Pena – Cassazione Penale 19/07/2016 N° 30529

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 19/07/2016

Numero: 30529

Testo completo della Sentenza Pena – Cassazione penale 19/07/2016 n° 30529:

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SENTENZA sul ricorso proposto da: MASALA MASSIMILIANO nato il 06/12/1965 a OLBIA avverso la sentenza del 10/06/2015 della CORTE APPELLO di CAGLIARI visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso udito in PUBBLICA UDIENZA del 15/06/2016, la relazione svolta dalConsigliere ANGELO MATTEO SOCCI Udito il Procuratore Generale in persona del PAOLA FILIPPI che ha concluso per Udit i difensor Avv.; V.1„..„4″,,,.010 ki e.5 c e o RITENUTO IN FATTO 1. La Corte di appello di Cagliari con decisione del 10 giugno 2015 in esito all’annullamento della Corte di Cassazione con sentenza del 9 ottobre 2014 che su ricorso dell’imputato aveva rinviato per la rideterminazione della pena in relazione alle mofifiche legislative del quinto comma dell’art. 73 del T. U. stup„ rideterminava la pena a carico di Masala Massimiliano (per il delitto di cui all’art. 73, quinto comma, T. U. stup.) in anni 2, mesi due e venti giorni di reclusione e con la multa di € 5.000,00, con la revoca della pena accessoria, in applicazione della riforma legislativa di cui al d. I. del 23 dicembre 2013 convertito in legge n. 10 del 2014 (pb. 2 anni di reclusione ed € 4.500,00 di multa aumentati per la recidiva 3 anni e 4 mesi ed € 7.500,00, ridotta per il rito alla pena finale). 2. Ricorre in cassazione l’imputato, tramite il suo difensore, deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att., c. p. p. 2. 1. Art. 606, comma 1, lettera B, cod. proc. pen. Violazione del divieto di reformatio in pejus, art. 597 comma 4 del cod. proc. pen. Limitatamente all’aumento per la recidiva. Il tribunale (G.U.P.) aveva condannato l’imputato ritenuta l’ipotesi dell’art. 73, comma quinto, prevalente sulla recidiva contestata alla pena di anni 4 di reclusione oltre alla multa di € 18.000,00. Con le riforme legislativa l’ipotesi di cui al quinto comma dell’art. 73 è stata ritenuta ipotesi autonoma e non circostanza, con la rideterminazione, in basso, della pena edittale. La rideterminazione della pena della Corte di appello, sulla base della nuova normativa, dopo l’annullamento della Cassazione, viola il divieto della reformatio in pejus. Infatti la Corte di appello considera la recidiva che era stata esclusa dal giudice di primo grado, nel giudizio di comparazione con la circostanza attenuante (all’epoca) del quinto comma dell’ad 73. Il divieto di riforma in danno dell’imputato riguarda non solo la pena finale, ma tutti gli elementi di calcolo della pena. Ha chiesto quindi l’annullamento della decisione impugnata. CONSIDERATO IN DIRITTO 3. Il ricorso è infondato e deve rigettarsi con condanna al pagamento delle spese. Il tribunale di Tempio Pausania (G.U.P.) non aveva escluso la recidiva, ma nel bilanciamento, ex ad 69 del cod. pen., aveva ritenuto prevalente l’ipotesi di cui al quinto comma dell’art. 73 del T. U. stup. La modifica legislativa applicata dalla Corte di appello in relazione all’art. 2 del cod. pen. – norma più favorevole – non incide sul divieto di reformatio in peius, perché deve rieffettuarsi nuovamente il calcolo della pena, in relazione alla nuova formulazione del quinto comma dell’art. 73 del T. U. stup. La pena irrogata in primo grado era di anni 4 di reclusione ed € 18.000,00 di multa, mentre quella irrogata nella sentenza impugnata è di anni 2, mesi 2 e giorni 20 di reclusione ed € 5.000,00 di multa, certamente più favorevole all’imputato (art. 2 cod. pen.). Nel nostro caso solo una pena maggiore avrebbe violato il divieto della reformatio in peius, ma così non è. E’ pur vero che “Il divieto di “reformatio in peius” non riguarda solo l’entità complessiva della pena, ma tutti gli elementi che concorrono alla sua determinazione. Ne consegue che, in caso di impugnazione proposta dal solo imputato, il giudice d’appello non può apportare un aumento di pena per la recidiva non riconosciuta dal giudice di prime cure, a nulla rilevando, in contrario, che la pena complessiva risulti determinata in misura inferiore a quella inflitta in primo grado. (Nella specie, la S.C. ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, procedendo alla rideterminazione della pena ai sensi dell’art. 620, lett. l), cod. proc. pen.)”. (Sez. 6, n. 41388 del 08/10/2009 – dep. 28/10/2009, Clericuzio, Rv. 245018). Nel caso in giudizio, però, la recidiva non era stata esclusa dal giudice di primo grado, ma era entrata (quindi valutata) nel giudizio di comparazione ex art. 69 cod. pen. (Cassazione, 3 sez. n. 23882 del 9 giugno 2016 – ud. 23/02/2016 -) Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Non viola il divieto di reformatio in peius la sentenza di appello che, in caso di impugnazione proposta dal solo imputato, applica le modifiche legislative favorevoli all’imputato, e nel calcolo della pena considera l’aumento per la recidiva, ritenuta in primo grado soccombente all’attenuante; attenuante diventata ipotesi autonoma di reato (nella specie in applicazione della riforma legislativa di cui al d. I. del 23 dicembre 2013 convertito in legge n. 10 del 2014, di modifica del quinto comma dell’art. 73 del T. U. stup., prima circostanza attenuante ed ora ipotesi autonoma)”. Non ci sono ulteriori motivi di ricorso. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Così deciso il 15/06/2016

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