Ordinamento Penitenziario – Cassazione Penale 13/03/2017 N° 11980

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 13/03/2017

Numero: 11980

Testo completo della Sentenza Ordinamento penitenziario – Cassazione penale 13/03/2017 n° 11980:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 11980 Anno 2017
Presidente: GALLO DOMENICO
Relatore: RECCHIONE SANDRA
Data Udienza: 10/03/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
MOCANU STELIAN MARIAN N. IL 18/02/1985
avverso la sentenza n. 45/2016 CORTE APPELLO di BRESCIA, del
10/02/2017
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. SANDRA RECCHIONE;

RITENUTO IN FATTO
1.La Corte di appello di Brescia in seguito all’annullamento con rinvio disposto
dalla Corte di cassazione disponeva un supplemento di istruttoria volta ad
acquisire informazioni sul trattamento penitenziario riservato al Mocanu in
Romania. Tale supplemento era stato ritenuto necessario in quanto doveva
essere applicata la procEdura indicata dalla CGUE nella sentenza della Grande
sezione del 5 aprile 2016 (cause riunite C-40415 e C65915 PPU ric. Aranyosi e
Caldararu) per garantire che le consegne in Romania rispettino i diritti umani in
coerenza con le indicazioni offerte dalla Corte Edu (tra l’altro, nelle sentenza
Iacov Stanciu v. Romania del 2472012).
Ottenute le informazioni richieste, la Corte territoriale riteneva che le condizioni
carcerarie riservate al Mocanu dallo Stato rumeno consentissero, in concreto, di
escludere la violazione dei diritti umani e, segnatamente la sottoposizione a
trattamenti inumani e degradanti.
Veniva, pertanto, disposta la consegna del Mocanu alla Romania in relazione ai
reati di contrabbando e rapina aggravata.
2. Avverso tale provvedimento proponeva ricorso per cassazione il difensore del
Mocanu che dEduceva:
2.1. violazione di legge: si dEduceva che le Autorità rumene non avevano fornito
elementi utili da escludere che il Mocanu subisse trattamenti inumani e
degradanti, con violazione degli artt. 2 e 18 della Legge n. 69 del 2005, dell’art.
1 §§ 3, 5, 6 della Decisione quadro 2002584GAI e dell’art. 3 della Convenzione
Edu. Si dEduceva che le informazioni fornite riguardavano in generale il sistema
penitenziario rumeno, ma non fornivano indicazioni individualizzate
specificamente riferite al trattamento penitenziario riservato al ricorrente.
In particolare non si chiariva se al Mocanu sarebbe stato riservato un regime
“chiuso”, “semiaperto” o “aperto”, né tantomeno la durata della detenzione; si
dEduceva che non veniva indicato con certezza l’istituto penitenziario nel quale il
Mocanu avrebbe dovuto essere ristretto dopo il periodo di quarantena; inoltre lo
spazio riservato al Mocanu non sarebbe conforme alle indicazioni della Corte di
Strasburgo, che richiede che la cella abbia una ampiezza minima di tre metri
calpestabili; infine non sarebbero indicate le modalità con le quali dovrebbe
essere disponibile l’acqua calda; né erano state fornite indicazioni sulla
disponibilità degli impianti di riscaldamento e sulla frequenza degli interventi di
derattizzazione e disinfestazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.11 ricorso è infondato.
Si ritiene che, tenuto conto delle indicazioni fornite dall’Autorità rumena il
provvedimento impugnato non violi le garanzie convenzionali in materia di
inflizione di trattamenti inumani e degradanti all’interno degli istituti penitenziari.
2. Contrariamente a quanto dedotto, l’Autorità rumena comunicava il
trattamento individuale riservato al Mocanu non limitandosi a fornire indicazioni
generali astrattamente riferibili al sistema penitenziario rumeno. Il Mocanu
dovrebbe scontare un primo periodo di detenzione (successivo ad un periodo di
quarantena di 21 giorni) in regime chiuso verosimilmente presso il carcere di
Arad, penitenziario definito “soddisfacente” nel 2015 dal Rapporto del Comitato
Europeo per la Prevenzione della Tortura del Consiglio di Europa, con a
disposizione uno spazio calpestabile compatibile con le indicazioni fornite dalla
Corte Edu (superiore ai tre metri quadri), regolarmente dotato di impianto di
riscaldamento.
Trascorso un quinto del periodo di detenzione inflitto, il Mocanu avrebbe la
possibilità di accedere al regime “semiaperto” presso il carcere di Timisoara,
sempre che la sua condotta risulti compatibile con l’affievolimento del regime
carcerario.
Il carcere di Timisoara, secondo le indicazioni fornite dall’Autorità rumena
consente il quotidiano utilizzo dell’acqua calda, secondo scadenze temporali
programmate dal Direttore del penitenziario. Veniva anche precisato che era
prevista la periodica attività di disinfezione delle celle.
In tale carcere lo spazio calpestabile nelle celle è inferiore ai tre metri quadri; si
prevede, tuttavia, che i detenuti svolgano attività in comune all’esterno delle
celle per otto ore al giorno; inoltre durante il giorno la porta delle stanze
rimane aperta, consentendo l’accesso all’esterno (pagg. 3 e 4 delle informazioni
fornite dall’Autorità rumena pervenute in Corte di appello il 17 febbraio 2017).
Tali emergenze inducevano la Corte territoriale a ritenere che la dimensione delle
celle, seppure inferiore ai tre metri quadri, non ledesse i diritti fondamentali del
Mocanu e non fosse incompatibile con le garanzie previste dall’art. 3 della
Convenzione di Roma.
2. La compatibilità di tale spazio ristretto con le garanzie convenzionali deve
essere vagliata alla luce delle indicazioni fornite dalla Corte di Strasburgo.
2.1.La Corte costituzionale con le sentenze nn. 348 e 349 del 2007 ha chiarito
che la Convenzione europea dei diritti umani come interpretata dalla
giurisprudenza della Corte di Strasburgo assurge a fonte del diritto interno di
rango sovralegislativo, ma subcostituzionale: il giudice comune è tenuto ad
interpretare la legislazione interna in modo “conforme” alla ratio decidendi del
giudice convenzionale, facendo ricorso ad ogni strumento ermeneutico
disponibile; l’incidente di legittimità costituzionale è indicato come strumento
residuale da utilizzare quando è impossibile la torsione interpretativa delle
norme legislative (Corte cost. sentenza n. 80 del 2011).
Il ruolo della “norma” convenzionale, come emerge dalla mediazione
giurisprudenziale della Corte europea, è stato significativamente chiarito dalla
sentenza n. 49 del 2015 della Corte costituzionale.
La Consulta ha chiarito che l’obbligo dell’interpretazione adeguatrice incombe sul
giudice solo in presenza di una interpretazione consolidata o di una sentenza
pilota: «solo un “diritto consolidato”, generato dalla giurisprudenza europea, che
il giudice interno è tenuto a porre a fondamento del proprio processo
interpretativo, mentre nessun obbligo esiste in tal senso, a fronte di pronunce
che non siano espressive di un orientamento oramai divenuto definitivo La
nozione stessa di giurisprudenza consolidata trova riconoscimento nell’art. 28
della CEDU, a riprova che, anche nell’ambito di quest’ultima, si ammette che lo
spessore di persuasività delle pronunce sia soggetto a sfumature di grado, fino a
quando non emerga un «well-established case- law» che «normally means caselaw which has been consistently applied by a Chamber», salvo il caso eccezionale
su questione di principio, «particularly when the Grand Chamber has rendered
it» (Corte cost. n. 49 del 2015). La Consulta ha anche indicato indici idonei ad
orientare il giudice nazionale nel suo percorso di discernimento ovvero « la
creatività del principio affermato, rispetto al solco tradizionale della
giurisprudenza europea; gli eventuali punti di distinguo, o persino di contrasto,
nei confronti di altre pronunce della Corte di Strasburgo; la ricorrenza di opinioni
dissenzienti, specie se alimentate da robuste dEduzioni; la circostanza che
quanto deciso promana da una sezione semplice, e non ha ricevuto l’avallo della
Grande Camera; il dubbio che, nel caso di specie, il giudice europeo non sia stato
posto in condizione di apprezzare i tratti peculiari dell’ordinamento giuridico
nazionale, estendendovi criteri di giudizio elaborati nei confronti di altri Stati
aderenti che, alla luce di quei tratti, si mostrano invece poco confacenti al caso
italiano. Quando tutti, o alcuni di questi indizi si manifestano, secondo un
giudizio che non può prescindere dalle peculiarità di ogni singola vicenda, non vi
è alcuna ragione che obblighi il giudice comune a condividere la linea
interpretativa adottata dalla Corte EDU per decidere una peculiare controversia,
sempre che non si tratti di una “sentenza pilota” in senso stretto» (Corte cost.
n. 49 del 2015).
Dunque: non ogni sentenza della Corte Edu genera l’obbligo di interpretazione
adeguatrice, ma solo quelle che siano espressione di un diritto consolidato, che
offra una ratio decidendi del diritto scrutinato non frutto di una elaborazione
episodica, ma di un percorso interpretativo sedimentato e condiviso, se non
addirittura avvallato dall’intervento di una pronuncia di Grande camera.
2.2. La Convenzione Edu proibisce in termini assoluti la tortura e le pene o
trattamenti inumani o degradanti, quali che siano i fatti commessi dalla persona
interessata (Saadi c/Italia , n. 37201/06, § 127, 28 febbraio 2008, e Labita
c/Italia , n. 26772/95, § 119, CEDU 2000-IV). La Convenzione « impone allo
Stato di assicurarsi che le condizioni detentive di ogni detenuto siano compatibili
con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura
non sottopongano l’interessato ad un disagio o ad una prova d’intensità
superiore all’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che,
tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del
detenuto siano adeguatamente assicurate (Kudla c/Polonia , n. 30210/96, §
92-94, CEDU 2000-XI).
2.3. Segnatamente, sullo specifico tema della compatibilità degli spazi carcerari
con l’art. 3 della Convenzione Edu è intervenuta la sentenza della Grande
Camera della Corte di Strasburgo nel caso Mursic v. Croatia (Corte Edu, Grande
Camera 20 ottobre 2016).
Secondo tale decisione il fatto che lo spazio della cella sia inferiore ai tre metri
quadri genera una “forte presunzione” di violazione dell’art. 3 della Convenzione
Edu, che può essere superata solo attraverso l’allegazione di fattori
compensativi, individuati nella durata della restrizione carceraria, nel grado di
libertà di circolazione, nell’offerta di attività collettive fuori dalle celle e nel
carattere decoroso delle condizioni di detenzione (§ 135 della sentenza citata).
Si tratta di una sentenza che offre un’autorevole composizione della
giurisprudenza convenzionale che, fino ad allora, non si era espressa in modo
univoco nel rilevare la violazione dell’art. 3 della Convenzione Edu nei casi in cui
lo spazio calpestabile nelle celle è inferiore ai tre metri.
L’autorevolezza della decisione, proveniente dalla Grande Camera della Corte
europea, e la apprezzabile accuratezza della stessa, consentono di ritenere che
la sua ratio decidendi costituisca espressione di quel “diritto convenzionale
consolidato”, idoneo a generale l’onere di interpretazione adeguatrice in capo al
giudice comune italiano. Tale valutazione non risulta inficiata dagli argomenti
proposti con le opinioni dissenzienti che si limitano a riproporre gli argomenti
motivatamente superati dalla pronuncia di Grande Camera.
2.4. Può dunque affermarsi che se lo spazio delle celle è inferiore ai tre metri
quadri esiste una forte presunzione di violazione dell’art. 3 della Convenzione
Edu, vincibile solo attraverso la valutazione dell’esistenza di adeguati fattori
compensativi che si individuano nella durata della restrizione carceraria, nella
misura della libertà di circolazione, nell’offerta di attività da svolgere in spazi
ampi fuori dalle celle e nel decoro complessivo delle condizioni di detenzione.
3. Nel caso di specie, preso atto che le stanze destinate alla detenzione nel
carcere di Timisoara dispongono di uno spazio inferiore ai tre metri quadri,
occorre verificare se i fattori compensativi allegati dall’Autorità rumena
consentano di escludere in concreto la violazione del’art. 3 della Convenzione.
Dal rapporto emerge che il Mocanu dovrebbe passare nell’istituto di Timisoara
un periodo detentivo pari ai quattro quinti della pena che gli resta da scontare,
dunque un periodo che non si presta ad essere qualificato come “breve”.
Tuttavia, il tempo che il Mocanu dovrebbe trascorrere ristretto in cella risulta
limitato alle ore serali e notturne, poiché durante il giorno la porta della stanza
resta aperta, consentendo l’accesso agli altri spazi dell’istituto; a ciò si aggiunge
che nel carcere di Timisoara risultano organizzate attività che si svolgono fuori
dalle camere per otto al giorno, durante le quali i detenuti possono uscire nel
cortile, camminare, andare nelle aule, in biblioteca, nell’aula destinata alle
attività Educative od a svolgere attività sportive nei campi destinati al calcio alla
pallavolo, alla pallacanestro ed al ping pong (pagg. 3 e 4 delle informazioni
fornite dall’autorità rumena pervenute in Corte di appello il 17 febbraio 2017).
Tali condizioni, complessivamente considerate, consentono di ritenere che il
carcere di Timisoara offra condizioni detentive compatibili con le garanzie
previste dall’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani, nonostante le
celle abbiano una dimensione inferiore ai tre metri quadri. Non si ritiene pertanto
integrata neanche la condizione ostativa prevista dall’art. 18 lett. h) della Legge
n. 69 del 2005. La limitata dimensione delle celle risulta infatti sufficientemente
compensata dalla possibilità offerta al detenuto di utilizzare ampi e decorosi
spazi durante la maggior parte della giornata.
Il ricorso deve pertanto essere rigettato.
2. Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che rigetta il
ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al
pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 22 comma 5 della Legge
n. 69 del 2005.
Così deciso in Roma, il giorno 10 marzo 2017

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