Misure Cautelari Personali – Cassazione Penale 11/11/2016 N° 47931

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 11/11/2016

Numero: 47931

Testo completo della Sentenza Misure cautelari personali – Cassazione penale 11/11/2016 n° 47931:

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RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza in data 24 maggio 2016 il Tribunale di Caltanissetta, in funzione
di giudice d’appello cautelare, rigettava l’impugnazione proposta da Russello Mirko,
sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere, giusta ordinanza in data 4
maggio 2016 – emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Gela in
aggravamento della misura pregressa, cui l’istante era sottoposto – impugnazione
finalizzata ad ottenere la declaratoria d’inefficacia, per omesso interrogatorio
dell’indagato.
Osservava il giudice a quo che, sebbene fosse stato modificato l’art 276 comma 1
ter cod. proc. pen. permanevano inalterate le ragioni poste a fondamento della
decisione delle Sezioni Unite di questa Corte, nr. 4932/2008. La norma indicata era,
invero, rimasta immutata nella parte in cui prevedeva come doverosa l’adozione del
provvedimento di aggravamento nel caso in cui la trasgressione commessa dal soggetto
agli arresti domiciliari fosse stata quella di non allontanarsi dalla propria abitazione. Del
resto, non v’era obbligo di procedere ad interrogatorio in caso di aggravamento della
misura e la valutazione sulla entità della violazione era rimessa alla valutazione del
giudice procedente. Il soggetto avrebbe avuto ampi poteri di dolersi delle eventuali
erronee valutazioni con lo strumento dell’appello.
2. Ricorre per cassazione Russello Mirko a mezzo del difensore di fiducia e deduce
le seguenti ragioni.
Lamenta la violazione di legge e il vizio di motivazione. La difesa aveva, in
particolare, rappresentato che la modifica introdotta all’art. 276 comma 1-ter cod. proc.
pen., per effetto dell’art. 5 legge 16 aprile 2015, n. 47, aveva previsto la sostituzione
della misura degli arresti domiciliari con la custodia in carcere salvo che il fatto fosse di
lieve entità, elemento non previsto nella formulazione iniziale e che incideva sulla
necessità dell’interrogatorio di garanzia.
L’istituto previsto dall’art. 294 cod. proc. pen. era diretto a verificare se
permanessero le condizioni di applicabilità della misura ed in particolare la gravità
indiziaria e il quadro connesso alle esigenze cautelari ed alla adeguatezza della misura.
Si trattava, pertanto, di un adempimento che avrebbe consentito alla persona
sottoposta alla misura cautelare di prospettare le ragioni difensive ed al giudice di
valutare globalmente l’esistenza dei presupposti per mantenere la misura.
L’inserimento della clausola di salvezza, relativa alla circostanza che il fatto fosse
di lieve entità, avrebbe messo in discussione, a giudizio della difesa, la ricostruzione che
riteneva non necessario l’interrogatorio di garanzia in caso di aggravamento della
misura cautelare per la violazione del divieto di allontanarsi dalla propria abitazione.
Ciò perché mentre il testo della precedente disposizione rendeva automatico
l’aggravamento stesso, il testo della nuova disposizione apriva ad una valutazione,
rimessa al giudice e su cui occorreva, comunque, sentire il soggetto che aveva posto in
essere la violazione.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato e va respinto.
1.1. Come già ricordato dal giudice del provvedimento impugnato, nell’ipotesi di
aggravamento delle misure cautelari personali a seguito della trasgressione alle
prescrizioni imposte, il giudice non deve procedere all’interrogatorio di garanzia in
alcuno dei casi contemplati dall’art. 276, commi 1 e 1-ter, cod. proc. pen. (Cass., S.U,
n. 4932 del 4/2/2009, Giannone, Rv 242028; da ultimo, Cass., n. 5162 del 14/1/2014).
Contro il provvedimento di sostituzione della misura cautelare è consentito
l’appello al Tribunale del riesame, il cui procedimento si svolge nelle forme previste
dall’art. 127 cod. proc. pen. (art. 310 cod. proc. pen.). L’interessato ha diritto all’avviso
e può comparire personalmente all’udienza. In quella sede egli può rendere, ove lo
ritenga, tutte le dichiarazioni utili alla difesa.
Nessuna violazione è, pertanto, collegabile al fatto che non sia stato eseguito
l’interrogatorio.
Questa Corte ha affrontato la questione ribadendo che non risultano applicabili, in
caso di aggravamento della misura, le disposizioni di cui agli artt. 294 e 302 cod. proc.
pen. (Sez. 5, Sentenza n. 16743 del 5-2-2016 dep.21-4-2016; Sez. 6, Sentenza n.
26576 del 3 maggio 2016 depositata il 24-6-2016).
1.2. Gli orientamenti indicati risultano validi anche all’indomani della modifica
introdotta all’art. 276 comma 1-ter cod. proc. pen., per effetto dell’art. 5 legge 16
aprile 2015, n. 47. Si è, infatti, prevista la revoca della misura degli arresti domiciliari e
l’applicazione della custodia in carcere, in caso di trasgressione al divieto di allontanarsi
dall’abitazione, salvo che il fatto risulti di lieve entità. L’inciso, non contemplato nella
formulazione originaria della disposizione, integra, a giudizio del ricorrente, l’elemento
di novità che indurrebbe il superamento dell’orientamento giurisprudenziale segnalato,
di guisa che risulterebbe, appunto, necessario l’interrogatorio “di garanzia”, nelle ipotesi
d’aggravamento della misura.
1.3. L’art. 276 cod. proc. pen. disciplina i casi di trasgressione alle prescrizioni
inerenti ad una misura cautelare e prevede (al primo comma) che il giudice “possa”
disporre la sostituzione o il cumulo con altra più grave. Il comma 1-ter della medesima
disposizione, per la persona che si trovi agli arresti domiciliari, attribuisce al giudice il
potere di disporre, di converso, la revoca della misura e la sua sostituzione con la
custodia in carcere, nel caso di trasgressione al divieto di allontanarsi dal luogo dove la
persona stessa sia ristretta, salva l’ipotesi della lieve entità della violazione. L’inciso da
ultimo indicato, segna, secondo quanto si è anticipato, l’ambito materiale delle eccezioni
alla regola di sostituzione “automatica” della misura di autocontrollo domiciliare e risulta
a regime per effetto dell’inserimento operato dall’art. 5 della legge 16 aprile 2015, n.
47. Deriva, pertanto, che i casi previsti dal primo comma (in cui l’aggravamento si
qualifica come discrezionale e quelli previsti dal comma 1-ter – in cui il giudice era
inizialmente obbligato a disporre l’applicazione della più grave misura custodiale –
risultano oramai e de iure condito sostanzialmente equiparati, sotto il profilo dell’ambito
valutativo giurisdizionale. E’, infatti, riservata al giudice una verifica sulla entità della
trasgressione, sia nelle ipotesi di cui all’art. 276 comma 1 cod. proc. pen., che in quelle
di cui al comma 1-ter della norma testé richiamata. Anche in questi casi, invero, può
escludersi l’aggravamento al cospetto di violazioni che assumano profili di lieve entità.
1.4. Le Sezioni Unite di questa Corte avevano già spiegato, occupandosi del testo
previgente della disposizione, che la necessità o meno dell’interrogatorio di garanzia
non potesse derivare, tuttavia, dalla natura obbligata o meno dell’aggravamento,
rispettivamente contemplato ai commi 1-ter e 1 dell’art. 276 cod. proc. pen..
Si era, infatti, escluso che, in ragione dell’evocato automatismo nell’aggravamento
stesso, si potesse ritenere superfluo l’adempimento dell’interrogatorio di garanzia e che
lo si dovesse, contrariamente, postulare necessario, nei casi in cui la sostituzione fosse
stata rimessa ad una valutazione discrezionale giudiziale, sull’entità della violazione. Se
avesse colto nel segno la tesi secondo cui, nei casi di cui all’art. 276 comma 1 cod.
proc. pen., l’interrogatorio era necessario, non vi sarebbe stata ragione logica per
escluderlo anche nelle ipotesi di allontanamento dal luogo degli arresti domiciliari,
contemplate dall’art. 276 comma 1-ter cod. proc. pen.. La stessa giurisprudenza aveva
avuto, infatti, modo di attenuare la portata dell’automatismo indicato, chiarendo – come
a breve si dirà – che anche in ipotesi siffatte spettasse al giudice una verifica sulla
concreta lesività della condotta d’inosservanza.
2. Ciò posto, deve ribadirsi che, anche all’indomani della modifica apportata
dall’art 5 della legge 16 aprile 2015, n. 47, l’interrogatorio “di garanzia” non risulta
necessario, in caso di sostituzione della misura degli arresti domiciliari con quella della
custodia in carcere. L’adempimento non è, infatti, previsto dall’art. 276 cod. proc. pen.,
norma con connotati specializzanti e che, nella vicenda dinamica della misura cautelare,
ne segna il particolare e possibile statuto modificativo, al cospetto delle ipotesi di
trasgressioni, operate dal soggetto ad essa sottoposto.
Il sistema prevede, del resto, specificamente i casi in cui, nella fase esecutiva del
controllo cautelare, vi sia obbligo di rinnovare l’interrogatorio. Rilevano, in questa
logica, e dopo l’esecuzione della misura (art. 299 comma 3 ter cod. proc. pen.) i casi di
revoca o sostituzione della cautela, allorquando l’istanza sia fondata su elementi nuovi o
diversi. In queste ipotesi l’interrogatorio è costruito come strumento e passaggio
obbligatorio nel confronto cautelare.
L’art. 302 cod. proc. pen., ancora, prevede l’obbligo di interrogatorio per emettere
una nuova misura, per perenzione di quella precedentemente applicata, divenuta
inefficace, per omesso confronto con il destinatario della misura stessa, che non risulti
essere stato interrogato, ai termini dell’art. 294 cod. proc. pen..
L’interrogatorio di garanzia previsto dall’art. 294 cod. proc. pen., allora, è istituto
cui l’Ordinamento attribuisce scopo e funzione predefinita e che risulta diretto a
verificare se permangano le condizioni strutturali di applicabilità della misura, nella fase
immediatamente successiva alla sua esecuzione, sul piano della gravità indiziaria e delle
esigenze cautelari. In esito all’interrogatorio, viene anche valutata l’adeguatezza della
misura applicata e la congruenza di quel controllo rispetto alla tipologia delle esigenze
che si palesano nel caso concreto.
L’aggravamento per trasgressione alle prescrizioni imposte si caratterizza, di
converso, di connotazioni del tutto peculiari, che ne segnano l’autonomia concettuale,
interferendo sul piano del solo e limitato aspetto afferente l’adeguatezza della misura
cautelare.
D’altro canto, neppure nel caso indicato (di “aggravamento” delle esigenze) il
codice di rito prevede espressamente l’interrogatorio della persona cui sia stata
applicata la misura più grave ovvero che risulti sottoposta ad una forma di controllo con
modalità più gravose (art. 299 comma 40 cod. proc. pen.). Il destinatario dell’intervento
cautelare in personam, ha specifica tutela attraverso gli ordinari mezzi di impugnazione
previsti (appello e ricorso in cassazione) al cospetto del diniego della revoca eventuale.
La legge 16 aprile 2015, n. 47 (che ha inserito le ipotesi di lieve entità – come
limite all’esercizio dei poteri di aggravamento -) a ben vedere, non ha, in realtà,
effettivamente innovato il testo dell’art. 276 comma 1-ter cod. proc. pen. Piuttosto,
risulta aver tipizzato, tra i casi di esclusione dell’aggravamento, una categoria che, per
certi versi, era entrata a far parte del profilo materiale della disposizione stessa, già
all’indomani dell’interpretazione datane dalla Corte costituzionale (ordinanza 6 marzo
2002 n. 40). In quella occasione si era chiarito all’interprete che, anche nel caso
previsto dal comma 1-ter dell’art. 276 cod. proc. pen., il fatto idoneo a giustificare la
sostituzione della misura potesse “essere apprezzato dal giudice in tutte le sue
connotazioni strutturali e finalistiche, per verificare se la condotta di trasgressione in
concreto realizzata presenti quei caratteri di effettiva lesività alla cui stregua rimane
integrata la ‘violazione’ che la norma impugnata assume a presupposto della
sostituzione”.
Questo principio, recepito dalla giurisprudenza successiva di legittimità, si era
tradotto nelle applicazioni quotidiane e si era richiesta la necessità d’una valutazione, in
concreto, del disvalore della condotta di trasgressione (così Cass., sez. VI, 18 febbraio
2008 n. 21487, Moccia, rv. 240065; nello stesso senso v. altresì sez. VI, 19 dicembre
2007 n. 5690, Mastrovito, rv. 238734).
Da ciò deriva chiaramente e viepiù la conclusione che la modifica introdotta al
testo normativo più volte richiamato sia meno rilevante di quanto si tenda ad
evidenziare in ricorso e come, soprattutto, non implichi affatto le conseguenze che si
pretende di ritrarne, postulando il superamento del precedente orientamento
giurisprudenziale.
Va, pertanto ribadito, allora, che anche all’indomani delle modifiche apportate
all’art. 276 comma 1-ter cod. proc. pen. dall’art. 5 della legge 16 aprile 2015, n. 47 – in
caso di trasgressione al divieto di allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di
privata dimora da parte del soggetto ristretto in regime di arresti donniciliari –
l’intervenuto aggravamento con la custodia cautelare in carcere non impone
l’interrogatorio di garanzia e, in difetto, l’inefficacia della misura.
3. Alle considerazioni svolte consegue il rigetto del ricorso con la condanna della
ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Dispone trasmettersi, a cura della cancelleria, copia del provvedimento al direttore
dell’ istituto penitenziario ai sensi dell’ articolo 94, comma 1-ter, disp. att. cod. proc.
pen.
Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2016.

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