Operatore 118 – Cassazione Penale 27/09/2016 N° 40036

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 27/09/2016

Numero: 40036

Testo completo della Sentenza Operatore 118 – Cassazione penale 27/09/2016 n° 40036:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
DI MARCO CARMELO N. IL 10/03/1969
AZIENDA OSPEDALIERA CANNIZZARO DI CATANIA
avverso la sentenza n. 1398/2014 CORTE APPELLO di CATANIA, del
04/03/2015
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 14/07/2016 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. UGO BELLINI
RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di Appello di Catania, pronunciando ai fini civili sull’appello
delle parti civili costituite, in riforma della sentenza emessa dal Tribunale
della stessa città, riteneva la responsabilità per colpa di Di Marco Carmelo,
quale operatore di turno del servizio sanitario di urgenza ed emergenza del
118, in relazione al decesso di Platania Gianluca in quanto, contattato
telefonicamente dalla madre di questi, la quale riferiva di una grave e
prolungata crisi epilettica del figlio, aveva omesso di attribuire al caso la
particolare urgenza riservata al codice rosso, ritardando pertanto
l’intervento e, a seguito di nuova sollecitazione della donna, aveva inviato
sul luogo dell’intervento una autoambulanza sprovvista di medico
rianimatore a bordo, comportamento da cui derivava l’arresto cardio
circolatorio del paziente consecutivo a crisi epilettiche. Condannava
pertanto Di Marco Carmelo e il responsabile civile Azienda Ospedaliera
Cannizzaro di Catania in solido al risarcimento dei danni in favore delle
costituite parti civili, per la cui determinazione rimetteva le parti dinanzi al
competente giudice civile.
2. La Corte territoriale richiamati in punto di diritto i principi di diritto e
gli approdi giurisprudenziali in punto imputazione causale nei delitti
commissivi mediante omissione e in relazione ai profili soggettivi della
responsabilità per colpa, riconosciuta la posizione di garanzia del Di Marco
quale addetto al 118, assumeva che la condotta di questi era stata
connotata da grave negligenza in quanto, sulla base della registrazione dei
contatti telefonici intervenuti a seguito della richiesta di intervento, in
violazione dei protocolli cui doveva uniformarsi il servizio di 118, aveva
manifestato la indisponibilità dell’autoambulanza che copriva il settore di
intervento senza procedere a un triage per sincerarsi della urgenza
dell’intervento a fronte di una crisi epilettica, mediante l’analisi sullo stato
delle condizioni vitali del paziente. Tale omissione non aveva consentito
all’operatore di comprendere la criticità della situazione e la possibile
evoluzione negativa della crisi epilettica, demandando all’ignoto
interlocutore che si era inserito nella conversazione (il vicino di casa Villa
Domenico) la scelta di attendere o di accompagnare all’ospedale il
paziente con mezzi propri; inoltre, a seguito della seconda richiesta di
intervento, aveva erroneamente deciso di inviare un’autoambulanza senza
medico al seguito ove il personale paramedico, che pure aveva tentato di
prestare cura al paziente, non poteva che constatarne il decesso in
mancanza di strumenti di rianimazione.
In chiave causale, riconosceva la ricorrenza di nesso eziologico tra il
comportamento dell’operatore e l’exitus laddove, a fronte di paziente a
terra sofferente per una crisi epilettica almeno dalle h. 6,47 del mattino,
l’operatore professionale del 118 avrebbe dovuto disporre l’invio immediato
di un mezzo di soccorso dopo un approfondimento anamnestico, in ragione
del possibile pericolo di vita connesso alla ostruzione delle vie aeree
superiori e di pericolo di degenerazione in male epilettico.
Assumeva, in accordo agli accertamenti tecnici eseguiti dal consulente del
PM, che il tempestivo invio di un mezzo di soccorso con medico
rianimatore a bordo avrebbe consentito, con elevata probabilità logica, il
salvataggio del paziente, tenuto conto che lo stesso alle h. 7,26 (orario
della seconda richiesta di intervento) era ancora in vita anche se in
gravissimo stato degenerativo.
Escludeva sotto diverso profilo che potessero rivestire rilevanza interruttiva
del rapporto di causalità, come sopra ricostruito, gli ulteriori elementi
interferenziali assunti dalla difesa dell’imputato, quali il pregresso quadro di
scompenso cardiaco o il fatto che il Platania fosse assuntore di cannabis,
laddove tali situazioni non erano in grado di agire in maniera significativa
sulla condizione clinica di “male epilettico” che si era instaurata, mentre la
circostanza che la crisi epilettica fosse intervenuta almeno mezz’ora prima
la originaria richiesta di intervento, era circostanza non pienamente
dimostrata, alla stregua delle testimonianze assunte, che sostanzialmente
erano nel senso di una tempestiva se non immediata richiesta di soccorso.
3. Avverso la suddetta sentenza proponeva ricorso per cassazione la
difesa dell’imputato Di Marco Carmelo e quella del responsabile civile
ospedale Cannizzaro.
la difesa dell’imputato articolava un duplice motivo di ricorso.
3.1 Con un primo motivo denunciava inosservanza o erronea applicazione
della legge penale con riferimento alla individuazione degli elementi
costitutivi del reato e vizio motivazionale con riferimento alla sussistenza
del nesso di causalità. In particolare evidenziava come sia in relazione ai
tempi di verificazione dell’evento dannoso, sia in ragione della ricorrenza,
accertata dal primo giudice, di fattori causali alternativi era impossibile
sostenere, con giudizio di elevata probabilità logica e credibilità razionale
che l’osservanza del comportamento ritenuto come doveroso da parte del
Di Marco, avrebbe avuto l’effetto salvifico per il paziente
Sotto un primo profilo evidenziava che era incerto l’orario di insorgenza
della crisi epilettica del Platania, mentre, in relazione all’asserito
comportamento dovuto, non sussisteva certezza o probabilità logica che un
intervento anticipato di venti minuti, ovvero un intervento con medico
rianimatore al seguito, avrebbero consentito la sopravvivenza del paziente.
Sotto diverso profilo evidenziava la contraddittorietà della motivazione del
giudice di appello nella parte in cui da una parte aveva escluso efficacia
interruttiva o comunque incidenza causale sull’exitus del paziente al difetto
cardiaco e all’assunzione di oppiacei, ma contemporaneamente aveva
riconosciuto che tali fattori potevano avere anticipato la insorgenza del
male epilettico laddove anche il solo dubbio ragionevole sulla esistenza di
una singola ipotesi eziologica alternativa, avrebbe dovuto escludere la
ricorrenza del nesso causale.
3.2 Con un secondo motivo di ricorso lamentava inosservanza ed
erronea applicazione della legge penale in relazione all’art.192
cod.proc.pen. relativamente all’obbligo di motivazione e di valutazione della
prova, nonché vizio motivazionale in relazione alle dichiarazioni rese dai
testimoni, nonché agli esiti della perizia di trascrizione delle telefonate
intercose tra la madre del Platania, il teste Villa Sebastiano con l’imputato.
Assumeva sul punto che era mancata una verifica attenta e rigorosa
delle dichiarazioni testimoniali, soprattutto se confrontate con gli esiti delle
conversazioni intervenute tra l’imputato, in servizio presso il 118 e le
persone sopra indicate, riportate nella perizia trascrittiva.
Invero il giudice con il richiamo ad alcuni soli passi del concitato dialogo,
aveva trascurato di porre in rilievo il passaggio fondamentale ove il teste
Villa aveva determinato l’affidamento dell’operatore sanitario Di Marco,
proponendo di condurre egli stesso in ospedale il paziente per anticipare
l’assistenza sanitaria, interrogativo al quale il Di Marco aveva
sostanzialmente aderito e cioè indicando l’opzione proposta
dall’interlocutore quale la migliore soluzione, così che il giudice di appello
era pervenuto a ipotesi di travisamento della prova non attribuendo
l’effettiva valenza istruttoria a tale dato inequivocabilmente acquisito agli
atti.
4. Il responsabile civile articolava un triplice motivo di ricorso
4.1 Con un primo motivo deduceva violazione di legge processuale e
difetto di motivazione in quanto la sentenza impugnata aveva eluso
l’obbligo che incombe al giudice di secondo grado, in ipotesi di integrale
riforma della sentenza di primo grado assolutoria, di fornire una
ricostruzione alternativa dei fatti sulla base del medesimo materiale
probatorio utilizzato dal primo giudice per escludere la responsabilità
dell’imputato, e ne evidenziava la inadeguatezza, la incoerenza e la
insostenibilità laddove aveva fatto ricorso a formule ipotetiche o dubitative
sui tempi di intervento e aveva dichiarato di preferire una diversa ed
opposta lettura degli atti processuali senza un adeguato supporto logico.
4.2 Con un secondo motivo di ricorso deduceva carenza motivazionale
con specifico riferimento al rapporto di causalità e violazione di legge e
insufficienza di motivazione in relazione agli art.125, 530 e 533
cod.proc.pen.
Il ricorrente proponeva una lettura congiunta delle due sentenze di merito,
ponendo l’accento su tutti i passaggi della sentenza della Corte di Appello
che avevano prospettato soluzioni alternative a quelle assunte dal giudice
di primo grado senza svolgere alcuna argomentazione critica su queste
ultime, con particolare riferimento alla totale obliterazione dei fattori
causali alternativi, alla evoluzione e possibile reversibilità dello stato
morboso, alla omessa valorizzazione del comportamento del Villa che
aveva fornito elementi per ipotizzare che il paziente sarebbe stato
accompagnato al Nosocomio con mezzi propri, pervenendo a conclusioni di
responsabilità in violazione del canone dell’oltre ogni ragionevole dubbio.
4.3 Con un terzo motivo di ricorso deduceva carenza motivazionale e
violazione di legge con riferimento alla sussistenza di profili di colpa in capo
al Di Marco, in ragione di parziale e insufficiente valutazione del materiale
probatorio in atti e in particolare della trascrizione della interlocuzione
telefonica delle due chiamate di pronto intervento, in relazione al quale era
stata richiesta una rinnovazione della istruttoria dibattimentale; in
particolare mentre il primo giudice aveva ritenuto che l’operatore del 118,
in accordo con i protocolli della regione Sicilia e in assenza della
autoambulanza che operava nel settore più vicino al luogo di intervento,
aveva instaurato con l’interlocutore Villa una convenzione nella prospettiva
di un accompagnamento del paziente con mezzi propri, il giudice di appello,
in assenza di ulteriori acquisizioni probatorie, aveva totalmente ribaltato il
giudizio, evidenziando che mai il Villa si era impegnato ad accompagnare il
paziente in ospedale e dall’altra parte aveva tenuto in nessun conto le
dichiarazioni dell’operatore infermiere intervenuto con l’ambulanza e della
stessa Cavallaro che avevano ritenuto le condizioni del Platania
sostanzialmente compromesse ancor prima dell’intervento dell’infermiere,
mentre il giudice di appello le aveva ritenute ancora recuperabili; inoltre
denunciava come del tutto errato il riferimento del giudice di appello alla
necessità di attribuire all’intervento disposto a seguito della seconda
chiamata un codice rosso, laddove anche in presenza di un tale codice il
protocollo imponeva l’invio del mezzo di soccorso più vicino anche se non
medicalizzato.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. In relazione ai profili di doglianza articolati dalla difesa dell’imputato Di
Marco Carmelo e del responsabile civile Azienda Ospedaliera Cannizzaro,
va preliminarmente evidenziato che in ossequio a principi ripetutamente
affermati da questa Corte in punto di vizio motivazionale, compito del
giudice di legittimità, allo stato della normativa vigente, è quello di
accertare (oltre che la presenza fisica della motivazione) la coerenza logica
delle argomentazioni poste dal giudice di merito a sostegno della propria
decisione, non già quello di stabilire se la stessa proponga la migliore
ricostruzione dei fatti.
Neppure il giudice di legittimità è tenuto a condividerne la giustificazione,
dovendo invece egli limitarsi a verificare se questa sia coerente con una
valutazione di logicità giuridica della fattispecie nell’ambito di una
plausibile opinabilità di apprezzamento; ciò in quanto l’art. 606 c.p.p.,
comma 1, lett. e) non consente alla Corte di Cassazione una diversa lettura
dei dati processuali o una diversa interpretazione delle prove, essendo
estraneo al giudizio di legittimità il controllo sulla correttezza della
motivazione in rapporto ai dati processuali (ex pluribus: Cass. n. 12496/99,
2.12.03 n. 4842, rv 229369, n. 24201/06); pertanto non può integrare il
vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente
più adeguata, valutazione delle risultanze processuali. È stato affermato, in
particolare, che la illogicità della motivazione, censurabile a norma del
citato art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), è quella evidente, cioè di spessore
tale da risultare percepibile “ictu oculi”, dovendo il sindacato demandato
alla Corte di Cassazione limitarsi, per espressa volontà del legislatore, a
riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti
della decisione impugnata (Cass. SU n. 47289/03 rv 226074). Detti
principi sono stati ribaditi anche dopo le modifiche apportate all’art. 606
c.p.p., comma 1, lett. e) dalla L. n. 46 del 2006, che ha introdotto il
riferimento ad “altri atti del processo”, ed ha quindi, ampliato il perimetro
d’intervento del giudizio di cassazione, in precedenza circoscritto “al testo
del provvedimento impugnato”. La nuova previsione legislativa, invero, non
ha mutato la natura del giudizio di cassazione, che rimane comunque un
giudizio di legittimità, nel senso che il controllo rimesso alla Corte di
Cassazione sui vizi di motivazione riguarda sempre la tenuta logica, la
coerenza strutturale della decisione. Precisazione, quella appena svolta,
evidentemente necessaria, avendo parte ricorrente denunciato, con il
motivo di ricorso, anche il vizio di travisamento della prova, assumendo
che il giudice avrebbe omesso di considerare elementi circostanziali ritenuti
decisivi, quali le dichiarazioni dei testimoni in ordine alla insorgenza della
crisi epilettica del Platania e, in particolare, il contenuto della interlocuzione
tra l’operatore sanitario e la Cavallaro e il Villa che richiedevano un
intervento urgente ma poi avevano sostanzialmente riconosciuto la
opportunità di una opzione di self helping, mediante l’accompagnamento
del Platania con mezzi propri; nonché di correttamente interpretare i dati
forniti dai consulenti tecnici in punto a probabilità salvifica per il paziente di
un precoce intervento con medico rianimatore.
Così come sembra opportuno precisare che il travisamento, per assumere
rilievo nella sede di legittimità, deve, da un lato, immediatamente
emergere dall’obiettivo e semplice esame dell’atto, specificamente indicato,
dal quale deve trarsi, in maniera certa ed evidente, che il giudice del merito
ha travisato una prova acquisita al processo, ovvero ha omesso di
considerare circostanze risultanti dagli atti espressamente indicati;
dall’altro, esso deve riguardare una prova decisiva, nel senso che l’atto
indicato, qualunque ne sia la natura, deve avere un contenuto da solo
idoneo a porre in discussione la congruenza logica delle conclusioni cui è
pervenuto il giudice di merito.
2. Sotto un primo profilo deve evidenziarsi che la motivazione della
sentenza impugnata, a fronte di integrale riforma della sentenza di
condanna assunta dal primo giudice e in assenza di nuove emergenze
istruttorie da considerare, presenta una adeguata, stringente e nuova
ponderazione di tutti gli elementi fattuali considerati dal primo giudice così
da risultare rafforzato l’iter logico giuridico che conduce alla diversa
valutazione dei fatti processuali, laddove la conclusione della corte di
appello costituisce l’approdo di una operazione logica che affronta tutte le
questioni sollevate dalle parti e già esaminate dal giudice di prima cure,
anche nell’approccio e nella sintesi degli elementi fattuali principali,
ancorata ad una integrale rivisitazione della fattispecie in relazione alla
imputazione causale della colpa, sulla base di principi giuridici
comunemente acquisiti e sul patrimonio dei dati fattuali, rappresentati
dall’insorgenza della patologia, dal primo accesso al servizio del 118 e dalla
interlocuzione de Di Marco in occasione del suddetto primo accesso.
3. Orbene, alla stregua di tali principi, deve prendersi atto del fatto che
la sentenza impugnata non presenta alcuno dei vizi dedotti dai ricorrenti,
atteso che l’articolata valutazione, da parte dei giudici di merito, degli
elementi probatori acquisiti, rende ampio conto delle ragioni che hanno
indotto gli stessi giudici a ritenere la responsabilità del ricorrente,
adempiendo al proprio obbligo di esaminare, sia pure in sintesi, il materiale
probatorio vagliato dal primo giudice e quello eventualmente acquisito in
seguito per offrire una nuova e compiuta struttura motivazionale che dia
ragione delle difformi conclusioni assunte (sez.VI, 8.10.2013 PG in proc.
Hamdi Ridha, rv 257332; sez.III, 18.11.2014, P.C. in proc.Fu, Rv 261372).
4. Quanto al rapporto di causalità il giudice territoriale ha adeguatamente
rappresentato come non potessero rivestire rilievo esimente o di
interferenza causale, quantomeno sotto il profilo dell’oltre ogni ragionevole
dubio, i fattori causali alternativi invocati dalla difesa dell’imputato e da
quella del responsabile civile. Tali elementi interferenziali erano indicati
nello stato clinico generale del paziente, gravato da pregresse patologie
cardiache, nell’uso di cannabinoidi, che avrebbero accelerato l’insorgenza
del male epilettico causando una condizione di permanenza di crisi
epilettiche che aveva determinato lo stato di incoscienza e quindi l’exitus,
nel profilo temporale, decisivo nel caso in specie, ove non sarebbe stato
possibile affermare, con alta probabilità logica, che un più precoce invio
dell’autoambulanza, soprattutto se non dotata di medico al seguito,
sarebbe stato in grado di evitare il decorso infausto della patologia in
ragione degli strettissimi tempi di intervento.
5. La questione delle interferenze causali risulta peraltro affrontata dal
giudice di appello in termini basilari e preliminari, osservando che nessuna
turbativa causale si sarebbe frapposta, né sotto il profilo cronologico, né
sotto il profilo patologico, a fronte della peculiarietà delle condizioni fisiche
del paziente, né infine sotto il profilo acceleratorio del male epilettico in
presenza del consumo di oppiacei, qualora l’operatore del 118 fosse stato
in grado di intercettare alla prima chiamata le esigenze del paziente e
inviare un mezzo di soccorso, pure destinato alla copertura di una diversa
zona della città.
Orbene rappresenta il giudice di appello, con ragionamento esente da
vizi logico giuridici, riportandosi a elementi processuali non suscettibili di
contestazione che, a fronte di rinvenimento del Platania in terra colpito da
crisi epilettica in orario compreso tra le 6.25 e le 6.30 e prestati i primi
soccorsi, intervenne la chiamata al 118, che indiscutibilmente è da riferirsi
alle h.6,47, nella quale la Cavallaro, madre del paziente, rappresentava
sommariamente lo stato in cui versava il congiunto e l’urgenza
dell’intervento (“il ragazzo si sente male, c’è venuta una crisi di epilessia…il
ragazzo è qui per terra che si sente male”).
Con argomentazione assolutamente logica e aderente agli elementi
processuali il giudice di appello, preso atto che non si era ancora instaurata
nel paziente la condizione patologica e refrattaria di male epilettico, che il
paziente anche se a terra era ancora cosciente (“il ragazzo si sente male”
laddove nella successiva interlocuzione delle h.7,26 la Cavallaro afferma “il
ragazzo ora è incosciente”), arriva a concludere che un tempestivo
intervento di una delle due ambulanze pure disponibili, sebbene fuori zona,
pronosticato prima delle h. 7,10 (circa venti minuti dopo la prima
chiamata), sarebbe risultato assolutamente tempestivo e salvifico. Il
ragionamento sviluppato dal giudice di appello sulla base di uno stretto
dato cronologico, è peraltro riscontrato da numerosi ulteriori dati,
quali l’accertamento della esistenza, nota all’operatore, di altre due
ambulanze, seppure operanti in diverse zone di interesse ma comunque
disponibili all’intervento fuori zona, la precocità dell’intervento rispetto alla
ingravescenza della crisi (che risulta rappresentata con la seconda
telefonata delle 7,26), le risultanze dell’accertamento del consulente del PM
in ordine alla possibile durata degli accessi epilettici e comunque della
contributo decisivo di un medico rianimatore giunto tempestivamente,
verosimilmente anche a seguito della seconda chiamata.
In relazione pertanto alla ipotesi d un intervento, che fosse seguito alla
prima chiamata al 118, pure nei tempi riferiti dall’operatore (dai 15 minuti
alla mezzora), risulterebbero del tutto neutralizzate anche le cause
patologiche alternative introdotte dalla difesa e sostanzialmente recepite
dal primo giudice quale ragione di interferenza, il quale aveva degradato lo
sviluppo causale instaurato dall’omissione del Di Marco a mero aumento del
rischio di realizzazione dell’evento dannoso, indoneo a integrare il
riconoscimento del rapporto eziologico.
A prescindere dal fatto che il giudice di appello era anche a confutare
tecnicamente, sulla base dell’accertamento tecnico del PM in atti, la
rilevanza acceleratoria rispetto al male epilettico di alcune pregresse
patologie del Platania e dell’uso di cannabinoidi, lo stesso era ad
affermare, sulla base dell’orario in cui sarebbe giunta l’ambulanza in loco,
se inviata a prima richiesta, e di conseguenza in cui si sarebbe realizzato
l’intervento di un medico rianimatore (sul posto o anche a seguito di
ricovero) il Platania avrebbe ricevuto un soccorso tempestivo (già alle
h.7.07) tale da impedire l’insorgenza delle complicazioni che ne hanno
compromesso le funzioni vitali, con la conseguenza che l’evento morte hic e
nunc non si sarebbe verificato. Il ragionamento è assolutamente
condivisibile sulla base degli elementi fattuali sopra rappresentati e degli
stessi principi giurisprudenziali enunciati dal giudice di appello quale
premessa dello svolgersi del proprio ragionamento, attesa la correttezza di
un giudizio contro fattuale basato sulla tenuta da parte del De Marco del
comportamento richiesto, in quanto diligente e adeguato alle linee guida
del proprio mestiere, e su un coerente e razionale sviluppo secondo criteri
probabilistici di logica processuale e escluso il rilievo rescindente di
elementi interferenziali. Devono sul punto essere respinti i motivi di ricorso
del De Marco (il primo) e del responsabile civile Azienda Ospedaliera
Cannizzaro (il secondo) in punto a insussistenza del rapporto di causalità.
5. La questione causale peraltro, affrontata e risolta dal giudice di
,)
appello con specifico riferimento agli obblighi gravanti sulroperatore
sanitario a seguito della prima richiesta di intervento, sposta l’attenzione
dell’interprete, nella specie la Corte di Appello di Catania, e della difesa
delle parti ricorrenti attraverso i rispettivi motivi di impugnazione, alla
sussistenza dei profili della colpa ascritti al Di Marco. Inoltre entrambi i
ricorrenti deducono vizio motivazionale e travisamento della prova in punto
Itskappresentazione e prevedibilità dell’evento sul presupposto della omessa
considerazione da parte del giudice di appello del fattore perturbatore
costituito dall’inserimento del Villa nella interlocuzione tra il richiedente
l’intervento e l’operatore sanitario.
5.1 Quanto alla sottovalutazione della richiesta di intervento proveniente
dalla madre del Platania e all’assoluta mancanza di approfondimento
sanitario del grado di urgenza dell’intervento da parte del Di Marco, che
neppure si era informato sui minimali parametri vitali del paziente, la
Corte di Appello ha fornito ampio, motivato e non contraddittorio conto
nella motivazione. Appare rilevante poi affermare che i profili di
rappresentabilità e di prevedibilità dell’evento, che l’approntamento di un
comportamento diligente e rispettoso delle regole cautelari che governano
il ruolo e i compiti dell’operatore del 118 è teso a preservare, non si
arrestano all’evento finale, inteso come accadimento che si presenta nelle
sue più minute articolazioni, ma ha come riferimento un decorso eziologico
attraverso il quale sia possibile accertare se l’evento costituisca
concretizzazione del rischio della inosservanza della regola cautelare; si
tratta quindi di porre a confronto il decorso causale che ha originato
l’evento concreto conforme al tipo, con la regola di diligenza violata; di
controllare se tale evento sia la realizzazione del pericolo in considerazione
del quale il comportamento dell’agente è stato qualificato come contrario a
diligenza. Infine di verificare se lo svolgimento causale concreto fosse tra
quelli presi in considerazione dalla regola violata (cfr. SU 24.4.2014,
Espenhahn, 261103). Nella specie pertanto non è dato affermare che, sulla
base delle cognizioni possedute dall’operatore sanitario Di Marco, non era
possibile avere una chiara rappresentazione di una patologia in atto che
presentasse sviluppi di ingravescenza tali da rendere prevedibile un
decorso totalmente infausto, laddove il contenuto della omissione
dell’operatore deve essere valutato rispetto alle cognizioni che egli avrebbe
dovuto acquisire e alle condotte che avrebbe dovuto tenere come
conseguenza di tali acquisizioni, laddove regole di diligenza e di protocollo
del 118 gli suggerivano e imponevano di acquisire tali conoscenze,
operando di conseguenza. Invero nella valutazione della prevedibilità
dell’evento non si può prescindere dall’analisi degli anelli più significativi
della catena causale, mantenendo l’evento finale in un certo grado di
categorialità (sez.IV, 28.6.2007, Marchesini, Rv.237880)
5.2 Invero il giudice di appello ha significativamente indicato quelli che
avrebbero dovuto essere i compiti del De Marco nell’esame preliminare
della richiesta di soccorso, che non si arrestavano al recepimento della
istanza del cittadino e di dare seguito alle stesse secondo codificati e non
discrezionali indici di gravità ma, in accordo ai protocolli cui devono
uniformarsi gli operatori del servizio 118 era quella di valutare sulla scorta
delle informazioni richieste e delle proprie conoscenze professionali, la
criticità dell’evento dando così risposta adeguata ad ogni evento entro i
termini stabiliti.
5.3 In secondo luogo il giudice territoriale esprimeva una valutazione di
grave negligenza a carico dell’operatore, non solo alla stregua delle
dichiarazioni della madre del paziente, assunte in sede testimoniale, ma
sulla base della registrazione e successiva trascrizione della telefonata
intervenuta tra la Cavallaro e (come si vedrà) del Villa con il De Marco alle
h. 6,47 nella quale venne richiesto il pronto intervento del servizio
sanitario. La valutazione della corte di appello appare priva di
contraddizioni e sostanzialmente incontrovertibile se si considera che le
uniche informazioni acquisite dall’operatore sulle condizioni di salute del
paziente furono fornite, con grande apprensione e angoscia, dai richiedenti
il soccorso, e che nessuna richiesta venne formulata dal De Marco sull’ora
di insorgenza della crisi epilettica, sulla sua durata, sulle condizioni di
coscienza o di incoscienza del Platania al momento della interlocuzione,
mentre tutta l’attenzione dell’operatore veniva focalizzata sull’assenza di
una copertura immediata della urgenza. Rilevava in particolare la Corte
territoriale che il Di Marco ha omesso di assumere informazioni sullo stato
di coscienza del paziente e sulla durata di perdita di conoscenza e della
persistenza della crisi, con la conseguenza che egli non ha correttamente
valutato la gravità della situazione, omettendo di inviare con urgenza un
mezzo di soccorso. Soltanto in una ottica di contenimento della richiesta di
soccorso risulta poi interpretabile la successiva svolta che l’operatore dà
alla interlocuzione laddove, pressato da richieste sempre più urgenti di
intervento, piuttosto che acquisire ulteriori dati o fornire raccomandazioni,
il Di Marco si poneva ad azzardare una prognosi, peraltro fondata sul nulla
dei dati acquisiti, anticipando un esito di reversibilità della crisi (Allora
ascolti la crisi fra qualche minuto passa da sola…Capito? Quindi….se vedete
che non passa lo portate in ospedale eventualmente, ….sicuramente ne ha
avute altre…..sicuramente passerà adesso da solo, …comunque
voi.., valutate… Eventualmente ci richiamate). In sostanza la richiesta di
urgente intervento piuttosto che evolvere nella direzione primariamente
ipotizzata dal Di Marco che aveva preannunciato l’invio del soccorso e
chiesto la ubicazione del paziente, indicando il verosimile tempo di attesa
(come aveva prospettato alla Cavallaro), veniva successivamente
paralizzata rispetto ad interlocutore (che non era più la Cavallaro ma il
Villa), cui prospettava di attendere che la crisi epilettica evolvesse in
positivo e comunque di posticipare iniziative di diverso tenore.
Correttamente il giudice ha stigmatizzato la leggerezza, la superficialità e il
sostanziale cambio di prospettiva operato dal Di Marco il quale, privo di
informazioni specifiche, che non aveva richiesto, aveva rimesso il da farsi
agli stessi ignoti interlocutori, senza peraltro fornire specifiche indicazioni
cui attenersi, ponendo unilateralmente fine alla comunicazione, lasciando
in sospeso la questione centrale, sulle iniziative da intraprendere qualora la
crisi epilettica non fosse passata in un tempo ragionevole.
Proprio in tale comportamento sospensivo, secondo la corte, si appunta
il rilievo di negligenza dell’operatore, il quale non solo non si era curato di
assumere informazioni sulle funzioni vitali del paziente (coscienza, respiro,
circolazione), ma aveva fornito valutazioni mediche fuorvianti ed elusive
rispetto a quello che era l’oggetto della richiesta. Né coerentemente la
corte ha ritenuto di potere sussumere il ragionamento del Di Marco verso
una opzione di “aiuto operoso” da parte dell’interlocutore, al quale giammai
era stato richiesto di accompagnare presso l’ospedale il paziente, né questi
si era impegnato a farlo, di fatto denegando il servizio cui era addetto e
lasciando l’originario richiedente, il quale peraltro aveva declinato l’indirizzo
della abitazione e evidenziato la sua veste di genitrice (“il ragazzo stà
male”), nella incertezza di un intervento non immediato ma prossimo.
Quanto alla rappresentazione del verosimile esito infausto del mancato
intervento, la stessa emerge del tutto plasticamente all’esito della seconda
chiamata, allorquando appreso dalla Cavallaro che il Platania versava
ancora in condizione di patologia epilettica (dopo oltre 30 minuti di attesa),
l’imputato realizzava la gravità della situazione (Ancora mih. Mi dà
l’indirizzo per favore ?) e dopo pochi minuti giungeva all’indirizzo il mezzo
di soccorso, sebbene sprovvisto di personale addetto alla rianimazione e
con ormai nessun ulteriore margine per un trasporto di urgenza.
Ma date queste premesse e indagata la questione della prevedibilità
dell’evento al momento della prima chiamata sulla base dei principi sopra
evidenziati, risulta evidente che gli addebiti al Di Marco siano del tutto
resistenti al sovrapporsi del Villa nella sollecitazione della prestazione.
La Corte territoriale ha infatti coerentemente sostenuto che se il Di Marco
avesse esplorato, con la diligenza e il rispetto dei protocolli richiesti dal
caso concreto, le reali condizioni del Platania, valutando l’urgenza
dell’intervento, i pregressi stati morbosi, la durata della crisi (che già si
protraeva al momento del primo contatto), sarebbe stato in grado di fornire
adeguate risposte all’interlocutore, veicolando l’assistenza necessaria nel
ragionevole termine prospettato (un quarto d’ora, venti minuti); ovvero
avrebbe indirizzato il richiedente verso il trasporto familiare, se ne avesse
ravvisato la convenienza rispetto ai tempi di verosimile intervento e previa
la constatazione di pratica realizzabilità. A fronte di un accennato quadro
clinico realmente preoccupante e carico di insidie, l’avere condotto la
interlocuzione dirottandola verso un nulla di fatto, che significava la
mancata presa in carico del paziente, al contempo demandando al
congiunto del Platania le successive opzioni di assistenza sul presupposto,
(peraltro ignoto all’interlocutore Villa), che non era la prima crisi epilettica
e che sarebbe passata come le precedenti, oltre a costituire motivo di
rimprovero in capo al Di Marco per la superficialità dell’approccio e per
inosservanza dello specifico protocollo, sostanzia la concretizzazione del
rischio che le regole cautelari miravano a prevenire, rendendo palese
l’assoluta sottovalutazione della richiesta di intervento e la tardività del
successivo ripensamento.
Anche i motivi relativi alla sussistenza dell’elemento soggettivo della colpa
e del rilievo della stessa, in termini di imputazione causale, devono essere
rigettati e conseguentemente i ricorrenti vanno condannati al pagamento
delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese sostenute nel
grado dalla difesa delle parti civili costituite, Cavallaro Rosaria, Saija
Salvatore Massimo, Saija Emanuele Leo, Saija Domenica, che determina
come da D.M. 10.3.2014 n.55.
PQM
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali,
nonché in solido, delle spese sostenute dalle parti civili, liquidate in
complessivi quattromila euro, oltre accessori come per legge
Così deciso in Roma, il 14 Luglio 2016.

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