Misure Di Prevenzione Patrimoniali – Cassazione Penale 11/01/2016 N° 579

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 11/01/2016

Numero: 579

Testo completo della Sentenza Misure di prevenzione patrimoniali – Cassazione penale 11/01/2016 n° 579:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
RAPPA FILIPPO N. IL 20/11/1943
RAPPA BARBARA N. IL 12/03/1972
RAPPA GIULIA N. IL 19/02/1987
RAPPA VINCENZO CORRADO N. IL 01/08/1973
RAPPA GABRIELE N. IL 04/05/1976
avverso il decreto n. 34/2014 TRIBUNALE di PALERMO, del
04/12/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. CARLO CITTERIO;
lette/sentite le conclusioni del PG
RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 30.10/4.12.14 il Tribunale di Palermo — sezione misure
di prevenzione ha rigettato “istanze e opposizioni” proposte nel procedimento nei
confronti degli eredi di Vincenzo Rappa, deceduto il 28.3.09. Dal provvedimento si
evince che, con riferimento a decreti di sequestro del 24.3.14 e del 26.6.14 (Elcan
srl, Kalesa Vega srl, Museum srl):
– Barbara Rappa e Giulia Rappa (nipoti di Vincenzo Rappa) hanno chiesto la
revoca del sequestro delle quote della SIMSIDER srl ad esse intestate;
– Filippo Rappa (figlio) ha chiesto la revoca del sequestro delle quote
societarie e dei beni immobili a lui intestati: ciò ha fatto con due istanze depositate
alle udienze del 25.9.14 e del 30.10.14;
– i difensori di Vincenzo Corrado Rappa e Gabriele Rappa (nipoti) hanno
proposto atti di opposizione avverso i due sequestri, rispettivamente in data 6.6.14
e 25.9.14.
Il Tribunale ha qualificato tutti gli atti dei cinque interessati come atti di
opposizione ai due sequestri.
1.1 Ritenuta la potenziale irrilevanza dell’acquisto di alcuni dei beni, da parte
degli istanti, con atti inter vivos e non iure successionis, stante la lettera e la ratio
dell’art. 18.3. d.lgs n. 159/11, il Tribunale ha prima osservato che secondo la
prospettiva dell’autorità proponente quanto oggetto dei due sequestri riguarderebbe
quote sociali e compendi aziendali di società che, a prescindere dalle formali
intestazioni, sarebbero state nella disponibilità diretta o indiretta di Vincenzo
Rappa: quindi eredi dovevano considerarsi coloro i quali avrebbero potuto
direttamente beneficiare anche del patrimonio fittiziamente intestato ma
riconducibile al proposto deceduto (vuoi perché i beni potevano essere attribuiti iure
ereditario vuoi perché potevano transitare dal proposto all’intestatario fittizio,
comunque a seguito della morte del primo), pena la vanificazione dell’evidente
scopo della disciplina speciale. Ha poi argomentato che allo stato degli atti della
procedura cautelare l’affermazione della proposta era supportata dal complesso di
elementi su cui era stato fondato il giudizio di pericolosità sociale di Vincenzo Rappa
nonché dalla ritenuta sproporzione tra redditi leciti dei familiari e valore di quote
sociali e beni ad essi intestati; quindi ha dato atto che alcune delle attività
imprenditoriali oggetto della proposta di confisca erano state formalmente avviate
in autonomia da figli e nipoti ma ha spiegato che, ai fini cautelari unici allo stato
rilevanti e riservato l’approfondimento del tema al merito, le stesse dovessero esser
ritenute direttamente riconducibili al proposto o frutto del reimpiego di mezzi
derivanti da patrimonio illecitamente costituito, nell’ambito di una complessa
strategia volta a sganciare formalmente le singole attività dal capostipite, coinvolto
in procedimento penale per associazione mafiosa, proprio al fine di sottrarre beni e
aziende da possibili sequestri e confische.
1.1.1 Quanto poi ai beni oggetto del sequestro con data 26.6.14 ed
all’eccezione di improcedibilità per tardività (sull’assunto che la proposta era stata
depositata il 19.6.14, nel contesto di autonomo procedimento iscritto dalla procura
della Repubblica e non dalla D.I.A., e quindi oltre i cinque anni dalla morte di
Vincenzo Rappa) il Tribunale, ricostruiti i termini in fatto della vicenda (proposta del
direttore della D.I.A. depositata il 7.3.14, prima della scadenza dei cinque anni,
adozione del decreto di sequestro in data 24.3.14, immissione in possesso
dell’amministrazione giudiziario e sua segnalazione della presenza di altre tre
società direttamente o indirettamente riconducibili al medesimo gruppo societario
asseritamente controllato dal defunto, espletamento dei necessari accertamenti
anche formali, richiesta di sequestro basata sui medesimi presupposti oggettivi e
soggettivi della prima), argomentava che al di là dell’iscrizione formalmente
autonoma questo procedimento risultava oggettivamente e funzionalmente
connesso a quello già iniziato, in esito alla stessa attività di immissione in possesso,
trovando pertanto applicazione l’art. 22, comma 2, e 17, commi 1 e 2, d.lgs. n.
159/11: tant’è che si era poi proceduto alla immediata riunione dei due
procedimenti così superando la mera discrasia formale. Né aveva rilievo che la
richiesta del secondo sequestro, finalizzato alla confisca, fosse stata proposta dal
procuratore della Repubblica, a ciò legittimato dalla già avvenuta celebrazione della
prima udienza (12.6.14), trattandosi appunto di beni ulteriori emersi nel corso del
medesimo procedimento.
1.1.2 Da ultimo, il Tribunale ha ritenuto non compatibili con la cognizione
cautelare (tenuto conto del commentato idoneo quadro indiziario) gli
approfondimenti propri della fase di merito, relativi alle deduzioni in fatto di
Vincenzo Corrado Rappa (quanto all’effettiva disponibilità in capo a Vincenzo Rappa
in ragione delle modalità di acquisizione delle quote Telmed spa, Publimed spa ed
alle operazioni Sicilcassa-Finmed e Sicilia 7 srl), Barbara Rappa e Giulia Rappa.
2. Cinque i ricorsi proposti, con tre atti di impugnazione.
2.1 Vincenzo Corrado Rappa e Gabriele Rappa (avv. A. Alessandri e A. Stagno
d’Alcontres per il primo, G. Di Benedetto per il secondo) enunciano motivi di:
• violazione di legge e difetto di motivazione per la mancata dichiarazione di
improcedibilità delle due proposte aventi ad oggetto i beni di proprietà dei due
ricorrenti, non essendo gli stessi eredi a titolo né universale né particolare di
Vincenzo Rappa, non rilevando alcuna nozione o qualità di ‘successore di fatto’,
invece dovendo farsi riferimento all’esclusiva nozione civilistica, altrimenti
versandosi nell’applicazione analogica in malam partem di norma eccezionale (che
del resto prevede un limite temporale di cinque anni) fino ad escludere le
consapevoli differenze rispetto alla disciplina generale ex art. 20;
medesimi vizi in relazione al decreto di sequestro 26.6.14, perché il termine di
cinque anni sarebbe perentorio a tutela della garanzia dei rapporti giuridici e
determinerebbe la nullità del procedimento, rilevabile d’ufficio (Sez.6 sent. 484/12),
rilevando comunque la diversità di iscrizione dei procedimenti e dell’autorità
proponente;
• medesimi vizi per l’omessa considerazione delle deduzioni difensive a
sostegno dell’inesistenza dei presupposti per i provvedimenti di sequestro:
precisato che le deduzioni erano state proposte anche nell’interesse di Gabriele
Rappa, i ricorrenti lamentano che il generale rinvio al merito rispetto alle
determinanti questioni dedotte (tra cui il giudizio di non pericolosità del deceduto
alla data del 2006 affermata con provvedimento del medesimo Tribunale, tale da
imporre motivazione sul rapporto temporale tra acquisizione dei beni sequestrati e
momento della pericolosità; e il reddito dimostrato dai ricorrenti per il periodo dal
1996 al 2008) costituirebbe mera assenza di motivazione, oltretutto in contesto in
cui gli stessi decreti di sequestro si sarebbero limitati ad affermare la pericolosità
del deceduto.
2.2 Barbara Rappa e Giulia Rappa (avv. G.Oddo, S. Mondello) enunciano
motivo di violazione di legge e vizi alternativi della motivazione in relazione agli
artt. 23, comma 3, 18, comma 3 e 24, comma 1, d. Igs. n. 159/11, con riferimento
al 50% delle quote di Simsider srl acquistate per atto tra vivi dopo la morte di
Vincenzo cl. 1922, nel luglio 2013 e con effettiva corresponsione del prezzo (non
sussistendo pertanto la qualità e condizione di eredi, né il dubbio della fittizia
intestazione). Il Tribunale avrebbe del tutto eluso il tema sottopostogli dell’effettiva
titolarità del bene, con un criptico riferimento a testamento attribuito a Filippo
Rappa, soggetto tuttora in vita e privo di alcuna efficacia dispositiva.
2.3 Filippo Rappa (avv. R. Bonsignore) enuncia tre motivi:
– violazione dell’art. 18, comma 3, d.lgs n. 159/11, per la mancata
dichiarazione di improcedibilità per non essere stati i beni sequestrati con decreti
24.3.14 e 26.6.14 acquisiti iure successionis dal padre defunto il 28.3.09
(trattandosi di società di cui il ricorrente sarebbe titolare dalla costituzione o per
successione ereditaria dalla madre, ancora vivente il padre);
– mancanza assoluta di motivazione sulle ragioni difensive volte ad escludere
la sussistenza delle condizioni per i sequestri, in particolare sull’epoca degli acquisti
e sulla valenza del testamento predisposto in favore di moglie e figli dopo
l’acquisizione di beni per morte della madre, vivente ancora il padre, e delle quote
sociali di cui era proprietario;
– violazione degli artt. 18, comma 3, 20 e 22 d.lgs n. 159/11, per la mancata
dichiarazione di improcedibilità/nullità del procedimento intrapreso con la proposta
17.6.14 avente ad oggetto anche Museum srl, per superamento del limite tassativo
dei cinque anni; i due procedimenti sarebbero autonomi per diversità dei soggetti
proponenti, del numero di registro generale, dei magistrati che hanno deliberato i
due sequestri; né sarebbe pertinente il richiamo all’art. 22, comma 2 ed alla
procedura d’urgenza, il provvedimento essendo stato in concreto motivato e
adottato secondo la procedura dell’art. 20, trattandosi quindi di proposta nuova e
autonoma.
3. Il procuratore generale in sede ha presentato conclusioni scritte perché,
qualificato il ricorso come opposizione ai sensi degli artt. 676 e 667, comma 4,
cod.proc.pen., gli atti siano trasmessi al Tribunale di Palermo per il giudizio.
Sul punto la difesa di Vincenzo Corrado Rappa e Gabriele Rappa ha depositato
memoria che, richiamando Sez.1 sent. 21691/08, chiede accogliersi il ricorso.
Sono pervenute anche memorie degli altri tre ricorrenti, sulla questione in rito
ed a sostegno dei motivi dei rispettivi ricorsi.
RAGIONI DELLA DECISIONE
4. La Corte giudica corretta la proposizione dei ricorsi quale mezzo di
impugnazione/contestazione dell’ordinanza emessa il 30.10/4.12.14 dal Tribunale di
Palermo, condividendo l’insegnamento di Sez.1 sent. 21691/08 e tenuto conto
dell’apprezzamento specifico operato sul punto dal medesimo Tribunale, nei termini
che seguono.
Come evidenziato, il Tribunale ha qualificato i cinque atti quali opposizione ai
due sequestri. Ciò assorbe l’astratta possibilità di distinguere invece, sul piano
strettamente formale, le istanze di Barbara, Giulia e Filippo Rappa da quelle di
Vincenzo Corrado e Gabriele Rappa.
Ha poi trattato nella pienezza del contraddittorio orale le questioni proposte in
ciascuno di essi, dando ogni spazio alla trattazione delle ragioni di merito (sicchè,
va osservato incidentalmente ed anche alla luce del principio costituzionale di
ragionevole durata del processo, nessuna ragione di difesa sostanziale potrebbe
essere invocata — oltretutto in palese contrasto con le diverse specifiche richieste di
tutti gli interessati — per imporre un nuovo passaggio ‘di merito’ davanti al
medesimo collegio).
Come avvertito dalla richiamata sentenza 21691/08 siamo pertanto dinanzi
ad una opposizione al giudice della prevenzione quale rimedio esperibile avverso i
provvedimenti di sequestro (o di confisca) adottati nel medesimo procedimento di
confisca (v. anche Sez. 2 sent. 4400/15 e Sez.1 sent. 34048/06). Opposizione che
non trova spazi per provvedimenti de plano ed invece si caratterizza per
l’immediata instaurazione del contraddittorio, nelle forme mutuate dal
procedimento di esecuzione, volto al contrasto del provvedimento cautelare (o
ablativo), con procedura che si conclude con ordinanza immediatamente
impugnabile col ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 666, comma 6, cod. proc.
pen.. Il precedente richiamato dal procuratore generale (Sez.1 sent. 16806/10) non
appare immediatamente pertinente, laddove non pare confrontarsi con la
giurisprudenza appena richiamata.
5. Quanto alle posizioni dei quattro nipoti, la Corte giudica fondati i comuni
rilievi di alcuni dei ricorrenti relativi alle nozioni di erede e di successore a titolo
universale o particolare (rilevante nella procedura di prevenzione alla luce dell’art.
18, commi 2 e 3), nonché all’individuazione del termine di cinque anni dal decesso
(18, comma 3), con le implicazioni che seguono.
Va premesso in fatto che dai due decreti di sequestro e dalla documentazione
ri-allegata ai ricorsi risulta che:
– Vincenzo Rappa cl. 1922 è deceduto il 28.3.09;
– eredi di Vincenzo Rappa cl. 1922 sono solo i tre figli: Maurizio, Filippo e
Sergio;
– il decreto di sequestro con data 24.3.14 è stato emesso nei confronti dei tre
figli e dei nipoti Vincenzo cl. 75, Vincenzo Corrado e Gabriele, tutti indicati (solo)
“nella qualità di eredi”;
– il decreto di sequestro con data 26.6.14 (relativo appunto a tre società:
Elcan, Kalesa Vega, Museum) è stato emesso dal Tribunale in composizione
collegiale con riferimento a proposta di applicazione di misura di prevenzione
patrimoniale in data 17.6.14 “a carico degli eredi”, dichiaratamente sulla base di
quanto emerso, a seguito di acquisizioni documentali effettuate presso gli uffici
della società Simsider, nelle operazioni di immissioni in possesso del patrimonio
posto in sequestro nel procedimento precedente.
6. A giudizio della Corte le nozioni di “erede” e di “successore a titolo
universale o particolare”, cui fa riferimento l’art. 18, commi 2 e 3, d.lgs. n. 159/11
sono solo quelle proprie del codice civile, senza alcuna possibilità di dar rilievo a
nozioni di erede o successore ‘di fatto’.
L’allargamento dell’ambito temporale della possibile apprensione dei beni, di
cui sia titolare, o abbia la disponibilità (anche attraverso interposta persona), colui
che decede mentre è in corso la procedura di delibazione della proposta di misura di
prevenzione patrimoniale ovvero colui che è deceduto nei cinque anni precedenti,
con il coinvolgimento dei suoi eredi e successori a titolo generale o particolare,
costituisce una scelta legislativa con i connotati della eccezione.
Il venir meno del soggetto proposto, la cui pericolosità sociale pur
incidentalmente valutata costituisce comunque il presupposto logico e di fatto della
successiva apprensione, determina infatti una situazione caratterizzata da ampi
connotati di discrezionalità, propri del ruolo del legislatore e delle scelte di
merito/equilibrio/opportunità che a lui solo competono e che, quando immuni da
manifesta irrazionalità, si sottraggono pure alla censura di costituzionalità, in
definitivo unico effettivo limite giuridico alle autonome e discrezionali scelte del
legislatore.
Pertanto, l’esito del concreto bilanciamento tra le esigenze di sottrarre
comunque al libero mercato beni caratterizzati da un’illiceità originaria di
acquisizione (anche se di essi il proposto non potrà più disporre, in qualunque
forma diretta o indiretta), di stabilire il momento in cui ciò può accadere
(introducendo un limite alle esigenze di certezza proprie delle regole della
circolazione dei beni) e di individuare i soggetti, diversi dal proposto/pericoloso, cui
tali beni possono comunque essere sottratti, costituisce soluzione che
tendenzialmente vincola l’interprete. In particolare, a fronte del consapevole
riferimento che il legislatore opera a termini ed istituti che trovano definizione
specifica nella pertinente disciplina civile, tenuto conto del ricordato contesto di
potenziale radicale conflitto tra le diverse esigenze tutelate ed alla luce della
peculiare natura preventiva della confisca (pure secondo la recente Sez.U. sent.
4880/15 assimilabile alle misure di sicurezza), deve escludersi alcuna
interpretazione di tipo analogica, quale quella proposta dal Tribunale.
6.1 Sul punto giudica opportuno la Corte osservare che il Tribunale pare
sovrapporre due aspetti che debbono essere tenuti differenti: quello
dell’individuazione dei soggetti nei confronti dei quali può essere proseguita o
intrapresa la proposta procedura di misura di prevenzione patrimoniale; quello della
possibilità che alcuni dei beni che potrebbero rientrare nel patrimonio dei primi
siano in concreto impropriamente a disposizione di terzi.
Le due problematiche non si risolvono estendendo la nozione di eredi (con
l’anomala costruzione della figura dell’erede di fatto) ai secondi, bensì verificando la
possibilità di coinvolgere nella procedura, che può essere diretta solo nei confronti
degli eredi, successori a titolo universale o particolare che tali siano per il codice
civile, soggetti terzi che gestiscano in fittizia autonomia i beni in realtà riconducibili
al defunto, in ragione di atti dispositivi (di fittizia intestazione o trasferimento) che
ai sensi dell’art. 26 del d.lgs. n. 159/11 possano essere dichiarati nulli. In altri
termini, la proposta deve proseguire o essere iniziata solo nei confronti dei soggetti
indicati nei commi 2 e 3 dell’art. 18, ma all’interno di tale procedura deve ritenersi
possano essere trattate posizioni di beni fittiziamente intestati o trasferiti a testi,
che dovrebbero invece rientrare nella disponibilità del patrimonio degli eredi per
essere poi, ricorrendone le condizioni, confiscati.
6.2 Tenuto conto di come il primo decreto di sequestro è stato concretamente
formulato, con l’indicazione specifica della qualità di erede anche per i due nipoti
ricorrenti quale ragione legittimante l’azione di prevenzione patrimoniale, le
considerazioni che precedono allo stato risultano sufficienti ad imporre il suo
annullamento innanzitutto nei confronti di Rappa Vincenzo Corrado e Rappa
Gabriele, con la conseguente restituzione di quanto a loro sequestrato.
6.3 La medesima conclusione si impone allo stato per le posizioni di Barbara e
Giulia Rappa.
Vero che le stesse sono nella procedura non perché coinvolte nella proposta in
qualità di eredi (che in effetti non sono), bensì per intervento volontario quali
soggetti che si qualificano terzi estranei, tuttavia il bene che riguarda la loro
posizione è costituito da quote della società Simsider srl, le cui restanti quote
risultavano sequestrate a Vincenzo Corrado e Gabriele. Il venir meno del sequestro
presupposto assorbe allo stato la questione delle modalità e dei tempi di
acquisizione delle quote della società sequestrata da parte di queste due ricorrenti.
7. E’ fondata anche la comune censura relativa alla tardività del secondo
decreto di sequestro, adottato su proposta formalizzata dopo il decorso del
quinquennio dal decesso di Vincenzo Rappa cl. 22.
In fatto, il dato non è in discussione.
Secondo il Tribunale la genesi del secondo sequestro (conseguente a proposta
che in concreto avrebbe solo costituito prosecuzione, comunque gemmazione, della
prima e certamente tempestiva proposta, con il conseguente primo decreto di
sequestro dalla cui applicazione erano emerse le condizioni per procedere al
secondo) consentirebbe però di ricondurre anche la seconda iniziativa alla prima,
sussumendola nella pertinente tempestività.
Le difese, come visto, evidenziano invece i dati, anche formali, che comunque
imporrebbero di considerare la seconda parte della richiesta come proposta
comunque autonoma, e pertanto sicuramente intempestiva.
7.1 La questione di diritto sottesa alle diverse prospettazioni si risolve nel
quesito se, pendendo procedura per l’applicazione di misura di prevenzione
patrimoniale nei confronti degli eredi, l’emergenza di ulteriori beni passibili di
sequestro e confisca, nel corso dello svolgimento di attività proprie delle funzioni
dell’amministratore giudiziario nominato a seguito di un decreto di sequestro
emesso nell’ambito di precedente proposta, determini o meno la pendenza di un
autonomo distinto procedimento di prevenzione (prescindendo dall’eventuale
successiva riunione delle procedure, quando le tematiche oggettive e soggettive
siano omogenee), al quale si applichi autonomamente il termine quinquennale.
La risposta deve essere positiva.
Si è già detto della ragione di legge che fonda l’estensione della possibilità di
confisca di beni anche nei confronti degli eredi, evidenziandone il peculiare
contenuto di discrezionalità che caratterizza la soluzione normativa prescelta.
Le medesime considerazioni debbono essere riproposte quanto al tema
dell’individuazione di un termine perentorio entro il quale l’azione/proposta di
prevenzione deve essere esercitata (“la richiesta di applicazione della misura di
prevenzione può essere proposta … entro il termine di cinque anni dal decesso”:
art. 18, comma 3).
In definitiva, il legislatore ha ampliato la possibilità di acquisizione dei beni del
soggetto già pericoloso, individuando, prima, i soggetti specifici nei confronti dei
quali, soli, l’azione/proposta può essere proseguita o iniziata, poi, il termine ultimo
entro il quale, in ogni caso, l’azione/proposta può essere esercitata.
In particolare, con l’indicazione di tale termine il legislatore ha operato una
scelta di valore specifica: quale che sia la fonte di acquisto del singolo bene, il
decorso di quel determinato periodo di tempo impedisce alcun intervento su quello
stesso bene.
Quindi, l’esigenza di certezza dei rapporti giuridici prevale, una volta
consumato quel termine, sull’esigenza pubblicistica dell’impedire la circolazione di
beni di provenienza non lecita.
Ciò, innanzitutto, comporta che il termine non possa che essere inteso come
perentorio, il suo rispetto costituendo condizione di legittimità della stessa azione di
prevenzione; in secondo luogo, impone di apprezzare le implicazioni di tale
perentorietà, che non può che essere legata al singolo bene e, quindi, ad
un’espressa tempestiva richiesta/proposta che quel singolo bene riguardi.
7.2 Nel nostro caso, il decreto 26.6.14 fa sì riferimento (nella motivazione
della sussistenza delle ragioni di cautela) a quanto emerso in sede di immissione
nel possesso del patrimonio a seguito del precedente sequestro e dichiara la propria
natura di integrazione del precedente decreto, ma è adottato dal Tribunale in
composizione collegiale e, dichiaratamente, sulla base della successiva proposta in
data 17.6.14: quindi, ai sensi dell’art. 20. Proprio la composizione collegiale ed il
generico riferimento alle ragioni del precedente decreto, senza alcun’indicazione ad
alcuna particolare urgenza, escludono la sussumibilità del provvedimento in quelli
d’urgenza disciplinati dall’art. 22. Né potrebbe ritenersi che il provvedimento
collegiale in concreto abbia unito le due fasi (decreto presidenziale e convalida nei
dieci giorni successivi): non solo si tratterebbe di procedura del tutto irrituale ed
ingiustificata (atteso che in mancanza di una particolare urgenza è necessaria la
preventiva proposta relativa a specifici beni), ma nella fattispecie, come ricordato, il
decreto collegiale fa espresso e inequivoco riferimento alla ulteriore proposta.
Neppure assume rilievo il riferimento specifico che la seconda parte dell’art.
22, comma 2, fa a situazione potenzialmente corrispondente alla nostra
(“Analogamente si procede se, nel corso del procedimento, anche su segnalazione
dell’amministratore giudiziario, emerge l’esistenza di altri beni che potrebbero
formare oggetto di confisca”). Rimangono infatti sempre distinti i due aspetti
obiettivamente diversi: quello, cautelare, del concreto pericolo di
dispersione/sottrazione/alienazione; quello, contenutistico, della richiesta di
applicazione della confisca a quel determinato bene.
Tale secondo aspetto mantiene, pur all’interno della peculiare disciplina di
urgenza, piena autonomia. Ciò significa che, pur quando nel corso della prima
procedura emerga l’esistenza di ulteriori beni suscettibili di confisca, questa deve
essere oggetto di motivata e specifica (necessariamente nuova) proposta, non
potendo quella precedente estendersi ad ogni bene anche non originariamente
indicato, quasi una sorta di proposta Innominata’, avente ad oggetto quel che
(eventualmente) si troverà. D’altra parte, sia la misura sostanziale (la confisca) sia
quella cautelare (il sequestro), si riferiscono necessariamente a beni specifici e
debbono essere argomentate in relazione a presupposti specifici (sproporzione,
frutto o reimpiego di attività illecite).
7.3 Appare comunque opportuno osservare, da ultimo, che l’interpretazione
(apparentemente propugnata dal Tribunale) che sganciasse dal termine perentorio
l’individuazione del singolo bene nel caso in cui lo stesso fosse individuato
all’interno di procedura di prevenzione patrimoniale originata da tempestiva
proposta (relativa pur a beni diversi), si risolverebbe in autonoma violazione della
norma. Essa infatti condurrebbe in concreto ad un prolungamento, di tale termine,
dalla durata incerta e dall’individuazione discrezionale, non potendosi
predeterminare con profili di necessaria certezza anche solo la durata della
procedura originata dalla tempestiva proposta, al cui interno ed in relazione a
innominati operazioni/accadimenti potrebbero, in ipotesi, individuarsi sempre nuovi
beni. Infatti, anche l’unico fatto di procedimento che, sul piano sistematico,
potrebbe apparire idoneo a concretizzare un dato obiettivo e non evanescente (la
chiusura del procedimento di prevenzione patrimoniale in primo grado), non
potrebbe mai essere idoneo a vincolare l’originario proponente a termini oggettivi e
certi, pur se diversi da quello dei cinque anni.
In altri termini, si perverrebbe a situazione del tutto incompatibile con quella
palesemente scelta dal legislatore nella propria responsabilità funzionale, certo non
esposta, nella fattispecie, a censure di palese irrazionalità.
7.4 Deve pertanto concludersi che la proposta 17.6.14, presupposto del
decreto di sequestro 26.6.14, sia improcedibile perché formulata oltre il perentorio
termine quinquennale e, come tale, inidonea a giustificare il decreto di sequestro,
che deve pertanto essere annullato, con le consequenziali restituzioni, come da
dispositivo.
8. Filippo Rappa è erede di Vincenzo Rappa cl. 22.
Il suo terzo motivo (relativo al secondo decreto di sequestro) è fondato per le
ragioni indicate sub 7/7.4.
Primo e secondo motivo sono fondati nei termini che seguono. Il ricorrente
lamenta omessa motivazione sulle proprie puntuali deduzioni volte ad escludere che
i beni sequestrati anche con il primo decreto di sequestro fossero nella sua
disponibilità nella qualità di erede del padre: aveva dedotto che, invece, gli stessi
(delle società) erano alcuni a lui pervenuti per successione dalla madre ed altri a lui
appartenenti dalla costituzione.
Osserva la Corte che effettivamente il Tribunale ha omesso alcuna
motivazione specifica sul punto, apparentemente rinviando l’esame di ogni
questione di merito al seguito del procedimento dopo avere, con argomentazione
generale, e generica (p. 4 e 5 ord.), per tutti i beni sequestrati affermato la diretta
riconducibilità al proposto o a frutto del reimpiego di mezzi derivanti da patrimonio
illecitamente costituito, precisando che ciò avveniva ai fini esclusivamente cautelari
e richiamando il decreto di sequestro. Ora, siffatta metodologia argomentativa
costituisce appunto motivazione solo apparente, quando l’interessato abbia svolto
rilievi specifici nel merito. Se è infatti vero che l’apprezzamento dei presupposti per
l’adozione della misura cautelare reale ha un contenuto più sintetico ed essenziale
rispetto a quello che deve caratterizzare la deliberazione che conclude la procedura
(disporre o meno la confisca dei singoli beni), anche in ragione del diverso contesto
probatorio che generalmente caratterizza le due decisioni, tuttavia anche in sede
cautelare sussiste l’obbligo del confronto argomentativo con il nucleo almeno delle
deduzioni della parte destinataria del sequestro e con riferimento specifico ai beni
cui si riferiscono le deduzioni di tale parte. Non avrebbe altrimenti senso
sistematico l’opposizione al decreto di sequestro, quando la decisione della prima si
risolvesse nella conferma del secondo a prescindere dall’esame delle questioni
anche di fatto dedotte. E’ ovviamente ben possibile che il Tribunale, che pur ha
emesso il decreto di sequestro, nell’esaminare specificamente le censure
dell’opponente richiami le argomentazioni del decreto, quando ritenga di rinvenire
in esse anticipate risposte specifiche alle contingenti successive doglianze della
parte ovvero ritenga la genericità di queste ultime. Quel che non può fare è, in
particolare a fronte di posizioni articolate e complesse per le quali siano svolte
deduzioni specifiche e distinte per le varie posizioni, confermare in via generale e
complessiva la precedente deliberazione, rinviando ogni risposta sulle distinte
posizioni e deduzioni a fase successiva, senza alcuna delibazione e senza spiegare
perché, posizione per posizione, le deduzioni proposte in relazione ai singoli beni
non presentino caratteristiche tali da imporre la revoca della misura cautelare reale,
tenuto conto degli effetti invasivi che la caratterizzano.
Quanto alla posizione di Filippo Rappa si impone pertanto l’annullamento con
rinvio per nuovo esame.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio il decreto di sequestro emesso dal Tribunale di Palermo il
24.3.14, limitatamente ai beni sequestrati a Rappa Vincenzo Corrado, Rappa
Gabriele, Rappa Barbara e Rappa Giulia, beni dei quali ordina la restituzione agli
aventi diritto.
Annulla il medesimo decreto, quanto a Rappa Filippo e limitatamente ai beni
di cui è stata chiesta la revoca del sequestro e rinvia al Tribunale di Palermo per
nuovo esame.
Annulla senza rinvio il decreto di sequestro emesso il 26.6.14 e dispone la
restituzione dei beni agli aventi diritto.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 626 c.p.p..
Così deciso, il 16.12.2015

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine