Peculato – Cassazione Penale 01/02/2016 N° 4126

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione VI

Data: 01/02/2016

Numero: 4126

Testo completo della Sentenza Peculato – Cassazione Penale 01/02/2016 n° 4126:

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SENTENZA sul ricorso proposto da Acierno Alberto, nato a Palermo il 29/05/1960 avverso la sentenza del 10/12/2014 della Corte di appello di Palermo visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese; udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Paolo Canevelli, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso; udito per le parti civili, l’avv. Enrico Sanseverino, che ha concluso insistendo per la conferma della sentenza impugnata; uditi per l’imputato, l’avv. Giovanni Rizzuti e l’avv. Giovanni Aricò, che hanno concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso, insistendo per l’annullamento della sentenza impugnata. RITENUTO IN FATTO 1. Con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Palermo confermava la sentenza del Tribunale di Palermo del 26 novembre 2012 che aveva dichiarato Alberto Acierno responsabile dei reati di peculato, contestati ai capi 1) e 2) della rubrica, e che lo aveva condannato rispettivamente alle pene di anni tre anni di reclusione e di anni tre e mesi sei di reclusione. In particolare, all’Acierno era stato contestato di essersi appropriato il 20 gennaio 2003, nella qualità di Presidente del Gruppo Parlamentare misto della tredicesima legislatura dell’Assemblea Regionale Siciliana, della somma di euro 42.602,93, di cui aveva il possesso quale erogazione straordinaria prevista dal decreto del Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana n. 16 del 2002 per il ripianamento dei debiti contratti dal Gruppo parlamentare misto nella precedente legislatura (capo 1); nonché di essersi appropriato tra il dicembre 2006 e il dicembre 2007, nella qualità di Direttore generale della «Fondazione Federico II» di Palermo, della complessiva somma di euro 102.102,48 di proprietà dell’ente, utilizzandola per acquisti di natura personale, giocate on fine e per fini non istituzionali, come meglio specificati nel capo di imputazione (capo 2). 1.2. Quanto al capo 1), era stato accertato in sede di merito che, con decreto n. 16 del 4 febbraio 2002, il Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana aveva autorizzato «a titolo di anticipazione» un’erogazione straordinaria in un’unica soluzione di euro 122.154 «in favore del Gruppo misto costituito nella XII legislatura», a copertura delle passività maturate per un identico importo da detto Gruppo parlamentare nella medesima legislatura (art. 1), delegando il Presidente del Gruppo parlamentare misto in carica «a curare gli adempimenti resisi necessari avuto riguardo alla dinamica dei costi di funzionamento effettivamente sopportati dal gruppo Misto costituito nella XII legislatura» (art. 2) e richiedendo al medesimo delegato la rendicontazione delle somme erogate e la restituzione di quelle residuate, nonché facendo carico al Gruppo misto in carica di restituire la somma impegnata in 53 rate mensili (art. 3). uso,, Detta erogazione si eeifièCessaria, a seguito di un accertamento disposto dal Segretario generale dell’Assemblea Regionale Siciliana nel gennaio 2002, che aveva evidenziato che il Gruppo misto della XII legislatura aveva lasciato passività per una somma pari ad euro 120.154, per competenze di dipendenti, contributi INPS, ritenute sindacali, sanzioni INPS, ritenute alla fonte, ecc. La somma stanziata dal Presidente dell’Assemblea Regionale era stata di seguito accreditata il 6 febbraio 2002 sul conto corrente acceso da Alberto Acierno, come Presidente del Gruppo Misto, del quale era l’unico munito di potere di firma e di disposizione. Il 10 gennaio 2003, l’Acierno, definendosi «liquidatore» del Gruppo misto, aveva comunicato con una nota scritta al Presidente dell’Assemblea Regionale di non poter effettuare un rendiconto definitivo delle somme anticipate, necessitando di un periodo più lungo per ottemperare a tutti gli adempimenti previsti per l’incarico affidatogli. E ciò in quanto non erano stati determinati gli 2 5 interessi e le sanzioni sugli interessi dovuti all’INPS, vi era la pendenza di una vertenza da parte di alcuni dipendenti che sostenevano di vantare un maggior credito e dovevano essere avviate procedure di recupero nei confronti degli ex Presidenti del Gruppo misto della precedente legislatura. In data 20 gennaio 2003, Acierno aveva rassegnato le dimissioni dalla carica di Presidente del Gruppo misto. A quella data il conto corrente del Gruppo misto presentava un saldo di 2.933,46 euro. Solo dietro formale richiesta del 9 ottobre 2003 del Segretario generale dell’Assemblea Regionale, Acierno il 26 novembre 2003 aveva presentato il rendiconto relativo a tutte le somme pagate in base al decreto n. 16 del 2002, nel quale attestava di aver speso 87.342,73 euro per pagare i debiti della precedente legislatura. In primo grado, i Giudici di merito avevano ritenuto provato il peculato sia per la qualifica soggettiva rivestita dall’imputato sia per la condotta appropriativa dallo stesso realizzata. Per quanto riguarda la qualifica soggettiva, secondo il Tribunale, Acierno aveva agito, non tanto nella sua veste di Presidente del Gruppo misto, quanto soprattutto quale delegato del Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, che lo aveva formalmente investito, con atto normativo, di una pubblica e specifica funzione avente carattere straordinario ed eccezionale, che non aveva a che fare con le ordinarie attribuzioni tipiche del Presidente di un gruppo parlamentare. Qualifica che lo stesso Acierno aveva speso, qualificandosi nelle note inviate all’Assemblea Regionale Siciliana come «liquidatore» del Gruppo misto della XII legislatura, dimostrando così di aver ben compreso la funzione straordinaria delegatagli dal Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana. Pertanto, Acierno doveva essere considerato un pubblico ufficiale che aveva agito per conto dell’Assemblea Regionale Siciliana, avendo ricevuto la delega di una pubblica funzione: gestire danaro pubblico a destinazione vincolata. Il Tribunale, in ogni caso, aveva ritenuto che dovesse pervenirsi alle medesime conclusioni anche considerando il ruolo rivestito da Acierno come Presidente del Gruppo misto dell’Assemblea Regionale Siciliana, in considerazione delle funzioni pubbliche e rappresentative svolte in tale qualità. L’assolvimento di un compito istituzionale connesso con la spendita di danaro pubblico delegato dal Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, secondo i Giudici di merito, di certo non poteva iscriversi in un’attività collegata all’attività dei partiti politici e quindi di tipo privatistico. Quanto alla condotta, il Tribunale aveva evidenziato la male fede dell’Acierno che, a conto corrente praticamente vuoto e solo dieci giorni prima delle sue dimissioni, aveva scritto di non poter rendicontare la gestione sino ad 1 allora svolta del pubblico danaro perché erano necessari tempi-medio lunghi, in vista di attività che pretestuosamente erano state da lui evocate. In merito alle restante somma non reperita sul conto corrente, il Tribunale aveva evidenziato che l’imputato, dopo aver sostenuto invano altre tesi, alla fine aveva tentato di giustificare l’ammanco, sostenendo di avere utilizzato la somma residua per spese afferenti la gestione ordinaria del Gruppo Misto della XIII legislatura, essendo stato a ciò autorizzato in «forma scritta e ufficiale» dal direttore amministrativo dell’Assemblea Regionale Siciliana, Restivo. Secondo i Giudici di merito, la versione difensiva era da ritenersi falsa, alla luce delle emergenze processuali: in primo luogo, l’imputato aveva chiamato in causa l’unico soggetto deceduto tra quelli che all’epoca si erano occupati della vicenda e che pertanto non poteva smentire la sua versione dei fatti e che comunque non aveva alcuna competenza funzionale a modificare il decreto presidenziale; in secondo luogo, l’Assemblea Regionale aveva smentito formalmente l’esistenza di detta autorizzazione; in terzo luogo, il Segretario generale dell’Assemblea Regionale, teste della difesa, aveva decisamente escluso che le somme in esame potessero essere distratte per la gestione ordinaria del Gruppo misto in carica e tanto meno sulla base di un’autorizzazione del Direttore amministrativo; in ultima analisi, l’ex Segretario generale dell’Assemblea Regionale, Mazzola, teste della difesa, che si era dovuto occupare della vicenda dopo le dimissioni di Acierno, aveva riferito che proprio il suo predecessore Restivo, chiamato in causa, gli aveva dato consigli di segno esattamente opposto alla tesi dell’Acierno, suggerendo di procedere subito – in attesa del rendiconto definitivo da parte di quest’ultimo – al recupero rateale dell’erogazione straordinaria con un prelievo dalle somme erogate in via ordinaria al Gruppo misto, e manifestando preoccupazione per l’andamento della gestione dell’Acierno. Stante, la palese falsità della versione fornita dall’imputato, secondo il Tribunale, il dato inequivocabile e documentale della condotta dell’Acierno doveva ritenersi quello che a gennaio 2003 Acierno aveva speso l’intera somma dell’erogazione straordinaria e che aveva lui stesso rendicontato che solo una parte di essa era stata spesa per saldare i debiti del Gruppo misto della XII Legislatura, così dimostrando che la restante somma era stata da lui appresa per scopi personali e non certo per la gestione ordinaria del Gruppo misto in carica (di cui era tra l’altro l’unico componente). Pertanto, al momento in cui aveva comunicato per iscritto di aver speso «solo» 87.342,73 dell’erogazione straordinaria, si era appropriato della residua somma. 4 In sede di appello, l’imputato aveva contestato la qualifica attribuitagli di pubblico ufficiale, posto che l’asserita appropriazione era stata fatta in danno non dell’Assemblea Regionale, ma del Gruppo Misto, soggetto privato, che avrebbe dovuto restituire la somma impegnata nella operazione di liquidazione dei debiti pregressi. Aveva altresì sostenuto di aver da subito affermato di aver destinato le somme oggetto di contestazione alla gestione ordinaria del Gruppo misto e aveva lamentato che difettava la prova della appropriazione delle somme, non essendo stata fatta alcun indagine volta a verificare la destinazione dei prelievi effettuati dall’imputato, né alcuna azione dell’Assemblea Regionale per il recupero delle somme oggetto di contestazione. I Giudici di appello ritenevano infondate le censure dell’imputato. In ordine alla qualità di pubblico ufficiale, richiamavano la giurisprudenza di legittimità che aveva riconosciuto al presidente di un gruppo consiliare regionale la suddetta qualità, che nel caso specifico appariva vieppiù avvalorata dalla funzione delegata all’Acierno dal Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, che non atteneva alla gestione ordinaria del gruppo di appartenenza. Evidenziava altresì l’irrilevanza, ai fini della configurabilità del delitto ex art. 314 cod. pen., della tesi difensiva in ordine alla titolarità delle somme oggetto di a ppropriazione. Sul merito della contestazione, i Giudici dell’appello ritenevano provata la condotta appropriativa, a tal fine richiamando le considerazioni fatte dal primo giudice ed evidenziando che la tardiva giustificazione offerta solo in fase dibattimentale dall’imputato per giustificare l’ammanco della somma in contestazione (nessuna giustificazione era stata offerta dall’imputato nel corso delle indagini preliminari) risultava smentita in primo luogo dallo stesso imputato, allorquando poco prima di dimettersi e in un’epoca in cui già la somma erogata era stata quasi totalmente spesa, aveva inviato al Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana una nota con cui comunicava di aver eseguito alcuni pagamenti e che per ottemperare a tutti gli adempimenti previsti dall’incarico affidato era necessario un periodo medio-lungo, per pendenze ancora non risolte, nulla riferendo sul completo utilizzo delle rimanenti somme – a suo dire autorizzato dalla stessa Assemblea – a favore del suo Gruppo parlamentare. Inoltre, la Corte palermitana rilevava che la tesi difensiva circa l’esistenza di un’autorizzazione per l’utilizzazione di dette somme per scopi diversi era stata contraddetta sia dagli esiti degli accertamenti effettuati presso la stessa Assemblea, sia dalle modalità con cui, dopo i fatti in contestazione, era stata avviata la procedura di recupero delle somme erogate. 5 (;’ , La Corte distrettuale al riguardo escludeva la necessità di procedere all’audizione ex art. 603 cod. proc. pen. dei direttori amministrativi dell’Assemblea in carica dal 2001 al 2006 (e ciò in quanto l’unico in grado di 1ton, riferire sui fatti era deceduto, la difesa inoltre (Fieva specificato le circostanze oggetto dell’audizione e comunque il materiale probatorio raccolto era completo). 1.3. Relativamente al capo 2) della rubrica, era stato accertato in sede di merito che l’imputato, in qualità di direttore generale della «Fondazione Federico H» di Palermo, nominato dal Presidente dell’Assemblea Regionale siciliana per il periodo 27 luglio 2006 — 31 luglio 2011, si era appropriato di somme I appartenenti alla stessa fondazione. I I La Fondazione risultava essere stata costituita a seguito della legge regionale n. 44 del 9 dicembre 1996, che ne aveva promosso l’istituzione «al fine della più ampia conoscenza e della diffusione dell’attività degli organi istituzionali della Regione e dell’Assemblea in particolare, e dei valori e del patrimonio culturale della Sicilia». I Giudici di primo grado avevano evidenziato che la Fondazione, sebbene costituita con le forme di un ente privato, aveva i tipici caratteri di un soggetto giuridico di tipo pubblicistico, avendo come unico socio fondatore la Regione Sicilia e avendo la legge descritto le sue attività di tipo pubblico (promozione di attività per la valorizzazione del patrimonio culturale della Sicilia e delle opere di artisti siciliani; diffusione e pubblicazione di volumi, riviste e notizie sull’autonomia e le sue istituzioni; la promozione di convegni di studio, di ricerche giuridiche e storiche sull’autonomia e le sue istituzioni, di borse di studio e la collaborazione con istituti universitari e di ricerca italiani ed esteri e con i provveditorati agli studi siciliani; la conservazione e l’ordinamento dell’archivio storico dell’autonomia e dell’attività dell’Assemblea), nonché previsto la composizione dei suoi organi con la partecipazione prevalente di soggetti istituzionali (il Consiglio di amministrazione, composto obbligatoriamente dai componenti del Consiglio di Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana, da tre componenti nominati da quest’ultima, dai Rettori delle Università degli studi siciliane, e presieduto di diritto dal Presidente dell’Assemblea Regionale stessa), la durata del consiglio di amministrazione legato alla corrispondente legislatura, il patrimonio formato da una dotazione iniziale esclusivamente della Regione Sicilia e con dotazioni annuali sempre ad opera dell’ente regionale, e la destinazione alla Regione Sicilia del patrimonio in caso di cessazione dell’attività. Il Tribunale aveva ritenuto che la Fondazione in esame possedesse tutti i caratteri che la giurisprudenza aveva elaborato, facendo leva sulla disciplina del D.Igs. 163/2006, per riconoscere ad enti di diritto privato la natura di organismi 6 , di diritto pubblico: le finalità di interesse generale perseguite dall’ente (nella specie, la promozione del patrimonio culturale regionale), il possesso di personalità giuridica (riconosciuta alla Fondazione Federico II con decreto presidenziale del 1997) e il finanziamento pubblico in modo maggioritario o comunque il controllo prevalente della sua gestione da parte di organismi di diritto pubblico. I Giudici di primo grado avevano richiamato altresì la normativa contenuta nel Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Igs. n. 42 dl 2004) ed in particolare le disposizioni relative alla gestione di beni culturali di appartenenza pubblica (art. 115 e ss.gg.), in base alle quali la Fondazione aveva stipulato con la Regione una convenzione per l’affidamento della gestione dei servizi aggiuntivi del Complesso monumentale del Palazzo dei Normanni. Inoltre, il Tribunale aveva evidenziato a conforto ulteriore dei dati acquisiti che la Corte dei Conti nel giudizio di responsabilità nei confronti dell’Acierno aveva affermato che la Fondazione in questione e le somme oggetto di appropriazione avessero natura pubblica. Tale assetto era per i Giudici di primo grado ampiamente sufficiente per affermare che il direttore generale di detta Fondazione rivestisse la qualità di incaricato di pubblico servizio. Quanto al merito della vicenda, il Tribunale aveva accertato che la contestata condotta di peculato continuato era stata commessa dall’imputato attraverso varie modalità: con prelievi per contanti ed assegni dalla cassa della Fondazione di somme di danaro pari ad euro 48.575,71, nonché con l’utilizzo di due carte di credito concesse alla Fondazione — e segnatamente carta AMEX (intestata al Presidente pro tempore della Fondazione, ma affidata all’imputato con esclusivo potere di firma) per euro 35.621,53 e carta EGO della CREDEM (emessa a nome dell’imputato) per euro 17.905,24 — per finalità personali o comunque estranee ai fini istituzionali. Secondo la ricostruzione dei primi Giudici, l’imputato, con una linea di difesa «altalenante e confusa», aveva ammesso di aver effettuato le contestate condotte per finalità personali e per nulla connesse ai fini istituzionali della Fondazione, stante la tipologia (acquisti di carburante a Panarea, abiti, giochi d’azzardo on line, ecc.) difficilmente imputabili a quest’ultima. Secondo il Tribunale, la tesi difensiva – secondo cui la condotta doveva giustificarsi con un accordo preso dall’imputato con la direttrice amministrativa della Fondazione, Razete, di «compensare» le spese personali con gli emolumenti spettantigli per la sua carica (nella specie, pari a 15.600 euro mensili), frutto di una consolidata prassi in uso nella Fondazione e comunicatagli proprio dalla Razete — era stata ampiamente smentita dalle risultanze 7 processuali ed in particolare dall’esame del c.d. «mastrino di sottoconto» relativo alle somme riferibili all’imputato e dalle stesse dichiarazioni della Razete. Era risultato invero che, mentre per tutto l’anno 2006, gli emolumenti dell’imputato erano stati pagati regolarmente con assegno o bonifico bancario e con emissione di regolare fattura di pari importo, a partire dal gennaio 2007 l’imputato aveva deciso di operare diversamente, effettuando prelievi di danaro contante dalla cassa o dal conto bancario della Fondazione a titolo di «acconto» sulle sue retribuzioni e utilizzando per spese personali le due carte di credito sopra citate. A fronte di chiarimenti richiesti dalla Razete, l’imputato le aveva comunicato che tali spese sarebbero state oggetto di compensazione con i suoi crediti. Il Tribunale aveva altresì accertato che, poiché, a gennaio 2007 le somme spese con la carta AMEX ammontavano alla consistente cifra di quasi 28 mila euro e a febbraio a quella di quasi 20 mila euro e i relativi estratti-conto con il dettaglio delle spese effettuate pervenivano solo all’Acierno (all’ente era comunicato solo il totale dell’importo mensile), la Razete aveva chiesto a questi di giustificare con pezze di appoggio le spese personali effettuate, facendogli altresì presente che le spese non giustificate e non riferibili all’ente gli sarebbero state addebitate. L’imputato, dopo un fugace esame dei primi estratti-conto, aveva comunicato di rinviare la contabilizzazione a fine anno. Pertanto, la Razete aveva cessato di corrispondergli dal marzo 2007 il compenso mensile, contabilizzando, a richiesta dell’imputato, i suoi prelievi «in acconto». Quanto alla carta EGO (i cui estratti-conto non era stati mai ricevuti né visionati dalla Razete), il Tribunale aveva accertato che con essa era state effettuate esclusivamente giocate on line fino al maggio 2007. Di tali spese, l’imputato, pur assumendosene l’onere economico, aveva negato in giudizio l’attribuzione, sostenendo di essere stato avvisato dalla banca nel febbraio 2007 dell’esistenza di spese anomale e di aver pertanto provveduto subito a restituirla all’istituto bancario tramite la Razete – circostanze queste peraltro smentite dai testi Razete e Pigliasco, funzionario della banca, che aveva dichiarato in particolare che non fosse prassi della banca avvisare i clienti e che la lettera di disdetta era pervenuta alla banca solo nel maggio 2007. Il Tribunale aveva evidenziato che dei movimenti tra febbraio 2007 e maggio 2007, l’imputato non aveva saputo fornire alcun chiarimento. Relativamente ai prelevamenti dalle casse dell’ente, i Giudici di primo grado avevano accertato, attraverso l’esame del mastrino di sottoconto e dalle deposizioni dei militari della Guardia di finanza, l’effettuazione a partire dall’inizio 2007 di una notevolissima serie di prelievi dalla cassa o dal conto corrente dell’ente mediante richiesta di prelievo o emissione di assegni a nome 8 dell’imputato, contabilizzati a titolo di anticipo sulle fatture relative ai suoi emolumenti per un importo che da solo era ben superiore al credito maturato dell’imputato da marzo a novembre 2007 (data delle sue dimissioni), con un disavanzo pari alla cifra oggetto di contestazione (euro 48.575,71). Tale dato già da solo dimostrava, secondo il Tribunale, l’assurdità della tesi sostenuta dall’imputato di aver utilizzato le carte di credito in vista di compensazioni sui crediti maturati nel corso dell’anno. Relativamente alla carta AMEX risultavano effettuate spese per fini non istituzionali (pagamenti canoni Sky, acquisti di elettrodomestici, spese presso un hotel alle Maldive, biglietti Alitalia, spese per un soggiorno a Barcellona e a Panarea ed in altre località, duty free in aeroporto, abbigliamento, ecc. come meglio descritti nel capo di imputazione). Il Tribunale aveva rilevato che sia per la carta AMEX che per la carta EGO, l’imputato non aveva corrisposto all’ente nessuna ricevuta o pezza di appoggio per l’imputazione delle relative spese oggetto di contestazione. Solo in due o tre occasioni l’imputato aveva visionato con la Razete gli estratti conto della carta AMEX (degli 11 totali), mentre quelli della carta EGO (solo 4) non erano stati mai sottoposti alla Razete. Il Tribunale aveva altresì evidenziato, a dimostrazione del doloso comportamento dell’imputato, che a partire dai primi del 2007 aveva fatto di tutto per ostacolare il lavoro del Collegio dei revisori dell’ente, comunicando ai relativi componenti che, in quanto scaduti dal 2004 e nonostante avessero operato fino al 2006, non potevano più accedere agli atti ed effettuare le visite di controllo (aveva dato disposizioni a tal fine di chiudere i libri in un armadio di cui solo lui aveva le chiavi). Quanto alle tesi difensive sostenute dall’imputato, il Tribunale aveva ritenuto del tutto priva di fondamento la tesi dell’esistenza di una «consolidata prassi» di compensazione, in quanto smentita da tutti i testi che avevano avuto a che fare con l’ente (segnatamente Razete, Dominici, quest’ultimo teste della difesa, che aveva ricoperto la carica di direttore generale dell’ente, prima dell’imputato) e dalla stessa pregressa documentazione contabile dell’ente. Era solo risultato che in rarissime occasioni ed in situazioni di urgenza si era provveduto a qualche sporadico pagamento con la carta di credito dell’ente per scopi istituzionali. Solo in limine litis, secondo il Tribunale, l’imputato aveva modificato il tiro, assumendo che la citata prassi era utilizzata presso l’Assemblea regionale Siciliana, tesi anche questa, per quanto inconferente, smentita dai testi assunti. Quanto alle contestazioni circa il notevole debito maturato con l’ente nel 2007, il Tribunale aveva evidenziato che l’imputato aveva sostenuto di essere in realtà in credito con l’ente per il compenso (circa 100.000 euro, sostanzialmente 9 corrispondenti al debito maturato), concordato con l’allora Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Miccichè, che doveva essergli corrisposto come consegnatario di un evento organizzato nel 2007 dall’Assemblea in occasione dell’anniversario della sua prima seduta, e di aver presentato nel novembre 2007 alla Razete le relative fatture. Il Tribunale aveva rilevato l’infondatezza anche di questa tesi difensiva, posto che la circostanza della spettanza di un compenso era stata decisamente smentita sia dalla documentazione acquisita in ordine all’incarico conferito sia categoricamente dai testi Miccichè e Murana, quest’ultima funzionario in servizio all’Assemblea, addetta alla contabilizzazione delle spese dell’evento. Il Tribunale aveva accertato che la Razete aveva contattato Miccichè, ritenendo le fatture in questione non contabilizzabili, e che questi, appresa la notizia circa le pretese economiche dell’imputato, si era adirato e le aveva detto di non considerarle. Miccichè aveva altresì riferito in dibattimento che non solo un compenso non era mai stato concordato, ma che gli emolumenti proprio da lui stabiliti a favore dell’imputato per la carica di Direttore generale della Fondazione erano talmente consistenti (Acierno percepiva circa 10 volte in più dei suoi predecessori) che ogni altro ulteriore compenso sarebbe stato fuori luogo; e che questo episodio, che aveva incrinato il rapporto fiduciario che li legava, aveva indotto Acierno a rassegnare le sue dimissioni. Il teste Murana aveva spiegato che il coinvolgimento della Fondazione nell’evento era stato solo quello di fungere da intermediario con i terzi fornitori e non erano stati previsti compiti che prevedessero consulenze o consegna di opere della mostra. Secondo il Tribunale, la pretestuosità delle fatture era stata altresì dimostrata anche dalla circostanza che, in occasione della predisposizione della contabilità dell’evento da parte dell’Assemblea Regionale nel luglio 2007 (approvata con deliberazioni del 19 e 25 luglio 2007), l’imputato aveva presentato una sola fattura per 20.800 euro a titolo di «consulenza artistica», di seguito stornata con nota di credito, perché non rimborsabile. Pertanto, secondo il Tribunale, la tardiva presentazione delle fatture da 100.000 euro era da collegarsi al tentativo estremo di giustificare l’esposizione debitoria sino ad allora maturata illecitamente nei confronti dell’ente, «inventandosi» di sana pianta la ragione creditoria di pari importo e sperando di ottenere la copertura dal Miccichè. Il Tribunale aveva rilevato che l’imputato a fronte di tale risultanze si era mostrato confuso e contraddittorio, limitandosi a replicare che il rendiconto dell’Assemblea Regionale del luglio 2007 era falso e mai portato a sua 10 conoscenza e che l’intera contabilità della Fondazione era stata artatamente falsificata ad opera della Razete e di Miccichè per danneggiarlo. Infine, il Tribunale aveva respinto la richiesta dell’imputato di cui all’art. 448, comma 1 cod. proc. pen., sul rilievo della esiguità della pena e della non concedibilità delle circostanze attenuanti generiche, a causa del precedente penale riportato, della gravità dei fatti oggetto di contestazione, della sfrontatezza dimostrata dall’imputato e del mancato risarcimento del danno arrecato. In sede di appello, l’imputato aveva contestato la ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale, chiedendo la rinnovazione del dibattimento con l’audizione della Razete e l’espletamento di una perizia contabile. Aveva sostenuto in particolare che le prove a discarico acquisite nel dibattimento era svilite o ° addirittura ignorate (come in particolare la relazione tecnica contabile di parte). Aveva evidenziato di non aver mai ammesso di aver effettuato personalmente i prelievi di denaro, ma di averli ricevuti dalla Rezete con acconto fatturato regolarmente; di non aver mai ammesso di aver usato le carte credito a scopi non istituzionali; che era effettivamente esistente la prassi della compensazione nella Fondazione; che era inattendibile la teste Razete, sia relativamente alla ricostruzione dei conti sia in particolare in ordine alla vicenda delle 2 fatture relative all’incarico avuto dall’Assemblea, espunte dalla contabilità della fondazione unilateralmente solo a dicembre 2007; che in ogni caso difettavano in capo all’imputato la qualifica di incaricato di pubblico servizio e in capo alla Fondazione la natura di ente pubblico (non potendosi in ogni caso far ricorso ai criteri desunti dalla normativa degli appalti). I Giudici di appello ritenevano infondate le censure difensive. Quanto ai movimenti di cassa (prelievi in contanti e assegni), la Corte palermitana richiamava la ricostruzione dei movimenti effettuata da personale della Guardia di Finanza sulla documentazione reperita presso la sede della Fondazione e i movimenti di cassa della biglietteria del Complesso monumentale gestito dalla Fondazione. L’ammontare delle somme prelevate dall’inizio del 2007 a favore dell’Acierno, come «esigenze di cassa» del Direttore generale e senza alcuna rendicontazione, era stato di euro 220.000, somma questa da sola ben superiore all’importo che questi vantava a titolo di compensi nei confronti dell’ente (con una differenza di 48.575 euro, oggetto di contestazione). La Corte distrettuale riteneva priva di fondamento la tesi difensiva in ordine alle spese effettuate con la carta EGO, in quanto smentita dalle risultanze processuali; mentre la ricostruzione dei movimenti della carta AMEX risultava essere stata effettuata dalla Guardia di Finanza verificando per ogni singola voce di spesa la documentazione presente nei registri contabili e fiscali della 11 Fondazione e custodita negli suoi archivi (per i beni regolarmente acquistati dalla Fondazione era infatti presente la corrispondente fattura regolarmente registrata nella contabilità). La Corte rilevava che era stato comunque lo stesso imputato ad aver ammesso di aver appreso della possibilità di utilizzare la carta AMEX per spese personali da detrarre in compensazione con i suoi crediti; e che questi ne aveva fatto uso per scopi personali in occasione di un viaggio con la famiglia alle Maldive, in un periodo in cui riscuoteva regolarmente l’assegno mensile e in un’occasione di certo non istituzionale che non ne giustificava il possesso; e che altre spese addebitate sulla carta AMEX non riferibili alla Fondazione (spese per canoni Sky e presso negozi TIM) risultavano effettuate nel medesimo periodo in cui riscuoteva regolarmente lo stipendio mensile. La Corte riteneva che la tesi della compensazione non sollevava comunque l’imputato dalle sue responsabilità penali per le condotte appropriative. In ordine al preteso credito dell’imputato per le due fatture di circa 100.000 euro, i Giudici dell’appello richiamavano le risultanze processuali che avevano del tutto smentito la tesi difensiva, sulle quali nessuna incidenza poteva essere assegnata alla consulenza tecnica di parte. Quanto infine alla qualifica rivestita dall’imputato e alla natura dell’ente, la Corte palermitana confermava le conclusioni a cui era pervenuto il primo giudice in ordine alla prima, evidenziando che la decisione delle Sezioni Unite civili nel frattempo intervenuta in tema di riparto di giurisdizione e che aveva qualificato la Fondazione come ente di diritto privato, non incideva sulla configurabilità del reato di peculato. La Corte respingeva inoltre le istanze istruttorie, ritenendole non necessarie sulla base dei chiarimenti offerti durante il dibattimento dagli ufficiali di p.g. della Guardia di finanza, e confermava il trattamento sanzionatorio, non ritenendo l’imputato meritevole delle invocate attenuanti generiche. 2. Avverso la suddetta sentenza, ricorrono per cassazione i difensori dell’imputato, articolando più motivi di impugnazione. 2.1. Con il primo motivo lamentano la manifesta illogicità della motivazione in relazione all’affermazione di responsabilità per i fatti ascritti e la violazione di legge, in relazione all’art. 603 cod. proc. pen., in ordine all’omessa rinnovazione parziale dell’istruttoria dibattimentale chiesta con l’atto di gravame (art. 606, comma 1, lett. b ed e, cod. proc. pen.). Si assume che la sentenza impugnata avrebbe con motivazione apparente eluso le censure avanzate dalla difesa in sede di appello, al cui contenuto è fatto 12 rinvio, incorrendo nel vizio di travisamento della prova per la lettura solo parziale delle risultanze processuali. Segnatamente, la sentenza impugnata non avrebbe fornito risposta alla dedotta mancanza di prova della condotta appropriativia di cui al capo 1) (avendo i giudici di merito ritenuto provato il peculato solo sul mero dato aritmetico della differenza tra somme erogate e somme rinvenute come residuo), omettendo un accertamento sul punto richiesto in sede di appello. In ordine alla prova della condotta appropriativa di cui al capo 1), la motivazione risulterebbe del tutto evanescente, basandosi solo sull’asserita inattendibilità della versione fornita dall’imputato, e non avendo chiarito affatto se le somme siano state meramente distratte (ipotesi espunta dal vigente art. 314 cod. pen.). Si evidenzia che nessuna risposta vi sarebbe stata in sede di appello sulla tesi difensiva volta a dimostrare, a dispetto di quanto affermato dal primo Giudice, la verosimiglianza della versione dell’imputato circa la destinazione della somma residua, tenuto conto che fino al 2009 nessuno avesse assunto iniziative per contestare il suo operato o recuperare somme dall’imputato, che invece aveva continuato a ricevere dall’Assemblea Regionale Siciliana emolumenti regolarmente. Relativamente al capo 2), non sarebbe dato comprendere da quale elemento la Corte territoriale avrebbe tratto la prova dei prelievi in contante dalla «cassa della biglietteria» relativa alla Cappella Palatina e al Palazzo dei Normanni, quando in primo grado si parlava di prelievi dalla cassa della Fondazione che è un ente privato. Inoltre, risulterebbe omessa la considerazione fatta con l’appello che l’imputato non aveva mai dichiarato di aver effettuato personalmente prelievi in danaro né che tale circostanza risultasse agli atti. L’imputato avrebbe soltanto ricevuto acconti sulle fatture del proprio stipendio mensile. La sentenza impugnata avrebbe in modo lacunoso e illogico liquidato la tesi difensiva, esposta in appello sulla espunzione dalla contabilità della Fondazione di 2 fatture per il compenso per l’incarico di consegnatario, che avrebbero giustificato il debito erroneamente imputato a titolo di peculato all’Acierno (il quale non era stato informato dell’espunzione delle fatture). Non sarebbe stata data risposta ai motivi di appello che avevano richiamato le dichiarazioni dei testi (segnatamente, il commercialista consulente della Fondazione, Cusumano, ed il segretario particolare dell’Acierno, D’Ippolito) che avevano dichiarato di essere stati a conoscenza dell’esistenza del compenso. ()) 13 .‘ # Inoltre, si assume che il decreto di affidamento dei servizi avrebbe previsto l’onerosità dei servizi, che pertanto doveva estendersi anche alla figura del consegnatario. Si sostiene che tutte queste circostanze, rappresentate dalla consulenza di parte del dott. Scordato, sarebbero state del tutto ignorate: il consulente avrebbe avanzato numerosissimi, conferenti e documentati rilievi sulla gestione della contabilità in occasione dell’evento organizzato dall’Assemblea Regionale. Nel ricorso si lamenta inoltre che la Corte di appello non avrebbe fornito risposta ai rilievi sollevati in appello sulla deposizione della teste Murana. Il ricorrente denuncia l’apparenza della motivazione in ordine alla mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per l’esecuzione di una perizia tecnica sulla regolarità della contabilità della Fondazione, essendo emerso tra l’altro nel corso del dibattimento la sostituzione di fatture riconducibili all’imputato e dallo stesso non formate. Quanto alla carta EGO, si sostiene che la sentenza impugnata non avrebbe motivato sulle deposizioni rese dai testi D’Ippolito e Sferruzza (che avevano avvalorato la tesi dell’imputato sulla restituzione della carta alla CREDEM), limitandosi a richiamare le dichiarazioni del teste Pigliasco del tutto neutre. Mancherebbe quindi la prova che sia stato l’imputato ad effettuare le giocate on line con la suddetta carta. Si deduce, inoltre, che la sentenza impugnata, nel qualificare come personali le spese effettuate con la carta AMEX, che l’imputato aveva invece disconosciuto in larga parte come tali, si sarebbe fondata essenzialmente sulle dichiarazioni del teste Razete, la cui attendibilità era stata messa in discussione con l’appello, sulla base della consulenza tecnica di parte e di altre emergenze processuali. Il ricorrente denuncia poi che la sentenza impugnata non avrebbe preso in considerazione quanto eccepito nell’appello in ordine alla confutazione della deposizione della teste Razete, che aveva dichiarato che nella Fondazione non si fosse operata alcuna compensazione, smentendo la tesi difensiva dell’imputato. Sarebbe stata inoltre disattesa, con motivazione carente, la richiesta di rinnovazione della deposizione del teste Razete, in ordine alla quale nell’appello si era evidenziato la lacunosità delle dichiarazioni in ordine alle spese che la stessa aveva inserito in contabilità come non istituzionali. Si sostiene che la sentenza impugnata nulla avrebbe motivato in ordine all’attendibilità della Razete, unica testimone d’accusa, a fronte di evidenti smagliature nella versione dei fatti dalla stessa rappresentata (in particolare sulla presenza della figura del consegnatario in occasione dei festeggiamenti del 600 anniversario della prima seduta dell’Assemblea Regionale; sull’ammontare 14 della spesa sostenuta dalla Fondazione in detta occasione; sullo scambio dei messaggi con l’imputato nel dicembre 2014). Del pari nessuna risposta vi sarebbe stata ai rilievi mossi alla sentenza di primo grado circa la volontà dell’imputato di svicolare o aggiustare il tiro in ordine alla prassi della compensazione con la carta di credito Amex. La sentenza non avrebbe preso in considerazione la denunciata difformità tra la ricostruzione offerta dal Miccichè in ordine alle dimissioni dell’Acierno e quella offerta dalla Razete, dall’imputato, da D’Ippolito e da Minardo. Nessuna risposta vi sarebbe stata in ordine alla questione eccepita dalla difesa dell’errore sul fatto di cui all’art. 47 cod. pen. 2.2. Con il secondo motivo, si denuncia la violazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc., in relazione agli artt. 357 e 314 cod. pen. Secondo il ricorrente, la sentenza impugnata, nell’attribuire all’imputato in ordine al capo 1) la qualifica di pubblico ufficiale sarebbe incorsa in un erroneo approccio valutativo, associando la qualifica soggettiva ad un’attività dell’imputato connessa a quella del gruppo parlamentare come proiezione del partito politico, violando norme civilistiche, non avendo l’obbligo di restituzione – tra l’altro riferito a consiliature precedenti – alcun rapporto di strumentalità con l’esercizio della funzione legislativa. 2.3. Con il terzo motivo, si deduce la violazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc., in relazione agli artt. 358 e 314 cod. pen. Secondo il ricorrente, la sentenza impugnata avrebbe erroneamente attribuito all’imputato la qualifica di incaricato di pubblico servizio in relazione al capo 2), disattendo in modo superficiale tutti i molteplici e specifici rilievi sollevati dalla difesa. In primo luogo, la Corte territoriale avrebbe disatteso le conclusioni cui erano pervenute le Sezioni Unite civili proprio in relazione alla vicenda in esame, segnatamente qualificando la Fondazione Federico II come ente di diritto privato e sottolineando che le funzioni da essa svolte non costituiscono delega di funzioni istituzionali dell’ente che le ha conferito le risorse finanziarie. In tal modo, la Suprema Corte avrebbe affermato che le finalità di pubblico interesse svolte da un ente privato non conferiscono ai soggetti che rappresentano l’ente la qualifica di gestori di un pubblico servizio. Nel caso in esame, mancherebbe inoltre una funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, come previsto dall’art. 357 cod. pen., mentre depongono per il carattere di servizio non pubblico le entrate che risulterebbero provenire prevalentemente dall’attività della Fondazione. 15 , , , 2.4. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia la violazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. in relazione alla richiesta di applicazione della pena ex art. 448 cod. proc. pen., avendo su di essa la sentenza impugnata omesso di motivare. 2.5. Con il quinto motivo si deduce infine la violazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. in relazione al trattamento sanzionatorio, all’art. 62-bis cod. pen. e all’aumento per la continuazione peri fatti di cui al capo 2), sostenendo che la motivazione al riguardo risulterebbe carente ed inadeguata. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è infondato per le ragioni di seguito illustrate. 2. Deve preliminarmente essere affrontata la questione sollevata nel ricorso circa la configurabilità del delitto di peculato nelle condotte contestate all’imputato. 2.1. Quanto al capo 1), correttamente i Giudici di merito hanno ritenuto che l’imputato rivestisse la qualifica soggettiva di pubblico ufficiale. Secondo un consolidato insegnamento, ribadito anche in epoca recente, al fine di individuare se l’attività svolta da un soggetto possa essere qualificata come pubblica, ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 357 e 358 cod. pen., è necessario verificare se essa sia o meno disciplinata da norme di diritto pubblico, quale che sia la connotazione soggettiva del suo autore, distinguendosi poi – nell’ambito dell’attività definita pubblica sulla base di detto parametro oggettivo – la pubblica funzione dal pubblico servizio per la presenza, nell’una, o la mancanza, nell’altro, dei poteri tipici della potestà amministrativa, come indicati dall’art. 357, secondo comma, cod. pen. (tra tante, Sez. 6, n. 36176 del 19/11/2013 – dep. 2014, D’Angelo, Rv. 260056; Sez. U, n. 10086 del 13/07/1998, Citaristi, Rv. 211190). Orbene, non appaiono cogliere nel segno le critiche relative alla qualità rivestita dall’imputato all’epoca dei fatti e alle funzioni delle quali questi risultava formalmente investito con decreto del Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana. Sia la sentenza di primo grado che quella impugnata hanno evidenziato che l’imputato, oltre a rivestire all’epoca la qualità di Presidente di un gruppo parlamentare, era stato formalmente incaricato dal Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana di funzioni aventi ad oggetto la gestione di denaro pubblico che non si collegavano alla carica da questi ricoperta. 16 , , Ora, se non vi è ragione alcuna per discostarsi dalla regula iuris affermata dalla Suprema Corte, secondo cui il presidente di un gruppo consiliare regionale riveste la qualifica di pubblico ufficiale, in quanto, nel suo ruolo, partecipa alle modalità progettuali ed attuative della funzione legislativa regionale, nonché alla procedura di controllo del vincolo di destinazione dei contributi erogati al gruppo (Sez. 6, n. 49976 del 03/12/2012, Fiorito, Rv. 254033: nella specie, la Corte ha ritenuto configurabile il delitto di peculato nel caso di appropriazione dei contributi destinati all’attività del gruppo consiliare da parte del Presidente del gruppo medesimo), nel caso in esame va esaminata piuttosto l’attività delegata all’imputato con il decreto presidenziale n. 16 del 2002. L’imputato ha infatti realizzato la condotta illecita in relazione a somme asservite non alle finalità del gruppo parlamentare di cui era Presidente, bensì a precise finalità istituzionali indicate nel decreto presidenziale. [ L’investitura effettuata dal Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana aveva lo scopo di impegnare uno stanziamento straordinario, erogato per far fronte a ben precise spese, assunte dal gruppo misto nella precedente legislatura. Trattandosi di debito maturato nei confronti di un’entità non più esistente, l’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea, nell’ambito dei poteri conferiti dal Regolamento interno, ha ritenuto di dover provvedere al suo ripianamento con fondi dell’Assemblea medesima, sotto forma di anticipazione straordinaria, nella specie investendo con apposita delibera il Presidente del Gruppo subentrante dei necessari adempimenti contabili ed amministrativi. E ciò in quanto – si legge nella sentenza di primo grado – il gruppo misto della precedente legislatura aveva maturato un consistente debito a causa di provvedimenti emessi dalla stessa Presidenza dell’Assemblea Regionale (decreto n. 152 del 1996) che avevano sostanzialmente «imposto» la collocazione nel gruppo misto di alcuni dipendenti che non avevano trovato sistemazione in altri gruppi parlamentari. Orbene, pur potendosi ravvisare una continuità politica tra i gruppi di più legislature (difficilmente riscontrabile tuttavia in ogni caso per il gruppo misto), sul piano giuridico gli avanzi di gestione così come le obbligazioni contratte da un gruppo non possono essere trasferite alle compagini che si vanno a formare nelle legislature successive. E’ principio basilare infatti che delle obbligazioni, risponde unicamente il gruppo parlamentare che le ha contratte: anche dopo il suo scioglimento, rispondono coloro che hanno agito in nome e per conto di quel gruppo, giammai il gruppo costituito successivamente (Sez. L, n. 11207 del 14/05/2009, Rv. 608156, la Suprema Corte, pronunciandosi su una controversia di un dipendente 17 .. assunto da un gruppo parlamentare, ha ritenuto che erroneamente era stata ritenuta la legittimazione passiva del gruppo parlamentare «senza tenere conto che nel periodo di tempo in contestazione erano esistiti diversi gruppi parlamentari nel senso di diversi soggetti giuridici», visto che il gruppo parlamentare si costituisce all’inizio di ogni legislatura e il gruppo parlamentare così costituito non può, quindi, ritenersi continuazione di un gruppo parlamentare della precedente legislatura scioltosi con essa). Pertanto, l’estinzione di un gruppo parlamentare non comporta alcun fenomeno di successione nel debito in capo al diverso soggetto, venuto a giuridica esistenza successivamente: la diversità giuridica tra i diversi gruppi parlamentari e la reciproca autonomia escludono che il nuovo gruppo possa essere ritenuto responsabile di obbligazioni assunte dai gruppi parlamentari che lo hanno preceduto (Sez. L, n. 12817 del 06/06/2014, Rv, 631187). Di tale assetto ne è riprova, in via sistematica, la regolamentazione interna attualmente vigente nell’Assemblea Regionale Siciliana, là dove prevede che, in caso di scioglimento del Gruppo per qualsiasi causa, eventuali avanzi di gestione certificati debbano essere restituiti all’Assemblea e che tutte le scritture contabili siano conservate presso la Presidenza dell’Assemblea per almeno dieci anni dalla data di deposito. Significantemente, a conferma di questo assetto, i regolamenti dei gruppi parlamentari ed in particolare dei gruppi misti prevedono di regola per le operazioni di liquidazione del patrimonio del gruppo sciolto siano nominati dei «commissari liquidatori» ai sensi del R.D. 318 del 1942 (ovvero dei pubblici ufficiali, cfr. ad es., tra i tanti, il Regolamento del gruppo misto alla Camera dei deputati), quale espressione dell’autodichia riconosciuta alle assemblee parlamentari. In altri casi, è lo stesso regolamento dell’assemblea parlamentare a stabilire la disciplina applicabile ai casi di scioglimento del gruppo, prevedendo che sia consentito attribuire – ma solo a determinate condizioni – al gruppo subentrante «gli adempimenti contabili ed amministrativi» non ancora compiuti e afferenti al gruppo precedente, fermo restando «il divieto di trasferire risorse finanziarie, crediti, debiti o qualsiasi rapporto contrattuale nei confronti di terzi tra il gruppo precedente e quello subentrante» (cfr. regolamento di contabilità del Senato). In tale quadro deve quindi essere inquadrata la vicenda in esame. La estinzione delle posizioni debitorie del gruppo misto della dodicesima legislatura nei confronti del suo personale non era di certo incombenza del nuovo gruppo e tantomeno del suo Presidente (come, nell’appello, l’imputato aveva sostenuto al fine di rendere verosimile la sua versione circa la presunta commistione tra le due gestioni).

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