Maltrattamenti Da Parte Dell’insegnante – Cassazione Penale 12/05/2016 N° 19852

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 12/05/2016

Numero: 19852

Testo completo della Sentenza Maltrattamenti da parte dell’insegnante – Cassazione penale 12/05/2016 n° 19852:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
V.A., n. a (OMISSIS);
avverso l’ordinanza dell’8/2/2016 del Tribunale di Milano;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Emilia Anna Giordano;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SALZANO
Francesco, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
Svolgimento del Processo
1. V.A. ricorre avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale di Milano ha rigettato la richiesta di
riesame dell’ordinanza con la quale il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano
aveva applicato alla ricorrente la misura del “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalle
persone offese tra i quali la scuola, con la prescrizione di mantenere una distanza dalle persone
offese e dai luoghi da loro frequentati di 500 metri, con il divieto di comunicare con le persone
offese attraverso qualsiasi mezzo informatico”. In riforma da tale disposto il Tribunale di Milano
prescriveva alla V. di non avvicinarsi ai luoghi di residenza delle persone offese siti in omissis e di
non avvicinarsi alla scuola frequentata dalle due pp.oo.; di mantenere una distanza dalle pp.oo.
medesime pari ad almeno cento metri ed in ogni caso le vietava di comunicare con le pp.oo.
attraverso qualsiasi mezzo, anche informatico. Si procede a carico della V., insegnante di sostegno
presso un istituto milanese, per il reato di maltrattamenti (art. 61 c.p., n. 11, art. 61 c.p., n. 11 ter,
art. 81 c.p., comma 2, e art. 572 c.p.) e, in particolare per avere maltratto, vietando loro l’uso dei
sevizi igienici, rifiutandosi di dare spiegazioni quando le minori non avevano capito, colpendole
agli arti inferiori e rivolgendo loro epiteti ingiuriosi, le minori a lei assegnate D.G.V., affetta di
ritardo cognitivo e R.C.M., affetta da sindrome di epilessia miocronica, con le aggravanti di avere
commesso i fatti su persone affidatele per ragioni di ufficio e ai danni di minori in istituto
scolastico, in (OMISSIS) dal (OMISSIS) al mese di (OMISSIS).
2. Con i motivi di ricorso, qui sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., la difesa deduce:
2.1 vizio di violazione di legge e vizio di motivazione per la indeterminatezza della originaria
misura cautelare che ometteva di indicare specificamente i luoghi oggetto del divieto di
avvicinamento, con conseguente nullità dell’ordinanza, anche per il cumulo con il divieto di
avvicinamento alle pp.oo.;
2.2 vizio di violazione della legge processuale, poichè non era stata indicata la durata della misura
fissata anche per esigenze probatorie di cui all’art. 274, lett. a), prescrizione prevista a pena di
nullità dall’art. 292 c.p.p., non sussistendo, a seguito della sospensione dal servizio della ricorrente,
le esigenze di cui all’art. 274 c.p.p., lett. c);
2.3 violazione del divieto di cumulo di misure poichè l’art. 282 ter c.p.p. prevede distinte misure, la
prima assorbente rispetto alla seconda;
2.4 vizio di motivazione, travisamento della prova, e conseguente insussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza, in relazione alle dichiarazioni rese dalla madre della minore D.G.V., sia perchè la
stessa non si era presentata ai carabinieri per la denuncia ma era stata sentita a sommarie
informazioni a seguito della denuncia della S., sia perchè il contenuto delle dichiarazioni rese il 19
dicembre 2015 è sostanzialmente diverso (con riguardo alle percosse subite dalla figlia) dalle
dichiarazioni rese il 25 novembre 2015 e per la mancata corrispondenza delle dichiarazioni rese agli
appunti redatti sul quaderno della minore R. (nei quali risultano annotati soltanto tre episodi);
2.5 illogicità della motivazione per la ritenuta attendibilità delle dichiarazioni rese dalle minori;
2.6 vizio di violazione di legge e vizio di motivazione sulla configurabilità del reato di
maltrattamenti per mancanza dell’abitualità della condotta non essendosi in presenza di condotte
vessatorie sebbene di regole praticate nell’istituto; per la genericità delle asserite ingiurie e
parolocce pronunciate dalla professoressa V. in quanto non riferite alle persone offese;
per mancanza del dolo e per il convincimento della ricorrente di agire per finalità educative;
2.7 vizio di violazione di legge e vizio di motivazione per la ritenuta sussistenza delle esigenze
cautelari, comunque definitivamente venute meno per effetto della sospensione cautelare della V. a
seguito di provvedimento del 22 dicembre 2015.
Motivi della decisione
1. Il ricorso deve essere rigettato per la infondatezza dei motivi proposti.
2. E’ opportuno esaminare congiuntamente le censure che denunciano la nullità dell’ordinanza
genetica con riguardo al divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa ed al
cumulo delle misure disposte. Rileva sul punto il Collegio che evidente era la erroneità
dell’ordinanza genetica a carico della V. che non indicava i luoghi – a meno che la scuola – per i
quali vigeva il divieto di avvicinamento. In presenza del chiaro disposto normativo sul contenuto
del divieto rapportato a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, la
giurisprudenza di legittimità ha enunciato univoci principi di diritto ai quali l’ordinanza impositiva
della misura cautelare non si era attenuta. Si è, infatti, affermato che in materia di misure cautelari
personali, è illegittima l’ordinanza che dispone, ex art. 282 ter c.p.p., il divieto di avvicinamento ai
luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa senza determinare specificamente i luoghi
oggetto di divieto, considerato che, in tal caso, all’indagato non è consentito – ferma restando la
necessità che egli non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare – di
conoscere preventivamente i luoghi ai quali gli è inibito l’accesso in via assoluta, in quanto
frequentati dalla persona offesa, luoghi che, pertanto, devono essere specificamente indicati (Sez. 5,
n. 28225 del 26/05/2015, F., Rv. 265297). Nè la necessaria determinazione può farsi discendere dal
riferimento alle abitudini di vita della persona offesa in ragione della necessaria tipizzazione della
misura poichè solo in tal modo il provvedimento cautelare assume una conformazione completa che
consente il controllo delle prescrizioni funzionale al tipo di tutela che la legge intende assicurare
(cfr. ex multis Sez. 6, n. 14766, del 18/3/2014, F. Rv. 261721).
3. La riscontrata erroneità dell’ordinanza cautelare, tuttavia, non determina l’inefficacia della
disposta misura nè la sua nullità radicale che conseguono alle sole ipotesi tassativamente previste
dalla legge e che determina una illegittimità emendata attraverso l’intervento del Tribunale del
Riesame che ha individuato, quali luoghi ai quali è inibito l’avvicinamento della V., le rispettive
abitazioni di residenza e la comune scuola frequentata dalle persone offese.
4. Nè ha pregio l’opzione ermeneutica, illustrata nei motivi di ricorso, della configurabilità del
divieto di avvicinamento alle persone offese quale autonoma misura coercitiva, e del conseguente
divieto di cumulo fra misure, che ne è fatta discendere, opzione fondata sulla lettura della
disgiuntiva ovvero utilizzata nell’art. 282 ter c.p.p., comma 1. Si è, invero, precisato (cfr. sul punto
Sez. 6, n. 1088, del 23/6/2015, J., non mass.) che i divieti previsti dall’art. 282 ter c.p.p., non danno
luogo a due distinte misure “ma ad un’unica misura con un contenuto flessibile, da declinare a
seconda delle esigenze di neutralizzazione del rischio di reiterazione imposte dal caso di specie, e
che, pertanto, i due possibili contenuti della misura possono convivere all’interno dello stesso
provvedimento senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. con sentenza del
30/5/2006, n. 29907, La Stella”. Tale conclusione, che vale disattendere il motivo di ricorso relativo
all’ordinanza genetica deve, trovare applicazione anche con riguardo all’ordinanza oggetto di
impugnazione.
5. E’ manifestamente infondato perchè generico e fondato sul ritenuto presupposto della
insussistenza delle esigenze cautelari, il motivo di ricorso, riferibile sia all’ordinanza genetica che a
quella impugnata, relativo alla mancata indicazione della durata della misura. Anche con riguardo a
tale motivo deve richiamarsi il principio di diritto affermato dalla Corte di legittimità secondo cui
l’ordinanza applicativa di una misura coercitiva personale deve contenere l’indicazione della data di
scadenza della medesima solo quando emessa al fine esclusivo di prevenire il pericolo di
inquinamento investigativo, e non anche qualora ricorrano ulteriori e diverse esigenze cautelari
(Sez. 6, n. 10785 del 21/12/2010, (dep. 2011), Paglino, Rv. 249586).
6. Sono infondati i rilievi che attengono alla insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza –
sintetizzati ai punti 2.4, 2.5 – alla luce dei parametri del controllo di legittimità che non riguarda nè
la ricostruzione dei fatti nè l’apprezzamento del giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e la
rilevanza e concludenza dei dati probatori, per cui non sono consentite le censure che, pur
investendo formalmente la motivazione, si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione
di circostanze esaminate dal giudice di merito.
Nel caso in esame, il Tribunale ha ricostruito (si vedano le pagg.pag. 6 dell’ordinanza impugnata) il
complessivo quadro indiziario raccolto a carico della ricorrente, evidenziando la convergenza tra le
dichiarazioni rese dalla madre di R.C.M., dalla signora F.D., madre della D.G., e le dichiarazioni
rese dalle minori in sede di audizione protetta soffermandosi, con argomentazioni che non appaiono
censurabili per manifesta illogicità, sia con riguardo al giudizio di attendibilità intrinseca delle
dichiarazioni rese dalle minori che per la ritenuta irrilevanza delle contraddizioni denunciate dalla
difesa. Il Tribunale ha evidenziato la linearità del racconto delle minori richiamando, dunque, una
massima di esperienza di applicazione tutt’altro che incongrua rispetto al caso di specie, anche avuto
riguardo all’età delle vittime ed evidenziando che nella ricostruzione degli specifici episodi, le
contraddizioni richiamate dalla difesa muovono dall’assunto della perfetta coincidenza temporale
dei singoli episodi riferiti dalle minori e dalla identità di atteggiamento dell’insegnante, laddove,
invece, i fatti ricostruiti sono riferibili a momenti diversi tra l’uno e l’altro episodio. Il Tribunale ha
anche sottolineato che residue marginali contraddizioni ravvisabili nelle dichiarazioni – che non
assurgono a livello tale da ingenerare, il sospetto che si tratti di racconti artefatti -, dovranno essere
chiarite e/o ricomposte in sede di indagini e che, in parte, sono state superate attraverso le
precisazioni fornite dalla madre della minore R., in sede di esame in fase di indagini preliminari. La
lettura dell’ordinanza impugnata, anche per il serrato confronto critico con i motivi proposti in sede
di riesame, dà conto della completezza della disamina del materiale indiziario compiuta dal giudice
del riesame e palesa la infondatezza del denunciato vizio di travisamento della prova che, nel suo
schema essenziale, è ravvisabile quando si introduce nella motivazione una informazione rilevante
che non esiste nel processo o quando si omette la valutazione di una prova decisiva ai fini della
pronuncia e che non attiene, invece, al momento valutativo del contenuto della dichiarazione ed al
conseguente giudizio di attendibilità della fonte, qui ragionevolmente motivato.
7. Sono aspecifici i motivi che concernono la configurabilità del reato di maltrattamenti per
mancanza di abitualità della condotta o dell’elemento psicologico del reato poichè la V. riteneva, nel
contesto scolastico in cui hanno avuto luogo le condotte, di agire con finalità didattiche. Per questi
profili le deduzioni difensive – che ripropongono temi già devoluti al riesame – lungi dal porsi in
ragionato confronto con la motivazione dell’ordinanza impugnata si limitano a riproporre i
medesimi argomenti disattesi dal Tribunale che è pervenuto a conclusioni in linea con la
giurisprudenza di legittimità sulla scorta di una ragionata ricostruzione delle condotte ascritte alla
V.. A questo fine, piuttosto che la frequenza delle percosse inflitte alle due allieve, il Tribunale ha
valorizzato gli strattonamenti energici imposti alle due alunne in più occasioni; le espressioni
ingiuriose, incentrate sulle condizioni di inabilità fisica delle due ragazzine, anche di fronte alla
mancata comprensione di testi didattici; gli epiteti, proferiti con tono di voce verbalmente
aggressivo che venivano loro rivolti; le condotte vessatorie – come il divieto di usare i servizi
igienici fino a quando la D.G. non rappresentava all’insegnante l’intervento che aveva subito e che la
costringeva all’uso più frequente della toilette -; la protrazione delle condotte nel tempo (cioè
dall’inizio dell’anno scolastico), con cadenza quotidiana, tanto da ingenerare nelle due minori
condizioni di disagio e timore alfine rivelati ai genitori. I comportamenti della V. descritti dal
Tribunale integrano all’evidenza la materialità del reato contestato alla ricorrente, reato che richiede
più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da
un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere
l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze. Nè la
intenzione criminosa dell’agente deve consistere nella rappresentazione e programmazione di
attività dirette a cagionare alla vittima sofferenze fisiche e/o morali, essendo sufficiente la coscienza
e volontà di persistere in un’attività vessatoria, già posta in essere in precedenza, volontà che non è
esclusa dall’intenzione dell’agente di agire per finalità educative e correttive. La intenzione
soggettiva dell’agente (men che mai il contesto scolastico richiamato dalla difesa) non è, infatti,
idoneo a far rientrare nel meno grave delitto di cui all’art. 571 c.p., ciò che ne è oggettivamente
escluso poichè i trattamenti lesivi dell’incolumità fisica o afflittivi della personalità del minore –
quali quelli ricostruiti – non sono sussumibili tra i mezzi di correzione tali essendo, per loro natura,
solo quelli a ciò deputati.
8. Sono, parimenti infondati i rilievi difensivi sul punto della motivazione della sussistenza delle
esigenze cautelari di cui all’art. 275 c.p.p., lett. c), avendo il Tribunale diffusamente argomentato
nell’ordinanza il pericolo di reiterazione di condotte violente, avuto riguardo al complessivo
giudizio negativo sulla personalità dell’indagata e alle concrete modalità della condotta ascrittale ed
al pericolo di inquinamento probatorio (collegato alla specifica necessità di escutere alcuni docenti
nominativamente indicati in servizio nell’istituto) evidenziando che la disposta sospensione
cautelativa (in quanto prevista fino all’avvio del procedimento disciplinare e, pertanto provvisoria)
non era idonea a garantire le esigenze di cautela poichè non precludeva all’indagata la possibilità di
recarsi in istituto ove avrebbe potuto incontrare le minori ovvero gli altri insegnanti. Trattasi di
motivazione logica e pienamente rispondente ai requisiti di adeguatezza e proporzionalità della
misura adottata ed alla sua preminente funzione di tutela del soggetto passivo del reato.
9. Consegue al rigetto la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 23 marzo 2016.
Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2016

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