Misure Cautelari – Cassazione Penale 13/10/2016 N° 43327

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 13/10/2016

Numero: 43327

Testo completo della Sentenza Misure cautelari – Cassazione penale 13/10/2016 n° 43327:

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RITENUTO IN FATTO
1. Il 13 agosto 2015 il Pm presso il Tribunale di Reggio Calabria emetteva
decreto di convalida di sequestro della struttura balneare di cui agli atti e ai verbali
trasmessi nei termini di legge nell’ambito del procedimento nei confronti di
FAENZA Giuseppe, indagato per i seguenti reati:
a) artt.81, 624 e 625 n. 2 cod. pen., perché nella qualità di titolare dello
stabilimento balneare denominato “Il Gabbiano” sito in Bova Marina alla via Marina
n. 64, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso commesse in diversi contesti temporali, al fine di trarne profitto, si impossessava di una quantità
di energia elettrica pari a 133.200 KW/H, sottraendola all’ente erogatore Enel Distribuzioni Spa mediante manomissione del contatore e collegamento di due fili da
16 mmq al cavo Enel 4×16 mmq.
b) art.44 comma i lett. b) del DPR n.380/2001 e succ. mod. per avere
realizzato in assenza del prescritto permesso a costruire ed in zona sismica soggetta a vincolo paesaggistico le seguenti opere:
-uno stabilimento balneare sito in Bova Marina alla via Marina n. 64, della
superficie complessiva pari a mq 241 circa, con due chioschi annessi ed un gazebo
con struttura in legno e metallo;
Fatti accertati in Bova Marina il 12 agosto 2015.
Il P.M. nel decreto de quo, mediante richiamo ricettizio degli atti del procedimento (ed in particolare al verbale di sequestro eseguito dalla PG in data 12
agosto 2015) indicava gli elementi di fatto che giustificano il ricorso al mezzo di
ricerca della prova, enunciando altresì la ragione della necessità dell’imposizione
del vincolo ablativo in funzione dell’accertamento dei fatti di reato, trattandosi di
corpo del reato o, comunque, di cosa pertinente il reato e necessaria per l’accertamento del fatto.
La difesa contestava in sede di riesame che fosse stata anche solo accennata la finalità per la quale dovesse essere mantenuto il sequestro, essendo stata
utilizzata una formula di stile da parte del PM., contestando, peraltro, anche il
fumus del reato sub a).
In data 14.9.2015, tuttavia, il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria
rigettava l’istanza di riesame, confermando il provvedimento impugnato.
2. Ricorre avverso tale provvedimento, a mezzo del proprio difensore, il
Faenza, che lamenta:
a. VIOLAZIONE DELL’ART. 606, COMMA 1, LETT. B) COD. PROC. PEN. PER
MANCANZA DELLE CONDIZIONI PER PROCEDERE AD UN SEQUESTRO PROBATORIO.
Ad avviso del ricorrente il fatto stesso, che il sequestro abbia avuto ad
oggetto una struttura balneare, per essere stata realizzata in assenza del permesso di costruire, dimostra di per sé che le finalità perseguite dal provvedimento
non erano probatorie, bensì preventive, tant’è che sin dall’origine lo stesso nasceva come un provvedimento di sequestro preventivo d’urgenza ex art. 321
comma 3bis.
Viene ricordato in ricorso che, secondo la giurisprudenza di questa Corte di
legittimità, è illegittimo un sequestro avente finalità preventive che invece il pubblico ministero qualifichi come sequestro probatorio ed adotti con proprio decreto.
Ci si duole che il Tribunale dei riesame, invece di limitarsi a rinviare al giudizio del merito l’esame delle doglianze mosse dalla difesa, avrebbe dovuto innanzitutto esaminare e valutare la reale qualificazione giuridica del sequestro e la
concreta finalità perseguita nella specie e dichiarare la nullità del decreto di sequestro preventivo irritualmente emesso dal P.M. nelle forme del sequestro probatorio (viene richiamato il precedente costituito da sez. 3, 21 novembre 2006, n.
42115, Di Gregorio).
b. VIOLAZIONE DELL’ART. 606, COMMA 1, LETT. C) ED E) COD. PROC. PEN.
IN RELAZIONE AGLI ARTT. 125 COD. PROC. PEN., COMMA 3, 253 COD. PROC.
PEN., COMMA 1, E ART. 355 COD. PROC. PEN., COMMA 2, PER MANCANZA O MANIFESTA ILLOGICITA’ DELLA MOTIVAZIONE, RILEVANDO COME, SIA IL PM, IL
QUALE NON HA EMESSO ALCUN DECRETO DI CONVALIDA E HA GIUSTIFICATO IL
SEQUESTRO CON UNA FORMULA DI STILE PRESTAMPATA, SIA IL TRIBUNALE DEL
RIESAME, CHE A SUA VOLTA SI E’ LIMITATO A RICHIAMARE UN INDIRIZZO GIURISPRUDENZIALE NON CONDIVISIBILE E CONTROVERSO, ABBIANO DISATTESO
L’OBBLIGO, SANCITO A PENA DI NULLITA’, DI MOTIVARE SPECIFICAMENTE LA
NECESSITA’ PROBATORIA PERSEGUITA CON IL PROVVEDIMENTO, EVIDENZIANDO ALTRESI’ COME, A NORMA DELL’ART. 42 COST., DEBBA ESCLUDERSI
UNA RICOSTRUZIONE DELL’ISTITUTO NON FONDATA SU UN PUBBLICO INTERESSE, QUALE QUELLO ALL’ACCERTAMENTO DEL REATO.
Il ricorrente evidenzia come, nel caso in esame, si tratti di sequestro preventivo ex art 321 comma 3bis cod. proc. pen., effettuato di propria iniziativa dalla
polizia giudiziaria cui il Pubblico Ministero, senza emettere alcun decreto di convalida, nell’ordine di presentazione dell’imputato in stato di arresto o di custodia
cautelare per la convalida dell’arresto e contestuale giudizio direttissimo per altro
reato r., procedeva a dare una diversa e generica qualificazione giuridica, qua-
lificandolo come ” probatorio” e omettendo, altresì, qualsivoglia indicazione delle
concrete finalità probatorie che rendevano necessario tale vincolo.
Né -si rileva- a tale fine potrebbe farsi utile riferimento al richiamo al verbale di sequestro degli agenti, il quale valeva unicamente per legittimare il potere
di iniziativa, prima dell’intervento del Pubblico Ministero, nell’esecuzione del sequestro, secondo quanto disposto dall’articolo 354 cod. proc. pen. e, dunque, per
legittimare un sequestro “probatorio” urgente del corpo del reato ad opera della
polizia giudiziaria, ma ciò non esimeva, in sede di convalida, il Pubblico Ministero
dall’indicare le ragioni probatorie per le quali era necessario mantenere il sequestro.
Del resto, prosegue il ricorso, proprio l’articolo 354 cod. proc. pen., comma
2, in riferimento al sequestro probatorio d’urgenza, sia del corpo del reato che
delle cose pertinenti al reato, contiene l’inciso” se del caso”, e ciò significa che il
vincolo reale è solo facoltativo e non obbligatorio e che è necessario motivare la
rilevanza funzionale dell’atto per l’accertamento dei fatti.
Nel caso di specie, secondo il ricorrente, non può certamente integrare una
idonea motivazione sulla necessaria sussistenza di una concreta finalità probatoria
la generica ed apodittica affermazione, contenuta nella convalida del sequestro,
privo quest’ultimo di alcun decreto, che esso era “utile in funzione dell’accertamento dei fatti di reato, trattandosi di corpo del reato o, comunque, cosa pertinente il reato e necessaria per l’accertamento del fatto”.
Inoltre, nemmeno davanti al Tribunale del Riesame, il PM ha specificato
quali accertamenti erano stati compiuti e quali ancora avrebbero dovuto essere
compiuti. La mancanza di motivazione circa le esigenze probatorie – si duole ancora il ricorrente- non veniva nemmeno colmata dal Tribunale del Riesame, il
quale, stante il difetto di qualsiasi ulteriore indicazione da parte del PM, non ha
potuto far altro che riproporre una motivazione parimenti generica ed astratta
limitandosi ad affermare che “non può escludersi dall’orizzonte accertativo dei fatti
che le opere in sequestro, oltre a costituire corpo del reato, possano certamente
contenere elementi necessari ai fini dell’accertamento dell’avvenuta consumazione
del reato contestato ed il tipo di violazione stessa in relazione alla dimensione degli
interventi”.
Il ricorrente lamenta trattarsi di un’espressione anch’essa del tutto generica
ed apodittica, non essendo stati indicati quali sarebbero gli specifici accertamenti
investigativi da effettuare e tanto meno gli accertamenti ritenuti opportuni, sicché
la stessa non può certamente ritenersi idonea a soddisfare l’obbligo di motivazione
sulla esistenza di specifiche e concrete esigenze probatorie idonee a giustificare la
limitazione del diritto costituzionalmente tutelato.
Viene ricordato che, secondo i principi ripetutamente affermati da questa
Suprema Corte (il richiamo è a Sez. Un., 28 gennaio 2004, n. 5876, Ferazzi, Rv.
226711, 226712, e 226713 e a numerose altre pronunce successive) anche per le
cose che costituiscono corpo di reato il decreto di sequestro a fini di prova deve
essere sorretto, a pena di nullità, da idonea motivazione in ordine al presupposto
della finalità perseguita, in concreto, per l’accertamento dei fatti. Perciò, qualora
il Pubblico Ministero non abbia indicato, nel decreto di sequestro, a fini di prova,
le ragioni che, in funzione dell’accertamento dei fatti storici enunciati, siano idonee
a giustificare in concreto l’applicazione della misura e abbia persistito nell’inerzia
pure nel contraddittorio del procedimento di riesame, il giudice di quest’ultimo non
è legittimato a disegnare, di propria iniziativa, il perimetro delle specifiche, finalità
del sequestro, così integrando il titolo cautelare mediante un’arbitraria opera di
supplenza delle scelte discrezionali che, pur doverose da parte dell’organo dell’accusa, siano state da questo radicalmente e illegittimamente pretermesse.
E’ evidente allora nel caso in esame – prosegue il ricorrente- la radicale
mancanza della motivazione, in ordine alla necessaria sussistenza della concreta
finalità probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti, del decreto di
sequestro di cose qualificate come corpo di reato, che, sebbene non integrato sul
punto dal P.M. neppure all’udienza di riesame, sia stato confermato dall’ordinanza
emessa all’esito di questa procedura. Questa interpretazione – viene rilevato- è
stata confermata e ribadita innumerevoli volte (sez. 6, n. 21736 del 12/02/2008,
Possanzini, Rv. 240353; sez. 2, n. 32941 del 13/07/2012, Albanese, Rv. 253658;
in particolare, sez. 5, n. 46788 del 15/03/2013, Scriva, Rv. 257537 e sez. 3, n.
37187 del 6/5/2014, Guarnieri e altri, Rv. 260241), ove opportunamente è stato
evidenziato come il decreto di sequestro probatorio di cose costituenti corpo di
reato deve essere necessariamente sorretto da idonea motivazione in ordine al
presupposto della finalità perseguita, in concreto, per l’accertamento dei fatti,
avuto riguardo ai limiti dell’intervento penale sul terreno delle libertà fondamentali
e dei diritti dell’individuo costituzionalmente garantiti, quale è certamente il diritto
di proprietà garantito dall’articolo 42 Cost., e dall’articolo 1 del primo Protocollo
addizionale alla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.
c. VIOLAZIONE DELL’ART. 606, COMMA 1, LETT. B) COD. PROC. PEN. IN RELAZIONE AGLI ARTT. 114 DISP. ATT., 356, 321 COD. PROC. PEN., CON CONSEGUENTE LESIONE DEL DIRITTO DI DIFESA, CENSURABILE Al SENSI DELL’ART.
178, C. 1, LETT. C, COD. PROC. PEN., RILEVANDO COME LA DIFESA HA TEMPESTIVAMENTE ECCEPITO LA NULLITA’ DELL’IMPUGNATO PROVVEDIMENTO CON
L’ISTANZA EX ART. 324 COD. PROC. PEN., EVIDENZIANDO L’OMESSO AVVISO
ALL’INDAGATO DELLA FACOLTÀ’ DI FARSI ASSISTERE DAL DIFENSORE DURANTE
IL COMPIMENTO DELLE OPERAZIONI DI SEQUESTRO.
Con ulteriore motivo il ricorrente evidenzia che la natura di atto a sorpresa
del sequestro, soprattutto quando ad esso abbiano provveduto direttamente gli
ufficiali di Polizia giudiziaria, e dunque sia che si tratti di sequestro probatorio che
di sequestro preventivo non può in alcun modo inficiare le garanzie difensive poste
dal nostro Ordinamento a favore dell’indagato.
Nel caso di specie, il Faenza, proprietario dei beni, non veniva avvisato della
facoltà di farsi assistere da un avvocato comportando la nullità del relativo sequestro.
Viene ricordato in ricorso che, sebbene l’art. 114 disp. att. cod. proc. pen.
richiami espressamente solo l’art. 356 stesso codice, che a sua volta rinvia esclusivamente all’art. 354, ovvero al sequestro probatorio, questa Corte, non ignorando il contrasto di giurisprudenza esistente sul punto, ha ritenuto condivisibile
l’orientamento secondo il quale l’onere imposto dal predetto art. 356 cod. proc.
pen. debba ritenersi operante anche quando si proceda a sequestro preventivo e,
in particolare, in ipotesi in cui lo stesso sia eseguito di urgenza dalla polizia giudiziaria, ex art. 321, co. 3 bis, cod. proc. pen., in quanto, in tal caso, non possono
essere inficiate le garanzie difensive poste dall’ordinamento a favore dell’indagato.
Ne consegue che gli atti compiuti dalla P.G. in violazione del diritto di difesa, relativi alla citata normativa, debbono considerarsi affetti da nullità a regime intermedio, con conseguente applicazione della disciplina ex art. 180 cod. proc. pen. (ex
multis Cass. 9/10/2008, n. 44538). Sul punto il ricorrente evidenzia come l’art.
182 cod. proc. pen., al co. 2, stabilisca che la nullità debba essere eccepita prima
del suo compimento, ovvero, se ciò non è possibile, immediatamente dopo, e va,
pertanto, individuato il termine entro il quale detta eccezione va sollevata: il vizio
deve ritenersi deducibile sino alla procedura di riesame, posto che solo allora si
può ragionevolmente presumere che la parte abbia la consapevolezza del diritto
ad essere avvertita della facoltà di nominare un difensore durante il compimento
dell’atto di P.G. (Cass. 14/5/2009, Di Sturco; Cass. 9/10/2008, Elefante), in
quanto una diversa lettura della norma, basata sulla interpretazione restrittiva
della stessa (come affermato da altre pronunce di legittimità, Cass. 14/3/2008,
Alberti; Cass. 23/3/2011, Mbaye) non risulta, ad avviso dei giudici di legittimità,
razionale, e ciò perché sarebbe contraddittorio pretendere da una persona estranea alle logiche che governano il processo penale la perfetta conoscenza proprio
delle norme che tali logiche governano, essendoci da parte del legislatore una
presunzione iuris et de iure che l’indagato ignori le facoltà ex lege attribuitegli.
Nel caso che ci occupa, il ricorrente si duole che, pur essendo stata sollevata tale doglianza innanzi al Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, lo stesso
non si sia in alcun modo pronunciato sul punto, nelle memorie difensive depositate.
Chiede, pertanto, l’annullamento dell’ordinanza impugnata con ogni conseguente statuizione.
3. Il P.G. presso questa Suprema Corte ha rassegnato le proprie conclusioni
scritte ex art. 611 cod. chiedendo che questa Corte annulli senza rinvio l’ordinanza
impugnata e il decreto di convalida del sequestro disponendosi la restituzione
dell’immobile, ritenendo dirimente il rilievo, in violazione delle disposizioni di cui
all’art. 114 disp. att. cod. proc. pen., del mancato avviso da parte della Polizia
Giudiziaria all’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.
Viene richiamato il precedente costituito dalla pronuncia di questa Corte
sez. 5 n. 48374 del 20/10/2015 ove si è affermato che trattasi di nullità che assume natura di nullità di ordine generale, non assoluta ma a regime c.d. intermedio, in base alla previsione dell’art. 178, comma 1, lett. c), cod. proc. pen. (nella
parte relativa alla inosservanza delle disposizioni concernenti “l’assistenza
dell’imputato»), non rientrando in alcuno dei casi considerati dall’art. 179 cod.
proc. pen. (Sez. U, n. 5396 del 29/01/2015, fondatamente richiamata in ricorso).
Con tale ultima pronuncia – deduce ancora il P.G.- risultano essere state risolte
pure le divergenze interpretative in ordine al regime di deducibilità ditale nullità,
stabilendosi che se la nullità dell’atto derivi da un mancato avviso di una garanzia
difensiva, alla cui conoscenza l’avviso stesso è preordinato, la sua deducibilità, da
parte dell’indagato o dell’imputato che vi abbia assistito, non è soggetta ai limiti
previsti dall’art. 182 comma 2, cod. proc. pen.
Per il P.G., dunque, si deve ritenere reccezione proposta nel caso in esame
con la richiesta di riesame del decreto di convalida del pubblico ministero sia tempestiva.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Tutti i motivi di ricorso sopra illustrati sono fondati – risultando evidentemente assorbente il primo, di cui a breve si dirà- e pertanto l’ordinanza impugnata va annullata senza rinvio, in uno con il decreto di convalida del sequestro,
disponendosi la restituzione all’avente diritto di quanto in sequestro.
2. Va ricordato che, secondo il combinato disposto degli artt. 324, 325 e
355, terzo comma, cod. proc. pen., il ricorso per Cassazione avverso l’ordinanza
di riesame di provvedimenti in materia di sequestro preventivo e probatorio è proponibile solo per violazione di legge, non anche per difetto o illogicità della motivazione, sicché le censure attinenti alla motivazione del provvedimento impugnato, proposte dal ricorrente, devono ritenersi inammissibili.
La giurisprudenza di questa Suprema Corte, anche a Sezioni Unite, ha tuttavia più volte ribadito come nella nozione di violazione di legge debbano ricomprendersi sia gli “errores in iudicando” o “in procedendo”, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del
provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza, e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario
logico seguito dal giudice (vedasi Sez. U, n. 25932 del 29.5.2008, Ivanov, rv.
239692; conf. Sez. 5, n. 43068 del 13.10.2009, Bosi, rv. 245093).
Ancora più di recente è stato precisato che è ammissibile il ricorso per cassazione contro ordinanze emesse in materia di sequestro (in quel caso si trattava
di sequestro preventivo) pur consentito solo per violazione di legge, quando la
motivazione del provvedimento impugnato sia del tutto assente o meramente apparente, perché sprovvista dei requisiti minimi per rendere comprensibile la vicenda contestata e l'”iter” logico seguito dal giudice nel provvedimento impugnato.
(così sez. 6, n. 6589 del 10.1.2013, Gabriele, rv. 254893).
Di fronte all’assenza, formale o sostanziale, di una motivazione, atteso l’obbligo di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, viene dunque a mancare un
elemento essenziale dell’atto.
Va anche aggiunto che per giurisprudenza costante di questa Suprema
Corte spetta al tribunale, in sede di riesame di un sequestro probatorio, l’operazione logica di controllo dell’esattezza della qualificazione della cosa come “corpus
delicti”.
In altri termini, occorre che il giudice del gravame della cautela riscontriate
la sussistenza, o meno, della necessaria relazione di immediatezza, nei termini in
cui meglio si specificherà in seguito, tra quell’oggetto e l’illecito penale per il quale
si procede.
3. Orbene, nel caso in esame ritiene il Collegio che sussistano tutte le
lamentate violazioni di legge.
Fondato e assorbente è il motivo di doglianza sub a. in quanto, secondo la
giurisprudenza di questa Corte di legittimità, è illegittimo un sequestro avente
finalità preventive che invece il pubblico ministero qualifichi come sequestro probatorio ed adotti con proprio decreto.
Con tale inesatta qualificazione il pubblico ministero viene, infatti, illegittimamente ad espropriare il Giudice per le indagini preliminari della giurisdizione
che l’art. 321 cod. proc. pen. gli riserva in tema di adozione di sequestro preventivo (conferenti in tal senso appaiono i precedenti di questa Corte richiamati in
ricorso costituiti da sez. 3, 5 giugno 2007 n. 37837, Grande, Rv. 237925; sez. 3,
26.1.2011, Morlando; sez. 3, 24.9.2009, Margani; sez. 3, 3 novembre 2009, El
Kaarfi; sez.3, 9 febbraio 2010, Conte; Sez. 3, 28 settembre 1995, Viola, Rv
202953; sez. 1, 19 ottobre 1993, Artuso, Rv.195712).
L’esame degli atti evidenzia che è proprio quanto accaduto nel caso che ci
occupa.
Correttamente, la P.G. operante (CC di Bova Marina, Delegazione di Spiaggia Guardia Costiera di Melito Porto San Salvo e Corpo Forestale dello Stato di
Melito di Porto Salvo), all’esito di un servizio congiunto finalizzato alla prevenzione
e repressione di violazioni inerenti la normativa vigente in materia urbanistica e
marittima, procedevano al controllo della struttura ricettiva Albergo/Ristorante denominato “Il Gabbiano” in Bova Marina il 12 agosto 2015, alle 15.30, redigeva un
“verbale di sopralluogo e contestuale sequestro preventivo d’urgenza ex art. 321
C.P.P.” a carico dell’odierno ricorrente delle opere realizzate all’interno dell’area
demaniale ricadente nella part. 294, foglio di mappa 33) in un’area adibita a stabilimento balneare di forma rettangolare della superficie totale di mq. 240,84 (mt.
22,30 x 10,80), recintata e pavimentata con piastrelle in calcestruzzo, sulla quale
era stata realizzata una tettoia con struttura mista metallica e legno poggiante su
punti in calcestruzzo e copertura in tela della superfice di mq. 70,40 e dove venivano ubicati due chioschi in vetroresina uno di forma esagonale di mq. 5,80 e uno
di forma ottagonale di mq. 10,60 .
Tali opere venivano sequestrate -si legge ancora nel verbale- perché realizzate in violazione del Dpr 380/2001, del D.Igs. 42/2004, della L.R. 17/2005 e
degli artt. 54 e 1161 del Codice della Navigazione.
In occasione del sopralluogo veniva accertato anche un allaccio abusivo alla
rete elettrica al fine di fornire l’intera struttura nonché l’area adibita a stabilimento
balneare, per cui il Faenza veniva denunciato anche per furto aggravato di energia
elettrica.
Il Faenza, all’esito del sopralluogo, veniva anche arrestato.
Accertato ex actis, dunque, che il sequestro nulla aveva a che vedere con
il furto aggravato di energia elettrica la P.G individuava correttamente il pericolo
che la libera disponibilità dell’area potesse aggravare o protrarre le conseguenze
del reato urbanistico-paesaggistico e violativo dell’area demaniale, per cui procedeva ex art. 321 co. 3 cod. proc. pen. indicando chiaramente nell’atto (pagg. 1 e
2) e sugli apposti cartelli dei sigilli che trattavasi di “sequestro preventivo d’urgenza”.
Gli atti venivano perciò trasmessi al PM per la convalida entro le 48 ore
successive, sempre ai sensi del citato co. 3 dell’art. 321 cod. proc. pen. che prevede poi che il PM, se non dispone la restituzione delle cose sequestrate, richiede
al giudice la convalida e l’emissione del decreto di sequestro preventivo entro le
48 ore dal sequestro, se disposto dal pubblico ministero, ovvero dalla ricezione del
verbale se il sequestro è stato eseguito, come nel caso che ci occupa, di iniziativa
della polizia giudiziaria.
Nel termine, tuttavia, in data 13 agosto 2015, il PM, nell’ambito di un unico
atto comprendente anche la presentazione dell’imputato in stato di arresto per la
convalida dell’arresto ed il giudizio direttissimo, con una formula assolutamente di
stile, evidentemente prestampata, convalidava “le/e perquisizione/i e i l /i sequestro/i di cui ai verbali in atti, trasmessi nei termini previsti dalla legge, ricorrendo
i presupposti richiesti in flagranza di reato e concernendo tali operazioni la giustificata ricerca/acquisizione di cose costituenti corpo del reato (o comunque di cose
pertinenti al reato) e necessarie per l’accertamento del fatto”. La convalida veniva
operata con riferimento agli artt. 352, co. 4, e 355, co. 2, c.p.p., quindi qualificando l’avvenuto sequestro come sequestro probatorio.
4. Orbene, la dedotta violazione di legge è palese.
Il PM ben avrebbe potuto rettificare l’operato della P.G. che aveva operato
d’urgenza (e a tal fine è prevista la sua convalida) e qualificare come probatorio il
disposto sequestro preventivo. Ma, evidentemente, nel momento in cui qualificava
l’atto con riferimento ad un istituto meno garantito per colui che lo subisce (in
quanto non richiede l’ulteriore convalida del GIP) avrebbe dovuto darne conto in
motivazione.
Il sequestro cosiddetto probatorio, infatti, è destinato ad assicurare il corpo
di reato e le cose pertinenti al reato, che siano il primo e le seconde necessarie
per l’accertamento dei fatti e cioè idonee a fornire la prova dell’illiceità della condotta sulla quale si indaga. Ma, per giurisprudenza consolidata di questa Corte, a
fronte della realizzazione di immobili abusivi, tale natura non sussiste (cfr. ex multis la risalente sez. 3, n. 669 del 27/4/1992, Bevilacqua ed altri, Rv. 190410, relativa ad un caso in cui la Corte ha annullato il sequestro di alcuni fondi effettuato
in relazione al reato ipotizzato di lottizzazione abusiva, ritenendo che non sussistessero le suindicate esigenze di ricerca della prova, trattandosi di costruzioni
ormai realizzate da tempo e, in prevalenza, nella disponibilità di terzi acquirenti
ed essendo i beni immobili inidonei, in quanto tali, ad essere sottratti alle esigenze
di accertamento processuale). Non a caso, in situazioni come quelle che ci occupa
-e come va ribadito aveva correttamente fatto la P.G. operante- si procede a sequestro preventivo.
Tale motivazione nel decreto di convalida del sequestro è meramente apparente, risolvendosi in poche righe prestampate che nulla dicono del perché il
sequestro dello stabilimento balneare servisse ad esigenze di prova. Da qui la fondatezza anche del motivo di doglianza sub b.
Sul punto questa Corte di legittimità ha chiarito che la motivazione dell’ordinanza confermativa del decreto di sequestro probatorio è meramente apparente
– quindi censurabile con il ricorso per cassazione per violazione di legge – quando
le argomentazioni in ordine al “fumus” del carattere di pertinenza ovvero di corpo
del reato dei beni sottoposti a vincolo non risultano ancorate alle peculiarità del
caso concreto (sez. 4, n. 43480 del 30/9/2014, Giovannini, Rv. 260314).
Adito dal Faenza -che a fronte della convalida del Pm che qualificava il
sequestro probatorio non aveva di fronte a sé altro mezzo di impugnativa- tale
motivazione non la fornisce neanche il Tribunale reggino che non può limitarsi, a
ritenere vincolanti la qualificazione e la finalità dei sequestro indicate nel verbale
della P.G. o nel decreto del PM, ma deve compiere una autonoma e motivata valutazione delle finalità in concreto effettivamente perseguite e della reale natura
del sequestro stesso.
I giudici reggini, infatti, in poche righe, rilevano che “…attesa l’assoluta
fluidità delle investigazioni avviate, non può escludersi dall’orizzonte accertativo
dei fatti che le opere in sequestro, oltre a costituire corpo del reato, possano certamente contenere elementi necessari ai fini dell’accertamento dell’avvenuta consumazione del reato contestato ed il tipo di violazione stessa in relazione alla dimensione degli interventi”.
La motivazione, dunque, ancora una volta non c’é.
Peraltro, nemmeno sarebbe servito che ci fosse, in quanto, in tema di sequestro probatorio, il Tribunale del riesame deve verificare l’effettività e la completezza della motivazione del provvedimento impugnato senza tuttavia poterla
integrare autonomamente, atteso che il difetto di questa costituisce vizio genetico
che comporta l’originaria nullità del provvedimento (cfr. in ultimo sez. 5, n. 13917
del 23/3/2015, Barzillona, Rv. 263272).
Il Tribunale di Reggio Calabria, in altri termini, a fronte di un decreto di
convalida prestampato come quello che ci occupa, non aveva altra strada che dichiararne la nullità.
5. Conclusivamente, la motivazione dell’ordinanza impugnata è chiaramente erronea perché siamo di fronte ad un decreto di sequestro avente chiare
finalità preventive e, se anche fosse stato probatorio, si porrebbe in palese contrasto con i principi da tempo enunciati dalla sentenza delle Sezioni Unite di questa
Corte (Sez. Un. n. 5876 del 28/1/2004, Ferazzi, Rv. 226711, 226712, e 226713,
principi secondo cui: 1. anche per le cose che costituiscono corpo di reato il decreto
di sequestro a fini di prova deve essere sorretto, a pena di nullità, da idonea motivazione in ordine al presupposto della finalità perseguita, in concreto, per l’accertamento dei fatti; 2. qualora il pubblico ministero non abbia indicato, nel decreto di sequestro a fini di prova, le ragioni che, in funzione dell’accertamento dei
fatti storici enunciati, siano idonee a giustificare in concreto l’applicazione della
misura e abbia persistito nell’inerzia pure nel contraddittorio del procedimento di
riesame, il giudice di quest’ultimo non è legittimato a disegnare, di propria iniziativa, il perimetro delle specifiche finalità del sequestro, così integrando il titolo
cautelare mediante un’arbitraria opera di supplenza delle scelte discrezionali che,
pur doverose da parte dell’organo dell’accusa, siano state da questo radicalmente
e illegittimamente pretermesse; 3. nel caso di radicale mancanza della motivazione, in ordine alla necessaria sussistenza della concreta finalità probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti, del decreto di sequestro di cose
qualificate come corpo di reato, che, sebbene non integrato sul punto dal P.M.
neppure all’udienza di riesame, sia stato confermato dall’ordinanza emessa all’esito di questa procedura, la Corte di Cassazione deve pronunziare sentenza di annullamento senza rinvio di entrambi i provvedimenti.
Solo per completezza, va aggiunto che, se anche ci fossimo trovati di fronte
ad un decreto di convalida di sequestro probatorio adeguatamente motivato, fondato sarebbe stato, per i motivi ricordati in premessa, anche il motivo sub c.
relativo al mancato avviso al Faenza da parte della P.G. della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e il decreto di convalida del sequestro,
disponendoti la restituzione all’avente diritto di quanto in sequestro.
Così deciso in Roma il 29 settembre 2016

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