo, se logica, questione di
fatto, rimessa alla valutazione del giudice di merito (cfr. Sez. U, n. 22741 del
26/02/2015, Sebbar, Rv. 263715) la Corte territoriale ha ritenuto rilevante anche
quel dato conoscitivo per orientare il suo scrutinio sul significato dell’azione nel suo
finalismo obiettivo e nella portata subiettiva che lo aveva assistito.
Non si rivelano nella ricostruzione punti di illogicità a sostegno, in definitiva,
della conclusione secondo cui l’obiettivo della complessiva azione illecita fosse quello
del danneggiamento dei mezzi materiali presenti nel cantiere, con esclusione esplicita di
qualsiasi volontà diretta di ledere le persone o di attentare alla loro incolumità.
Nel caso di specie, la Corte d’assise d’appello di Torino ha escluso la sussistenza
del dolo di attentato all’incolumità delle persone, richiesto dall’art. 280 cod. pen.,
all’esito di un percorso motivazionale coerente, che si è confrontato con il quadro
istruttorio e ha esposto le ragioni significative, di fatto e di diritto, della conclusione cui
è pervenuta.
Si tratta di una conclusione conforme, del resto, contrariamente a quanto si
lamenta in ricorso, anche ai principi di diritto affermati da questa Corte (Sez. 6, n.
28009 del 15/05/2014, in particolare e Sez. 1, n. 47479
del 16/07/2015 Cc. (dep. 01/12/2015 ), P.M. in proc Alberti e altri, Rv. 265404).
Da quanto premesso deriva che il ricorso propone una rivalutazione degli
elementi di prova prospettando una diversa interpretazione del significato della
condotta degli assalitori basata sulle emergenze di dichiarazioni testimoniali che a
giudizio del ricorrente risultano scorrettamente svalutate. In questa prospettiva si
richiama l’incrocio tra le dichiarazioni dei testi Occhilupo e Lo Cicero, in funzione di
ritenere errato il ragionamento del consulente di parte, che aveva ritenuto di
individuare il luogo in cui erano cadute le bottiglie inferendone la coincidenza con
quello in cui erano stati repertati i residui relativi e considerando, altresì, che il
dinamismo dell’azione vedeva i singoli soggetti coinvolti non come obiettivi fermi ma
in continuo movimento.
Ancora una volta con il motivo di ricorso si richiama la valutazione della Corte
di legittimità sul puro fatto e sulla ricostruzione di una fase d’azione che spetta al
giudice di merito ricostruire e valutare e che risulta adeguatamente motivata nella
decisione impugnata.
Da finalità identica risultano mosse le ulteriori argomentazioni contenute nel
motivo di ricorso sia con riferimento al richiamo per estratto delle dichiarazioni del
teste Esposito Specchia, che di quelle dei testi Ibello e Pagliaro. Si tende a indurre
nuove valutazioni del risultato dichiarativo, per escludere che vi fossero profili di
contrasto tra le due deposizioni, suggerendo una chiave di lettura diversa, affermando
che i due dichiaranti da ultimo indicati avevano riferito su fatti diversi, avendo parlato
l’Ibello solo di se stesso. Ebbene, a prescindere dall’autosufficienza del ricorso sul
punto (non allegando il ricorrente all’impugnazione i verbali integrali delle deposizioni)
la Corte territoriale ha richiamato la questione e ha indicato come il punto abbia
costituito oggetto di approfondimento e di valutazione, con ciò implicitamente
escludendo che fosse possibile la lettura proposta, poiché i due dichiaranti erano stati
insieme e l’Ibello aveva ribadito che non vi fu il lancio contro di sé delle bottiglie
incendiarie. Da ciò si è inferito che facesse difetto quel quid pluris necessario per
ritenere che la condotta fosse rivolta a ledere l’incolumità dei soggetti (cfr. fl. 35 e
ss.).
1.2. Ciò posto nella ricostruzione del fatto e nell’esame delle argomentazioni
poste a fondamento dei motivi di ricorso, si ritiene di censurare, altresì, la decisione
impugnata, affermando che nella specie la Corte territoriale non avrebbe fatto
corretta applicazione della regola secondo cui nel delitto di specie e in quelli di
attentato, in generale, l’oggetto del dolo coincide con la rappresentazione e la volizione
della messa in pericolo del bene protetto (nella specie l’incolumità o la vita). Pur non
essendo sufficiente il mero dolo eventuale, basterebbe nell’ottica del ricorrente la
consapevole e volontaria creazione della condizione di pericolo concreto per
l’incolumità e la vita del soggetto passivo.
La norma penale mira a prevenire e tutelare, in via anticipata, i due beni indicati
(incolumità e vita del singolo), mediante l’incriminazione degli atti direttamente e
univocamente protesi a produrre pericolo. Si tratta dei possibili risultati naturalistici
della condotta che, se caratterizzata da idoneità e direzione non equivoca alla
commissione di essi, rileverebbe in funzione della fattispecie a prescindere dal
verificarsi degli eventi stessi.
Ciò, tuttavia, non significa che l’anticipazione di tutela – che ricalca la struttura
del delitto tentato (fatto di pericolo per definizione) – si spinga a legittimare
un’applicazione della disposizione che prescinde dalla regola di offensività che
caratterizza l’intero sistema penale.
In altri termini, non risulterebbe condivisibile l’affermazione secondo cui l’azione
d’attentato si sostanzierebbe in un quid che finisce per collocarsi in una fase
intermedia tra la condotta preparatoria (che il codice Zanardelli riteneva ex se non
punibile) e quella che, al contrario, enucleerebbe gli atti idonei rilevanti ex art. 56 cod.
pen., in una visione che, in sostanza, anticipa la soglia della rilevanza tipica della
condotta d’attentato rispetto a quella del tentativo. Si tratterebbe di un’impostazione
che contrasta, invero, con le stesse disposizioni normative e con quanto esige l’art. 49
cod. pen. che, nel definire il limite negativo della punibilità, sancisce, appunto, che
l’esercizio dello ius puniendi si legittimi al solo cospetto del tentativo idoneo.
L’inidoneità dell’azione e l’inesistenza dell’oggetto di essa rappresentano, pertanto,
sbarramento concettuale all’intervento sanzionatorio.
La ratio di logica siffatta sta proprio nella necessità di ancorare, da un lato,
l’intervento penale, alla regola di materialità, escludendo la possibilità d’una sanzione
criminale – in ossequio alla regola espressa dal principio cogitationis poenam nemo
patitur – e, dall’altro, di collegare l’intervento penale stesso proprio alla richiamata
regola di necessaria offensività del fatto.
Ciò comporta che non sia ipotizzabile la collocazione concettuale del delitto di
attentato in un segmento che segua la condotta meramente preparatoria e che anticipi
quella di tentativo idoneo, rilevante ex art. 56 cod. pen.
D’altro canto, non sono le divergenze lessicali a risultare rilevanti per escludere
l’applicazione dello statuto del delitto tentato e per astrarre dall’interpretazione della
fattispecie di cui all’art. 280 cod. pen. gli elementi dell’idoneità degli atti e della
direzione non equivoca, prediligendo a scapito di una dimensione oggettivistica
un’impostazione di tipo essenzialmente subbiettivo.
Attentare all’incolumità della persona o alla vita significa, invero, porre in essere
un’azione idonea e diretta in modo non equivoco ad attingere i beni indicati. Il dolo
della fattispecie non si differenzia affatto dall’ipotesi in cui il soggetto è riuscito
nell’intento ed ha prodotto la lesione dell’incolumità o la morte del soggetto passivo.
Ciò è quanto si ricava direttamente dall’esame dei commi 2 e 4 dell’art 280
cod. pen.
La norma ricalca, infatti, nella sua struttura, il tentativo, categoria in cui non si
è mai dubitato che l’elemento soggettivo del delitto fosse di natura e consistenza
identica a quella della omologa fattispecie di parte speciale, nella forma consumata e
dalla cui combinazione con l’art. 56 cod. pen. gemma il delitto nella forma tentata.
Ciò premesso si intende come non possa convincere l’argomentazione spesa in
ricorso, secondo cui oggetto del dolo del delitto di attentato sarebbe, appunto, non la
rappresentazione e la volizione della lesione alla incolumità o alla vita, ma la sola
messa in pericolo (sia pur concreto) dei beni anzidetti.
Agire al fine e con la consapevolezza, non di recare lesione all’incolumità o di
produrre la morte, ma di mettere solo in pericolo concreto quei beni, significa, secondo
le categorie dogmatiche penalistiche, accettare il rischio della verificazione, sul piano
naturalistico, degli eventi indicati. L’azione finirebbe per qualificarsi, pertanto, come
sorretta dal dolo cd. eventuale o indiretto. Forma di dolo siffatto non risulta,
contrariamente e pacificamente, compatibile con le fattispecie d’attentato. D’altro
canto che l’oggetto del dolo non si limiti al mero “pericolo di lesione”, sia pur concreta,
come sostenuto dal ricorrente, è supportato dal dato testuale della norma di cui
all’art. 280 cod. pen. Essa al comma 4 prevede che, nel caso di morte della persona,
si applichi l’ergastolo, là dove l’agente abbia attento alla vita; si applicherà la reclusione
di anni trenta là dove l’agente abbia, contrariamente, attentato all’incolumità e
provocato la morte. In questo caso il soggetto, è di tutta evidenza, agisce solo con il
dolo tipico di ledere l’incolumità e produce l’evento ulteriore della morte. E’ chiaro
dalla formulazione normativa che l’azione è sorretta da dolo diretto di lesioni e non da
mera rappresentazione e volizione del puro pericolo concreto di esse.
Questa Corte ha, del resto, avuto modo di spiegare che (Sez. 6, n. 28009 del
2014, Rv. 260078) “nei delitti di attentato, la volontà dell’agente deve dirigersi
direttamente verso gli eventi naturalistici presi in considerazione dalla norma
incriminatrice, non potendosi ritenere sufficiente la sussistenza del dolo eventuale”, così
che “se fosse affermata una ricostruzione in fatto tale da ridurre l’atteggiamento degli
assalitori ad una mera accettazione del rischio di colpire delle persone, dovrebbe
dedursene la impossibilità di qualificare l’azione come delitto di attentato, per la già
chiarita incompatibilità tra la struttura tipica delle fattispecie in questione ed il dolo
eventuale”. Egualmente si è ribadito che per integrare il delitto di attentato per finalità
terroristiche o eversive di cui all’art. 280 cod. pen., non è sufficiente la sola
rappresentazione ed accettazione del rischio dell’evento lesivo, ma è necessario che la
condotta dell’agente sia intenzionalmente diretta a ledere la vita o l’incolumità di una
persona, quali beni protetti dalla norma (Sez. 1, sentenza n.
47479 del 16/07/2015 Cc. (dep. 01/12/2015) P. M. contro Alberti e altri, Rv. 265404).
A ben vedere, pertanto, nella critica adombrata si annida più d’un aspetto di
confusione.
Il primo riguarda la sovrapposizione dei piani che caratterizzano l’ “idoneità dell’azione”
(art. 49 cod. pen.) e degli “atti” nella fattispecie del tentativo di cui all’art. 56 c.p. e il
tema parallelo, ma distinto, dell’oggetto del dolo.
E’ sul piano dell’idoneità obiettiva della condotta che si deve valutare la valenza della
“pericolosità”, applicando il procedimento che si adotta per gli atti descritti dall’art. 56
cod. pen. e riferendosi esclusivamente al contenuto offensivo-pericoloso dell’azione.
Ciò che rileva è il finalismo obiettivo dei singoli segmenti d’azione, letto alla luce dei
requisititi di direzione obiettiva verso un fine e di contestualità relativa.
Nel delitto “tentato”, così come nella fattispecie d’attentato in esame, è l’idoneità o
l’inidoneità obiettiva della condotta ad implicare o meno l’offesa. Là dove l’azione non
rivesta i crismi di pericolosità imposti si elide in nuce la stessa probabilità di
verificazione del risultato-evento (lesione all’incolumità o morte).
Non è questa la sede per approfondire il rapporto dogmatico tra le categorie descritte
dagli artt. 56 e 49 cod. pen. e basta qui, ai fini che rilevano per la decisione odierna,
annotare che l’idoneità assume valenza di un connotato implicito nella fattispecie
d’attentato in esame, con caratteri obiettivi in funzione del pericolo che da esso trae
scaturigine, segnando così la dimensione lesiva o la potenzialità offensiva che connota
la condotta penalmente rilevante, facendola rilevare come azione conforme al
paradigma di cui all’art. 280 cod. pen.
Diversamente il delitto di attentato sarebbe scandito da una struttura di pura valenza
soggettiva e sintomatica, che lo assimilerebbe al fatto di pericolo astratto e che
incentrerebbe il suo nucleo di disvalore nella pura e intenzionale direzione verso
l’offesa. Contrariamente il fatto d’ “attentato” deve concretizzarsi in una condotta o in
un comportamento “idoneo”, in ossequio al principio di offensività.
Non risulta convincente, pertanto, il percorso che, nella individuazione dell’oggetto del
dolo, giunge a ritenere che il fulcro dell’elemento soggettivo consista nella
rappresentazione e volizione di mettere in pericolo (sia pur concreto) l’incolumità
personale o la vita.
Si realizza con argomento siffatto una sovrapposizione tra il richiamato piano obiettivo
della fattispecie – che inerisce l’azione materiale e che deve presentare le
caratteristiche di idoneità e di pericolosità – e quello subiettivo, che colora il dolo.
L’elemento psicologico nel delitto di attentato in esame si caratterizza per la
rappresentazione e volizione degli eventi cui l’azione è diretta (lesione dell’incolumità o
morte). Esso non diverge, cioè, e come si è avuto modo di anticipare, dal dolo del
delitto tentato (che risulta identico a quello della fattispecie consumata).
Nella specie il delitto di attentato va collocato tra le fattispecie a condotta di pericolo,
con dolo di danno.
Basta osservare che nell’art. 280 cod. pen. la fattispecie d’attentato ha diversa
struttura obiettiva nella descrizione di cui al primo e al secondo comma, pur
mantenendo identità sul piano dell’elemento psicologico.
Mentre il legislatore assume nel comma primo della disposizione anzidetta le situazioni
pericolose ad oggetto della qualificazione della condotta e pone nel modello legale il
“pericolo” come “evento naturalistico”, legato alla condotta d’attentato (da esso
pericolo qualificata nel suo finalismo obiettivo) nel secondo comma la norma punisce la
realizzazione della lesione. Abbandona, cioè, il legislatore la tecnica d’incriminazione
della cd. consumazione anticipata e incrimina la realizzazione dell’evento naturalistico
(lesioni o morte) come conseguenza della condotta d’attentato per finalità di
terrorismo. Nei due modelli tipici, è evidente come il dolo non assuma affatto
connotazioni diversificate e come il suo oggetto resti identico: protendere con la
condotta alla lesione o alla morte per le anzidette finalità d’eversione o di terrorismo.
Da ciò discende che anche la critica articolata in ricorso sull’oggetto del dolo non
risulta fondata e debba essere disattesa.
2. Con il secondo motivo di ricorso si affronta la questione della finalità di
terrorismo, esclusa dalla Corte territoriale in relazione alla fattispecie di cui all’art.
280 e 280 bis cod. pen.
Detta finalità, indicata dall’art. 270-sexies cod. pen., e la relativa esclusione,
risultano contestate dalla pubblica accusa sotto il profilo della direzione finalistica delle
condotte, poste in essere in occasione dell’assalto al cantiere. Si sarebbe trattato di
condotta finalizzata a costringere i pubblici poteri nazionali ed europei a rinunciare
all’opera, di interesse strategico, costituita dalla realizzazione della linea ferroviaria
dell’alta velocità sul tragitto Torino-Lione e di azione idonea ad arrecare grave danno
all’Italia e alla UE.
2.1. Ribadendo quanto già anticipato, alcun dubbio si può avanzare sul dolo e
sulla volontà di danneggiare le attrezzature esistenti all’intero del cantiere. Ciò fonda
il dolo della fattispecie di cui all’art. 280-bis cod. pen. anche in contestazione e, al
pari, ricorre l’impiego di mezzi commissivi pericolosi (tra cui le bottiglie incendiarie c.d.
molotov) bottiglie da considerare comprese tra i congegni micidiali ed equiparate, agli
effetti della legge penale, alle armi da guerra (ex multis, Sez. 2 n. 1622 del
12/12/2012, Rv. 254451).
Quanto alla finalità di terrorismo, che deve ulteriormente connotare la condotta
di attentato – sia nella fattispecie di cui all’art. 280 cod. pen. che in quella di cui all’art.
280-bis cod. pen. – questa Corte ha chiarito (Sez. 6, n. 28009 del 2014, Rv. 260078),
che non è sufficiente per la sua integrazione la sola direzione dell’atteggiamento
psicologico dell’agente, ma è necessario che la condotta posta in essere sia
concretamente idonea a realizzare uno degli scopi indicati nell’art. 270-sexies cod. pen.
(intimidire la popolazione, destabilizzare o distruggere le strutture politiche
fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione
internazionale, ovvero, come contestato nel caso di specie, costringere i poteri pubblici
a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto), determinando un evento di
pericolo di portata tale da incidere sugli interessi dell’intero Paese colpito dagli atti
terroristici.
Ha precisato che il riferimento al “contesto”, contenuto nella norma definitoria
della finalità di terrorismo, sulla base del quale deve essere valutato il significato della
condotta, impone di dare rilievo al pericolo di grave danno anche quando questo non
dipenda solo dall’azione individuale considerata, ma sia il frutto dell’innesto di essa in
una più ampia serie causale non necessariamente controllata dall’agente, sempre che
questi si rappresenti e voglia tale interazione (Sez. 6 n. 28009 del 15/05/2014, Rv.
260076).
L’esame dell’art. 270-sexies cod. pen. (sentenza n. 28009 del 2014) pone in
rilievo come la disposizione normativa presenti una struttura complessa, nella quale,
accanto alla descrizione delle finalità, sono compresi anche elementi di carattere
obiettivo, misuratori della specifica offensività dei fatti contemplati. La norma esige, sul
piano soggettivo, la rappresentazione e la volizione da parte dell’agente del fine di
produrre un “grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale” (o
almeno la creazione di condizioni che conducano seriamente in quella direzione) e il
perseguimento di uno dei fini tra quelli alternativamente indicati e, dunque, il
compimento oggettivo di condotte che possano determinare quel danno e siano idonee
allo scopo.
Non basta, pertanto, che l’agente abbia l’intenzione di arrecare il (grave) danno,
ma occorre che la sua condotta crei la possibilità concreta – sul piano oggettivo – che
esso si verifichi, secondo lo schema di un evento di pericolo concreto, da valutarsi alla
stregua del criterio della prognosi postuma tenendo conto della natura della condotta e
del contesto in cui essa si colloca.
La Corte nella sentenza richiamata ha spiegato che il finalismo terroristico,
postulato dall’art. 270-sexies cod. pen., in definitiva, non può limitarsi a un fenomeno
esclusivamente psicologico, ma deve materializzarsi in un’azione seriamente capace di
realizzare i fini tipici descritti nella norma.
La decisione impugnata ha escluso la sussistenza della finalità di terrorismo,
nell’accezione sopra individuata, proprio nelle sue connotazioni obiettive, sotto il profilo
dell’assenza sia dell’idoneità dell’azione delittuosa a costringere i poteri pubblici a
rinunciare alla realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, sia della
capacità di produrre un grave danno al Paese, facendo applicazione dei principi
elaborati dalla giurisprudenza di questa Corte (Sez. 6 n. 28009 del 15/05/2014, Rv.
260076; Sez. 1, sentenza n. 47479 del 16/07/2015 Cc. (dep. 01/12/2015) P.M. contro
Alberti e altri, Rv. 265404).
In particolare, il ricorso sviluppa le sue argomentazioni diffondendosi
essenzialmente in una critica alla decisione che aveva assunto questa Corte nei due
precedenti citati e osservando, soprattutto, di non condividere la lettura congiunta
operata sul concetto di “grave danno” e finalità della condotta.
I due parametri nello stesso testo normativo, ha osservato il ricorrente,
risulterebbero diversi. Condotta e danno (o meglio pericolo di danno) integrerebbero
un aspetto e gli scopi della condotta l’altro profilo, categorie da tenere distinte nella
esegesi della norma.
Ebbene, la decisione impugnata, contrariamente, richiama la sentenza di questa
Corte annotando come lo sforzo ricostruttivo risieda nella necessità di limitare possibili
profili di indeterminatezza della fattispecie.
In questa logica, pertanto, risultano letti congiuntamente i diversi elementi della
fattispecie che definisce la finalità di terrorismo per realizzarne, appunto, un
collegamento concettuale. In altri termini il danno preso in considerazione dalla
disposizione è, appunto, quello che risulta collegato alla finalità dell’azione terroristica
che è catalogato nella norma in esame. Avulso dalle finalità di un’azione siffatta il
“danno grave” a cui la norma si riferisce perderebbe le sue connotazioni specializzanti
che lo legano – attraverso un nesso di derivazione causale – ad azioni sorrette da
finalità di terrorismo.
Ciò ha indotto a condividere la lettura già operata da questa Corte di legittimità
nella sentenza più volte richiamata, al fine di escludere che l’art. 270-sexies cod. pen.,
potesse fare riferimento al mero pregiudizio di natura patrimoniale, rappresentato, nel
caso in esame, dall’ammontare dei danni materiali, cagionati dall’assalto notturno del
13 e 14 maggio 2013 e dai costi economici che la collettività aveva dovuto sopportare
per assicurare la prosecuzione e il completamento dell’opera, presidiando il cantiere, i
materiali, i mezzi necessari e il personale impegnato nelle lavorazioni, nonché
sostenendo con misure (anche) finanziarie le imprese e gli enti pubblici coinvolti.
Deve, dunque, condividersi, l’impostazione già tracciata nelle decisioni
richiamate ed esplicitarsi ulteriormente che l’azione, con finalità di terrorismo,
descritta dall’art. 270-sexies cod. pen. è quella che, in definitiva, in concreto, risulta
idonea a provocare danno grave per un Paese o un’organizzazione internazionale e che
si sostanzia, fondamentalmente, in un’azione diretta contro un’organizzazione
internazionale o contro lo Stato, nella sua dimensione istituzionale, perseguendo uno
dei fini tipici descritti dalla norma. Le finalità di intimidire la popolazione o costringere
i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere
un qualsiasi atto o a destabilizzare o distruggere le strutture pubbliche fondamentali,
costituzionali, economiche e sociali di un Paese o un’organizzazione internazionale o
quelle condotte definite come terroristiche da specifiche convenzioni o norme di diritto
risultano condotte accomunate non solo dal fine anzidetto, ma dalla particolarità
concettuale che esse sono tutte finalisticamente rivolte a colpire lo Stato-Istituzione. E’,
dunque, l’Istituzione pubblica che deve essere minacciata dalla condotta dell’agente,
con la possibilità di produzione dell’indicato macroevento di “danno grave” per il Paese.
Non rileva in sé il solo finalismo psicologico dichiarato delle azioni illecite poste
in essere, ma occorre che ricorra il requisito d’idoneità delle condotte in concreto a
determinare, in relazione a natura e contesto, un evento di pericolo munito della
gravità oggettiva e della portata disastrosa che la finalità di terrorismo esige, tale da
risultare effettivamente in grado di costringere i pubblici poteri statuali a recedere dalla
propria iniziativa o da indurli a prendere seriamente in considerazione la relativa
eventualità.
Sul punto la valutazione compiuta dalla Corte territoriale non incorre nella
violazione di legge che è stata denunciata nel ricorso sotto il profilo dell’erronea
interpretazione dell’art. 270-sexies cod. pen.
La sentenza impugnata perviene in modo argomentato e incensurabile a
escludere che l’azione -posta in essere dagli indagati in occasione dell’assalto notturno
al cantiere di Chiomonte- possedesse per natura e contesto, i requisiti obiettivi della
capacità costrittiva in grado di concretizzare un “grave danno” correlato a una delle
finalità tipiche dell’azione terroristica, tale da generare una situazione di
destabilizzazione o uno stato di insicurezza e intimidazione nella popolazione, idonea a
costringere i poteri statuali a prendere, tollerare o comunque valutare il proposito di
recedere dalla realizzazione della linea ad alta velocità, sotto la pressione esercitata dai
fatti.
La finalità di terrorismo postulata dall’ad 270-sexies cod. pen. ha una
connotazione oggettiva. Essa imponeva un’azione diretta ad attentare ai beni primari
tutelati dall’ordinamento, così che l’aggressione stessa – per la natura e il contesto,
nonché per i mezzi commissivi – sarebbe dovuta risultare portatrice dell’intrinseca
capacità di generare le conseguenze disastrose proprie dell’attentato terroristico. Esse
devono essere tali da produrre un reale impatto intimidatorio sulla popolazione, tale da
ripercuotersi direttamente, in modo ampio, grave e diffuso, sulla vita e sulla sicurezza
dell’intera collettività, posto che solo in presenza di tali condizioni lo Stato potrebbe
sentirsi effettivamente coartato nelle sue decisioni sulla prosecuzione o meno dell’opera
TAV, subendo quel grave danno potenziale all’intero “sistema Paese” postulato dall’art.
270-sexies cod. pen. (Sez. 1, sentenza n.
47479 del 16/07/2015 Cc. (dep. 01/12/2015) P.M. contro Alberti e altri, Rv. 265404).
La motivazione con cui si è esclusa la ricorrenza, nella condotta concretamente
posta in essere, di tali caratteri e presupposti oggettivi, non è dunque né illogica, né
contraddittoria, né travisante delle risultanze di prova, ma si rivela consequenziale alle
premesse di fatto e ai principi di diritto affermati da questa Corte ed è perciò
incensurabile in sede di legittimità.
Le argomentazioni spese nel ricorso per censurare la conclusione raggiunta dal
provvedimento impugnato si risolvono, in definitiva, ancora una volta, nel sollecitare
una diversa lettura possibile degli elementi di valutazione acquisiti, che non compete
alla Corte di legittimità, la quale deve limitarsi, sul punto, a prendere atto dell’esistenza
di una motivazione che ha dato conto, in modo puntuale ed esaustivo, esente da errori
logici o giuridici, delle ragioni per cui il giudice di merito ha escluso l’idoneità della
condotta ad integrare il reato di cui all’art. 280 e 280-bis cod. pen..

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma il 28 marzo 2017.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine