Notitia Criminis – Cassazione Penale 12/06/2017 N° 29151

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 12/06/2017

Numero: 29151

Testo completo della Sentenza notitia criminis – Cassazione penale 12/06/2017 n° 29151:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 29151 Anno 2017
Presidente: ROTUNDO VINCENZO
Relatore: BASSI ALESSANDRA
Data Udienza: 09/05/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Cusani Armando, nato il 08/10/1963 a Formia
avverso l’ordinanza del 27/01/2017 di Tribunale di Roma
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Alessandra Bassi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Paolo
Canevelli, che ha concluso chiedendo che il provvedimento impugnato sia
annullato con rinvio;
uditi i difensori dell’indagato, Avv.ti Luigi Antonio Paolo Panella e Angelo
Francesco Palmieri, i quali hanno concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con il provvedimento in epigrafe, il Tribunale di Roma ha confermato
l’ordinanza del 10 gennaio 2017, con la quale il Giudice delle indagini preliminari
del Tribunale di Latina ha applicato ad Armando Cusani la misura della custodia
in carcere, in ordine ai reati di corruzione di cui ai capi A), B) e C) e di turbativa
d’asta di cui al capo D).
1.1. Il Collegio ha preliminarmente argomentato la ritenuta infondatezza
delle eccezioni di inutilizzabilità degli esiti delle intercettazioni telefoniche ed
ambientali evidenziando: 1) che, secondo quanto si evince dall’estratto del
registro informatico delle notizie di reato, nei confronti di Cusani risulta
un’iscrizione per i reati di cui agli artt. 323 e 319 cod. pen. in data 19 febbraio
2015 ed una nuova iscrizione per il reato di cui all’art. 319 in data 29 (rectius
21) dicembre 2015, sicché dall’ultima iscrizione è decorso un nuovo termine di
durata massima delle indagini, con conseguente piena utilizzabilità di tutte le
intercettazioni compiute nel successivo semestre; 2) che non risulta alcun ritardo
né omissione nelle operazioni di registrazione delle intercettazioni e di deposito
dei verbali delle operazioni e che, ad ogni modo, la violazione dell’art. 268,
comma 4, cod. proc. pen. non dà luogo ad inutilizzabilità; 3) che nessuna
inutilizzabilità può derivare dal ritardo nell’inizio delle operazioni nei giorni
indicati dal P.M. o dal Gip.
1.2. Nel merito, il Tribunale ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di
colpevolezza in relazione ai contestati reati di corruzione e di turbativa d’asta
nonché corretta la qualificazione giuridica dei fatti.
1.3. Infine, il Collegio ha stimato esistenti attuali e concrete esigenze
cautelari connesse ai pericoli di inquinamento probatorio e di reiterazione
criminosa, esigenze ritenute fronteggiabili soltanto con la misura di maggior
rigore, potendo l’indagato reiterare la condotta anche agli arresti domiciliari.
2. Ricorre avverso il provvedimento Armando Cusani, a mezzo dei suoi
difensori di fiducia Avv.ti Luigi Antonio Paolo Panella e Angelo Francesco
Palmieri, e ne chiede l’annullamento per i seguenti motivi.
2.1. Violazione di legge processuale e vizio di motivazione in relazione agli
artt. 335, 405, 406, 407 e 178, comma 3, 309, comma 5, e 125, comma 3, cod.
proc. pen. Il ricorrente eccepisce, in primo luogo, l’inutilizzabilità degli atti
d’indagine specificamente indicati nelle pagine 36 e seguenti del ricorso per
riesame in quanto assunti successivamente alla scadenza del termine per le
indagini preliminari, là dove mancano taluni provvedimenti di iscrizione – pur
indicati nella stampa della schermata del computer versata agli atti dal pubblico
ministero di Latina (quelli del 19 febbraio e 21 dicembre 2015, e 4 ottobre 2016)
-, mentre risulta l’unica iscrizione del 28 settembre 2016 relativa al reato di cui
al capo A). Il ricorrente pone in evidenza che le iscrizioni del 19 febbraio e 21
dicembre 2015 si riferiscono allo stesso fatto di cui al capo B), come risulta
espressamente dalla richiesta di misura cautelare formulata dal pubblico
ministero in data 12 maggio 2015 rigettata dal Gip, sicché gli atti compiuti oltre
il 19 settembre 2015 devono ritenersi inutilizzabili, in quanto oggetto di
un’illegittima duplicazione dell’iscrizione della medesima notitia criminis. Ad ogni
modo, la schermata fornita dal pubblico ministero non consente di evidenziare gli
elementi identificativi minimi che valgano a consentire l’individuazione della
novità del fatto iscritto nel dicembre 2015 rispetto a quello oggetto della
precedente iscrizione. D’altra parte, il ricorrente rimarca come la mancanza nel
fascicolo dei provvedimenti di iscrizione abbia gravemente pregiudicato il diritto
di difesa in relazione al rispetto del termine per le indagini, con conseguente
nullità generale dell’ordinanza per violazione dell’obbligo di deposito gli atti sui
quali la misura cautelare si fonda e comunque per inutilizzabilità degli atti posti a
fondamento della misura. Si rileva ancora che il pubblico ministero di Latina,
dichiarando non luogo a provvedere in merito alla richiesta formulata il 6
febbraio 2017 di esibizione di tutte le iscrizioni a carico di Armando Cusani, ha
dato conto del fatto che tutti gli atti richiesti erano già stati trasmessi al
Tribunale del riesame, il che conferma la dedotta mancanza di talune delle
iscrizioni riportate nella schermata del pc. In via subordinata, il ricorrente chiede
che sia sollevata la questione di incostituzionalità degli artt. 335, 405, 406 e 407
cod. proc. pen., per contrasto con gli artt. 1, 3, 13, 24, 76, 111, 112 e 117 Cost.
e 6 CEDU, nella parte in cui consentono al pubblico ministero di omettere il
deposito – a favore della difesa e del giudice – dei provvedimenti di iscrizione nel
registro di cui all’art. 335 cod. proc. pen. e dunque rendono possibile
l’utilizzazione di atti d’indagine svolti – nella specie nell’arco di quasi due anni –
senza alcuna proroga del relativo termine. In ultimo, il ricorrente eccepisce
l’utilizzabilità degli esiti delle intercettazioni stante l’assenza del verbale di inizio
delle operazioni previsto, a pena di inutilizzabilità, dall’art. 268, comma 1, cod.
proc. pen.
2.2. Violazione di legge processuale e vizio di motivazione in relazione
all’art. 125, comma 3, cod. proc. pen., per avere il Tribunale erroneamente
ritenuto concreti ed attuali i pericoli di inquinamento probatorio e di reiterazione
di analoghe condotte criminose. Il ricorrente rileva che, quanto all’esigenza di cui
all’art. 274, comma 1 lett. a) cod. proc. pen., le evidenziate “pressioni su
dipendenti comunali” costituivano, a ben vedere, soltanto delle richieste volte a
rappresentare le esigenze di cittadini, spesso in condizioni di disagio, mentre i
rapporti con il generale Palumbo dei Carabinieri – di cui alla intercettazione
riportata nell’ordinanza – si riferivano a segnalazioni suscettibili di rilievo
disciplinare e penale, facendo difetto la prova di una qualunque iniziativa posta
in essere dal Cusani per favorire i propri interessi. Sotto diverso aspetto, il
ricorrente segnala che, a tenore di contestazione, i fatti risalgono a diversi anni
orsono sicché, in linea con quanto previsto dall’art. 292, comma 2 lett. c), cod.
proc. pen., i pericula libertatis non possono ritenersi attuali, diversamente da
quanto argomentato dal Tribunale con motivazione di mero stile e senza
considerare gli elementi offerti dalla difesa. Manca inoltre una qualunque
motivazione circa la possibilità di fare fronte alle esigenze cautelari sussistenti
nella specie con una misura meno afflittiva, in particolare con gli arresti
domiciliari col braccialetto elettronico.
3. Nei motivi nuovi depositati in cancelleria, la difesa del Cusani ha ribadito:
3.1. la violazione di legge processuale ed il vizio di motivazione in relazione
agli artt. 335, 405, 406, 407 e 125, comma 3, cod. proc. pen., evidenziando
come, all’esito della consulenza tecnica sulle schermate informatiche depositate
dal P.M., risulti confermata la fondatezza dell’eccezione di inutilizzabilità degli
atti, con conseguente illegittimità dell’ordinanza impugnata;
3.2. la violazione di legge processuale ed il vizio di motivazione in relazione
all’art. 125, comma 3, cod. proc. pen. con riferimento agli artt. 274 e 275 cod.
proc. pen, per avere il Tribunale erroneamente stimato attuali e concrete le
esigenze cautelari ed escluso la fronteggiabilità delle medesime con una misura
meno afflittiva.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato in relazione al primo ed assorbente motivo
concernente l’inutilizzabilità degli esiti delle intercettazioni telefoniche.
2. Ai fini della soluzione della questione sottoposta al vaglio della Corte
occorre muovere dalla disamina della disciplina vigente in materia di iscrizione
della notizia di reato e di durata delle indagini preliminari e conseguente
utilizzabilità delle relative acquisizioni.
2.1. Secondo la regula iuris codificata al comma 1 dell’art. 335 cod. proc.
pen., “Il pubblico ministero iscrive immediatamente, nell’apposito registro
custodito presso l’ufficio, ogni notizia di reato che gli perviene o che ha acquisito
di propria iniziativa nonchè, contestualmente o dal momento in cui risulta, il
nome della persona alla quale il reato stesso è attribuito”. A mente del comma 2
della medesima disposizione, “Se nel corso delle indagini preliminari muta la
qualificazione giuridica del fatto ovvero questo risulta diversamente
circostanziato, il pubblico ministero cura l’aggiornamento delle iscrizioni previste
dal comma 1 senza procedere a nuove iscrizioni”.
Allo scopo di rendere possibile l’immediata iscrizione della notizia di reato,
l’art. 109 disp. att. cod. proc. pen. dispone che “La segreteria della procura della
Repubblica annota sugli atti che possono contenere notizia di reato la data e l’ora
in cui sono pervenuti in ufficio e li sottopone immediatamente al procuratore
della Repubblica per l’eventuale iscrizione nel registro delle notizie di reato”.
2.2. Alla previsione dell’art. 335 cod. proc. pen. si correla strettamente la
disciplina dei termini di durata delle indagini prevista negli artt. 405 e seguenti
stesso codice, là dove il termine ordinario di sei mesi (come quello di un anno
per i reati di cui all’art. 407, comma 2 lett. a), cod. proc. pen.) decorre appunto –
giusta l’espressa previsione dell’art. 405, comma 2 – “dalla data in cui il nome
della persona alla quale è attribuito il reato è iscritto nel registro delle notizie di
reato”. Giova rammentare come detto termine delle indagini sia prorogabile in
presenza delle condizioni e con la procedura di cui all’art. 406 cod. proc. pen.,
entro i limiti di cui all’art. 407 stesso codice.
2.3. Le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che il pubblico
ministero, non appena riscontrata la corrispondenza di un fatto di cui abbia
avuto notizia ad una fattispecie di reato, è tenuto a provvedere alla iscrizione
della notitia criminis nel registro di cui all’art. 335 cod. proc. pen., senza che
possa configurarsi un suo potere discrezionale al riguardo; ugualmente, una
volta riscontrati, contestualmente o successivamente, elementi obiettivi di
identificazione del soggetto cui il reato è attribuito, il pubblico ministero è tenuto
a iscriverne il nome con altrettanta tempestività (Sez. U, n. 40538 del
24/09/2009, Lattanzi, Rv. 244378).
Questa Corte – sempre riunita nel suo più ampio consesso — ha, nondimeno,
precisato che l’omessa annotazione della notitia criminis nel registro previsto
dall’art. 335 cod. proc. pen., con l’indicazione del nome della persona raggiunta
da indizi di colpevolezza e sottoposta ad indagini “contestualmente ovvero dal
momento in cui esso risulta”, non determina l’inutilizzabilità degli atti di indagine
compiuti sino al momento dell’effettiva iscrizione nel registro, poiché, in tal caso,
il termine di durata massima delle indagini preliminari, previsto dall’art. 407 cod.
proc. pen., al cui scadere consegue l’inutilizzabilità degli atti di indagine
successivi, decorre per l’indagato dalla data in cui il nome è effettivamente
iscritto nel registro delle notizie di reato, e non dalla presunta data nella quale il
pubblico ministero avrebbe dovuto iscriverla. L’apprezzamento della tempestività
dell’iscrizione, il cui obbligo nasce solo ove a carico di una persona emerga
l’esistenza di specifici elementi indizianti e non di meri sospetti, rientra
nell’esclusiva valutazione discrezionale del pubblico ministero ed è sottratto, in
ordine all’an e al quando, al sindacato del giudice, ferma restando la
configurabilità di ipotesi di responsabilità disciplinari o addirittura penali nei
confronti del P.M. negligente (Sez. U, n. 16 del 21/06/2000, Tammaro, Rv.
216248).
2.4. Dal combinato disposto delle norme di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 335
cod. proc. pen., come interpretati da questa Corte di legittimità, discende che
l’inquirente è tenuto a procedere immediatamente ad una nuova iscrizione nel
registro delle notizie di reato previsto dall’art. 335 cod. proc. pen. ogni qualvolta,
nei confronti della stessa persona, acquisisca elementi in ordine ad un fatto
costituente reato ulteriore e diverso da quello già iscritto; deve invece limitarsi al
mero aggiornamento della notizia di reato già iscritta allorquando si renda
necessario modificarne la qualificazione giuridica ovvero precisare l’esistenza di
elementi circostanziali (Sez. 6, n. 11472 del 02/12/2009 – dep. 2010,
Paviglianiti, Rv. 246525; Sez. 3, n. 32998 del 18/03/2015, M., Rv. 264191).
Da tale impostazione consegue che, mentre nel caso di iscrizione di nuovi
fatti di reato, è pacifico che il termine per le indagini preliminari, previsto dall’art.
405 cod. proc. pen., decorra in modo autonomo per ciascuna iscrizione (Sez. 6,
n. 11472 del 02/12/2009, cit.; Sez. 3, n. 32998 del 18/03/2015, cit.), nel caso
in cui si tratti di “aggiornamento” della notitia criminis originaria (in relazione al
nomen iuris ed agli elementi circostanziali) il termine delle indagini decorre dalla
prima e, dunque, unica iscrizione per detto fatto.
2.5. Dalla disciplina appena tratteggiata si evince che il nostro codice di rito
non prevede e, sopratutto, non consente l’iscrizione sul registro ex art. 335 cod.
proc. pen. di uno stesso fatto di reato già oggetto di una precedente iscrizione.
Ed invero, il P.M. può certamente procedere ad una nuova iscrizione ex art.
335 cod. proc. pen. nel caso in cui, nel prosieguo delle indagini, emerga un fatto
storico-naturalistico diverso (richiamati in punto di identità del fatto i principi già
espressi da questa Corte, nelle sentenze Sez. U, n. 34655 del 28/06/2005, RG.
in proc. Donati ed altro, Rv. 231799 e, di recente, Sez. 6, n. 48691 del
05/10/2016, Maesano, Rv. 268226, recepiti anche dalla Corte costituzionale
nella sentenza n. 200 del 2016), anche se non necessariamente ulteriore rispetto
a quello già iscritto (come nel caso in cui esso risulti – nei suoi elementi
costitutivi – così trasfigurato rispetto a quello oggetto dell’originaria iscrizione da
non poter non essere ritenuto “altro” fatto).
Di contro, qualora dalle nuove acquisizioni investigative, il fatto risulti dover
essere soltanto diversamente qualificato o circostanziato, l’inquirente deve
limitarsi a disporre l’aggiornamento della precedente iscrizione, senza poter
procedere a nessuna nuova iscrizione. Nuova iscrizione che deve, pertanto,
ritenersi – a maggior ragione interdetta – allorquando si tratti di un medesimo
fatto già oggetto di una precedente iscrizione.
Corrobora la validità di tale impostazione la norma dell’art. 414, comma 2,
cod. proc. pen., là dove – nel consentire la “nuova iscrizione” di un fatto già
oggetto di una precedente iscrizione, all’esito del provvedimento di riapertura
delle indagini all’esito del decreto di archiviazione, con conseguente nuovo
decorso del termine delle indagini – prevede l’unica eccezione alla delineata
regola generale secondo la quale un medesimo fatto non può essere oggetto di
una pluralità di iscrizioni ex art. 335 cod. proc. pen.
Deve pertanto ritenersi illegittima la nuova iscrizione di uno stesso fatto
qualora la cornice d’accusa sia rimasta immutata o sia mutata soltanto in
relazione al titolo di reato o alle circostanze del fatto (nel qual caso l’iscrizione
deve essere solo aggiornata).
2.6. D’altra parte, il nostro ordinamento processuale conosce un’unica via
per ampliare l’intervallo temporale deputato alle investigazioni previsto dall’art.
405 cod. proc. pen. — id est la proroga ai sensi dell’art. 407 stesso codice -,
percorso processuale che non può essere surrogato da una nuova iscrizione di
una stessa notizia di reato già iscritta. Tale opzione, oltre a non essere
contemplata dall’art. 335 dal codice di rito, potrebbe risolversi in una facile via
per eludere le regulae iuris dettate in tema di termini delle indagini, ottenendo il
medesimo risultato di dilatarne l’ambito senza comunicazione all’interessato e,
soprattutto, senza alcun filtro giurisdizionale, con elusione delle garanzie
difensive connesse alla disciplina della proroga.
Se ne inferisce che, ai fini della determinazione del termine delle indagini, la
nuova iscrizione di uno stesso fatto già iscritto (cioè la pura e semplice replica
dell’iscrizione) deve considerarsi tamquam non esset, con la conseguente
inutilizzabilità (ai sensi del combinato disposto degli art. 407, comma 3, e 191,
comma 1, cod. proc. pen.) eventualmente derivante dall’assunzione di atti oltre
la scadenza del termine delle indagini come decorrente, quale dies a quo,
dall’originaria iscrizione.
Ritiene il Collegio che siffatta conclusione interpretativa, oltre a
rappresentare il naturale corollario della disciplina codicistica delle indagini
preliminari, sia anche la sola conforme al diritto di difesa ed ai principi del giusto
processo cristallizzati negli artt. 24 e 111 Cost. e 6 CEDU, in quanto unica atta a
garantire l’effettività della previsione dei termini di durata delle indagini,
determinati rigorosamente dal legislatore allo scopo di imprimere tempestività
alle investigazioni e di contenere in un lasso di tempo predeterminato la
condizione di chi a tali indagini è assoggettato (C. Cost. n. 350 del 14/10/1996).
2.7. Tirando le fila di quanto sopra, si deve dunque affermare il seguente
principio di diritto: “secondo la disciplina dell’art. 335 cod. proc. pen., al pubblico
ministero è fatto divieto di procedere ad una nuova iscrizione nel registro degli
indagati della stessa notizia di reato, dovendo disporne il mero aggiornamento ai
sensi del comma 2 qualora risulti diversamente qualificata o circostanziata. Ne
discende che la duplicazione dell’iscrizione della medesima notitia criminis deve
ritenersi illegittima e, pertanto, tamquam non esset ai fini della determinazione
del termine di durata delle indagini disciplinato dagli artt. 405 e seguenti stesso
codice, con la conseguenza che dovranno ritenersi inutilizzabili gli atti che siano
stati assunti “dopo la scadenza del termine” come decorrente dalla prima
iscrizione, cui non abbia fatto seguito la proroga ai sensi degli artt. 406 e 407
stesso codice”.
3. Di tali coordinate ermeneutiche non ha tenuto conto il Tribunale del
riesame nel caso di specie.
3.1. Nel respingere l’eccezione di inutilizzabilità degli specifici atti
(segnatamente le risultanze delle intercettazioni) indicati nel ricorso ex art. 309
cod. proc. pen. assunti successivamente alla data del 19 settembre 2015 (cioè
trascorsi sei mesi dalla prima iscrizione della notizia di reato ex artt. 323 e 319
cod. pen., in assenza di proroga), il Collegio capitolino ha rilevato che “dopo la
prima iscrizione ex artt. 323 e 319 cod. pen. in data 19.2.2015, quest’ultimo
(cioè Cusani; n.d.e.) è stato nuovamente iscritto nel registro degli indagati
(prima del 10.3.2016 e del 28.9.2016) in data 29.12.2015 per il reato di cui
all’art. 319 cod. pen. da tale iscrizione è decorso un nuovo termine di durata
massima delle indagini preliminari ex art. 405 doc. proc. pen. Con la
conseguente piena utilizzabilità di tutte le intercettazioni telefoniche ed
ambientali captate in tale lasso temporale”.
3.2. Se non che il Collegio del gravame cautelare, nel dare atto del fatto che
Cusani è stato “nuovamente” iscritto nel registro degli indagati, ha omesso di
verificare l’effettiva “novità” del fatto oggetto dell’iscrizione ex art. 319 cod. pen.
del dicembre 2015 rispetto a quella, per lo stesso titolo di reato, del febbraio
2015. Per quanto si è testè chiarito, solo l’emersione di un fatto nuovo, cioè
diverso ed ulteriore rispetto a quello già iscritto, può legittimare una nuova
iscrizione nel registro ex art. 335 cod. proc. pen. e, di conseguenza, determinare
il decorso di un nuovo (ed autonomo) termine semestrale delle indagini
dall’iscrizione aggiuntiva.
E’ quasi superfluo rilevare come l’accertamento circa la ritualità delle
iscrizioni ex art. 335 cod. proc. pen. a carico del Cusani fosse certamente
doveroso per il Tribunale del riesame, là dove – per quanto si è già sopra chiarito
– la questione processuale concernente la ritualità delle iscrizioni nel registro
degli indagati ha diretto riverbero sulla validità e dunque sull’utilizzabilità degli
atti posti a base del giudizio di gravità indiziaria (segnatamente di quelli indicati
dal Cusani nelle pagine 36 e seguenti del ricorso per riesame). Questione di
utilizzabilità degli atti a contenuto latu sensu probatorio deducibile in ogni stato e
grado del procedimento ai sensi dell’art. 191 cod. proc. pen. e pacificamente
rilevabile anche nel giudizio cautelare, concorrendo – appunto – a definire il
compendio processuale sul quale può validamente poggiarsi il titolo restrittivo
della libertà personale.
3.3. E’ ben vero che, nel caso in cui vengano in rilievo errores in procedendo
(come appunto quello di cui si discute), questa Corte di legittimità sia giudice
anche del fatto, potendo accedere all’esame diretto degli atti processuali (Sez. 1,
n. 8521 del 09/01/2013, Chahid, Rv. 255304) ed emendare l’incompletezza degli
atti del fascicolo, con l’acquisizione di quelli mancanti (nella specie, alcune
iscrizioni, come denunciato anche dal ricorrente).
Nondimeno, nel caso di specie, qualora l’eccezione di inutilizzabilità degli
esiti delle intercettazioni disposte oltre il termine delle indagini si rivelasse
fondata, la prova di resistenza non potrebbe essere demandata al giudice del
merito cautelare – essendo certamente pretermessa a questa Corte di legittimità
-, il che impone, per evidenti esigenze di economia processuale, di rimettere sin
d’ora la valutazione sul punto al Tribunale del riesame.
4. La decisione in verifica deve pertanto essere annullata.
4.1. In sede di rinvio, il Tribunale dovrà, dunque, verificare se l’iscrizione del
dicembre 2015 riguardi esattamente lo stesso fatto reato già iscritto il 19
febbraio 2015. A tale scopo dovrà, da un lato, compulsare il contenuto dell’intero
fascicolo trasmesso ex artt. 309, comma 5, e 291, comma 1, cod. proc. pen.
nonché acquisire presso la Procura tutta la documentazione concernente le
iscrizioni relative alla posizione del Cusani; dall’altro lato, confrontare – come
correttamente suggerito dal ricorrente – l’imputazione provvisoria elevata nella
richiesta di applicazione nei confronti del Cusani di misura cautelare formulata
dal pubblico ministero in data 12 maggio 2015 – poi rigettata dal Gip – e
l’imputazione sub capo B), l’unica che – avendo riguardo al tempus commissi
delicti – pare effettivamente riconducibile alle iscrizioni del febbraio e del
dicembre 2015.
All’esito di tale vaglio, il Collegio potrà dunque valutare la fondatezza o
meno dell’eccezione di inutilizzabilità delle acquisizioni probatorie successive alla
data del 19 settembre 2015.
Qualora ritenga inutilizzabili gli atti successivi a tale data, il Tribunale dovrà
procedere alla c.d. prova di resistenza, verificando se, sulla scorta del materiale
utilizzabile residuo, sia possibile confermare il giudizio di gravità indiziaria in
ordine a tutte o soltanto ad alcune delle imputazioni provvisorie poste a
fondamento del titolo coercitivo.
5. Nel procedere alla c.d. prova di resistenza, il Tribunale del riesame dovrà
tenere conto del principio di diritto in forza del quale le intercettazioni che siano
state validamente compiute nell’ambito di un procedimento sono utilizzabili in
relazione a tutti i reati oggetto del medesimo procedimento per i quali avrebbero
potuto essere disposte ai sensi dell’art. 266 cod. proc. pen. (v. ex plurimis Sez.
2, n. 1924 del 18/12/2015 – dep. 2016, Roberti e altri, Rv. 265989).
Il Collegio è consapevole dell’esistenza – in seno alla giurisprudenza di
legittimità – di un orientamento ermeneutico di segno diverso, secondo il quale le
intercettazioni disposte in relazione ad un reato possono essere utilizzate, a fini
di prova, in relazione a qualunque altro reato oggetto del medesimo
procedimento senza i limiti di cui all’art. 266 cod. proc pen. (v. ex plurimis Sez.
6, n. 50261 del 25/11/2015, M. e altri, Rv. 265757).
Si tratta nondimeno di una contrapposizione di opzioni esegetiche che,
all’evidenza, non rileva nella specie, là dove per il reato di cui all’art. 319 cod.
pen. – che viene in rilievo – certamente ricorrono i limiti edittali di cui al citato
art. 266 cod. proc. pen.
6. Nessun pregio ha di contro l’eccezione con la quale il ricorrente ha
eccepito l’inutilizzabilità delle medesime intercettazioni per mancanza dei verbali
di inizio delle operazioni previsto dall’art. 268, comma 1, cod. proc. pen.
Come correttamente rilevato dal Giudice a quo, è invero pacifico che
dall’omessa trasmissione di detti atti non consegua nessuna inutilizzabilità delle
intercettazioni (ex plurimis Sez. 1, n. 3631 del 17/05/2000, P.M. in proc. Dessì,
Rv. 216177).
7. L’ultimo motivo concernente le esigenze cautelari è assorbito dalla
decisione di annullamento ed è ad ogni modo infondato, avendo il Tribunale
argomentato – con motivazione puntuale e scevra da illogicità manifesta – tanto
la ricorrenza dei pericula libertatis in termini di concretezza ed attualità; quanto
l’inidoneità di qualunque misura diversa da quella di maggior rigore a farvi
fronte.

P.Q.M.
annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Roma per nuovo esame.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1-ter, disp.
att. cod. proc. pen.
Così deciso il 9 maggio 2017

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