Peculato D’uso – Cassazione Penale 25/05/2017 N° 26297

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 25/05/2017

Numero: 26297

Testo completo della Sentenza Peculato d’uso – Cassazione penale 25/05/2017 n° 26297:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 26297 Anno 2017
Presidente: CONTI GIOVANNI
Relatore: D’ARCANGELO FABRIZIO
Data Udienza: 16/03/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto dal Procuratore generale presso la Corte di Appello di Torino
nel procedimento a carico di:
Berra Pier Paolo, nato a Torino il 03/10/1972
avverso la sentenza del 23/09/2016 della Corte di Appello di Torino
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Fabrizio D’Arcangelo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Roberto
Aniello che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza
impugnata;
udito il difensore, avv. Maurizio Bortolotto, che ha chiesto il rigetto o
l’inammissibilità del ricorso;

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Torino, ha confermato
la sentenza di assoluzione emessa dal Giudice per l’udienza preliminare del
Tribunale di Torino nei confronti di Pier Paolo Berra, addetto stampa dell’URP
della Città della Salute e della Scienza di Torino – Presidio Ospedaliero Molinette
– , imputato di peculato d’uso, per aver usato illegittimamente per fini personali
l’utenza telefonica al medesimo assegnata in ragione del servizio, per un costo
totale di circa 34.000,00 euro nell’arco temporale intercorrente tra il mese di
febbraio del 2012 ed il mese di maggio del 2013.
2. Secondo la Corte di Appello di Torino, pur essendo il consumo
“sicuramente in sé spropositato ed eccessivo”, atteso che il costo medio
giornaliero della connessione internet era stato di oltre 70,00 euro al giorno per
sedici mesi consecutivi, non era stata raggiunta la prova della conoscenza da
parte dell’imputato del fatto che l’utenza al medesimo assegnata avesse una
tariffa bundle e non flat o che il medesimo avesse ricevuto comunicazione degli
importi consumati mese per mese.
3. Il Pubblico Ministero ricorrente chiede l’annullamento della sentenza
impugnata e, con unico motivo, deduce la manifesta illogicità della motivazione
della stessa.
Secondo il ricorrente il peculato consegue all’uso personale del bene
affidato all’incaricato di pubblico servizio e non già al tipo di tariffazione
prescelta.
La mancata comunicazione del traffico fatturato non escludeva la volontà
colpevole, incidendo solo sulla possibilità di scoprire il reato commesso. Anche la
restituzione della somma versata dall’ente pubblico alla Telecom, posta in essere
medio tempore dall’imputato, non incideva sul carattere personale o meno
dell’uso del telefono de quo.
4. Illogica si rivelava, inoltre, la motivazione nella parte in cui, pur
riconoscendo che l’importo del consumo di Internet era sicuramente in sé
spropositato ed eccessivo, non aveva concluso nel senso dell’uso eccedente le
finalità pubblicistiche per le quali il telefono cellulare era stato concesso.
Pertanto, se l’imputato non avesse fatto un uso personale del telefono al
medesimo assegnato per ragioni di ufficio, non sarebbero mai state raggiunte le
cifre oggetto di contestazione.
5. Ritiene, tuttavia, il Collegio che il ricorso debba essere disatteso in
quanto la Corte territoriale ha fatto buon governo dei principi di diritto
costantemente ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità in materia.
6. La giurisprudenza di legittimità, infatti, con orientamento consolidato,
afferma che la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico
servizio che utilizzi il telefono d’ufficio per fini personali al di fuori dei casi
d’urgenza o di specifiche e legittime autorizzazioni, integra il reato di peculato
d’uso se produce un danno apprezzabile al patrimonio della P.A. o di terzi,
ovvero una lesione concreta alla funzionalità dell’ufficio, mentre deve ritenersi
penalmente irrilevante se non presenta conseguenze economicamente e
funzionalmente significative (Sez. U, n. 19054 del 20/12/2012, Vattani, Rv.
255296; Sez. 6, n. 50944 del 04/11/2014, Barassi, Rv. 261416, in una
fattispecie in cui la Corte ha ritenuto integrato il reato di peculato d’uso della
condotta di un amministratore comunale, che, ricevuto in uso un telefono
cellulare per ragioni di servizio, aveva attivato la connessione internet e servizi
aggiuntivi estranei alle funzioni del suo ufficio, per un costo pari a circa 11.000
euro nell’arco di un biennio).
7. Tale principio di diritto è stato, peraltro, ritenuto applicabile anche con
riferimento alla questione affine dell’utilizzo da parte dell’agente pubblico di
Internet per finalità non istituzionali mediante il computer dell’ufficio (Sez. 6, n.
34524 del 02/07/2013, Amato, Rv. 255810) o mediante il telefono cellulare
concesso in uso per ragioni di servizio (Sez. 6, n. 50944 del 04/11/2014,
Barassi, Rv. 261416).
Proprio in relazione a tale casistica si è sottolineato la necessità di
verificare il tipo di convenzione che lega l’ente al gestore del servizio di Internet
e, segnatamente, se l’ente paghi una somma forfettaria al mese (c.d. tariffa
flat), per cui è economicamente indifferente il numero e la durata delle
connessioni ad Internet eseguite dall’ufficio (e non vi è danno economico anche a
fronte di connessioni illegittime), o, se, di contro, l’ente paghi il corrispettivo in
funzione della durata delle singole connessioni (c.d. tariffa bundle), caso in cui la
condotta illegittima del dipendente provoca un immediato danno patrimoniale
all’ente.
Pertanto, non integra né il delitto di peculato, né quello di abuso di atti di
ufficio la condotta del pubblico funzionario che utilizzi per ragioni personali
l’accesso ad internet dal computer di ufficio, qualora, per il suo esercizio, la
Pubblica Amministrazione abbia contratto un abbonamento a costo fisso (Sez. 6,
n. 41709 del 19/10/2010, Ermini, Rv. 248798).
8. Declinando tali consolidati principi nel caso di specie deve rilevarsi
come la motivazione della sentenza impugnata si riveli immune dai vizi
denunciati.
9. Secondo il ricorrente, la Corte di Appello non aveva precisato se un
consumo di dimensioni quale quelle accertate nella specie fosse compatibile con
un uso esclusivo per finalità pubbliche della linea telefonica assegnata ed, anzi,
al contrario, nell’affermare che l’importo del consumo era “spropositato ed
eccessivo”, ne aveva affermato, implicitamente e contraddittoriamente, la
incompatibilità.
10. Nessuna aporia è, invero, ravvisabile nella trama motivazionale della
sentenza impugnata.
La Corte di Appello di Torino ha, infatti, statuito non certo illogicamente
che, in relazione alla ruolo di addetto stampa svolto dall’imputato, reperibile
anche al di fuori dei giorni e degli orari di ufficio, non potevano avere rilievo
eventuali specificità o sinanche anomalie dell’utilizzo del telefono cellulare
relative ai giorni ed agli orari degli accessi, né erano stati comunque provati
accessi a siti o telefonate pacificamente in contrasto con possibili ragioni di
servizio.
Con riferimento all’importo del consumo internet utilizzato, sicuramente in
sé spropositato ed eccessivo nella valutazione della Corte di Appello, non era
stata, tuttavia, raggiunta la prova della conoscenza e della conoscibilità da parte
dell’imputato del fatto che gli fosse stata consegnata una utenza collegata ad un
contratto con tariffa bundle e non già flat, né che l’imputato avesse ricevuto
comunicazione degli importi consumati mese per mese, atta a renderlo edotto
dei costi addebitati all’amministrazione.
11. La sentenza, inoltre, valorizza anche una delibera adottata del
Garante delle Comunicazioni, successiva ai fatti di causa, ma antecedente alla
celebrazione del giudizio di primo grado, che aveva sanzionato la Telecom per la
scarsa trasparenza delle tariffe applicate alla Pubblica Amministrazione.
La Telecom, inoltre, a fronte della richiesta formulata dalla Città della
Salute e della Scienza di Torino — Presidio Ospedaliero Molinette -, aveva
restituito la somma di euro 33.623,25, ovvero la sostanziale totalità dell’importo
precedentemente fatturato per l’utilizzo della utenza cellulare assegnata al Berra.
Tali elementi probatori, secondo la sentenza impugnata, dimostravano la
“estrema difficoltà per le Pubbliche Amministrazioni e, quindi, a maggior ragione
per i loro dipendenti” di venire a conoscenza delle concrete modalità di addebito
del consumo del traffico dati su Internet e, quindi, nella valutazione non illogica
della Corte di Appello di Torino, avvaloravano la ipotesi ricostruttiva della
assenza di dolo, ed al più della colpa, dell’imputato.
12. Alla stregua di tali rilievi il ricorso deve essere disatteso in quanto il
motivo nello stesso dedotto si rivela infondato.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Così deciso il 16/03/2017.

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