Molestie Olfattive – Cassazione Penale 24/03/2017 N° 14467

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 24/03/2017

Numero: 14467

Testo completo della Sentenza molestie olfattive – Cassazione penale 24/03/2017 n° 14467:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 14467 Anno 2017
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: MACRI’ UBALDA
Data Udienza: 22/11/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da Venturin Roberto, nato a Monfalcone, il 30/07/1939 e
Pignone Maria, nata a Rionero in Vulture il 24/11/1939,
avverso la sentenza 1.4.2014 della Corte d’Appello di Trieste;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Ubalda Macrì;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale,
Gabriele Mazzotta, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso con la
conferma delle statuizioni civili.

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte d’Appello di Trieste con sentenza in data 1.4.2014, in parziale
riforma della sentenza del Tribunale di Gorizia in data 20.7.2011, appellata dagli
odierni ricorrenti ed in via incidentale dal Procuratore generale della Repubblica
di Trieste, ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti degli imputati in
ordine al reato loro ascritto, per essere il medesimo estinto per intervenuta
prescrizione; ha confermato nel resto l’impugnata decisione; ha condannato gli
appellanti alla refusione delle spese alla costituita parte civile. I coniugi Venturin
sono stati chiamati a rispondere della contravvenzione di cui all’art. 674 c.p.
perché, nella qualità di proprietari dell’appartamento al piano terra del fabbricato
in Monfalcone, via degli Argonauti, n. 8, provocavano continue immissioni di
fumi, odori e rumori nel sovrastante appartamento del terzo piano di proprietà di
Pazienza Viviana e Hualich Walter, così molestandoli ed imbrattando l’alloggio da
loro occupato, in Monfalcone dal 29.5.2004 al 3.4.2007.
2. Con un unico motivo di ricorso, gli imputati lamentano la violazione
dell’art. 606, comma 1, lett. b), c.p.p. in riferimento agli art. 674 e 1 c.p. nonché
25 Cost. Sostengono che l’art. 674 c.p. non è estensibile analogicamente alle
emissioni di odori e che, secondo la dottrina maggioritaria, è necessario che le
emissioni siano atte ad offendere, imbrattare o molestare le persone e che siano
vietate dalla legge, mentre nella fattispecie si trattava di emissioni di odori di
cucina che, per loro natura, non erano atte ad offendere, imbrattare o molestare
le persone e che certamente non erano vietate dalla legge. Precisano che la
giurisprudenza di legittimità che si era occupata dell’art. 674 c.p. con riguardo
agli odori si era riferita alle “molestie olfattive” derivanti da attività industriali e
solo agli odori che avevano superato il cosiddetto limite della stretta tollerabilità,
che comunque avrebbe dovuto essere accertato a mezzo perizia. Chiedono
quindi l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata e l’assoluzione dal
reato di cui all’art. 674 c.p., perché il fatto non sussiste.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso è inammissibile.
La Corte d’Appello di Trieste, con motivazione ampia ed accurata, ha escluso
la possibilità di pronunciare l’assoluzione per insussistenza del fatto ed ha
dichiarato invece la prescrizione, perché, non solo ha ritenuto correttamente
sussunta la fattispecie concreta sotto la previsione dell’art. 674 c.p. che
comprende anche le emissioni olfattive moleste come spiegato da questa
Sezione con sentenza n. 45230/2014, Rv 260980, ma ha anche valutato in modo
congruo la prova dei fatti raggiunta in primo grado attraverso le testimonianze
delle persone offese, definite come chiare, precise, logicamente strutturate,
ribadite in sede dibattimentale senza alcuna contraddizione ed esposte senza
inutili enfatizzazioni, marcature o sottolineature di qualche aspetto della vicenda
oltre il necessario e l’essenziale. Il fatto che tra le parti vi fossero contrasti di
vicinato non poteva di per sé solo infirmare la complessiva attendibilità delle
persone offese, in particolare dallo Hualic, che aveva dichiarato che quando gli
imputati cucinavano, oltre ai rumori molesti dell’estrattore, “s’impregna
l’appartamento dell’odore.. .del sugo, fritti eccetera, mi pareva di avere la cucina
loro in casa mia”. In particolare, la Corte territoriale ha valorizzato come
riscontro esterno alla denuncia, la deposizione del teste Coloni Claudio, il quale
chiamato ad ispezionare professionalmente, a spese delle persone offese, la
canna fumaria, aveva accertato che presentava una fessurazione verticale, che,
a suo dire, era “certamente” la causa della fuoriuscita di odori, vapori, e finanche
dei rumori e residui di combustione.
La doglianza dei ricorrenti, quantunque ricondotta nel vizio di motivazione
ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), a ben vedere si risolve in una censura
meramente fattuale, del tutto disancorata dalle emergenze probatorie che
risultano dal testo del provvedimento impugnato, e si fonda su deduzioni di
carattere assertivo smentite dagli esiti dell’istruttoria dibattimentale riportati
nella sentenza impugnata.
Come precisato dal precedente giurisprudenziale citato, la contravvenzione
prevista dall’art. 674 c.p. è configurabile anche nel caso di “molestie olfattive” a
prescindere dal soggetto emittente (nella fattispecie la Cassazione si era
occupata di odori da stalla; in motivazione numerosi riferimenti ai precedenti
giurisprudenziali), con la specificazione che quando non esiste una
predeterminazione normativa dei limiti delle emissioni, si deve avere riguardo,
condizione nella specie sussistente, al criterio della normale tollerabilità di cui
all’art. 844 c.c. (Sez. 3, n. 34896 del 14/07/2011, Ferrara, Rv. 250868), che
comunque costituisce un referente normativo, per il cui accertamento non è
necessario disporre perizia tecnica, potendo il giudice fondare il suo
convincimento, come avvenuto nel caso di specie, su elementi probatori di
diversa natura e dunque sulle dichiarazioni delle persone offese e del tecnico di
loro fiducia.

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso, il 22 novembre 2016.

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