Misure Cautelari Personali – Cassazione Penale 21/11/2016 N° 49284

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 21/11/2016

Numero: 49284

Testo completo della Sentenza Misure cautelari personali – Cassazione penale 21/11/2016 n° 49284:

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SENTENZA
Sul ricorso proposto da:
GRANDE AFtACRI NICOLINO, n. il 20/01/1959;
avverso l’ordinanza n. 1219/2015 TRIB. LIBERTA’ di CATANZARO, del 01/12/2015;
udita la relazione fatta dal Consigliere dott. Aldo Esposito;
udite le conclusioni del Procuratore generale, in persona del dott. Oscar Cedrangolo, che
chiedeva dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;
RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 01/12/2015 il Tribunale del riesame di Catanzaro confermava
l’ordinanza della Corte di assise di appello di Catanzaro del 12/11/2015 di applicazione della
custodia in carcere nei confronti di Grande Aracri Nicolino in ordine ai reati di omicidio pluriaggravato ai danni di Dragone Raffaele e De Mare Tommaso (capo A della rubrica), porto illegale
di arma da guerra (capo B), omicidio pluriaggravato ai danni di Macrì Antonio (capo C della rubrica) e omicidio pluriaggravato ai danni di Sorrentino Rosario (capo E della rubrica).
Nell’ordinanza impugnata la prima questione proposta dalla difesa di inefficacia
dell’ordinanza custodiale ai sensi dell’art. 302 cod. proc. pen. era respinta con indicazione del
nome dell’imputato come tal Martino Vito.
Non era accolta anche la seconda questione prospettata dalla difesa, che deduceva
l’insussistenza del pericolo “attuale” di fuga attesa la sottoposizione del Grande Aracri al regime detentivo speciale ex art. 41 bis ord. pen. presso la Casa Circondariale di Milano Opera.
Ad avviso del Tribunale, il “pericolo di fuga”, nella ipotesi di “ripristino” della custodia cautelare ex art. 307, comma 2, lettera b), cod. proc. pen., doveva essere apprezzato in modo diverso rispetto all’ipotesi nella quale il giudice doveva procedere all’applicazione, nel corso delle
indagini preliminari e, comunque, in assenza di una sentenza di condanna, di una misura cautelare. Invero, il requisito dell’attualità, come quello della concretezza del pericolo, non poteva
prescindere dalla collocazione temporale dell’intervento cautelare, vale a dire se disposto prima
o dopo una sentenza di condanna ad elevata pena detentiva.
In tale seconda ipotesi, secondo l’organo giudicante, l’attualità del pericolo trovava un suo
parametro valutativo nell’entità della pena inflitta, dalla quale, unitamente agli elementi rappresentati dalla personalità dell’imputato, dalla tendenza a delinquere, delle frequentazioni,
ecc., potendo plausibilmente ritenersi che l’imputato, a fronte di una pesante condanna, si sarebbe potuto sottrarre all’esecuzione della pena, trattandosi di vertice di una consorteria criminale, a connotazione mafiosa, che abbracciava ramificazioni in vaste aree del territorio italiano
ed estero, dove avrebbe potuto agevolmente trovare rifugio e ospitalità.
Lo stato di detenzione del Grande Aracri non elideva né attenuava il requisito dell’attualità
del pericolo di fuga, risultando la detenzione conseguente, allo stato, all’adozione di (altri e diversi da quello oggetto di gravame) provvedimenti cautelari per imputazioni che non avevano
ancora ricevuto un definitivo vaglio di merito, coi consequenziali effetti discendenti dalla disciplina normativa sulle misure cautelari.
2. La difesa di Grande Aracri Nicolino proponeva ricorso per Cassazione, avverso detta ordinanza, chiedendone l’annullamento con ogni ulteriore conseguenza di legge, articolando tre
motivi di impugnazione.
2.1. Violazione di legge e falsa applicazione dell’art. 127 cod. proc. pen. in combinato disposto con l’art. 309 cod. proc. pen. – violazione dell’art. 45 disp. att. cod. proc. pen.
La difesa eccepiva la nullità dell’udienza camerale a mezzo della quale si era giunti alla deliberazione negativa inerente l’istanza di riesame per violazione dell’art. 127 cod. proc. pen.,
con riferimento alla mancata attivazione della videoconferenza, per cui non era stata assicurata
al detenuto la partecipazione all’udienza. Essendo il Grande Aracri detenuto sottoposto al regime penitenziario ex art. 41 bis ord. pen. fuori dal circondario di Catanzaro ed avendo richiesto
di presenziare all’udienza, il Tribunale del riesame avrebbe dovuto, ai sensi degli artt. 127 cod.
proc. pen. e 309, comma 8, cod. proc. pen., notificare al difensore, insieme con l’avviso della
data dell’udienza, i provvedimenti ex art. 45 bis disp. att. cod. proc. pen. e di previsione della
partecipazione a distanza.
Secondo il ricorrente, l’omessa tempestiva adozione del provvedimento ex art. 45 bis cit. e
della notifica dell’avviso dello stesso al difensore di fiducia nominato integrava una nullità di
ordine generale, comportante la perdita di efficacia della misura custodiale o, comunque, la
nullità dell’udienza camerale e conseguentemente dell’ordinanza ex art. 309 cod. proc. pen..
In base alla prospettazione difensiva, la mancata traduzione dell’interessato in udienza,
eventualmente attraverso le modalità della videoconferenza, comportava una nullità assoluta
ed insanabile; il Tribunale del riesame non assicurava la presenza del detenuto attraverso la
videoconferenza. Era altresì in discussione il principio secondo cui, in tema partecipazione a distanza nel procedimento di riesame delle misure cautelari nei confronti di un imputato detenuto in luogo posto al di fuori della circoscrizione del giudice, l’omessa notifica al difensore
dell’avviso circa le speciali modalità di svolgimento dell’udienza in videoconferenza ai sensi
dell’art. 45 bis disp. att. cod. proc. pen. integrava una nullità di ordine generale e di tipo intermedio che, se tempestivamente eccepita col primo atto successivo alla deliberazione, rendeva nulla l’udienza e tutti gli atti successivi compresa l’ordinanza de libertate, dovendosi garantire al difensore dell’indagato la facoltà di essere presente, in alternativa, nel luogo della
sede il Tribunale o di dislocazione dell’indagato.
Per tali motivi la difesa chiedeva la revoca della misura applicata e/o comunque la nullità
dell’udienza camerale inerente il riesame di cui oggi è ricorso con conseguente, derivata nullità
dell’ordinanza oggi impugnata.
2.2. Vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. – omessa
valutazione dei motivi di riesame – motivazione apparente.
La difesa rilevava che il Tribunale del riesame commetteva errori apparentemente di mera
forma, perché menzionava reiteratamente un nome diverso dal reale ricorrente nella redazione
della motivazione e errava i relativi fatti a suo carico; nell’impugnata ordinanza si riferiva: “la
(eventuale) qualificazione in termini di riesame e non già di appello del gravame proposto dalla
difesa del Martino Vito…” e non già di Grande Aracri, ma fin qui, era deducibile che si trattasse
di un mero errore di forma. Nel prosieguo della motivazione, però, era ripetuto l’errore non solo del nome ma anche del contenuto della vicenda, perché si leggeva: “la prima questione proposta dalla difesa – inefficacia ex art. 302 cod. proc. pen. della misura cautelare per omesso
interrogatorio del Martino Vito nel termine previsto dall’art. 294 cod. proc. pen. – deve essere
disattesa in forza del principio, come avvenuto nella vicenda in esame nella quale Martino Vito
è stato destinatario di custodia cautelare emessa ai sensi dell’art. 300, comma 5, cod. proc.
pen., essendo stato assolto in primo grado e condannato in secondo grado in relazione all’omicidio ai danni di Macrì Antonio”.
Ad avviso della difesa, era inesatta anche la statuizione finale relativa al ricorrente, in quanto
il Grande Aracri in secondo grado riportava altra condanna rispetto al Martino e non era mai
stato sottoposto a misura cautelare nella vicenda in esame. L’indecifrabilità non solo grafica
dell’ordinanza, se non limitata ad alcune parole e non comportante una difficoltà di lettura
agevolmente superabile, doveva essere ritenuta causa di nullità d’ordine generale a regime intermedio, risolvendosi in una sostanziale mancanza della motivazione e in una violazione del
diritto al contraddittorio delle parti, pregiudicando la possibilità di ragionata determinazione in
vista dell’impugnazione e di un’efficace difesa.
La difesa osservava che la confusione di un coimputato con un altro determinava la trattazione della sua posizione processuale con argomenti non attinenti al suo caso. Rispetto al mancato interrogatorio nel termine previsto di cui all’art. 294 cod. proc. pen., posto che il Grande
Aracri rivestiva una posizione diversa dal Martino e non aveva mai subito precedente provvedimento cautelare nel corso del procedimento, l’ordinanza palesava un’incompleta ed obliterata
motivazione del tutto assente sul punto e graficamente non riscontrabile.
Secondo la prospettazione difensiva, trattandosi di atto rivolto alle parti e ai terzi (anche al
giudice sovraordinato), l’ordinanza doveva logicamente essere formulata in modo comprensibile, mentre la giustificazione motivazionale indecifrabile (in quanto riferita in parte qua ad altro
coimputato della vicenda) corrispondeva, in tutto e per tutto, a un’assenza di giustificazione.
Quanto osservato, denotava l’assoluta mancanza di valutazione dell’ordinanza da parte del
Tribunale con conseguente vizio di nullità della stessa.
2.3. Violazione di norma processuale ex art. 606, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., con riferimento al combinato disposto degli artt. 307, comma 2, lett. b), 125 e 292 cod. proc. pen..
Ad avviso della difesa, in base all’art. 307, comma 2, lett. b), cod. proc. pen., il Giudice, nel
ripristinare una misura cautelare caducata, dovrebbe valutare l’attualità e la concretezza del
pericolo di fuga, desumendolo da indici rivelatori, che dovrebbero costituire oggetto di motivazione non apparente.
La difesa deduceva che era mancata un’analisi degli indici di esistenza di un effettivo pericolo
di fuga dell’imputato (ad esempio, secondo l’elencazione non tassativa elaborata dalla giurisprudenza di legittimità, un periodo di latitanza; trasgressioni alle prescrizioni imposte da altri
provvedimenti giudiziari; l’appartenenza ad un sodalizio criminale garante della latitanza di
propri sodali).
In base alla prospettazione difensiva, si trattava di una motivazione apparente, limitata a valutazioni generiche, idonee a fondare un giudizio di “astratto” pericolo di fuga – valido, cioè,
per qualsiasi imputato condannato a gravosa pena detentiva – privo di un grado di sufficiente
concretizzazione; il Tribunale si limitava a richiamare elementi non suscettibili, da soli, di posi
tivo apprezzamento, se non accompagnati da altre emergenze indicative della probabilità logica che proprio quell’imputato, se lasciato libero, potesse darsi alla fuga.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
Il primo motivo di ricorso attiene alla mancata partecipazione in videoconferenza
dell’imputato all’udienza camerale svoltasi dinanzi al Tribunale del riesame, nonostante la richiesta di presenziare, circostanza che ad avviso della difesa avrebbe comportato la nullità assoluta dell’udienza stessa.
Tale tematica scaturisce dalla modifica di recente apportata ai commi 6 e 8-bis dell’art. 309
cod. proc. pen. dall’art. 11 L. 16/04/2015 n. 47, entrata in vigore in data 08/05/2015. L’art. 11
L. cit. ha, da un lato, modificato il sesto comma dell’art. 309, finora dedicato esclusivamente
alle modalità di presentazione (contestuale o successiva) dei motivi di gravame, disponendo, in
particolare, che, con la richiesta di riesame, oltre a poter essere enunciati anche i motivi, “l’imputato può chiedere di comparire personalmente”.
D’altro lato, il medesimo art. 11 ha aggiunto al comma 8-bis dell’art. 309 cod. proc. pen., finora dedicato alla legittimazione del P.M. richiedente la misura a partecipare all’udienza carnerale, il seguente ulteriore periodo: “L’imputato che ne abbia fatto richiesta ai sensi del comma
6 ha diritto di comparire personalmente”.
La descritta novità normativa si innesta in un sistema precedentemente regolato dall’art.
309, comma 8, cod. proc. pen., mediante rinvio alle disposizioni dettate dall’art. 127 cod. proc.
pen., che disegna un modello generale a partecipazione non necessaria: in tale modello, l’interessato ha diritto ad essere sentito se compare, mentre, se detenuto o internato in luogo posto
fuori dalla circoscrizione e ne fa richiesta, ha diritto di essere sentito prima dell’udienza carnerale dal Magistrato di sorveglianza del luogo (art. 127, comma 3, cod. proc. pen.).
In tale sistema, l’orientamento maggioritario della S.C. ha espresso il principio per cui la
mancata traduzione all’udienza camerale del detenuto fuori distretto (che ne abbia fatto richiesta) costituisce causa di nullità assoluta e insanabile, senza che da ciò, derivi, peraltro, la perdita di efficacia della misura (tra le più recenti, vedi Sez. 6, 21/05/2015 n. 21849, Farina, Rv.
263630; Sez. 6, 17/10/2013 n. 44415, Blam, Rv. 256689; Sez. 6, 4/12/2006, dep. 2007, n.
1099, Di Girolamo, Rv. 2356211; in tema di giudizio camerale d’appello ex art. 599 cod. proc.
pen., Sez. Un., 24/6/2010 n. 35399, F., Rv. 247835). Peraltro, in talune recenti decisioni il diritto di presenziare del detenuto fuori distretto è stato ancorato alla necessità “sostanziale” di
formulare la richiesta “in modo tale da rendere manifesta la volontà di rendere dichiarazioni su
questioni di fatto concernenti la propria condotta” (cfr. Sez. 2, 05/11/2014, dep. 2015, n.
6023, Di Tella, Rv. 262312).
La necessaria tempestività della richiesta di traduzione non deve pregiudicare la celerità del
procedimento e la sua presentazione deve avvenire “nella ragionevole immediatezza della rice
zione della notificazione dell’avviso della data fissata per l’udienza camerale dinanzi al Tribunale” (in tal senso, Sez. 2, 30/04/2013 n. 20883, Campo, Rv. 255819; Sez. 6, 04/10/2011 n.
42710, Ventrici, Rv. 251277). In considerazione della “peculiarità della procedura di riesame,
caratterizzata dalla ristrettezza dei tempi e dalla rilevanza determinante della loro osservanza
ai fini dell’efficacia stessa della decisione, solo tale “ragionevole immediatezza” (che dovrà essere oggetto di specifica argomentazione, ove necessario) individua il punto di bilanciamento
tra il diritto fondamentale dell’imputato di essere presente e la necessità di rispettare le caratteristiche di snellezza e celerità del rito e di assicurare che l’esito del procedimento non sia influenzato da condotte dell’imputato maliziose o non giustificate” (cfr. n. 42710 del 2011 cit.).
In tale contesto, le modifiche normative in esame intendono affermare, in modo inequivoco,
il diritto del ricorrente di comparire all’udienza camerale fissata per la trattazione, anche se
eventualmente detenuto fuori distretto; la possibilità di esercitare tale diritto, peraltro, risulta
strettamente correlata, per l’impugnante detenuto (o internato), alla formulazione della richiesta nell’atto di riesame.
Occorre partire dall’inequivoco significato letterale delle disposizioni in commento, che subordinano il “diritto di comparire personalmente” attribuito all'”imputato” – espressione, quest’ultima, ovviamente, da intendere estensivamente ricomprendendovi anche l'”indagato”, ai
sensi dell’art. 61, comma 1, cod. proc. pen. – all’adempimento/condizione di averne fatto richiesta “ai sensi del comma 6”, ovvero contestualmente all’istanza di riesame.
Nel contesto della procedura delineata dall’art. 309 cod. proc. pen., scandita da ritmi serrati,
tale rigorosa disposizione riveste una sua precisa coerenza, in quanto appare finalizzata a dirimere ogni incertezza, eliminando la relativa discrezionalità in capo ai giudici de libertate, in ordine all’individuazione della concreta nozione di “tempestività” (della richiesta di comparire),
sulla quale la giurisprudenza dijegittimità è stata, finora, costretta a intervenire per individuare “il punto di bilanciamento tra il diritto fondamentale dell’imputato di essere presente e la
necessità di rispettare le caratteristiche di snellezza e celerità del rito e di assicurare che l’esito
del procedimento non sia influenzato da condotte dell’imputato maliziose o non giustificate”
(vedi i precedenti sopra richiamati).
Con la novella in commento si è ritenuto di ancorare il diritto dell’indagato (o dell’imputato)
detenuto (o internato) a comparire all’udienza ad un dato obiettivo, certo e incontrovertibile –
insuscettibile di interpretazioni “elastiche” e volto a prevenire eventuali atteggiamenti dilatori
e/o di mera ostruzione – costituito dall’inserimento della richiesta di comparire nel corpo dell’istanza di riesame, che sia questa sottoscritta dall’interessato o dal suo difensore, parimenti legittimato a proporre istanza di riesame ai sensi dell’art. 309, comma 3, cod. proc. pen. (e, in
conseguenza, parimenti legittimato, ai sensi dell’art. 99 cod. proc. pen., a presentare, per conto
del suo assistito, contestuale richiesta di comparizione personale all’udienza camerale). A
opinare diversamente, disancorando, quindi, il diritto dell’interessato di comparire dalla previa
“richiesta ai sensi del comma 6”, si finirebbe col privare il comma 8-bis di un qualsivoglia ambito di pratica applicazione, facendo di detto comma una norma inutiliter data.
Non è dato ravvisare, in tale opzione ermeneutica, una portata lesiva dei diritti della difesa.
L’indagato, infatti, solo pochi giorni prima dell’udienza di riesame, ha già avuto modo di esporre compiutamente le sue ragioni in sede di interrogatorio di garanzia (art. 294 cod. proc.
pen.), atto, quest’ultimo, dalla natura eminentemente difensiva, in quanto volto a consentire
all’indiziato di fare presenti le circostanze adducibili a suo favore (sotto il profilo indiziario e
cautelare), così da obbligare il giudice ad un controllo successivo della “tenuta” delle valutazioni operate ex ante, a fronte degli argomenti emersi in quella sede.
La forte accentuazione della fisionomia dell’interrogatorio di garanzia come strumento di difesa – che spiega anche la previsione del meccanismo di caducazione disciplinato dall’art. 302
cod. proc. pen. (ogniqualvolta il giudice non proceda all’interrogatorio entro il termine perentorio di cui all’art. 294 cod. proc. pen.) – e la breve distanza temporale che lo separa dall’udienza
di riesame, comportano, come conseguenza logica e sistematica, che, nella fase dell’incidente
cautelare, la presenza dell’indagato (o dell’imputato) e l’esercizio della facoltà di rendere spontanee dichiarazioni in udienza assumono un rilievo in chiave difensiva necessariamente di minore pregnanza, perché costituenti fattori rimessi alla sua volontà; in particolare, dette spontanee dichiarazioni, essendo rese solo qualche giorno dopo l’obbligatorio interrogatorio di garanzia, nella stragrande maggioranza dei casi non possono che risolversi nella pedissequa ripetizione di quanto già dichiarato nella pregressa sede.
Così delineata la funzione della (eventuale) presenza dell’indagato all’udienza di riesame,
non può ritenersi lesiva dei diritti di difesa una disposizione, come quella in commento, che,
per soddisfare le finalità più sopra illustrate e nel contesto di una procedura necessariamente
celere e snella, ha ancorato il diritto dell’indagato a presenziare all’udienza, alla condizione che
ne faccia richiesta nel corpo dell’istanza di riesame.
D’altro canto, a fronte di norme certamente rigorose come quelle di cui ai modificati commi 6
e 8-bis dell’art. 309 cod. proc. pen., il legislatore, con la novella del 2015, ha inteso accrescere
gli strumenti a disposizione della difesa, consentendo, con l’introduzione del nuovo comma 9-
bis, che, “su richiesta formulata personalmente dall’imputato entro due giorni dalla notificazione dell’avviso”, il Tribunale differisca “la data dell’udienza da un minimo di cinque ad un massimo di dieci giorni se vi sono giustificati motivi”. Nonostante la natura prettamente tecnica
delle esigenze difensive atte a fondare una richiesta di differimento del termine, il legislatore
ha inteso ricollegare quest’ultima ad una manifestazione di volontà espressa direttamente
dall’imputato per intuibili ragioni correlate alla delicatezza di un tema quale la privazione della
libertà personale anche oltre il termine ordinario previsto dalla legge. Anche alla luce del tenore della richiamata ultima disposizione, che, in relazione ad una questione eminentemente tecnica, ha voluto, comunque, affidarsi, in via esclusiva, all’iniziativa personale dell’imputato, non
possono che disattendersi un’eventuale interpretazione meno “stringente” del combinato disposto dei commi 6 e 8-bis dell’art. 309 cod. proc. pen., a proposito di un’iniziativa certamente
meno complessa sul piano tecnico-difensivo – quella di chiedere di presenziare all’udienza di
riesame contestualmente alla presentazione dell’impugnazione – rimessa a un soggetto sprovvisto delle necessarie cognizioni tecniche.
Si tratta, invero, di una scelta legislativa – finalizzata alle preminenti esigenze già illustrate –
che non ignora, da un lato, l’esistenza di un previo contatto tra indagato e difensore antecedentemente alla presentazione della richiesta di riesame (o all’udienza di convalida dell’arresto
o del fermo o in sede d’interrogatorio di garanzia dopo l’esecuzione dell’ordinanza cautelare
non preceduta da arresto in flagranza o da fermo) e, dall’altro, la possibilità di presentare la richiesta di riesame (con la contestuale eventuale richiesta di partecipazione dell’indagato all’udienza camerale) anche da parte del difensore tecnico.
Così chiarita la portata innovativa dei commi 6 e 8-bis dell’art. 309 cod. proc. pen., per il carattere rigoroso di tali disposizioni, non si può ritenere comunque persistente, come sostenuto
da parte della dottrina, alla luce dell’immutato comma 8 dell’art. 309 cod. proc. pen. (col richiamo alle forme dell’udienza celebrata ai sensi dell’art. 127 cod. proc. pen.) in coordinamento con l’art. 101 disp. att. cod. proc. pen., il diritto del soggetto detenuto (o internato) “in luogo posto fuori del circondario del tribunale competente” di essere ascoltato dal magistrato di
sorveglianza, nel caso di mancata richiesta di partecipare all’udienza con l’istanza di riesame.
Stante il carattere di vera e propria lex specialis rispetto alla disciplina generale prevista
dall’art. 127 cod. proc. pen., la disciplina dell’udienza di riesame è destinata a prevalere su
quest’ultima ogniqualvolta esprima una norma diversa e/o incompatibile. Dopo l’introduzione
dei modificati commi 6 e 8-bis dell’art. 309 cod. proc. pen., le disposizioni di cui agli artt. 127,
comma 3, cod. proc. pen. e 101 disp. att. cod. proc. pen., debbono intendersi non più applicabili all’udienza di riesame, in quanto, se lo fossero, comporterebbero un’irragionevole “rimessione in termini” a beneficio esclusivo del detenuto (o dell’internato) in luogo posto fuori del
circondario del Tribunale competente (che potrebbe essere ascoltato dal magistrato di sorveglianza), con iniqua penalizzazione del soggetto detenuto o internato in luogo interno al predetto circondario (che non potrebbe essere ascoltato).
Può, affermarsi che: “Il combinato disposto dei commi 6 e 8-bis del novellato art. 309 cod.
proc. pen. vainterpretato nel senso che il soggetto detenuto (per via del provvedimento cautelare impugnato o per altra causa) o internato, o comunque sottoposto ad altra misura privativa
o limitativa della libertà personale, il quale intenda, anche per il tramite del suo difensore,
esercitare il diritto di comparire personalmente all’udienza camerale, deve averne fatto richiesta nell’istanza di riesame” (in termini, Sez. 1, 06/10/2015 n. 49882, Pernagallo, Rv. 265546).
Alla luce dei predetti principi, il primo motivo di impugnazione è infondato non può essere
accolto, in quanto il Grande Aracri non risulta aver chiesto di presenziare all’udienza camerale
in occasione della proposizione del ricorso al Tribunale di riesame avverso l’ordinanza custodiale emessa dalla Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria. La posizione del Grande Aracri di
soggetto sottoposto al regime di cui all’art. 41 bis ord. pen. non comporta deroghe al regime
sopra delineato. In conclusione il primo motivo di ricorso deve essere ritenuto infondato.
2. Il secondo motivo di ricorso attiene alla circostanza dell’erronea indicazione nella prima
parte dell’ordinanza del Tribunale del riesame del nominativo del coimputato Martino Vito e
all’esame di una relativa questione, inerente tale posizione (nullità dell’ordinanza custodiale ai
sensi dell’art. 302 cod. proc. pen. per omesso interrogatorio).
Ad avviso della difesa, l’indecifrabilità (non solo grafica) dell’ordinanza, non essendo circoscritta ad alcune parole costituiva causa di nullità d’ordine generale a regime intermedio.
Tale tesi non può essere condivisa.
Secondo quanto prospettato dalla stessa difesa, la tematica affrontata ha riguardato la sola
posizione del Martino e non la propria. In verità, nell’atto di impugnazione dinanzi al riesame la
difesa aveva prospettato la tematica dell’inefficacia della misura custodiale ai sensi dell’art.
302 cod. proc. pen. per omesso interrogatorio (motivo peraltro confutato con l’esatto rilievo –
comunque riferibile ad entrambi gli imputati – della non necessità dell’interrogatorio in caso di
misura cautelare applicata dopo la sentenza di condanna emessa in grado di appello).
Tuttavia, tale erronea indicazione del nome dell’imputato non inficia la validità dell’intera ordinanza, in quanto tale parte contiene la risposta proprio alla tematica sollevata dalla difesa
dell’inefficacia della misura custodiale. Avendo formulato richiesta di inefficacia della misura
cautelare ai sensi dell’art. 302 cod. proc. pen., la difesa, leggendo la risposta del Tribunale del
riesame, confacente alla propria posizione, ben avrebbe potuto riproporre col ricorso in Cassazione le proprie deduzioni difensive.
Peraltro, la questione sollevata dal ricorrente è stata già esaminata e disattesa dalla giurisprudenza di questa Corte secondo cui, nel caso di riapplicazione, ai sensi dell’art. 300, comma
5, cod. proc. pen., di misura cautelare nei confronti di imputato già prosciolto o assolto in primo grado e poi condannato in appello per lo stesso fatto, non sussiste, per difetto dei relativi
presupposti, l’obbligo di effettuazione dell’interrogatorio di garanzia previsto dall’art. 294 c.p.p.
(Sez. 6, 12/11/2014 n. 50768, Cocuzza, Rv. 261538; Sez. U, 22/01/2009 n. 18190, La Mari,
Rv. 243028; Sez. 1, Ord. 20/04/1998 n. 2220, Fiandaca, Rv. 210430 – v. anche la coeva pronunzia emessa in relazione al coimputato Martino: Sez. 1, 17/03/2016 n. 35468, Martino, non
massimata). Anche se i due istituti, interrogatorio di garanzia ed esame dibattimentale dell’imputato, non sono del tutto sovrapponibili e svolgono anche funzioni diverse, non è possibile sostenere che abbia una maggiore valenza difensiva l’interrogatorio di garanzia rispetto alla
completezza dell’istruttoria dibattimentale; anzi è vero esattamente il contrario, nel senso che
soltanto la fase dibattimentale consente all’imputato di dispiegare nella misura massima possibile la sua difesa su tutti gli aspetti della contestazione.
Non v’è quindi alcuna ragione, in caso di istruttoria completata, di prevedere un’ulteriore occasione difensiva ad hoc, costituita dall’interrogatorio di garanzia, il quale non aggiungerebbe
alcuna significativa garanzia rispetto a quanto derivante dal contesto del giudizio (“L’interrogatorio di garanzia ex art. 294 cod. proc. pen., anche quando eccezionalmente precede l’adozione del provvedimento cautelare ex art. 302 cod. proc. pen., è finalizzato a consentire all’irnpu
tato o indagato di rappresentare al giudice gli elementi di fatto o di diritto contrari alla configurabilità dei presupposti di cui agli artt. 273, 274 e 275 cod. proc. pen.).
Quando la misura è applicata dopo l’instaurazione della fase di giudizio – e ancor di più con
la conclusione del giudizio di primo grado – la citata esigenza di per sé è soddisfatta, in quanto
la funzione che deve svolgere tale interrogatorio è assorbita dalla pienezza del contraddittorio
e dall’immanente presenza dell’imputato che caratterizzano la sede processuale del giudizio, a
prescindere dal tipo di rito utilizzato (ordinario od abbreviato) per pervenire alla decisione sul
merito (Sez. 6, 26/02/2004 n. 12287, Di Mauro, Rv. 228476).
Del resto la stessa Corte Costituzionale nella sentenza n. 32 del 1999, precedente alla modifica dell’art. 294 cod. proc. pen. e all’individuazione della dichiarazione di apertura del dibattimento come momento finale per procedere all’interrogatorio di garanzia, aveva precisato che
l’adempimento del dovere di interrogare immediatamente l’arrestato presupponeva che non
fosse ancora instaurata la fase del giudizio che, per i suoi caratteri essenziali di pienezza del
contraddittorio e per l’immanente presenza dell’imputato, assorbiva la stessa funzione dell’interrogatorio previsto dall’art. 294 cit..
Le altre parti dell’ordinanza contengono le risposte a tutte le ulteriori doglianze difensive del
Grande Aracri.
La circostanza che l’indicazione di un diverso nominativo costituisse una svista è stata ammessa dalla stessa difesa del ricorrente e l’errore non ha comportato insanabili contraddizioni o
incomprensioni tali da rendere non agevolmente intellegibile l’ordinanza. La difesa ha potuto
agevolmente concentrare la propria attenzione sulla sola parte dell’ordinanza riguardante la
posizione del Grande Aracri e prospettare le relative censure mediante il ricorso dinanzi alla
S.C..
Non si rientra nell’ipotesi di indecifrabilità grafica della sentenza, che ricorre solo quando non
sia limitata ad alcune parole e non dia luogo a una difficoltà di lettura agevolmente superabile
ed è causa di nullità d’ordine generale a regime intermedio, perché non solo si risolve nella sostanziale mancanza della motivazione ma in più determina una violazione del diritto al contraddittorio delle parti, pregiudicando la possibilità di ragionata determinazione in vista dell’impugnazione e di un’efficace difesa (v., sul punto, Sez. 5, 26/09/2014 n. 46124, Dominioni, Rv.
261685; Sez. Un., 28/11/2006 n. 42363, Giuffrida, Rv. 234916).
Dalle suesposte valutazioni consegue l’infondatezza di tale motivo di ricorso.
3. Quanto al terzo motivo di ricorso, contenente censure relative alla sussistenza delle esigenze cautelari e in particolare al pericolo di fuga di cui all’art. 274, comma 1, lett. b), cod.
proc. pen., va rilevato che alla Corte di cassazione spetta il compito di verificare la congruenza
logica della motivazione resa dal giudice di merito rispetto alla valutazione degli elementi indiziari, alla sussistenza delle esigenze cautelari e in ordine alla proporzionalità ed adeguatezza
dei presidi di contenimento.
Con specifico riferimento ai parametri ora richiamati, secondo la Corte regolatrice in tema di
misure cautelari, il pericolo di fuga di cui all’art. 274 comma 1, lett. b), cod. proc. pen. (nel testo modificato dalla I. n. 47 del 2015) deve essere non più solo concreto, ma anche attuale
(cfr. Sez. 2, 13/10/2015 n. 44526, Castillo Quintana, Rv. 265042). Uno degli elementi sintomatici può essere costituito dall’entità della pena inflitta (art. 307, comma 1, lett. b, cod. proc.
pen.).
Muovendo da tali principi, va rilevato che l’ordinanza impugnata risulta sorretta da un conferente percorso logico argomentativo, per quanto concerne la valutazione relativa alla sussistenza del pericolo di fuga, essendo stati valutati la condanna per gravi reati ad una pena elevata in grado di appello, la posizione verticistica del Grande Aracri nell’organizzazione criminale
di riferimento caratterizzata da ramificazioni in Italia ed all’estero (dove potrebbe trovare agevolmente rifugio ed ospitalità) e la contestuale sottoposizione a misure cautelari custodiali in
relazione ad altri procedimenti pendenti.
Dette considerazioni risultano logicamente coerenti e del tutto conformi ai criteri, che presiedono all’apprezzamento della esigenza cautelare del pericolo di fuga, sulla base dei predetti parametri.
Peraltro, esse appaiono ossequiose al vaglio maggiormente rigoroso richiesto dal novellato
testo di cui all’art. 274 comma 1, lett. b), cod. proc. pen., che ha espressamente ancorato il
pericolo di recidivanza agli elementi in precedenza indicati, di natura non solo concreta e, dunque, non meramente congetturale, ma anche attuale.
Risulta comprovata la presenza di elementi indicativi della volontà dell’imputato di sottrarsi
alla giustizia, non esigendosi i segni di un pericolo di fuga già in atto (in tal senso, Sez. 4,
10/04/2012 n. 18851, P.O., Rv. 253863).
Pertanto, tale motivo di ricorso va ritenuto manifestamente infondato.
4. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali (art. 616 cod. proc. pen.).
Va disposta, infine, la comunicazione alla Cancelleria affinché provveda agli adempimenti
previsti dall’art. 94 disp. att. cod. proc. pen..
P. Q. M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. cod. proc. pen..
Così deciso in Roma il 17/03/2016.

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