Migranti – Cassazione Penale 15/05/2017 N° 24084

Migranti – Cassazione penale 15/05/2017 n° 24084 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 15/05/2017

Numero: 24084

Testo completo della Sentenza Migranti – Cassazione penale 15/05/2017 n° 24084:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. 1 Num. 24084 Anno 2017
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: NOVIK ADET TONI
Data Udienza: 31/03/2017

sul ricorso proposto da:
SINGH JATINDER nato il 18/09/1985
avverso la sentenza del 05/02/2015 del TRIBUNALE di MANTOVA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 31/03/2017, la relazione svolta dal Consigliere
ADET TONI NOVIK
Udito il Procuratore Generale in persona del FRANCA ZACCO

RILEVATO IN FATTO
1. Con sentenza emessa il 5 febbraio 2015, il Tribunale di Mantova ha
condannato Singh Jatinder alla pena di euro 2000 di ammenda per il reato di cui
all’art. 4 legge n. 110 del 1975, perché “portava fuori dalla propria abitazione
senza un giustificato motivo, un coltello della lunghezza complessiva di cm 18,5
idoneo all’offesa per le sue caratteristiche”. Commesso in Goito il 6 marzo 2013.
2. Risulta in fatto che l’imputato era stato trovato dalla polizia locale in
possesso di un coltello, portato alla cintura. Richiesto di consegnarlo, aveva
opposto rifiuto adducendo che il comportamento si conformava ai precetti della
sua religione, essendo egli un indiano “SIKH”.
Secondo il giudice di merito, le usanze religiose integravano mera
consuetudine della cultura di appartenenza e non potevano avere l’effetto
abrogativo di norma penale dettata a fini di sicurezza pubblica.
3. Avverso questa sentenza ha presentato ricorso l’imputato personalmente
chiedendone l’annullamento per violazione dell’art. 4 della Legge n. 110/1975 e
vizio di motivazione. Ritiene che il porto di coltello era giustificato dalla sua
religione e trovava tutela dell’articolo 19 della Costituzione. Il coltello (KIRPAN),
come il turbante, era un simbolo della religione e il porto costituiva adempimento
del dovere religioso. Chiede quindi l’annullamento della sentenza.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
2. Va premesso, in termini generali, che il reato contestato ha natura
contravvenzionale, è punito anche a titolo di colpa, ed è escluso se ricorre un
“giustificato motivo”. L’assenza di giustificato motivo è prevista come elemento
di tipicità del fatto di reato (trattasi di elemento costitutivo della fattispecie,
come precisato da Sez. Un. n. 7739 del 9.7.1997). La giurisprudenza di
legittimità ha costantemente affermato che il giustificato motivo di cui alla L. n.
110 del 1975, art. 4, comma 2, ricorre quando le esigenze dell’agente siano
corrispondenti a regole relazionali lecite rapportate alla natura dell’oggetto, alle
modalità di verificazione del fatto, alle condizioni soggettive del portatore, ai
luoghi dell’accadimento e alla normale funzione dell’oggetto (ex nnultis, Sez. 1
n.4498 del 14.1.2008, rv. 238946). Per fare alcuni esempi, è giustificato il porto
di un coltello da chi si stia recando in un giardino per potare alberi o dal medico
chirurgo che nel corso delle visite porti nella borsa un bisturi; per converso, lo
stesso comportamento posto in essere dai medesimi soggetti in contesti non
lavorativi non è giustificato e integra il reato.
2.1. Nel caso specifico, la sentenza impugnata da’ atto che, al momento del
controllo di polizia, l’imputato si trovava per strada e teneva il coltello nella
cintola. A fronte della allegazione di circostanze di obiettivo rilievo dimostrativo,
scatta l’onere dell’imputato tfornire la prova del giustificato motivo del trasporto.
2.2. L’imputato ha affermato che il porto del coltello era giustificato dal
credo religioso per essere il Kirpan “uno dei simboli della religione monoteista
Sikh” e ha invocato la garanzia posta dall’articolo 19 della Costituzione. Il
Collegio, pur a fronte dell’assertività dell’assunto, non ritiene che il simbolismo
legato al porto del coltello possa comunque costituire la scriminante posta dalla
legge.
2.3. In una società multietnica, la convivenza tra soggetti di etnia diversa
richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e
società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone
l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2
Cost. che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal
rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante. È quindi
essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del
mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare
preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la
regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che
la disciplina. La decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha
consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza
ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori,
seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla
violazione cosciente di quelli della società ospitante. La società multietnica è
una necessità, ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali
configgenti, a seconda delle etnie che la compongono, ostandovi l’unicità del
tessuto culturale e giuridico del nostro paese che individua la sicurezza
pubblica come un bene da tutelare e, a tal fine, pone il divieto del porto di armi
e di oggetti atti ad offendere.
2.4. Nessun ostacolo viene in tal modo posto alla libertà di religione, al
libero esercizio del culto e all’osservanza dei riti che non si rivelino contrari al
buon costume. Proprio la libertà religiosa, garantita dall’articolo 19 invocato,
incontra dei limiti, stabiliti dalla legislazione in vista della tutela di altre
esigenze, tra cui quelle della pacifica convivenza e della sicurezza, compendiate
nella formula dell’<>.
2.5. Nello stesso senso, si muove anche l’articolo 9 della Convenzione
Europea dei Diritti dell’Uomo che, al secondo comma, stabilisce che «La
libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di
quelle sole restrizioni che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie in
una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o
della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui. >>.
2.6. La giurisprudenza europea, a proposito del velo islamico, in Leyla Sahin
c. Turchia , n. 44774/98, § 111, CEDU 2005 XI ; Refah Partisi e altri c.
Turchia , n. 41340/98, 41342/98, 41343/98 e 41344/98, § 92, CEDU 2003
II, ha riconosciuto che lo Stato può limitare la libertà di manifestare
una religione se l’uso di quella libertà ostacola l’obiettivo perseguito di tutela dei
diritti e delle libertà altrui, l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica. Nella causa
Eweida e altri contro Regno Unito del 15 gennaio 2013, la Corte ha riconosciuto
la legittimità delle limitazioni alle abitudini di indossare visibilmente collane con
croci cristiane durante il lavoro e ha suffragato l’opinione ricordando che, nello
stesso ambiente lavorativo, dipendenti di religione Sikh avevano accettato la
disposizione di non indossare turbanti o Kirpan (in questo modo dimostrando che
l’obbligo religioso non è assoluto e può subire legittime restrizioni).
3. Pertanto, tenuto conto che l’articolo 4 della legge n. 110 del 1975 ha base
nel diritto nazionale, è accessibile alle persone interessate e presenta «una
formulazione abbastanza precisa per permettere loro – circondandosi,
all’occorrenza, di consulenti illuminati – di prevedere, con un grado ragionevole
nelle circostanze della causa, le conseguenze che possono derivare da un atto
determinato e di regolare la loro condotta>> (Gorzelik ed altri c. Polonia
(Grande Camera), n 44158/98, § 64, CEDU 2004), va affermato il principio per
cui nessun credo religioso può legittimare il porto in luogo pubblico di armi o di
oggetti atti ad offendere.
4. Consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma il 31 marzo 2017

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine