Pedone – Cassazione Penale 30/08/2016 N° 35834

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 30/08/2016

Numero: 35834

Testo completo della Sentenza Pedone – Cassazione penale 30/08/2016 n° 35834:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
ZERLOTIN CARLO ALBERTO N. IL 04/12/1958
avverso la sentenza n. 547/2014 CORTE APPELLO di POTENZA, del
20/03/2015
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 14/04/2016 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. MARIAPIA GAETANA SAVINO
Ritenuto in fatto
Zerlotin Carlo Alberto ha proposto, a mezzo del difensore, ricorso per Cassazione avverso la
sentenza della Corte di Appello di Potenza emessa in data 20.3.2015 a conferma della sentenza del
Tribunale di Matera, in data 24.9.2013, con la quale il predetto è stato dichiarato colpevole del reato
di cui all’art. 589 c.p. per avere, per colpa consistita in negligenza ed imprudenza nonché nella
violazione dell’art. 141 co. 2 e 3 CDS, investito il pedone Mafaro Vincenzo cagionandone la morte.
Come risulta dalla ricostruzione della dinamica del sinistro effettuata dai giudici di merito, lo
Zerlotin percorreva la statale 407 via Basentana alla guida dell’autovettura Lancia Lybra con
direzione Metaponto-Potenza, quando, dopo essersi immesso nella corsia di decelerazione per
svoltare a sinistra verso la Statale Appia, non si avvedeva della presenza del pedone Mafaro
Vincenzo, che procedeva lungo detta corsia nella stessa direzione di marcia sulla carreggiata,
investendolo e scaraventandolo a terra dove il Mafaro veniva travolto da altra autovettura condotta
da Tricarico Fausto, riportando lesioni gravissime che ne cagionavano la morte.
I giudici di merito ritenevano che, benché la vittima procedesse lungo la strada extraurbana nello
stesso senso di marcia dei veicoli, senza alcun presidio per la visibilità notturna, la responsabilità
dell’evento fosse da ascriversi allo Zerlotin in quanto egli non aveva adeguato la sua condotta di
guida alle condizioni della strada, priva di una sufficiente illuminazione, in particolare non aveva
tenuto una velocità commisurata a quelle condizioni, tale da consentirgli di mantenere il controllo
del veicolo e di prevedere tutte le situazione di pericolo, e non aveva azionato i fari abbaglianti il
cui uso è previsto su strada extraurbana con illuminazione insufficiente o mancante, in assenza di
situazioni ostative al loro impiego.
La difesa dell’imputato ha dedotto, con un primo motivo, violazione della legge e vizio di
motivazione con riferimento alla avvistabilità del pedone. Ha rilevato in proposito che la vittima,
dopo aver lasciato la propria autovettura alla ricerca di un distributore, percorreva a piedi la statale
407 Basentana in cui vige il divieto di transito di pedoni, senza indossare il giubbotto o le altre
misure per la visibilità notturna prescritte dall’art. 162 co. 4 ter CDS, procedendo, peraltro, nello
stesso senso di marcia dei veicoli, in violazione dell’art. 190 co. 2 CDS. Tale condotta, impedendo
l’avvistabilità si pone, ad avviso della difesa, come un evento assolutamente imprevedibile ed
anomalo che sfugge ad ogni possibilità di controllo e di evitamento da parte dell’automobilista.
La difesa evidenzia come nei confronti del ricorrente non sia stata elevata alcuna contravvenzione
da parte della Polizia Stradale intervenuta.
Lamenta, inoltre, la difesa che i giudici hanno recepito le conclusione del consulente del PM in
merito alla inadeguatezza della velocità benché non fondate su un esatto rilevamento della stessa,
senza prendere in considerazione quelle del consulente della difesa fondate su una puntuale
ricostruzione dei tempi psicotecnici di avvistamento del pedone in base alla velocità tenuta
dall’imputato (stimata in 40-50 Km/h).
Con un secondo motivo, la difesa deduce violazione di legge con riguardo alla mancata
applicazione dell’art. 41 co. 2 c.p., che riconosce l’efficacia interruttiva del nesso di causalità alle
cause sopravvenute da sole sufficienti a cagionare l’evento.
Assume in proposito la difesa che la vittima fu solo urtata dall’auto del ricorrente, con esiti non
esiziali come confermato dal consulente del PM. A causa dell’urto fu sbalzata a terra e qui fu
travolta da altra auto che sopraggiungeva, questa volta con esiti mortali. Dunque la responsabilità
per la morte del pedone non deve essere posta a carico dell’imputato bensì a carico dell’altro
automobilista che era nelle condizioni di avvistare l’ostacolo, arrestarsi ed evitarlo; di conseguenza
il nesso di causalità fra la condotta dello Zerlotin e l’evento mortale deve ritenersi interrotto da una
causa sopravvenuta idonea da sola, in modo del tutto indipendente dalla condotta dell’imputato, a
determinarne la morte. Di conseguenza l’imputato dovrebbe rispondere del solo reato di lesioni ex
art. 590 c.p. non procedibile per difetto di querela.
Con un terzo motivo la difesa deduce violazione della legge penale con riguardo alla prescrizione
del reato intervenuta, secondo la difesa, in data 20.8.2013 (anni sette e mesi sei decorrenti dalla data
di commissione del reato, 20.2.2006), quindi prima della sentenza di appello emessa il 20.3.2015.
Ritenuto in diritto
Il ricorso è fondato nella misura in cui pone un problema di causalità della colpa; profilo non
adeguatamente analizzato dalla Corte di appello.
Come è noto, l’art. 43 c.p., con il richiamo alla negligenza, imprudenza ed imperizia ed alla
violazione di leggi, regolamenti, ordini e discipline, delinea una prima fondamentale connotazione
della colpa: si tratta di una condotta posta in essere in violazione di una norma cautelare.
Accanto a tale tratto oggettivo, però, si ha una caratteristica di natura soggettiva: la colpa, infatti, è
mancanza di volontà dell’evento. In positivo, poi, il profilo soggettivo e personale della colpa viene
generalmente individuato nella capacità soggettiva dell’agente di osservare la regola cautelare, nella
concreta possibilità di pretendere l’osservanza della regola stessa: nella esigibilità del
comportamento dovuto.
Dunque nel verificare la sussistenza di una responsabilità colposa occorre tener conto non solo
dell’oggettiva violazione di norme cautelari, ma anche della concreta possibilità per l’agente di
conformarsi alla regola. Ciò in relazione alle sue qualità e capacità personali.
Prevedibilità ed evitabilità dell’evento sono all’origine delle regole cautelari ed al contempo
costituiscono il fondamento del giudizio di rimproverabilità personale.
Ebbene, sotto il profilo dell’evitabilità dell’evento, l’art. 43 c.p. stabilisce che il delitto è “colposo
quando l’evento non è voluto e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia”. La
norma evoca la causalità della colpa.
Come è facile intuire, infatti, la responsabilità colposa non può estendersi a tutti gli eventi derivati
dalla violazione della norma ma deve ritenersi circoscritta ai soli risultati che la norma stessa mira a
prevenire. Ciò significa che, ai fini della responsabilità colposa, l’accadimento verificatosi deve
rientrare tra quelli che la norma di condotta tendeva ad evitare, deve costituire la concretizzazione
del rischio.
Vi è poi altro profilo inerente il momento soggettivo ed il rimprovero personale. Affermare, alla
stregua dell’art. 43 c.p., che per aversi colpa l’evento deve essere stato causato da una condotta
soggettivamente riprovevole implica che il nesso eziologico non si configura quando una condotta
appropriata — il comportamento alternativo lecito — non avrebbe comunque evitato l’evento. Invero
non avrebbe senso richiedere un comportamento comunque inidoneo ad evitare il risultato
antigiuridico.
Ciò evidenzia la connessione tra le problematiche sulla colpa e quelle sul nesso causale per cui
spesso le valutazioni inerenti lo sviluppo causale si riverberano sul giudizio di evitabilità in
concreto.
Orbene, nel caso in esame il profilo propriamente causale non desta problemi. Mentre non è stata
approfondita la causalità della colpa. Essa si configura non solo quando il comportamento diligente
avrebbe certamente evitato l’esito antigiuridico, ma anche quando una condotta appropriata aveva
significative probabilità di scongiurare il danno.
Proprio in tema di circolazione stradale, con riferimento alla norma di cautela inerente
all’adeguamento della velocità alle condizioni ambientali, è stata ripetutamente affermata la
necessità di tener conto degli elementi di spazio e di tempo, e di valutare se l’agente abbia avuto
qualche possibilità di evitare il sinistro: la prevedibilità ed evitabilità vanno cioè valutate in
concreto. A ben vedere il fattore velocità è un concetto relativo alle situazioni contingenti, quando
si tratta di valutare il comportamento dell’imputato in chiave causale e non già di accertare la
violazione di una norma contravvenzionale che prescrive limiti di velocità (Cass. Sez. IV n.
37606/2007 RV 237050).
Peraltro se l’esigenza della prevedibilità ed evitabilità in concreto dell’evento si pone in primo
luogo e senza incertezze nella colpa generica, poiché in tale ambito la prevedibilità dell’evento ha
un rilievo decisivo nella stessa individuazione della norma cautelare violata; occorre rilevare che
sussiste anche nell’ambito della colpa specifica.
Certamente tale spazio valutativo è pressoché nullo nell’ambito delle norme rigide la cui
inosservanza da luogo quasi automaticamente alla colpa; ma nell’ambito di norme elastiche che
indicano un comportamento determinabile in base a circostanze contingenti, vi è spazio per
l’apprezzamento della concreta prevedibilità ed evitabilità dell’evento (Cass. Sez. IV n. 26239/2013
RV 255695).
Dunque nel caso di specie si trattava di comprendere se, nelle condizioni date, la condotta della
vittima — che, sceso dalla propria autovettura, circolava su strada extraurbana senza giubbotto
retrorifiettente — fosse prevedibile e se le conseguenze letali dell’infortunio fossero evitabili nei
sensi che si sono sopra esposti.
Sotto questo profilo merita precisare, infatti, che l’art. 141 CDS riguarda esclusivamente gli eventi
che ricadono nella sfera di prevedibilità ed il comportamento di un pedone che procede in strada
extraurbana, al buio, senza giubbotto retrorifiettente e contromano costituisce una condotta che ben
potrebbe esulare dalla suddetta sfera di prevedibilità
La carenza di motivazione sul punto in questione, cruciale ai fini della configurazione della
responsabilità colposa, vulnera l’impugnata sentenza. Di conseguenza, la stessa deve essere
annullata con rinvio alla Corte di appello di Salerno affinché, sulla base dei principi sopra enunciati,
valuti la condotta colposa dello Zerlotin in relazione alle condizioni concrete di prevedibilità ed
evitabilità dell’incidente mortale.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello di Salerno.
Così deciso in Roma, in data 14 aprile 2016.

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