Misure Cautelari – Cassazione Penale 13/01/2016 N° 1096

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 13/01/2016

Numero: 1096

Testo completo della Sentenza Misure cautelari – Cassazione penale 13/01/2016 n° 1096:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BILARDI GIOVANNI EMANUELE N. IL 26/03/1958
avverso l’ordinanza n. 578/2015 TRIB. LIBERTA’ di REGGIO CALABRIA, del
13/07/2015
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. PIERLUIGI DI STEFANO;
sentite le conclusioni del PG Dott. MARIO PINELLI che ha chiesto l’annullamento con
rinvio limitatamente alle esigenze cautelari;
sentite le conclusioni degli avv. EMANUELE MARIA GENOVESE e SAVERIA CUSUMANO
che hanno chiesto l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
Il Tribunale del riesame di Reggio Calabria con ordinanza del 13 luglio 2015 ha
confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari applicata nei confronti di
Bilardi Giovanni Emanuele con ordinanza del giudice per le indagini preliminari Reggio
Calabria del 23 giugno 2015 in relazione a varie condotte di peculato commesse dal
ricorrente nella sua veste di consigliere regionale e capogruppo del gruppo consiliare
presso la regione Calabria denominata Lista Scopelliti.
I fatti contestati, accertati sulla scorta di indagini della Guardia di Finanza,
possono così sinteticamente riferirsi, tenuto conto che non vi è contestazione sulla
sussistenza di gravi indizi:
innanzitutto una serie di condotte in proprio favore: il Bilardi, anche tramite il
collaboratore Trapani, si impossessava, prelevandole dalle disponibilità che aveva in
ragione del proprio ufficio, di somme che attribuiva al rimborso di spese che erano,
invece, personali e/o comunque non erano ammesse a rimborso. Gli importi erano di
C 94.000 circa per il 2010, C 144.000 circa per il 2011 ed C 110.000 per il 2012.
In relazione a tali fatti gli era contestato anche il reato di falso nella formazione
dei rendiconti relativi all’impiego dei fondi erogati dalla Regione al gruppo.
altre contestazioni di peculato con consegna di somme non ammissibili a
rimborso, Poi una serie di condotte di peculato mediante assegnazione di somme per
finalità private, e comunque non documentate, a consiglieri regionali del gruppo:
– Grillo Alfonsino riceveva C 27.000 nel 2010; C 38.000 nel 2011, C 30.000 nel
2012
– Parente Claudio riceveva C 10000 nel 2010 ed C 4000 nel 2011, di cui parte
per finalità di campagna elettorale.
– Magarò Salvatore riceveva C 6600 per il 2010.
In tema di esigenze cautelari, il Tribunale riteneva sussistere il pericolo di
inquinamento probatorio e di reiterazione delle condotte.
Quanto al pericolo di inquinamento probatorio il Tribunale rileva significativo:
– “il comportamento processuale tenuto dal Bilardi, che in sede di interrogatorio
ha reso innumerevoli dichiarazioni mendaci, nel goffo tentativo di giustificare le
proprie condotte illecite”.
– L’aver disposto subito dopo l’interrogatorio che il suo collaboratore Trapani
riportasse nella sede del consiglio regionale un televisore che aveva dichiarato in sede
di interrogatorio essere stato adibito al servizio del gruppo consiliare.
Questi elementi avrebbero dimostrato “una propensione ed attitudine ad
ostacolare ulteriore attività di indagine” costituendo quindi “concreto” pericolo di
inquinamento probatorio in considerazione della esistenza di “fonti probatorie” da
esplorare (soggetti beneficiari dei pagamenti e verifica della documentazione
contabile).
Quanto al rischio di reiterazione della condotta il tribunale osservava come le
condotte di appropriazione fossero sintomatiche “di una assoluta indifferenza del
ricorrente rispetto alle regole…” relative alla gestione del denaro pubblico, secondo il
Tribunale si deve tener conto che la Corte dei conti sezione regionale di controllo per
la Calabria aveva accertato anche per il 2013 ingenti spese irregolari dei gruppi
“mentre era ormai noto che questo Ufficio aveva in corso attività di indagine a carico
proprio dei predetti gruppi consiliari”. Valorizzava, infine, il fatto che il ricorrente
fosse diventato senatore della Repubblica, condizione che lo metteva nella posizione
ideale per continuare a commettere reati della stessa specie, attesa l’ampia
disponibilità di ingenti fondi pubblici nel nuovo ruolo istituzionale.
Riteneva giustificata la scelta degli arresti domiciliari per la necessità di limitare
la capacità di movimento e contatti con l’esterno onde evitare il riallaccio di una rete
di rapporti personali utili a favorire l’interferenza sulle attività di indagine e la
reiterazione di analoghe condotte criminose anche per interposta persona.
Bilardi propone ricorso a mezzo del difensore deducendo vari motivi di violazione
legge e vizio di motivazione riferiti alle sole esigenze cautelari.
Osserva innanzitutto che non vi è stata alcuna valutazione della memoria
difensiva ritualmente depositata.
Rileva, poi, quanto agli elementi indicati quali significativi del pericolo di
inquinamento probatorio del pericolo di commissione di nuovi reati:
– la valorizzazione delle dichiarazioni difensive quale ragione di inquinamento
probatorio è espressamente preclusa dalla legge né è previsto che tale condotta possa
essere argomento di prova come per il processo civile.
– La vicenda del trasporto del televisore Grundig dal luogo privato alla sede
consiliare è una mera congettura non essendovi alcuna ragione per ritenere che fosse
in disponibilità del ricorrente ed in luogo estraneo agli uffici del gruppo consiliare che
aveva più sedi così come è privo di ogni prova il fatto che il Trapani avesse agito su
richiesta del ricorrente.
Quanto al pericolo di reiterazione, osserva innanzitutto non vi è alcuna
indicazione specifica in tema di attualità del pericolo anche per essere da tempo
subentrata una maggioranza politica di segno opposto a quella di cui faceva parte
ricorrente. La sua attività nel Consiglio Regionale è comunque cessata da circa un
biennio. L’attività della Corte dei Conti non ha in alcun modo riguardato il ricorrente
anche perché fa riferimento ad un periodo in cui non era più consigliere regionale.
Rileva, infine, la irragionevolezza del trarre dal solo dato del ruolo di
parlamentare il pericolo di reiterazione per la possibilità di presentare richieste
truffaldine avendo il ricorrente dimostrato di non avere alcun ruolo che gli consenta
l’accesso diretto alla gestione di fondi della Regione Calabria o del Comune di Reggio
Calabria
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è fondato non risultando motivazione effettiva in ordine alle esigenze
cautelari. Gli elementi indicati in motivazione, difatti, non descrivono alcuna delle
situazioni rilevanti ai fini dell’art. 274 cod proc. pen. se non in termini generici.
Quanto al ritenuto pericolo di inquinamento probatorio, si rammenta che secondo
l’art. 274 lett. A) cod. proc. pen. :
– vi devono essere situazioni di pericolo “concreto e attuale” che venga
ostacolata l’acquisizione della prova o questa venga inquinata; deve trattarsi di prove
che appaiano necessarie alle indagini.
– Tali condizioni devono essere chiaramente motivate indicando le circostanze
di fatto che lo dimostrino, non essendo consentito che possano desumersi in termini
mera mente logici.
– Tali “…. situazioni di concreto ed attuale pericolo non possono essere
individuate nel rifiuto della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato di rendere
dichiarazioni né nella mancata ammissione degli addebiti”.
Tali regole non risultano rispettate nel caso di specie:
– innanzitutto, come si è scritto sopra, si è addirittura testualmente valorizzata
la mancata ammissione degli addebiti.
– Si è considerato una singola condotta consistente nel portare presso la sede
del gruppo il televisore acquistato per conto proprio ma tale condotta di disfarsi del
corpo del reato, in sé comune nella casistica giudiziaria, non può ritenersi da sola
significativa di un generale (programma di) attività tesa ad inquinare le prove. In ogni
caso, non vi è motivazione in ordine al perché, dal tentativo di occultare la prova
consistente nella detenzione di uno dei beni oggetto di appropriazione, debba
desumersi, in termini di elevata probabilità, il pericolo della diversa condotta di
pressione sui beneficiari dei pagamenti degli acquisti per ottenere dichiarazioni false.
Che si tratti di affermazione del tutto ipotetica lo dimostra la affermazione che
potrebbe trattarsi di fare scomparire “tracce documentali” o di crearne di nuove: non
si discute, quindi, di circostanze di fatto significative, ma vi è una generica deduzione
logica.
Inoltre, pur se ai fini della esigenza cautelare in questione non è necessario
individuare le singole prove da acquisirsi, nel caso di specie non vi è stata la
individuazione quantomeno di un ambito concreto di prove da acquisire, condizione
necessaria perché il pericolo di inquinamento possa apparire “concreto”.
È quindi necessario su tale punto un nuovo esame che individui se reali
circostanze di fatto, non riferite alla mancata confessione o soltanto ad un episodico
“disfarsi” di un oggetto di peculato (a prescindere dalla effettiva carenza di
motivazione sull’essere stata attività ascrivibile alla ricorrente), dimostrino l’ effettivo
rischio di intervento del ricorrente per inquinare le prove.
Quanto al pericolo di recidiva, a parte la motivazione dell’ordinanza che è riferita
a valutazioni sulla gravità della condotta in sé senza individuazione della specifica
ripercussione di tale gravità sul rischio concreto di recidiva, l’ordinanza impugnata
valuta esclusivamente l’incarico di Senatore, che il gip riteneva ragione di rischio di
recidiva perché comportante la disponibilità di “ingenti fondi pubblici a diverso titolo”.
Il provvedimento impugnato, pur prendendo atto che il ricorrente ha dimostrato
di non avere alcuna specifica disponibilità di fondi da gestire, ha ritenuto che il
ricorrente avrebbe pur sempre la “possibilità di accedere ad erogazioni pubbliche
attraverso richieste truffaldine” (possibilità che, così genericamente affermata, è del
resto condizione comune ad un qualsiasi residente in Italia) e che nella sua posizione
privilegiata potrebbe sfruttare i rapporti con i soggetti inseriti nelle istituzioni locali e
per tale via aver ingerenza nella gestione del denaro pubblico.
Il livello di ” astrattezza” del pericolo fa risultare una tale motivazione, piuttosto
che la motivazione sull’accertamento della pericolosità, un argomento a sostegno
della introduzione di una presunzione di pericolosità.
Anche in questo caso, in assenza di indicazione di un qualsiasi elemento concreto,
deve essere valutato il profilo del rischio di recidiva rammentandosi come lo stesso
debba essere riferito alla probabilità di commissione di nuovi reati con carattere di
“concretezza” (nel senso di cui in Sez. 6, n. 38763 del 08/03/2012 – dep. 04/10/2012,
Miccoli, Rv. 253372) nonché “attualità” (nel senso di cui in Sez. 6, n. 52404 del
26/11/2014 – dep. 17/12/2014, Alessi, Rv. 261670, con regola di valutazione del
rischio di recidiva oggi espressamente ribadita dalla I. 47/2015 che l’ha inserita nel
testo dell’art. 274 cod. proc. pen.) in termini effettivi e non congetturali.
Si impone quindi il rinvio per nuova valutazione sulle esigenze cautelarí e, in caso
di affermazione della loro sussistenza, sulla scelta della misura.
P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente alle esigenze cautelari e rinvia per
nuovo giudizio sul punto al Tribunale di Reggio Calabria.

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