Mezzi Di Ricerca – Cassazione Penale 29/09/2016 N° 40831

Mezzi di ricerca – Cassazione penale 29/09/2016 n° 40831 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 29/09/2016

Numero: 40831

Testo completo della Sentenza Mezzi di ricerca – Cassazione penale 29/09/2016 n° 40831:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA Sul ricorso proposto da: IONA TERESA ANTONELLA nato il 12/05/1984 a CARIATI TONA ANTONIO nato il 23/06/1978 a CROTONE IONA MARTINO nato il 09/01/1954 a BELVEDERE DI SPINELLO avverso l’ordinanza del 17/03/2016 del TRIB. LIBERTA’ di TRIESTE sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. IGNAZIO PARDO; lette le conclusioni del Procuratore Generale che ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso RITENUTO IN FATTO 1.1 Con ordinanza in data 17 marzo 2016 il Tribunale della libertà di Trieste, in parziale accoglimento dell’istanza di riesame avanzata da Martino, Antonio e Teresa Antonella lona, revocava il sequestro dei personal computer e di altro materiale hardware disposto dal RM. in data 5-2-2016 previa acquisizione dei dati informatici contenuti nei predetti oggetti. Riteneva il giudice del riesame dovere affermare sussistere il fumus commissi delicti in relazione al reato di truffa in danno della P.A. in relazione al quale era stato adottato il sequestro da parte dell’organo dell’accusa finalizzato ad acquisire prova di rapporti tra diversi indagati. Richiamato però il disposto dell’art. 258 cod.proc.pen. e tenuto conto delle esigenze dell’attività di 1 impresa, si disponeva la restituzione dell’hardware previa acquisizione delle copie dei documenti informatici. 1.2 Avverso detta ordinanza proponevano ricorso per cassazione gli indagati, deducendo, in primo luogo, la sussistenza in capo agli stessi dell’interesse ad impugnare posto che il sequestro doveva ritenersi mantenuto sulle copie che avevano lo stesso valore dell’originale sotto il profilo delle informazioni contenute. Inoltre lamentavano più profili di violazione di legge: in relazione alla ritenuta esistenza del fumus commissi delicti, in relazione all’assenza della prova della truffa dimostrata dalla presenza dell’amianto nell’area bonificata e con riguardo al difetto di motivazione del decreto di sequestro anche in sede di convalida nonché del decreto di perquisizione. In particolare si lamentava l’assenza di pertinenzialità e di proporzionalità rispetto all’oggetto caduto in sequestro. 1.3 Con parere ritualmente depositato il Procuratore Generale presso questa Corte di Cassazione chiedeva dichiararsi inammissibile il ricorso. CONSIDERATO IN DIRITTO Ciò posto, il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato. 2.1 Ed invero ritiene innanzi tutto questa Corte dovere aderire all’orientamento secondo cui è inammissibile, per sopravvenuta carenza di interesse, il ricorso per cassazione proposto avverso l’ordinanza del tribunale del riesame che abbia disposto la restituzione al ricorrente degli originali dei documenti e dei supporti informatici sottoposti a sequestro probatorio previa estrazione di copia, in quanto avverso di essa, che costituisce provvedimento autonomo rispetto al decreto di sequestro, non è ammissibile alcuna forma di gravame, stante il principio di tassatività delle impugnazioni (Sez. 3, n. 27503 del 30/05/2014, Rv. 259197). E tale soluzione pare proprio fondata posto che il procedimento di acquisizione di copia dei documenti estratti da supporti hardware è disciplinata dall’art. 258 cod.proc.pen., correttamente richiamato dall’ordinanza del riesame di Trieste, che però non menziona alcun mezzo di impugnazione avverso detto vincolo che verrebbe a cadere non sull’originale bensì su una mera copia dell’atto. Quanto alla tesi opposta sostenuta dal ricorrente e secondo cui sussisterebbe comunque l’interesse ad impugnare permanendo un provvedimento cautelare su un dato di pertinenza del privato, va però ricordato come tale soluzione sia ammissibile solo quando venga dimostrato il valore autonomo dei dati copiati e cioè sia appurato che gli stessi hanno una valenza autonoma. Difatti la giurisprudenza che ha ammesso il ricorso al rimedio giurisdizionale ha stabilito che costituisce sequestro probatorio l’acquisizione, mediante estrazione di copia informatica o riproduzione su supporto cartaceo, dei dati contenuti in un archivio informatico visionato nel corso di una perquisizione legittimamente eseguita ai sensi dell’art. 247 cod. proc. pen., quando il trattenimento della copia determina la sottrazione all’interessato della esclusiva disponibilità dell’informazione. Pertanto le disposizioni introdotte dalla legge 48/2008 riconoscono al “dato informatico”, in quanto tale, la caratteristica di oggetto del sequestro, di modo che la restituzione, previo trattenimento di copia, del supporto fisico di memorizzazione, non comporta il venir meno del sequestro quando permane, sul piano 2 del diritto sostanziale, una perdita autonomamente valutabile per il titolare del dato mentre, nel caso in esame, tale dimostrazione non è stata in alcun modo fornita non avendo i ricorrenti in alcun modo dimostrato che i dati informatici contenuti negli apparecchi e nelle strutture hardware di cui si è disposta la copia avessero per gli stessi rilievo sotto il profilo dell’importanza della esclusiva disponibilità dell’informazione contenuta, tal da fare ritenere detta operazione di copia un vero e proprio sequestro di “informazione” autonomamente apprezzabile. 2.2 In ogni caso deve ancora essere ricordato che in tema di provvedimenti cautelari reali il ricorso per cassazione è consentito solo per violazione di legge ex art. 325 cod. proc. pen. e che tale vizio ricomprende, secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte, sia gli “errores in iudicando” o “in procedendo”, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. U. n. 25932 del 29/05/2008 Rv. 239692); nel caso in esame nessuno dei suddetti vizi appare essere integrato dal provvedimento del giudice delle indagini preliminari ovvero dall’ordinanza del Tribunale del riesame di Trieste. Detto organo ha efficacemente spiegato la sussistenza del fumus commissi delicti alle pagine 2-3 del provvedimento impugnato in relazione alla astratta configurabilità del delitto di truffa ipotizzato con riguardo all’assenza dell’amianto dall’area di intervento e le censure proposte con il ricorso in relazione al suddetto fumus propongono una valutazione alternativa dei dati investigativi non consentita in sede di legittimità tanto meno nel corso di un procedimento avente ad oggetto l’impugnazione di un decreto di sequestro probatorio. In conclusione, il ricorso deve ritenersi inammissibile a norma dell’art. 606 comma terzo cod.proc.pen., per manifesta infondatezza; alla relativa declaratoria consegue, per il disposto dell’art. 616 cod.proc.pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in € 1.500,00 ciascuno. Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno della somma di € 1.500,00 alla Cassa delle ammende. Roma, 9 settembre 2016

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine