Misure Cautelari Personali – Cassazione Penale 3/11/2016 N° 46228

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 3/11/2016

Numero: 46228

Testo completo della Sentenza Misure cautelari personali – Cassazione penale 3/11/2016 n° 46228:

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Ritenuto in fatto
1.Con ordinanza in data 31 marzo 2016 il Tribunale del riesame di Trieste
confermava l’ordinanza emessa il 7 marzo 2016 dal G.i.p. del Tribunale di Pordenone,
che aveva sottoposto Giosuè Ruotolo alla misura della custodia cautelare in carcere in
relazione ai delitti di omicidio aggravato in danno di Trifone Ragone e Teresa Costanza
e dei connessi reati in materia di armi.
1.1 A fondamento della decisione il Tribunale ravvisava l’acquisizione di un
compendio indiziario qualificato da gravità, considerato univocamente significativo
dell’individuazione nel Ruotolo dell’esecutore materiale del duplice omicidio, avvenuto
la sera del 17 marzo 2015, poco prima delle ore 20, nel parcheggio annesso al
palazzetto dello sport “Crisafulli” di Pordenone, ove all’interno della loro autovettura
erano stati rinvenuti i corpi senza vita del caporalmaggiore dell’esercito Trifone
Ragone e della fidanzata convivente Teresa Costanza, da poco usciti dalla palestra
ove si erano allenati ed attinti ciascuno da plurimi colpi di arma da fuoco esplosi da
soggetto approssimatosi da tergo, che aveva fatto uso di una pistola cal. 7,65 da
distanza molto ravvicinata attraverso lo sportello anteriore sinistro del veicolo, ancora
aperto dopo l’introduzione al suo interno del conducente Ragone. Secondo
l’esposizione dell’andamento delle indagini, contenute nell’ordinanza del Tribunale,
alcuni testi, frequentatori degli impianti sportivi dell’area, trovatisi nella zona
destinata a parcheggio in orario prossimo all’omicidio, avevano riferito di avere
avvertito una sequenza di colpi secchi ed avvistato un’automobile marca Audi A3
grigia, ferma in prossimità di una cabina contenente impianti tecnici; tale veicolo,
individuato in base ad alcuni elementi caratteristici, era stato filmato dagli impianti
comunali di videosorveglianza per il controllo del traffico veicolare avvicinarsi alle ore
19.19 all’area del palazzetto dello sport, allontanarvisi verso il centro città alle ore
19.50 circa per poi sostare nel parcheggio che consente l’accesso al parco pubblico S.
Valentino, al cui interno vi è un laghetto circondato da vegetazione ed alberi, quindi
alle ore 19.57 circa fare ritorno verso il centro cittadino. Da tali passaggi veniva
ipotizzato dagli investigatori che l’autovettura fosse stata utilizzata dall’autore
dell’omicidio, il quale si era recato nel parco per sbarazzarsi dell’arma, che in effetti a
seguito di accurate ricerche era stata rinvenuta, unitamente al caricatore vuoto,
all’interno del lago: dagli espletati accertamenti balistici, grazie ai particolari segni
impressi sui bossoli rinvenuti sulla scena del crimine, l’arma era risultata essere quella
che aveva esploso i colpi contro le due vittime. Dai successivi accertamenti si era
appreso che: Giosuè Ruotolo aveva in uso un veicolo Audi A3 di colore grigio con
quelle caratteristiche risultanti dai filmati; era un frequentatore della palestra ove si
erano allenati il Ragone e la Costanza; nel tardo pomeriggio del 17 marzo 2015,
cessato il turno di lavoro, si era intrattenuto presso l’abitazione in giochi elettronici
“on line” con una pausa dalle ore 19.07 alle ore 21.24, considerata significativa
perché comprensiva dell’orario dell’omicidio e dell’occultamento dell’arma, durante la
quale, secondo le dichiarazioni dei coinquilini Daniele Renna e Sergio Romano, che
avevano condiviso lo stesso appartamento con l’indagato, egli era uscito di casa in
auto per farvi rientro in seguito senza avere informato i compagni delle sue intenzioni
e di quell’uscita insolita per orario ed assenza di compagnia, con addosso una tuta da
ginnastica di colore grigio antracite, mai vista in precedenza e nemmeno in seguito,
neppure all’atto del suo rientro in casa e comunque mai rinvenuta in sede di
perquisizione. Soltanto dopo che il Renna ed il Romano avevano reso informazioni
indizianti a suo carico, il Ruotolo si era indotto a rilasciare spontanee dichiarazioni,
con le quali aveva per la prima volta ammesso di essere uscito di casa, di essersi
recato al palazzetto dello sport per allenarsi, di non avere trovato parcheggio e quindi
di essersi trasferito al parco di S. Valentino per fare jogging, ma di avere interrotto
l’attività intrapresa dopo poco per il freddo, dimostrando la falsità dell’alibi
inizialmente riferito e basato sull’essere stato impegnato a giocare “on line” nell’ora
del delitto.
Indagini di tipo informatico condotte sui dispositivi -ePhone e notebook,
compreso quello condiviso col fratello e detenuto in Somma Vesuviana-, in uso al
Ruotolo, che professionalmente svolgeva attività di manutentore hardware ed
installatore di software, vantando dunque competenze specifiche, avevano dimostrato
il suo interesse per la ricerca mediante siti web di un’arma da fuoco e la sistematica
eliminazione dei dati presenti nella memoria dei predetti dispositivi in concomitanza
col progredire delle indagini, ossia col rinvenimento dell’arma il 18 con la
convocazione per essere sentito come informatore il 19 settembre, con la richiesta di
consegna del pc il 22 settembre; in particolare, era emersa la cancellazione di due
messaggi inviati alla di lui fidanzata, Maria Rosaria Patrone, il 17 marzo 2015 e
dell’appunto “via Chioggia n. 8 o 9”, corrispondente ad una casa disabitata, accanto a
quella delle vittime.
Mediante incrocio dei dati offerti dalle riprese filmate e dalla testimonianza di un
giovane transitato correndo nei pressi del veicolo delle due vittime poco prima del
delitto e che aveva percepito gli spari, attribuiti però allo scoppio di petardi, con
quanto riferito dal Ruotolo, nel suo interrogatorio reso alla presenza del difensore,
una volta formalmente indagato -nel quale aveva negato di avere avvertito spari
nonostante la distanza ravvicinata al punto in cui erano stati esplosi-, e mediante
esperimento materiale della corsa effettuata dal teste e dei tempi di percorrenza del
veicolo dell’indagato con rilevazione dei tempi relativi, era emerso che al momento
dell’esplosione dei colpi di arma da fuoco contro il Ragone e la Costanza il Ruotolo si
era trovato nel parcheggio del palazzetto nei pressi dell’auto dei due giovani uccisi ed
era partito da tale punto subito dopo l’esplosione dei colpi di pistola, in termini
corrispondenti ed in tempi sufficienti all’esecuzione dell’omicidio.
L’approfondimento dei rapporti personali intrattenuti dal Ruotolo con il Ragone e
con la propria fidanzata Maria Rosaria Patrone, soggetto con tendenze simulatorie e
psicotiche, autrice di tentativi di condizionamento delle dichiarazioni di alcune amiche
prima che le stesse fossero escusse a s.i.t., avevano evidenziato profili critici, nel
senso che, mentre la relazione sentimentale dell’indagato con la Patrone era stata
tutt’altro che serena ed equilibrata, ma contraddistinta da reciproci tradimenti e da
fitto scambio di messaggi sino al 17 marzo 2015, da quella data le comunicazioni si
erano apparentemente interrotte dopo che la Patrone aveva chiesto al Ruotolo se per
caso avesse fatto qualcosa che non le aveva detto per alludere ad azione illecita e da
mantenere segreta. Era altresì emerso soltanto dalle deposizioni delle amiche della
Patrone che il Ruotolo, su istigazione di costei, timorosa che il proprio fidanzato
potesse seguire i comportamenti del Ragone e tradirla, intenzionato a danneggiare il
Ragone ed operando da un computer della caserma ove prestava servizio, aveva
aperto un profilo “facebook” anonimo, tramite il quale aveva contattato Teresa
Costanza a nome di una sedicente amante del Ragone stesso per informarla della loro
in realtà inesistente relazione e ciò al fine di indurre la giovane a lasciarlo. La
manovra attuata dal Ruotolo, confermata anche dalla Patrone nel suo interrogatorio,
anche se ascritta ad un mero scherzo, e dalla presenza in servizio dell’indagato nei
giorni e negli orari di invio dei messaggi, aveva suscitato i sospetti e la reazione
risentita del Ragone, il quale aveva contestato all’indagato di essere l’autore dei
messaggi molesti per la rivelazione di particolari noti soltanto a chi aveva coabitato
con lui, minacciando di denunciarlo e venendo alle mani in un’occasione, tanto da
aver cagionato al Ruotolo ecchimosi ed un taglio al labbro, per le quali percosse
questi, parlando con i coinquilini, aveva minacciato che gliel’avrebbe fatta pagare. In
tali emergenze era dunque rinvenuto un valido movente per realizzare l’azione
onnicidiaria per vendetta dopo il pestaggio subito ad opera del Ragone e per timore
che le rivelazioni di questi potessero compromettere la sua carriera e la realizzazione
dell’aspirazione di ingresso nella Guardia di Finanza; del resto anche la Patrone aveva
confidato alle amiche la propria angoscia sino ad aver maturato propositi suicidi per il
timore di avere indotto il fidanzato ad uccidere il Ragone e la Costanza a causa della
conflittualità insorta per la vicenda del falso profilo “facebook”.
Il Tribunale, tanto premesso, evidenziata la falsità in più punti rilevanti delle
dichiarazioni rese dall’indagato nel corso del suo interrogatorio sui suoi movimenti, sui
tempi relativi, sui percorsi effettuati e sulle ragioni del suo allontanamento dal
parcheggio, nonchè l’anomalia dei comportamenti tenuti la sera del delitto rispetto
alle sue abitudini di frequentatore della palestra in altre giornate e di praticante il
jogging sempre in compagnia, mai da solo, come ricostruiti dalle testimonianze
escusse, ha respinto l’eccezione preliminare di nullità dell’ordinanza genetica in
ragione dell’omessa trasmissione al G.i.p., e quindi al Tribunale stesso, dei supporti
informatici contenenti le riprese delle telecamere di controllo del traffico, grazie ai
quali la difesa avrebbe potuto provare l’erroneità dell’orario registrato e
dell’operazione di riconduzione a quello reale e delle copie forensi del materiale
informatico sequestrato all’indagato in data 24/9/2015. Rilevava il collegio del
riesame che gli hard disk erano stati trasmessi alla propria cancelleria, per cui era
verosimile fossero stati già messi a disposizione del G.i.p. e che non risultava essere
stato richiesto il rilascio delle predette copie forensi dopo che il P.M. aveva respinto
l’istanza di dissequestro dell’8/1/2016, un mese prima della proposizione della
domanda cautelare. Escludeva altresì la fondatezza dell’eccezione di nullità della
stessa ordinanza per omessa valutazione degli elementi a favore dell’indagato, già
considerati dal g.i.p..
In punto di esigenze cautelari, i giudici del riesame, oltre ad avere ricordato la
presunzione relativa di pericolosità, insita nella contestazione del delitto di omicidio
premeditato, ravvisavano in concreto il pericolo di recidivazione e di inquinamento
probatorio.
2. Avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame ha proposto ricorso per
cassazione l’indagato a mezzo del suo difensore, avv.to Esposito, il quale ne ha
chiesto l’annullamento per i seguenti motivi:
a) nullità dell’ordinanza impugnata per violazione del disposto dell’art. 309 cod. proc.
pen., comma 5, in riferimento al mancato rilievo dell’omessa trasmissione al G.i.p. da
parte del p.m. degli hard disk contenenti le videoriprese e delle copie forensi relative
a tutti i supporti informatici sequestrati all’indagato, secondo quanto prescritto dagli
artt. 291 cod. proc. pen., comma 1 e 100 disp. att. Cod. proc. pen., che si era scelto
di produrre soltanto al Tribunale del riesame per sottrarli al controllo del primo giudice
e della difesa. In tal modo sono stati violati sia il diritto di difesa dell’indagato, sia il
principio di simmetria tra il materiale probatorio a sostegno dell’ordinanza applicativa
della misura cautelare e quello reso disponibile in sede di riesame, come preteso dal
quinto comma dell’art. 309 cod. proc. pen per consentire al tribunale un controllo
sulla legittimità ed, in particolare, sulla motivazione del provvedimento impugnato,
con la conseguente nullità a regime intermedio dell’ordinanza cautelare originaria.
Erroneamente il Tribunale ha ritenuto che il materiale denunciato come mancante
fosse stato verosimilmente prodotto al g.i.p., ma tale convincimento non è sorretto da
alcuna base fattuale, poiché i supporti informatici e le copie forensi non risultano
dall’indice degli atti allegati alla domanda cautelare, né inseriti nel fascicolo; nel caso
in esame non si è verificata un’allegazione parziale di atti, privi di integrale contenuto
per omissioni o oscuramenti, ma la mancata allegazione di documenti che avrebbero
potuto offrire elementi significativi a difesa dell’indagato. Non trova rispondenza al
vero nemmeno il rilievo sulla mancata richiesta di rilascio di copia dei documenti
informatici sequestrati: la difesa aveva presentato tale richiesta con l’istanza di
dissequestro depositata 1’8/1/2016 nonché con l’opposizione al rigetto di restituzione
di cose sequestrate, accolta dal G.i.p. per cui non aveva onere di ripeterla per ogni
atto d’indagine.
b) Nullità dell’ordinanza impugnata per violazione dell’obbligo di considerazione degli
elementi probatori favorevoli all’indagato imposti dal nono comma dell’art. 309 cod.
proc. pen., corna modificato dalla legge n. 47/2015. Nel presente caso si era
denunciata la mancata considerazione e valutazione di elementi oggettivi e non frutto
di interpretazione, costituiti da:
-molteplici verbali di s.i.t. di commilitoni dell’indagato, che aveva negato che egli
avesse avuto il polso fasciato, il labbro spaccato e un’abrasione allo zigomo in epoca
immediatamente successiva alla commissione del delitto, avendo il Tribunale
considerato soltanto le informazioni provenienti dal Sucato, confermative di quelle del
Romano e del Renna;
-messaggi tra le due vittime avvenuti 1’11/3/2015, sei giorni prima del fatto
delittuoso, attestanti una lite con aggressione subita dal Ragone;
-s.i.t. rese dal Romano e dal Robertucci, dichiarative della scarsa bravura del Ruotolo
nell’uso delle armi;
-s.i.t. rilasciate da Alessandro Cantarutti e Terziya Gaysk su circostanze incompatibili
con orario dell’omicidio e ricostruzione dinamica del p.m. degli avvenimenti
successivi;
– report traffico telematico tra il Ragone ed il Romano, che dimostra la non
corrispondenza al vero delle dichiarazioni di Romano quando afferma di avere saputo
della lite col Ruotolo tramite messaggi whats’app;
-titoli conseguiti dal Ruotolo nelle arti marziali.
c) Violazione di legge in relazione al disposto dell’art. 309 cod. proc. pen., comma 9.
Il Tribunale del riesame ha escluso che rivestissero rilievo quale elemento a discarico,
perché indicativo del mantenimento di buoni rapporti tra il ricorrente ed il Ragone, i
messaggi “what’s app” scambiati tra i due la mattina del 02/03/2015, quindici giorni
prima dell’omicidio e del pari anche l’assenza di un profilo genotipico delle vittime
all’interno dell’auto e sugli indumenti dell’indagato per la loro sostituzione. Il Tribunale
del riesame, a fronte dell’omessa valutazione da parte del G.i.p. di tali emergenze, è
intervenuto con una propria motivazione del tutto originale in luogo di quella
mancante, in violazione del divieto di integrazione della motivazione del titolo
cautelare genetico, che avrebbe dovuto essere annullato.
d) Contraddittorietà della motivazione. Il Tribunale ha recepito come validamente
riscontrata la ricostruzione delle fasi dell’omicidio, operata dalla p.g., per la quale il
delitto era stato compiuto tra le ore 19.49.35 e le ore 19.49.50, secondo i dati forniti
dagli informatori Marcuzzo e Protani e l’autovettura Audi A3 era uscita dal parcheggio
ove erano state uccise le due vittime ed era stata ripresa alle ore 19.51.10 lungo la
via Interna. Il Tribunale non ha però considerato il tempo necessario alla sostituzione
della tuta ginnica e delle scarpe da parte del Ruotolo dopo aver commesso il duplice
omicidio, operazione che egli avrebbe compiuto per non far rinvenire tracce del reato
sulla sua persona; non è dunque coerente, né logica la valutazione degli indizi,
laddove non c’è congruenza motivazionale tra l’orario esatto dell’omicidio, fissato tra
le 19.49.35 e le 19.49.50, e la ripresa alle 19.51.10 della Audi A3, perché tanto
implica che il Ruotolo abbia effettuato il cambio di abiti in un tempo massimo di 34
secondi.
Inoltre, non è stata offerta spiegazione della ragione del mancato rinvenimento degli
indumenti dismessi nel parcheggio, che, per i ristrettissimi tempi calcolati, l’autore del
delitto non poteva avere occultato con cura.
e) Mancanza ed illogicità della motivazione in punto di esigenze cautelari, poiché
l’attività investigativa ha offerto risultati che consentono di superare la presunzione
relativa circa la ricorrenza di ogni profilo di pericolosità. Il Tribunale ha
arbitrariamente riconosciuto il pericolo di recidivazione specifica per la personalità non
rassicurante dell’indagato, l’assenza di revisione critica del proprio operato ed il
movente vendicativo, fondando il giudizio su percezioni soggettive prive di
fondamento probatorio scientificamente dimostrato o dimostrabile nell’assenza di
indagini psicologiche sulla pericolosità ed aggressività del Ruotolo e della prova del
compimento di atti coercitivi verso i testi. Né risulta alcuna motivazione sul profilo
dell’attualità del ravvisato pericolo, tanto più che il movente passionale esclude
qualsiasi ipotesi di serialità e che l’indagato è incensurato. Anche le ragioni poste a
fondamento del pericolo di inquinamento probatorio ripetono pedissequamente
quanto esposto dal g.i.p. e non considerano che la cancellazione dei supporti
informatici in uso al Ruotolo è stata frutto di operazioni automatiche compiute in fase
di installazione di un aggiornamento del sistema operativo, mentre il sequestro e la
realizzazione di copie forensi di tutti i dispositivi informatici sequestrati neutralizzano
qualsivoglia possibilità di cancellazione e/o alterazione del loro contenuto, tanto che
essi sono stati dissequestrati. E’ poi contraddittorio ritenere che il ricorrente possa
influenzare le dichiarazioni della fidanzata ed al tempo stesso escludere nei riguardi di
quest’ultima esigenze cautelari, tanto più che i tentativi della Patrone di condizionare
le dichiarazioni delle amiche si erano rivelati vani e le dichiarazioni di costoro vanno
considerate ormai cristallizzate, così come quelle acquisite dagli altri testi. Ed anche
l’opera di persuasione svolta nei riguardi dei due coinquilini non ha impedito che
costoro improvvisamente due mesi prima dell’emissione del titolo cautelare
rivelassero particolari molto rilevanti, taciuti sino a quel momento, nonostante la
presenza in libertà del Ruotolo.
3. All’udienza di discussione la difesa ha depositato memoria, con la quale ha
dedotto motivi nuovi per ribadire la nullità dell’ordinanza impugnata per violazione
degli artt. 292 comma 2 lett.c), 309 comma 5 e 9 cod. proc.pen., per mancato
annullamento dell’ordinanza applicativa della misura custodiale per difetto di
autonoma motivazione per assenza degli hard disk delle riprese filmate, quanto alle
annotazioni di p.g. ed agli elementi favorevoli all’indagato.
Considerato in diritto
Il ricorso è infondato e non merita dunque accoglimento.
1.La prima eccezione in rito sollevata dalla difesa prospetta il vizio di violazione
di legge per non avere il p.m. trasmesso al g.i.p. gli hard disk contenenti le riprese
filmate realizzate dagli impianti collocati sulle pubbliche vie cittadine di Pordenone tra
il 16 ed il 18 marzo 2015 e le copie forensi del materiale informatico sequestrato
all’indagato, di cui l’ufficio requirente era già in possesso al momento della
presentazione della domanda cautelare e che ha trasmesso al solo Tribunale del
riesame. La doglianza richiede alcune preliminari puntualizzazioni in punto di diritto.
1.1 In primo luogo, va ricordato che la disposizione di cui all’art. 291 cod. proc.
pen., comma 1, non impone al p.m. di trasmettere al giudice tutti gli atti d’indagine
sino a quel momento compiuti nella loro integrità, ma soltanto quanto è necessario a
dar conto dei presupposti, ossia degli indizi di reità e delle esigenze cautelari, pretesi
dall’ordinamento per l’imposizione della limitazione della libertà personale
dell’indagato. Il richiedente la misura cautelare ha l’onere di corredare la propria
istanza con l’illustrazione della valenza rappresentativa e del peso probatorio degli
elementi su cui essa è basata, al fine di fornire al giudice un adeguato contributo
illustrativo ed il necessario riscontro dimostrativo, desunto dagli atti d’indagine e
riscontrabile dal giudice e in un secondo momento anche dalle altre parti; nell’ambito
di tale attività deduttiva gli è riconosciuto un ampio potere di selezione del materiale
da mettere a disposizione del giudice, ben potendo, sia escludere determinati atti, sia
trasmetterli con omissioni parziali del loro contenuto quando tali accorgimenti siano
funzionali a tutelare la fruttuosità del prosieguo delle investigazioni o altri soggetti
non coinvolti: nessuna disposizione di legge, tanto meno l’art. 309 cod. proc. pen.,
comma 5, gli impone l’obbligo di un’anticipata ed indifferenziata “discovery” delle
acquisizioni probatorie prodotte dalle indagini, fermo restando che una non oculata
scelta lo espone al rischio di non vedere accolta la propria domanda.
L’unica situazione che rende obbligatoria per il p.m. la trasmissione integrale
degli elementi disponibili riguarda i dati favorevoli all’indagato e le deduzioni e le
memorie difensive già depositate, perché non altrimenti conoscibili per il giudice
investito della decisione sulla richiesta cautelare e per consentirgli di soppesarla in
modo compiutamente informato e ragionato di tutte le acquisizioni rilevanti, anche in
senso contrario al postulato accusatorio al fine di assicurare la tutela dei diritti di
libertà dell’indagato, esigenza il cui soddisfacimento non può essere affidato
all’iniziativa discrezionale della parte titolare dell’interesse opposto.
1.2 L’eccezione difensiva investe poi la questione, connessa alla prima
esaminata, dell’ammissibilità di un arricchimento da parte dell’accusa della base
conoscitiva offerta al tribunale del riesame attraverso la produzione di elementi di
prova di cui aveva già la disponibilità, ma che non ha sottoposto alla disamina del
primo giudice in base a valutazioni di inutilità o di inopportunità della loro ostensione,
tematica che coinvolge direttamente il rispetto del contraddittorio nel procedimento di
riesame e la tutela del diritto di difesa della persona indagata.
L’impugnazione non considera un argomento di tipo sistematico: la disposizione
di cui all’art. 309 cod. proc. pen., comma 9, stabilisce che la decisione del tribunale
sull’istanza di riesame debba estendersi anche “agli elementi addotti dalle parti nel
corso dell’udienza”, consentendo loro di incrementare sino a quel momento la
piattaforma conoscitiva già disponibile. La giurisprudenza d’indirizzo maggioritario e
più recente ammette che la norma comprende anche gli elementi di prova sfavorevoli
all’indagato, sia nuovi perché acquisiti col progredire delle indagini, sia preesistenti
all’applicazione della misura e non prodotti al giudice per le indagini preliminari (Cass.
sez. 5, n. 1276 del 17/12/ 2002, Vetrugno, rv. 223436; sez. 6, n. 15899 del
9/3/2004, Fallace, rv. 228875; sez. 3, n. 15108 dell’11/2/2010, Sabatelli, rv.
246601). Tali decisioni, premesso che, come già detto, è nella discrezionalità del
pubblico ministero scegliere gli elementi di prova da produrre per ottenere
l’applicazione della misura cautelare, ritengono che la medesima “ratio” giustifichi
anche la facoltà di aggiungere ulteriori acquisizioni, la cui introduzione nel
procedimento pone soltanto questioni di salvaguardia del principio del contraddittorio
e della parità sostanziale delle parti. Si è dunque affermato sulla scorta delle
corrispondenti indicazioni fornite dalle Sezioni Unite in materia di appello cautelare
(Sez. U., n. 18339 del 31/3/2004, Donelli, rv. 227357) che, per assicurare l’effettiva
osservanza di tali principi e garantire all’indagato la possibilità di efficace e
consapevole partecipazione alla discussione, a fronte di nuove produzioni il tribunale
del riesame debba assicurare il rispetto pieno del contraddittorio tra le parti,
assegnando all’indagato un congruo termine a difesa (Cass. sez. 3 n. 22137 del
6/05/2015, Benocci ed altri, rv. 263664; sez. 2, n. 36451 del 03/06/2015, Santini, rv.
264545; sez. 6, n. 53720 del 25/9/2014, Folchetti, rv. 262092), pena la nullità degli
atti per violazione del diritto di assistenza dell’indagato ai sensi dell’art. 178 cod.
proc. pen., comma 1, lett. c).
1.3 Va poi aggiunto che con particolare riferimento alle intercettazioni o alle
registrazioni filmate, alcuna norma e tanto meno l’art. 291 citato, prescrive l’obbligo
di trasmettere, ai sensi e per gli effetti dell’art. 309 cod.proc.pen., comma 5, i
supporti informatici contenenti captazioni o videoriprese utilizzate ai fini
dell’imposizione delle misure cautelari quando i relativi esiti siano riportati
nell’annotazione di polizia giudiziaria o nei “brogliacci”, intesi quali sintesi informali e
sommarie del contenuto delle conversazioni o delle immagini registrate, compiute dal
personale di polizia addetto, pienamente utilizzabili ai fini della formulazione del
giudizio imposto dalla domanda cautelare (Cass. sez. 1, n. 15895 del 09/01/2015
Riccio, rv. 263107; sez. 6, n. 37014 del 23/09/2010, Della Giovampaola e altri, rv.
248747). Pertanto, i risultati così conseguiti, rappresentativi di situazioni di fatto
rilevanti per l’accertamento della responsabilità per quanto richiesto ai fini del giudizio
cautelare, sono utilizzabili nel relativo cautelare anche se il pubblico ministero non
abbia allegato i relativi supporti (sez. 3, n. 19198 del 05/02/2015, Fiorenza, rv.
263798; sez. 1, n. 33819 del 20/06/2014, Iacobazzi, rv. 261092; sez. 1, n. 34651 del
27/5/2013, Ficorri, rv. 257440; sez. 2, n. 8837 del 20/11/2013, Chinzeagulov e altro,
rv. 258788; sez. 5, 17 luglio 2008, n. 37699); né la mancata trasmissione della
documentazione relativa alle operazioni di visualizzazione dei filmati può determinare
la perdita di efficacia della misura cautelare applicata ma, eventualmente,
l’inutilizzabilità degli esiti delle attività compiute, se eseguita in violazione di
specifiche disposizioni processuali o con modalità tali da alterare il dato autentico
(sez. 3, n. 19101 del 07/03/2013, D., rv. 255117), circostanza quest’ultima in alcun
modo dedotta dal ricorrente. Si segnala poi per la refluenza che assume nel presente
caso che questa Corte ha già escluso ogni profilo di incostituzionalità in relazione alla
disciplina prevista dall’art. 309 cod. proc. pen., comma 5; ribadendo che l’art. 291,
comma primo, cod. proc. pen. non impone al pubblico ministero che richiede
l’applicazione di misure cautelari la trasmissione di tutti gli atti, ma soltanto di quegli
elementi su cui la richiesta si fonda, degli elementi a favore dell’imputato e degli
eventuali atti dallo stesso già depositati, è stato affermato, e si ribadisce in questa
sede, che “è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli
artt. 291, comma primo, e 309, commi quinto e decimo, cod. proc. pen., in
riferimento agli artt. 24 e 111 Cost., nella parte in cui non prevedono la trasmissione
al Gip e al Tribunale del riesame anche dei supporti informatici delle intercettazioni o
videoriprese utilizzati ai fini dell’applicazione di misure cautelari, in quanto i predetti
supporti e i brogliacci non costituiscono un unico atto processuale unitamente alle
trascrizioni effettuate dalla polizia giudiziaria, rispetto ai quali è sempre possibile
contestarne, in presenza di concreti elementi a sostegno, la mancata corrispondenza.
(Cass. sez. 3, n. 19198 del 05/02/2015, Fiorenza, rv. 263798).
2. Nel presente caso il Tribunale ha risolto la tematica, ritenendo ragionevole
che i materiali che la difesa assume essere stati trasmessi soltanto nella fase del
riesame fossero stati già posti a disposizione del g.i.p., ma in realtà tale motivazione
di tipo probabilistico è meramente congetturale perché non è giustificata dal positivo
riscontro della presenza di quegli atti ed elementi nel fascicolo che il p.m. aveva
trasmesso al g.i.p..
2.1 Ciò nonostante, anche se i supporti in questione sono stati prodotti per la
prima volta col deposito presso la cancelleria del tribunale del riesame, nella novità di
tale produzione non è dato rinvenire i profili di violazione di legge denunciati con
l’impugnazione.
2.1.1 Premesso che in base alla formulazione della doglianza non è dato
conoscere se gli hard disk trasmessi al Tribunale di Trieste fossero già nella
disponibilità del p.m. al momento di richiedere la misura custodiale, oppure se
pervenuti al suo ufficio in seguito, deve escludersi qualsiasi profilo di violazione dei
diritti dell’indagato, dal momento che la produzione è avvenuta con il deposito nella
cancelleria del tribunale e nei tempi prescritti dal quinto comma dell’art. 309 cod.
proc. pen., circostanza che ha consentito alla difesa di prenderne visione ed estrarne
copia al fine di sviluppare la propria strategia di contrasto e di difendersi
compiutamente attraverso la conoscenza degli atti e la discussione all’udienza
camerale. Né risulta che il patrocinatore del Ruotolo nel corso di tale udienza abbia
dedotto di non avere potuto visionare i supporti prodotti e chiesto un termine per
provvedervi, tanto più che a ben vedere trattasi di elementi oggetto di nuova
produzione soltanto sotto il profilo materiale, perché in precedenza assenti dal
fascicolo, ma il cui contenuto era stato oggetto di ampia disamina e di efficace
documentazione mediante l’inserimento dei fotogrammi da essi estrapolati nelle
informative di polizia, citate anche nel provvedimento del tribunale, senza sia mai
stata sollevata la questione del loro travisamento inteso quale fraintendimento dei
dati informativi in essi ricavati.
2.1.2 Non sussiste il vizio di violazione di legge nemmeno in riferimento alla
qualificazione dei supporti trasmessi quali elementi favorevoli alla difesa, non posti a
disposizione del g.i.p.. Va premesso in linea generale che a fronte della dedotta
trasgressione del comma 5 dell’art. 309, spetta alla Corte di legittimità verificare il
contenuto del motivo, che prospetta una questione in rito, mediante il riscontro della
possibilità materiale di trasmissione dell’atto, della sua non manifesta estraneità al
“thema decidendum” e della rilevanza rispetto alla possibilità di apportare
considerazioni favorevoli alla difesa, senza però potersi addentrare nell’accertamento
diretto dell’efficacia dimostrativa di un atto probatorio che costituisce valutazione di
esclusiva spettanza del giudice del merito. In altri termini, il sindacato demandato al
giudice di cassazione è limitato alla considerazione astratta dell’utilità delle prove non
tempestivamente sottoposte al g.i.p. ed alla loro significatività per escludere la
ragionevole probabilità della responsabilità dell’indagato, a prescindere dalla
valutazione in ordine alla loro concreta efficacia rappresentativa, ma comunque
sempre in rapporto al quadro di conoscenze offerto dagli elementi di accusa (Cass.
sez. 1, n. 25991 del 13/05/2010, C., rv. 247985; sez. 1, n. 24406 del 09/04/2015,
Crea, rv. 263967). E’ però necessario per la corretta deduzione del motivo di ricorso
che la parte assolva compiutamente e ritualmente ai propri oneri deduttivi. Come già
affermato in modo condivisibile da questa Corte, in tema di riesame delle misure
cautelari, l’obbligo per l’autorità procedente di trasmettere tutti gli elementi
sopravvenuti a favore della persona sottoposta a indagini deriva dalla loro rilevanza ai
fini difensivi; tale valutazione è in prima battuta rimessa alla discrezionalità del
pubblico ministero e pertanto qualora l’indagato si dolga con le impugnazioni esperite
della mancata trasmissione di specifici atti, assumendo la cessazione di efficacia della
misura cautelare ai sensi dell’art. 309 cod. proc. pen., comma 10, ha l’onere di
indicare compiutamente gli elementi di qualificazione in senso a lui favorevole
presenti negli atti non trasmessi (Cass. sez. 6, n. 25058 del 10/05/2016, Sabatino,
rv. 266972; sez. 6, n. 20527 del 28/03/2003, Randazzo, rv. 225451; sez. 4, n. 41170
del 21/06/2004, De Giovanni, rv. 229913).
2.1.3 Ebbene, nel presente caso va detto che gli elementi in questione, secondo
quanto riportato nell’ordinanza impugnata, dimostrando i movimenti del veicolo
dell’indagato, gli orari ed i luoghi che aveva visitato in corrispondenza del momento di
perpetrazione del duplice omicidio ascrittogli e del luogo di occultamento dell’arma,
integrano precisi indizi di reità a suo carico ed offrono apporti conoscitivi di rilievo
essenziale per il costrutto accusatorio: che si tratti, al contrario, di dati favorevoli alla
tesi della sua estraneità al delitto perché da essi dovrebbe ricavarsi “l’erronea
rimodulazione, (scientificamente e tecnicamente inesatta e rudimentale), degli orari
effettivi (cioè reali) rispetto a quelli impressi nelle registrazioni” (pag. 2 ricorso),
costituisce affermazione che incorre nella sanzione dell’inammissibilità per la sua
genericità. Non si illustrano, infatti, in dettaglio ed in modo comprensibile, né
verificabile, nemmeno con la memoria difensiva, le ragioni dell’errore tecnico
commesso dagli investigatori nell’indicare uno scarto di circa 5-6 minuti tra l’orario
delle videoriprese e quello reale degli accadimenti filmati, né l’incidenza dirimente del
preteso errore sulla ricostruzione fattuale della dinamica dell’omicidio in modo tale da
depotenziare gli indizi ricavati, ossia da dimostrare che l’indagato a bordo della sua
vettura non si era trovato a pochi metri di distanza dal veicolo delle vittime ed in
orario coincidente con quello della loro uccisione e che di seguito non si era recato nel
parco di San Valentino per eliminare l’arma ed altre eventuali tracce del reato appena
commesso. Inoltre, la denuncia circa l’omessa verifica da parte del g.i.p. della
correttezza delle operazioni di estrazione da parte degli investigatori delle copie
versate in atti dagli originali filmati di impianto a “circuito chiuso” non si è tradotta
nella specifica indicazione di errori ed imprecisioni rilevanti e tali da contraddire la
valenza accusatoria di siffatti elementi; in altri termini non è sufficiente lamentare che
non siano descritte le modalità di acquisizione dei fotogrammi dai filmati originali
quando non si prospetti un intervento manipolativo o di alternazione delle immagini.
2.2 E’ poi giuridicamente erronea la tesi che esige l’esatta “simmetria” cognitiva
tra il primo ed il secondo grado del procedimento cautelare: per quanto il quinto
comma dell’art. 309 preveda adempimento funzionale a garantire che il tribunale sia
posto nelle condizioni di esercitare i propri poteri cognitivi sulla vicenda cautelare, ciò
nonostante tali poteri non attengono al solo riscontro della legittimità dell’ordinanza
applicativa e della correttezza della sua motivazione, quasi si trattasse del sindacato
conducibile da parte della Corte di cassazione. Il tribunale del riesame è giudice di
merito, deputato ad esercitare una cognizione di particolare ampiezza condizionata da
natura e struttura del procedimento di impugnazione, dall’urgenza che lo qualifica e
dal rilievo costituzionale del diritto di libertà individuale coinvolto, che non è confinata
al riscontro della congruità della motivazione del provvedimento impositivo. Al
contrario, la sua delibazione, da un lato è svincolata dall’indicazione di motivi specifici
da parte dell’indagato e dal rispetto del principio devolutivo inteso quale circoscrizione
della verifica della fondatezza del giudizio cautelare alle ragioni di critica articolate dal
proponente, ma si esercita con la rinnovata e globale considerazione della vicenda
cautelare dopo l’esplicazione del contraddittorio tra le parti, dall’altro è caratterizzata
dalla necessità di tener conto degli “elementi addotti dalle parti in udienza” e dalla
facoltà dell’organo giudiziario di fondare la decisione su motivi diversi da quelli
prospettati dalla parte impugnante o dalle indicazioni fornite nel provvedimento
impugnato. L’apprezzamento dei presupposti applicativi della misura cautelare è
dunque rimesso al tribunale quale giudice di merito di seconda istanza con ampiezza
di poteri di apprezzamento della situazione fattuale, da condursi in base agli atti già
inseriti nel fascicolo trasmesso dal p.m. ed a quelli oggetto di successiva acquisizione,
sia col deposito nella cancelleria del giudice, sia con la produzione in udienza, ben
potendo introdurre tali atti elementi del tutto nuovi perché ottenuti mediante indagini
difensive o investigazioni compiute dagli organi di polizia sino a modificare
sensibilmente il quadro di acquisizioni in precedenza ottenute e non valutate dal
primo giudice.
Deve dunque formularsi il seguente principio di diritto: “la natura interamente
devolutiva del riesame della misura cautelare, condotto dal tribunale sulla base del
confronto tra le parti in contraddittorio sui presupposti applicativi, esclude una
rigorosa simmetria di poteri di cognizione con la decisione assunta all’atto
dell’emissione del provvedimento riesaminato, simmetria non configurabile come
obbligatoria nemmeno in riferimento al materiale probatori, posto a base delle
decisioni del g.i.p. e del tribunale del riesame”.
2.3 Quanto alle copie forensi dei dispositivi informatici sequestrati all’indagato,
il Tribunale ha ritenuto che il loro rilascio non fosse stato richiesto dalla difesa
successivamente al rigetto della domanda di dissequestro, presentata 1’8/1/2016. In
effetti, l’impugnazione non nega tale circostanza, ma assume avere mantenuto
validità tale unica istanza e la successiva opposizione al diniego di dissequestro: al
contrario, va riscontrata la correttezza della decisione impugnata, dal momento che
quanto sollecitato alla Procura era la restituzione degli oggetti originali posti in
sequestro con la rimozione del vincolo e l’estrazione di una copia, possibilità che, una
volta opposta la ricorrenza di ragioni investigative ancora attuali e decorso un lasso di
tempo apprezzabile, avrebbe dovuto essere richiesta formalmente una volta
sottoposto l’indagato alla misura cautelare quando l’esigenza di approntare la sua più
ampia difesa su elementi utilizzati per l’emissione del titolo custodiale era divenuta
attuale e stringente. Inoltre, va ricordato che l’atto di opposizione al diniego di
dissequestro era stato rivolto al g.i.p., il cui provvedimento favorevole parrebbe
intervenuto dopo l’udienza innanzi al tribunale triestino, mentre la difesa,
rappresentando le ragioni d’urgenza sottese alla propria iniziativa, avrebbe anche
potuto chiedere un’anticipazione della trattazione allo stesso g.i.p. e provocarne la
decisione più tempestiva.
Al riguardo la decisione del tribunale rispetta i principi, ribaditi sino alle più
recenti pronunce di questa Corte (Cass. S.U., n. 20300 del 22/4/2010, Lasala, rv.
246908) e dalla sentenza della Corte costituzionale n. 336/2008, che non hanno
affatto stabilito l’obbligatoria trasmissione da parte del p.m., anche in esito a richiesta
della difesa, dei brogliacci o dei “files audio” relativi ad attività intercettativa o di
videoripresa, né l’obbligo in via generale del Tribunale per il riesame di acquisire tali
atti e di visionare o ascoltare tali supporti. La Corte costituzionale ha riconosciuto
come spetti al difensore il diritto di ottenere la trasposizione su nastro magnetico
delle registrazioni di conversazioni o comunicazioni intercettate o delle immagini
filmate, utilizzate ai fini dell’adozione del provvedimento cautelare, anche se non
depositate e ciò al fine di acquisire la materiale possibilità di formulare contestazioni
relative al loro utilizzo quale fonte di prova; le Sezioni unite hanno esaminato le
medesime tematiche in riferimento alla sorte di quelle intercettazioni in ordine alle
quali la difesa abbia tempestivamente richiesto al p.m. i “files audio” e non li abbia
ottenuti in assenza di una spiegazione valida ed apprezzabile come tale nella sua
fondatezza da parte del tribunale del riesame e hanno affermato che quando tale
situazione si verifichi l’attività di formazione della prova è colpita da nullità generale a
regime intermedio con la conseguente inutilizzabilità del materiale, i cui supporti
magnetici non siano stati resi disponibili per la parte richiedente, principio egualmente
valido anche in riferimento alle riprese filmate. Tale soluzione postula però
l’attivazione della parte interessata ed un diniego ingiustificato di metterle a
disposizione i supporti richiesti, che nel caso non si sono verificati in riferimento alle
attività difensive da svolgere nella fase del riesame.

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