Misure Cautelari Personali – Cassazione Penale 27/01/2016 N° 3543

Misure cautelari personali – Cassazione penale 27/01/2016 n° 3543 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 27/01/2016

Numero: 3543

Testo completo della Sentenza Misure cautelari personali – Cassazione penale 27/01/2016 n° 3543:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Cilia Emanuele, nato a Vittoria (Rg) il 17/6/1974
avverso l’ordinanza pronunciata dal Tribunale del riesame di Roma in data
13-15/10/2015;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni;
sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale Giulio Romano, che ha concluso chiedendo il rigetto del
ricorso;
sentite le conclusioni del difensore del ricorrente, Avv. Sandro D’Aloisi, che
ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso

RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 13-15/10/2015, il Tribunale del riesame di Roma
confermava il provvedimento emesso il 30/9/2015 dal locale Giudice per le
indagini preliminari, con il quale era stato convalidato il fermo di Emanuele Cilia
emesso in relazione alle fattispecie di cui agli artt. 74, commi 3 e 4, d.P.R. 9
ottobre 1990, n. 309, 4, I. n. 146 del 2006 e 648 cod. pen.; in particolare, allo
stesso era contestato di aver partecipato ad un’associazione finalizzata al traffico
illecito di stupefacenti, il cui modus operandi prevedeva il reperimento del
danaro in varie zone d’Italia e l’acquisto della sostanza in Olanda.
2. Propone ricorso per cassazione il Cilia, a mezzo del proprio difensore,
deducendo tre motivi:
– violazione degli artt. 191, 192, commi 3 e 4, cod. proc. pen., 74, d.P.R. n.
309 del 1990. Il Tribunale avrebbe confermato l’ipotesi accusatoria di cui all’art.
74 citato con motivazione contraddittoria ed illogica, valorizzando elementi dai
quali non emergerebbe affatto la costante attività illecita ascritta al Cilia;
difetterebbero, pertanto, i necessari caratteri della stabilità e permanenza
dell’adesione al consesso criminoso, come peraltro evidenziato dall’esiguo
numero di contatti con i presunti compartecipi, ben desumibile dall’ordinanza
gravata;
– violazione dell’art. 4, I. n. 146 del 2006. Il Tribunale avrebbe riconosciuto
la circostanza aggravante della transnazionalità pur difettandone i presupposti;
in particolare, non sarebbe emersa l’esistenza di un gruppo criminale organizzato
all’estero, diverso dall’associazione contestata, risultando al più – come
affermato dal Tribunale – la presenza di “soggetti esterni operanti in più di uno
Stato”;
– violazione dell’art. 275, comma 3, cod. proc. pen.. L’ordinanza avrebbe
steso una motivazione solo apparente con riguardo alle esigenze cautelari a
carico del Cilia ed alla misura più idonea a sostenerle, senza alcun riferimento ad
elementi concreti, con palese violazione della norma citata come novellata dalla
I. n. 47 del 2015.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Costituisce indirizzo ermeneutico più volte affermato da questa Corte
quello per cui, in tema di impugnazione delle misure cautelari personali, il ricorso
per cassazione è ammissibile soltanto se denuncia la violazione di specifiche
norme di legge, ovvero la manifesta illogicità della motivazione del
provvedimento secondo i canoni della logica ed i principi di diritto, ma non anche
quando propone censure che riguardino la ricostruzione dei fatti ovvero si
risolvano in una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal Giudice di
merito (Sez. 6, n. 11194 dell’8/3/2012, Lupo, Rv. 252178; Sez. 5, n. 46124
dell’8/10/2008, Pagliaro, Rv. 241997); allorquando, poi, sia denunciato un vizio
argomentativo in ordine alla consistenza dei gravi indizi di colpevolezza, alla
Corte suprema spetta solo il compito di verificare, in relazione alla peculiare
natura del giudizio di legittimità e ai limiti che ad esso ineriscono, se il Giudice di
merito abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad
affermare la gravità del quadro indiziario a carico dell’indagato e di controllare la
congruenza della motivazione riguardante la valutazione degli elementi indizianti
rispetto ai canoni della logica e ai principi di diritto che governano
l’apprezzamento delle risultanze probatorie (per tutte, Sez. 4, n. 26992 del
29/5/2013, Tiana, Rv. 255460).
4. Orbene, ritiene la Corte che il Tribunale del riesame abbia fatto buon
governo di questo principio.
Ed invero, la stabile partecipazione del Cilia ad un’associazione finalizzata al
traffico di stupefacenti (la cui esistenza e struttura non costituiscono oggetto di
contestazione con il presente ricorso) è ricavata dal Collegio dal contenuto di
numerose intercettazioni telefoniche ed ambientali – sviluppate tra il luglio 2013
e l’agosto 2014 – il cui tenore è inequivocabilmente legato al commercio illecito
di droga; quel che, peraltro, neppure il presente gravame ritiene di confutare. In
particolare, l’ordinanza – dopo aver premesso che l’associazione raccoglieva
danaro contante in Sicilia, Calabria e Campania, per poi procedere all’acquisto di
cocaina in Olanda dietro la parvenza di commercio di fiori – ha sottolineato che
1) l’organizzazione faceva capo a Vincenzo Crupi, Rocco Natale Crupi e Giuseppe
Crupi, titolari della “Krupi s.r.l.” avente ad oggetto il commercio di materiale
vivaistico; 2) il Cilia – titolare di un’attività formalmente analoga – era deputato
all’organizzazione dei viaggi verso il Nord Europa per conto degli stessi Crupi
(per portare il danaro e, di ritorno, lo stupefacente), a muover dal reperimento
degli autisti, come Pasquale Orlando; 3) quest’ultimo risulta presente in alcune
intercettazioni ritenute di sicuro rilievo, nel corso delle quali il ricorrente – attese
le resistenze dell’altro – prima prospetta la possibilità di guadagnare rilevanti
quantità di danaro («Soldi veri»), con esplicito riferimento allo stupefacente,
quindi, ricevuta risposta affermativa, si informa dell’esito delle spedizioni; 4) lo
stesso Cilia risulta recarsi sovente in Olanda, unitamente a soggetti quali
Domenico Barranca, Massimo Dalla Valle e Gian Carlo Beretta, coindagati ex art.
74, d.P.R. n. 309 del 1990; 5) lo stesso ricorrente è intercettato più volte, nel
periodo di interesse, mentre parla con alcuni degli autisti (come il coindagato
Arben Qushku) ancora con riferimento – criptato, ma ritenuto inequivoco dal
Tribunale – al trasporto degli stupefacenti; 6) il Cilia, di seguito, è intercettato
mentre parla con Alberto Audino e Luca Testino, altri coindagati nel medesimo
delitto associativo, nonché con i Crupi, con esplicito richiamo al trasporto di
somme di danaro per l’estero.
Sì da confermare con motivazione adeguata, fondata su oggettive risultanze
investigative e priva di alcuna illogicità – al pari del G.i.p., con la cui ordinanza
l’altra si lega in un complesso motivazionale unico – il fumus della contestazione
mossa al ricorrente nel capo a) della rubrica, in ordine alla quale risultano quindi
sussistere gravi indizi di colpevolezza.
Di seguito, il Tribunale del riesame ha verificato anche le doglianze
difensive, respingendole ancora con un congruo percorso motivazionale. Quanto
alla prima – secondo la quale il ricorrente avrebbe invero svolto un’autonoma
attività illecita in materia di stupefacenti, senza alcuna adesione al “gruppo
Crupi” – l’ordinanza ha evidenziato, in senso contrario, i molteplici contatti con
affiliati proprio a questo consesso criminoso, quali i già citati Audino, Testino e
Qushku, valorizzando anche ulteriori, significative conversazioni con altri soggetti
comunque legati ai vertici associativi, come Concetta Macrì, moglie di Vincenzo
Crupi. Con riguardo, poi, al secondo motivo dedotto, quale la mancanza di
continuità dell’apporto fornito dal ricorrente, l’ordinanza ha sottolineato che le
conversazioni intercettate ed il periodo interessato da queste (oltre un anno)
danno ben conto della non occasionalità del legame tra il Cilia ed il gruppo
facente capo ai Crupi, come peraltro confermato dai numerosi viaggi dallo stesso
effettuati in Olanda e dalla costante partecipazione ad un modus operandi
criminoso ben collaudato e predisposto per un numero indeterminato di traffici di
stupefacenti.
Argomenti, al pari di quelli già richiamati, in ordine ai quali il presente
ricorso non spende alcuna considerazione, tamquam non essent, limitandosi ad
affermare che l’adesione del Cilia all’associazione – men che meno in termini di
stabilità – non troverebbe riscontri concreti, attesa l’esiguità dei rapporti illeciti
riscontrati.
5. L’ordinanza di seguito, risulta adeguatamente motivata anche con
riguardo alle esigenze cautelari ed alla misura idonea a farvi fronte; sul punto,
risulta peraltro opportuna una premessa, sollecitata dal terzo motivo di ricorso.
L’art. 274, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., come novellato dalla I. 16
aprile 2015, n. 47 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di misure
caute/ari personali. Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di
visita a persone affette da handicap in situazione di gravita), stabilisce che le
misure cautelari personali possono essere disposte – con riferimento al pericolo
di reiterazione di reati della stessa specie di quello per cui si procede (evenienza
ravvisata nel caso in esame, al pari del pericolo di fuga) – soltanto quando il
pericolo medesimo presenta i caratteri della concretezza e dell’attualità, ricavabili
dalle specifiche modalità e circostanze del fatto e dalla personalità della persona
sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti
o dai suoi precedenti penali; con l’ulteriore precisazione – ancora introdotta dalla
I. n. 47 del 2015 – per cui le situazioni di concreto e attuale pericolo, anche in
relazione alla personalità dell’imputato, non possono essere comunque desunte
esclusivamente dalla gravità del titolo di reato per cui si procede.
La ratto dell’intervento legislativo (che, peraltro, investe numerose altre
norme di cui allo stesso Libro IV, titolo I, da leggere tutte nella medesima ottica)
deve esser individuata nell’avvertita necessità di richiedere al Giudice un
maggior e più compiuto sforzo motivazionale, in materia di misure cautelari
personali, quanto all’individuazione delle esigenze di cui all’art. 274, lett. c), cod.
proc. pen., in ordine alle quali, quindi, non risulta più sufficiente il requisito della
concretezza ma si impone anche quello dell’attualità; orbene, si tratta di una
novella di particolare rilievo. Ed invero, in precedenza, questa Corte aveva più
volte affermato che, ai fini della valutazione del pericolo che l’imputato
commetta ulteriori reati della stessa specie, il carattere della “concretezza” deve
essere riconosciuto alla sola condizione – necessaria e sufficiente – che esistano
elementi, per l’appunto, “concreti” (cioè non meramente congetturali) sulla base
dei quali poter affermare che il soggetto, verificandosi l’occasione, probabilmente
commetterebbe altri reati offensivi di quello stesso bene giuridico tutelato dalla
disposizione per cui si procede (tra le altre, Sez. 5, n. 24051 del 15/5/2014,
Lorenzini, Rv. 260143; Sez. 1, n. 10347 del 20/1/2004, Catanzaro, Rv. 227227);
con la riforma di cui alla I. n. 47 del 2015, invece, il legislatore richiede che
l’ordinanza applicativa o confermativa della misura contenga specifiche
indicazioni anche in ordine all'”attualità” del pericolo (concreto) stesso, da
ricavare dalla riconosciuta esistenza di occasioni prossime favorevoli alla
commissione di nuovi reati.
Occasioni, quindi, non meramente ipotetiche ed astratte, ma probabili nel
loro vicino verificarsi.
Quel che precede, ovviamente, assume poi rilievo ancora maggiore quanto
più ampio sia lo spettro cronologico che divide i fatti contestati dall’ordinanza
cautelare; con la precisazione, peraltro, che già ben prima della novella del 2015
il Supremo Collegio di questa Corte aveva affermato che il riferimento al “tempo
trascorso dalla commissione del reato”, di cui all’art. 292, comma 2, lett. c) cod.
proc. pen., impone al Giudice di motivare sotto il profilo della valutazione della
pericolosità del soggetto in proporzione diretta al tempo intercorrente tra tale
momento e la decisione sulla misura cautelare, giacché ad una maggiore
distanza temporale dai fatti corrisponde un affievolimento delle esigenze
cautelari (Sez. U, n. 40538 del 24/9/2009, Lattanzi, Rv. 244377; di seguito, tra
le altre, Sez. 4, n. 24478 del 12/3/2015, Palermo, Rv. 263722, a mente della
quale in tema di misure coercitive, la distanza temporale tra i fatti e il momento
della decisione cautelare, giacché tendenzialmente dissonante con l’attualità e
l’intensità dell’esigenza cautelare, comporta un rigoroso obbligo di motivazione
sia in relazione a detta attualità sia in relazione alla scelta della misura).
Principio, all’evidenza, da confermare con ancora più forte rigore nell’attuale
contesto normativo.
6. Orbene, tutto ciò premesso in termini generali, rileva il Collegio che il
Tribunale ha fatto buon governo di questi principi, individuando elementi sia di
concretezza che di attualità; in particolare, l’ordinanza ha sottolineato il carattere
stabile e continuativo dell’associazione criminale, tuttora operativa, e l’assenza di
qualsivoglia elemento dal quale possa desumersi che il ricorrente – ben inserito
in essa – abbia sciolto ogni legame con il medesimo consesso. Ancora, il
Tribunale ha sottolineato il pericolo di fuga, ravvisato nei medesimi termini,
motivato dalla molteplicità di rapporti con l’estero che il Cilia – a mezzo
dell’organizzazione – è riuscito a costituire.
Con riguardo, da ultimo, alla misura da applicare – e ribadita la presunzione
relativa di adeguatezza della sola custodia in carcere, ai sensi dell’art. 275,
comma 3, cod. proc. pen., – l’ordinanza ha specificamente richiamato sia il
particolare allarme sociale insito nell’organizzazione come riscontrata, alla quale
il ricorrente aderisce stabilmente, sia la concretezza ed attualità del pericolo di
fuga; quel che rende inidonea qualsivoglia altra misura gradata, ancorché
rafforzata dalle modalità di controllo di cui all’art. 275-bis cod. proc. pen.
7. Da ultimo, il secondo motivo in punto di transnazionalità.
L’art. 4, I. n. 146 del 2006 (cd. transnazionalità), stabilisce che “per i reati
puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni,
nella commissione dei quali abbia dato il suo contributo un gruppo criminale
organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato, la pena è
aumentata da un terzo alla metà”.
Tale norma è stata da ultimo interpretata dal Supremo Consesso di questa
Corte (Sez. U., n. 18374 del 31/1/2013, Adami, Rv. 255034; di seguito, tra le
altre, Sez. 5, n. 500 del 6/11/2014, Zappaterra, Rv. 262217), a mente del quale
il citato gruppo criminale organizzato è configurabile, secondo le indicazioni
contenute nell’art. 2, punti a) e c) della Convenzione delle Nazioni unite contro il
crimine organizzato del 15 novembre 2000 (cosiddetta convenzione di Palermo),
in presenza dei seguenti elementi: a) stabilità di rapporti fra gli adepti; b)
minimo di organizzazione senza formale definizione di ruoli; c) non occasionalità
o estemporaneità della stessa; d) costituzione in vista anche di un solo reato e
per il conseguimento di un vantaggio finanziario o di altro vantaggio materiale.
(In motivazione, la Corte ha evidenziato che il gruppo criminale organizzato è
certamente un quid pluris rispetto al mero concorso di persone, ma si diversifica
anche dall’associazione per delinquere di cui all’art. 416 cod. pen., che richiede
un’articolata organizzazione strutturale, seppure in forma minima od elementare,
tendenzialmente stabile e permanente, una precisa ripartizione di ruoli e la
pianificazione di una serie indeterminata di reati). Quanto, poi, alla rilevanza in
sé del carattere in esame, la stessa sentenza Adami ha precisato che la
transnazionalità non è un elemento costitutivo di una autonoma fattispecie di
reato, ma un predicato riferibile a qualsiasi delitto a condizione che sia punito
con la reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, sia riferibile ad un
gruppo criminale organizzato, anche se operante solo in ambito nazionale e
ricorra, in via alternativa, una delle seguenti situazioni: a) il reato sia commesso
in più di uno Stato; b) il reato sia commesso in uno Stato, ma con parte
sostanziale della sua preparazione, pianificazione, direzione o controllo in un
altro Stato; c) il reato sia commesso in uno Stato, con implicazione di un gruppo
criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato; d) il
reato sia commesso in uno Stato, con produzione di effetti sostanziali in altro
Stato. (In motivazione la Corte ha precisato che il riconoscimento del carattere
transnazionale non comporta alcun aggravamento di pena, ma produce gli effetti
sostanziali e processuali previsti dalla legge n. 146 del 2006 agli articoli 10, 11,
12 e 13).
Orbene, ciò premesso, ritiene il Collegio che la motivazione dell’ordinanza
sul punto sia insufficiente, ma che ciò non incida sul complesso argomentativo
della stessa e sulle conclusioni alle quali perviene. In particolare, il Tribunale ha
affermato che «dal complesso delle risultanze investigative può adeguatamente
desumersi come l’attività dell’associazione sia stata agevolata da soggetti esterni
alla medesima e, a propria volta, operanti in più di uno Stato»; trattasi,
all’evidenza, di una motivazione viziata per difetto, atteso che neppure richiama
l’esistenza di un gruppo criminale autonomo, distinto dall’associazione facente
capo ai Crupi, che avrebbe contribuito all’estero alla realizzazione dei reati fine
da parte di questa, così disattendendo gli indirizzi sopra richiamati.
Quel che, però, non scalfisce la portata argomentativa del provvedimento –
in ordine al fumus commissi della”, alle esigenze cautelari ed alla misura idonea
a farvi fronte -, risultando comunque lo stesso del tutto adeguato e privo di
qualsivoglia illogicità anche prescindendo dalla configurabilità della circostanza
aggravante contestata, invero non richiesta per configurare la citata presunzione
relativa di cui all’art. 275, comma 3, cod. proc. pen..
Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato, ed il ricorrente condannato al
pagamento delle spese processuali.
La Corte dispone, inoltre, che copia del presente provvedimento sia
trasmessa al direttore dell’istituto penitenziario competente, a norma dell’art.
94, comma 1-ter, disp. att. cod. proc. pen..

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Dispone che copia del presente provvedimento sia trasmessa al direttore
dell’istituto penitenziario competente, a norma dell’art. 94, comma 1-ter, disp.
att. cod. proc. pen..
Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2015

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine