Legge Che Ha Abrogato Il Reato – Cassazione Penale 23/06/2016 N° 26259

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezioni Unite

Data: 23/06/2016

Numero: 26259

Testo completo della Sentenza Legge che ha abrogato il reato – Cassazione penale 23/06/2016 n° 26259:

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SENTENZA sul ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo nel procedimento a carico di Mraidi Adel, nato in Tunisia il 12/07/1986, alias Mraidi Adel nato in Tunisia il 12/07/1984 avverso l’ordinanza del 04/07/2014 del Tribunale di Bergamo visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; sentita la relazione svolta dal componente Matilde Cammino; lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Oscar Cedrangolo, che ha concluso chiedendo la dichiarazione di inammissibilità del ricorso. RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza emessa il 9 giugno 2010 a seguito di giudizio abbreviato, divenuta irrevocabile il 24 settembre 2010, il Tribunale di Bergamo dichiarava il cittadino extracomunitario Adel Mraidi colpevole del delitto previsto dall’art. 14, comma 5-quater, d.lgs. 286 del 98 (testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), per aver continuato a permanere illegalmente nel territorio dello Stato nonostante il provvedimento di espulsione e l’ulteriore ordine di allontanamento emesso a suo carico (capo A), e della contravvenzione prevista dall’art. 6, comma 3, d.lgs. n. 286 del 1998 per non avere ottemperato, senza giustificato motivo, all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento identificativo e del permesso di soggiorno o di altro documento attestante la regolare presenza nel territorio dello Stato (capo C), reati entrambi accertati il 28 maggio 2010. L’imputato, assolto dall’ulteriore imputazione di falso contestatagli al capo B, veniva condannato, ritenuta la continuazione e riconosciute le circostanze attenuanti generiche, con la diminuente per il rito, alla pena di mesi dieci di reclusione (pena-base per il delitto ascritto al capo A determinata nel minimo edittale, con le circostanze attenuanti generiche, mesi dieci di reclusione, aumentata per la continuazione a mesi quindici, ridotta per il rito a mesi dieci). 2. Con ordinanza in data 12 settembre 2011, il Tribunale di Bergamo, in funzione di giudice dell’esecuzione, accoglieva la richiesta del pubblico ministero di revoca parziale della predetta sentenza di condanna in relazione al delitto previsto dall’art. 14, comma 5-quater, T.U. imm. Con ordinanza in data 4 luglio 2014 il giudice dell’esecuzione respingeva la successiva richiesta del pubblico ministero, presentata il 30 maggio 2014, di revoca della sentenza in relazione alla condanna per la contravvenzione di cui all’art. 6, comma 3, T.U. imm., limitatamente all’applicazione della pena determinata in continuazione per il suddetto reato, a seguito dell’abrogazione parziale della norma incriminatrice per effetto dell’art. 1, comma 22, lett.h), della legge n. 94 del 2009 (disposizioni in materia di sicurezza pubblica). Il giudice dell’esecuzione in quest’ultima ordinanza osservava che il pubblico ministero non aveva indicato, a sostegno della sua richiesta, alcun provvedimento legislativo di abolitio criminis, né una sentenza della Corte costituzionale che avesse espunto dall’ordinamento la norma incriminatrice applicata (condizioni previste dall’art. 673 cod. proc. pen. per la revoca della sentenza per abolizione del reato), a seguito dei quali fosse venuta meno la rilevanza penale o l’esistenza stessa (nell’ordinamento) di una norma 2 penalmente sanzionata, ma si era limitato a richiamare la sentenza delle Sezioni Unite n. 16453 del 24/02/2011, Alacev (con la quale è stato affermato che — dopo le modifiche all’art. 6, comma 3, d.lgs n. 286 del 1998 apportate dalla legge n. 94 del 2009 — il reato di inottemperanza all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno è configurabile nei confronti dei soli stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato, e non anche di quelli in posizione irregolare come, nel caso di specie, il condannato Adel Mraidi). Il Tribunale di Bergamo richiamava, adesivamente, il principio espresso dalla Corte di cassazione (Sez. 1, n. 13411 del 21/02/2013, Arpaia, Rv. 255364) secondo il quale un orientamento giurisprudenziale, pur se autorevole perché espresso dalle Sezioni Unite, «non ha la stessa efficacia delle ipotesi previste dall’art. 673 cod. proc. pen., non fosse altro per il difetto di una vincolatività della decisione rispetto a quelle dei giudici chiamati ad occuparsi di analoghe fattispecie», concludendo che l’interpretazione di una norma non ne comporta l’abrogazione per scelta legislativa o l’eliminazione per contrasto con i principi della Carta fondamentale e che, comunque, «il sopraggiungere del giudicato penale preclude ogni possibile revoca della sentenza di condanna». Il giudice dell’esecuzione rilevava, inoltre, che la sentenza di condanna di cui si chiedeva la revoca era stata emessa il 9 giugno 2010, dopo l’entrata in vigore della legge n. 94 del 2009, e che all’epoca la questione risolta dalle Sezioni Unite era ancora dibattuta, per cui la tesi poi fatta propria dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 16453 del 2011 avrebbe potuto esse prospettata, nell’interesse dell’imputato, attraverso l’impugnazione della sentenza. Il giudice dell’esecuzione osservava, infine, che non poteva applicarsi alla fattispecie in esame l’orientamento della Suprema Corte (Sez. 1, n. 20130 del 29/04/2011, Sall, Rv. 250041) favorevole all’applicazione, per via di interpretazione estensiva, dell’art. 673 cod. proc. pen. alle sentenze di condanna per le condotte di trattenimento ingiustificato nel territorio dello Stato di cui all’art. 14, comma 5-ter, T.U. imm. (condotte poste in essere prima della scadenza dei termini per il recepimento della direttiva comunitaria in materia), a seguito della sentenza della Corte di Giustizia U.E. che aveva affermato l’incompatibilità del predetto articolo con il diritto dell’Unione, «determinando la sostanziale aboliti° criminis della preesistente fattispecie». Infatti, osservava il giudice dell’esecuzione, «deve escludersi qualsiasi affinità tra la pronuncia strettamente interpretativa delle Sezioni Unite e quella della Corte di Giustizia europea la quale, per la sua natura e per gli effetti, nella richiamata decisione di questa Corte è stata avvicinata alle pronunce di illegittimità costituzionale emesse dalla Corte costituzionale». 3 3. Avverso la predetta ordinanza il Pubblico ministero ha proposto ricorso per cassazione, non condividendone la motivazione e considerandola «errata per violazione di legge». Il ricorrente ritiene -che nella sentenza n. 16453 del 2011 le Sezioni Unite abbiano correttamente applicato le disposizioni dettate in tema di abrogazione dall’art. 15 delle preleggi, che equiparano pienamente all’effetto determinato da un’abrogazione espressa sia quello derivante dall’incompatibilità di nuove disposizioni rispetto alle precedenti, sia quello correlato all’entrata in vigore di una legge che regoli l’intera materia già disciplinata dalla legge anteriore. Il ricorrente sostiene che «è pertanto compito del giudice, in assenza di abrogazione esplicita, stabilire le condizioni con efficacia abrogativa connesse agli altri due criteri per l’appunto dotati di effetto abrogativo». Nella specie, le Sezioni Unite avevano ritenuto che le modifiche apportate all’art. 6, comma 3, T.U. imnn. dalla legge n. 94 del 2009 avessero comportato una abolitio críminis (parziale), ai sensi dell’art. 2, secondo comma, cod. pen., della preesistente fattispecie per la parte relativa agli stranieri in posizione irregolare. L’equiparazione dei tre criteri abrogativi dettati dall’art. 15 delle preleggi non possono non comportare, ad avviso del ricorrente, nel caso in esame (in cui non vi è stata abrogazione espressa) le conseguenze sostanziali e processuali di cui agli artt. 2 cod. pen. e 673 cod. proc. pen. , anche per evitare disparità di trattamento ex art. 3 Cost., conseguenti a contrastanti orientamenti o decisioni di giudici, o comunque la conclusione irragionevole del far dipendere l’espiazione della pena nei confronti dello straniero irregolare, condannato con distinte sentenze per diversi episodi di inottemperanza all’ordine ex art. 6 T.U. imnn., dall’accoglimento o dal rigetto delle relative istanze di revoca ex art. 673 cod. proc. pen. («si pensi allo stesso soggetto che si trovi ad espiare una condanna per il reato in questione a seguito di reiezione da parte del G.E. della richiesta del P.M. diretta ad ottenere la revoca della sentenza di condanna per abrogazione, dopo aver evitato la espiazione di altra condanna per lo stesso reato per un precedente riconoscimento dell’abrogazione della medesima fattispecie da parte di altro giudice»). 4. La Prima Sezione penale, con ordinanza n. 24399 del 27 marzo 2015, depositata 1’8 giugno 2015, ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 618 cod. proc. pen. La Sezione rimettente rileva anzitutto che sia la condotta contestata al Mraidi (accertata il 28 maggio 2010), sia la sentenza di condanna (emessa il 9 giugno 2010 e divenuta irrevocabile il 24 settembre 2010) sono successive alla 4 legge n. 94 del 2009, entrata in vigore 1’8 agosto 2009, e che il giudice della cognizione si era limitato ad affermare la penale responsabilità di Abdel Mraidi per non aver ottemperato all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento identificativo, senza esplicitamente escludere un fenomeno di successione di leggi produttivo di abolitio criminis (parziale), ma omettendo semplicemente di prendere in considerazione la sopravvenuta disposizione modificatrice della fattispecie. D’altra parte, la Sezione rimettente osserva che l’aboliti() crimínis parziale (limitata appunto alle condotte poste in essere dagli stranieri irregolari) era stata riconosciuta, all’esito di un contrasto interpretativo sugli effetti della novella, dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 16453 del 2011, a distanza di circa due anni dall’entrata in vigore della legge n. 94 del 2009. In seguito la giurisprudenza (di merito e di legittimità) si era consolidata nel senso di ritenere il reato di cui all’art. 6, comma 3, T.U. imm. configurabile solo in relazione agli stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato, trattandosi di norma parzialmente abrogata con riferimento agli stranieri irregolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato. La Sezione rimettente ha segnalato quindi il contrasto giurisprudenziale esistente in ordine agli effetti della abolitio criminis, con riferimento alle sentenze divenute irrevocabili dopo la legge abrogativa. In particolare, secondo un primo indirizzo, la revoca della sentenza di condanna ex art. 673 cod. proc. pen. non sarebbe mai applicabile in queste ipotesi, concernenti un errore del giudice emendabile solo attraverso gli ordinari mezzi di impugnazione, ma non in sede esecutiva (tra le altre, Sez. 1, n. 34154 del 04/07/2014, Torpano). In alcune sentenze favorevoli a detto orientamento si era precisato che la revoca della sentenza ex art. 673 cod. proc. pen. non può mai essere disposta quando l’eventuale abrogazione implicita derivi da un mutamento di indirizzo giurisprudenziale, che non può costituire ius superveniens neppure a seguito di pronuncia delle Sezioni Unite (Sez. 1, n. 13411 del 21/02/2013, Arpaia, Rv. 255364); a tale riguardo alcune pronunce (Sez. 1, n. 40296 del 22/05/2013, Mbaye) hanno espressamente richiamato la sentenza n. 230 del 2012 della Corte costituzionale, dichiarativa dell’infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 673 cod. proc. pen. , sollevata con riferimento alla mancata inclusione, tra le ipotesi di revoca della sentenza di condanna, del mutamento giurisprudenziale determinato da una decisione delle Sezioni Unite che escluda la rilevanza penale del fatto giudicato. Nella medesima prospettiva si erano già orientate alcune risalenti decisioni della Corte di cassazione, relative ad altre ipotesi di reato (Sez. 1, n. 27858 del 13/07/2006, La Cara, Rv. 234978, e Sez. 1, n. 27121 del 11/07/2006, Aliseo, Rv. 235265, in tema di ricettazione di supporti audiovisivi 5 illegalmente riprodotti, commessa nella vigenza dell’art. 16 legge n. 248 del 2000). Secondo un diverso orientamento la revoca ex art. 673 cod. proc. pen. deve essere disposta anche in caso di sentenza di condanna pronunciata dopo l’avvenuta abrogazione del reato, poiché la norma in questione – come anche l’art. 2, secondo comma, cod. pen. – non distingue tra giudicato formatosi prima o dopo l’aboliti° criminis. La Sezione rimettente osserva che alcune pronunce favorevoli a questo orientamento si riferiscono a condanne successive alla modifica dell’art. 6 T.U. imm., ma per fatti commessi anteriormente (ad es. Sez. 5, n. 38773 del 17/06/2014, Lahnnar), mentre altre hanno ammesso la possibilità di revoca della sentenza di condanna senza dare rilievo alla data del commesso reato (Sez. 1, n. 12982 del 29/01/2014, Jankovic), o comunque senza riportarla (Sez. 1, n. 35851 del 09/02/2012, El Hajjaji Rachid); anche tale secondo indirizzo era stato prospettato – sia pure obiter – da una risalente pronuncia relativa ad altra ipotesi di reato (Sez. 1, n. 5480 del 02/11/1995, dep.1996, Magnani, Rv. 205318, in tema di detenzione di sostanze stupefacenti per uso personale). In ordine al contrasto giurisprudenziale così sintetizzato, nell’ordinanza di rimessione si osserva che il secondo orientamento pare ispirarsi alle posizioni dottrinali secondo cui, nella vigenza del codice di procedura del 1930, la cessazione dell’esecuzione della pena e degli effetti penali per aboliti° criminis, ai sensi dell’art. 2 cod. pen. , doveva ritenersi configurabile anche qualora il giudice della cognizione avesse condannato senza rilevare la già avvenuta abrogazione, sicché l’art. 673 del nuovo codice di rito non avrebbe innovato sul punto (pur comportando ormai la cancellazione della condanna, e non la sola cessazione degli effetti). Con riferimento al primo indirizzo giurisprudenziale, la Sezione rimettente rileva inoltre che nella sentenza n. 230 del 2012 la Corte costituzionale si è pronunciata sulla questione di legittimità costituzionale nei termini prospettati dal giudice a quo, secondo il quale la richiesta di revoca sottoposta al suo vaglio – concernente, anche in quel caso, una condanna per fatto successivo alla modifica dell’art. 6 T.U. imm. – era basata sulla successione nel tempo, non già di leggi, ma di diverse interpretazioni giurisprudenziali della medesima legge. Pertanto, ad avviso della Sezione rimettente, le osservazioni della Consulta potrebbero «essere superate movendo dal presupposto che si vette, al contrario, in ipotesi di effettiva successione di leggi nel tempo e di reale fenomeno di abrogazione parziale prodotta dall’intervento della legge n. 94 del 2009 sulla previgente fattispecie incriminatrice, pur se (erroneamente) non immediatamente riconosciuto». 6 In tale prospettiva, nell’ordinanza di rimessione si sostiene che dovrebbe distinguersi tra la condanna emessa per un fatto non più previsto dalla legge come reato in conseguenza di un effettivo «errore» interpretativo (valutativo), non rimediabile dal giudice dell’esecuzione a cui non è consentito «rimettere in discussione il giudicato» (Sez. U n. 6240 del 27/11/2014, dep.2015, Basile) e la condanna conseguente «ad un mero “errore” percettivo, alla semplice – in altri termini – omessa rilevazione dell’esistenza di una legge successiva ad effetto abrogativo», per la quale, nell’ottica del secondo orientamento, potrebbe pervenirsi a conclusioni diverse. Sicché, ad avviso della Sezione rimettente, ove si ritenga irrilevante che la sentenza sia stata emessa prima o dopo l’entrata in vigore della legge abrogatrice, quando il giudice della cognizione mostra di averla semplicemente ignorata «non sembrano rinvenibili ragioni per circoscrivere le ipotesi di revoca per abolitio disciplinate dall’art. 673 cod. proc. pen. ai casi previsti dall’art. 2, secondo comma, cod. pen. , e non anche a quelli del primo comma, che riflettono valore cogente dall’art. 25 Cost.». Sulla base di tale impianto argomentativo, la Prima Sezione ha rimesso alle Sezioni Unite, ai sensi dell’art. 618 cod. proc. pen. , il seguente quesito: “Se è consentito al giudice dell’esecuzione revocare, ai sensi dell’art. 673 cod. proc. pen. , una sentenza di condanna pronunciata dopo l’entrata in vigore di una legge che ha abrogato la fattispecie incriminatrice, allorché detta legge non è stata oggetto di esame da parte del giudice della cognizione”. 5. Il Primo Presidente, con decreto del 18 giugno 2015, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione in camera di consiglio l’odierna udienza. 6. In data 30 novembre 2014, nella sua requisitoria scritta, il Procuratore generale ha sollecitato una declaratoria di inammissibilità del ricorso sul quale si sarebbe dovuta pronunciare la Prima Sezione penale, richiamando le sentenze della stessa Prima Sezione della Corte che, condividendo le argomentazioni espresse dalla sentenza n. 230 del 2012 della Corte costituzionale (Sez. 1, n. 40296 del 22/05/2013, Mbaje; Sez. 1 n. 37976 del 15/07/2013, Guerez), avevano ritenuto inapplicabile l’art. 673 cod. proc. pen. in caso di successione di interpretazioni giurisprudenziali. 7. Il difensore di ufficio del condannato, in data 26 febbraio 2015, ha depositato una memoria in cui sostiene che alla data di emissione della sentenza di condanna la questione della persistente illiceità penale dello straniero irregolarmente soggiornante era «già ampiamente e pacificamente risolta e 7 quindi per questi motivi lo stesso tribunale non poteva condannare il sig. Mraidi Adel per la violazione dell’art. 6 del d.l.vo 286/1998». 8. In data 22 luglio 2015 il Procuratore generale ha integrato la precedente requisitoria scritta ribadendo le conclusioni già rassegnate ed osservando, inoltre, che il quesito rimesso alle Sezioni Unite, così come formulato, risulta, di fatto, fuorviante rispetto al reale problema oggetto del ricorso. Il Procuratore generale rileva, infatti, che sulla questione della revocabilità di una condanna emessa dopo l’entrata in vigore di una legge abrogativa della fattispecie incriminatrice — sempre che detta legge non sia stata esaminata dal giudice della cognizione — la Corte di cassazione si era espressa in senso positivo sin dal 2001 (Sez. 1, n. 33276 del 13/02/2001, Affuso) e che su tale questione non pare sussistere un reale contrasto. Per altro verso il caso di specie riguarda la diversa questione della possibilità di revocare una condanna, ai sensi dell’art. 673 cod. proc. pen. , al di fuori delle ipotesi previste di abrogazione (esplicita o implicita) e di dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice, ma «per effetto di un mutamento giurisprudenziale — anche se intervenuto con decisione delle Sezioni Unite — in base al quale il fatto giudicato non è previsto dalla legge come reato, a seguito di una legge entrata in vigore già prima della pronuncia della sentenza di condanna». In particolare, il Procuratore generale osserva che, pur essendosi dato correttamente atto di ciò nella parte narrativa dell’ordinanza di rimessione, la Sezione rimettente «poi — per formulare il quesito nei termini indicati — è costretta a dare per presupposti due elementi che, invece, nel caso di specie, non sono affatto pacifici: che — cioè — si verta in un caso di effettiva successione di leggi nel tempo — e quindi di reale abrogazione parziale — e, soprattutto, che la pronuncia di condanna per fatto non più previsto dalla legge come reato sia attribuibile a mero errore “percettivo” del giudice». Ad avviso del Procuratore generale, l’attribuzione all’art. 1, comma 22, lettera h), della legge 15 luglio 2009, n. 94, dell’effetto abrogativo del reato di cui all’art. 6, comma 3, T.U. imm. deriverebbe solo dalla sentenza n. 16453 del 2011 delle Sezioni Unite, cui la questione era stata rimessa dopo che alcune decisioni delle sezioni semplici avevano affermato la perdurante sussistenza del reato ritenendo che le modifiche del 2009 avessero carattere meramente formale. Pertanto «l’effetto abrogativo non è stato affermato — esplicitamente o implicitamente — dalla legge successiva, ma è il prodotto di una interpretazione giurisprudenziale — sia pure al massimo livello — intervenuta successivamente alla condanna e che, quindi, come tale, può sempre essere motivatamente 8 disattesa dal giudice del caso singolo, come si osserva nella sentenza n. 230 del 2012 della Corte costituzionale, adita in un caso del tutto analogo». Il Procuratore generale sostiene inoltre che la decisione di merito — a differenza di quanto affermato nell’ordinanza di rimessione — non era stata affatto determinata da un’omessa rilevazione dell’esistenza di una legge avente effetto abrogativo, ma dalla presa d’atto dell’esistenza di una precisa e puntuale giurisprudenza di legittimità il cui successivo ribaltamento, ad opera delle Sezioni Unite, non può avere alcun effetto sulla decisione coperta da giudicato; del resto, l’impossibilità di ravvisare ius superveniens nel mutamento giurisprudenziale concernente la portata abrogativa di un determinato fenomeno normativo, era già stata affermata dalla Suprema Corte (Sez. 1, n. 27858 del 13/07/2006, La Cara; Sez. 1, n. 27121 del 11/07/2006, Aliseo). Infine, il Procuratore generale valorizza le argomentazioni svolte dalla Corte costituzionale nella già citata sentenza n. 230 del 2012, la quale aveva da un lato escluso che nella specie ricorresse un’ipotesi di aboliti° criminis dipendente da successione di leggi nel tempo, trattandosi invece di una successione nel tempo di diverse interpretazioni giurisprudenziali della stessa norma di legge, e dall’altro lato aveva chiarito che l’ampliamento della portata applicativa dell’art. 673 cod. proc. pen. , fino a comprendervi i mutamenti giurisprudenziali, avrebbe comportato una vera e propria «sovversione di sistema», perché solo il giudice dell’esecuzione sarebbe tenuto ad uniformarsi alla decisione della Corte di cassazione, revocando la sentenza, non anche il giudice della cognizione chiamato a giudicare su un fatto analogo. Tali rilievi, posti a fondamento della decisione di infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 673 cod. proc. pen. , dovrebbero indurre le Sezioni Unite, ad avviso del Procuratore generale, «a non ribaltare il predetto consolidato principio di diritto, così evitando anche di entrare in rotta di collisione con la Corte costituzionale». CONSIDERATO IN DIRITTO 1. La questione di diritto per la quale i ricorsi sono stati rimessi alle Sezioni Unite è la seguente: “Se è consentito al giudice dell’esecuzione revocare, ai sensi dell’art. 673 cod. proc. pen. , una sentenza di condanna pronunciata dopo l’entrata in vigore della legge che ha abrogato la fattispecie incriminatrice, allorché l’evenienza di abolitio criminis non è stata presa in esame dal giudice della cognizione”. 9 Per la soluzione della questione controversa vanno preliminarmente individuati i limiti entro i quali al giudice dell’esecuzione è consentito, ai sensi dell’art. 673 cod. proc. pen., revocare la sentenza per abolizione del reato. La norma suddetta prevede che il giudice dell’esecuzione revochi la sentenza di condanna o il decreto penale dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotti i provvedimenti conseguenti «nel caso di abrogazione o di dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice» (comma 1) e che allo stesso modo provveda quando è stata emessa sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere per estinzione del reato o per mancanza di imputabilità (comma 2). In sede applicativa si è posto in particolare il problema, rilevante anche ai fini della questione controversa sottoposta alle Sezioni Unite, della revocabilità della sentenza da parte del giudice dell’esecuzione per effetto dell’aboliti° criminis nei casi in cui non vi sia stata abrogazione espressa della norma incriminatrice ma la (tacita) abrogazione sia stata riconosciuta solo all’esito di un contrasto giurisprudenziale. L’abrogazione delle leggi penali (ed eccezionali) è disciplinata dall’art. 15 delle preleggi secondo il quale le leggi non sono abrogate che da leggi posteriori per dichiarazione espressa del legislatore (abrogazione espressa), o per incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti o perché la nuova legge regola l’intera materia già regolata dalla legge anteriore (abrogazione implicita). Nel caso in cui l’abrogazione non sia espressa (nel senso che manchi una dichiarazione espressa di abrogazione di disposizioni e norme preesistenti da parte del legislatore, che non di rado interviene in maniera frammentaria su singoli articoli del testo legislativo, inserendo o eliminando o sostituendo solo alcune parti di essi) e l’effetto abrogativo, tacito e parziale, per l’incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti, non sia agevolmente desumibile dal testo della legge posteriore, è fisiologico che si sviluppi un’attività ermeneutica diretta a verificare la compatibilità tra le nuove disposizioni, o alcune di esse, e quelle precedenti. Può quindi accadere che si determini un contrasto giurisprudenziale, con la conseguenza che l’effetto abrogativo su singole norme incriminatrici sia “riconosciuto” dal giudice per via interpretativa, anche a distanza di tempo dall’entrata in vigore della nuova disciplina. Affermare o escludere la possibilità che in fase esecutiva possa essere revocata la sentenza di condanna relativa ad un reato di cui solo a seguito di elaborazione giurisprudenziale sia stata ritenuta la tacita abrogazione non può che coinvolgere direttamente i rapporti tra l’esigenza, da un lato, di certezza e stabilità delle sentenze e dei decreti penali divenuti irrevocabili, posta a fondamento del principio di intangibilità del giudicato, e, dall’altro lato, i principi, 10 costituzionalmente tutelati (artt.3 e 25 Cost.), di pari trattamento (punitivo) e di legalità della pena. Non meno rilevante è stabilire, allorché il fatto giudicato sia stato commesso dopo l’entrata in vigore della legge abrogatrice, se si realizzi un’ipotesi di successione di leggi nel tempo (art. 2, secondo comma, cod. pen. ) o quella ben diversa, per i limitati effetti che ne derivano, di successione di diverse interpretazioni della medesima legge. Si impone comunque, per una completa disamina delle problematiche sottese alla questione controversa, una riflessione sulla natura e sui limiti dell’intervento giurisdizionale in fase esecutiva, alla luce delle più significative pronunce della Corte costituzionale e della giurisprudenza di legittimità in materia. 2. Con riferimento specifico al caso sottoposto all’esame della Corte dall’ordinanza di rimessione, va rilevato che il contrasto giurisprudenziale successivo all’entrata in vigore della legge n. 94 del 2009, in relazione al nuovo testo del comma 3 dell’art. 6 T.U. imm. (art. 1, comma 22, lett.h, della legge citata), è derivato dal fatto che le modifiche sostanziali della norma (oltre a quella, di immediata percezione, costituita dall’aggravamento della pena edittale) sono state minime, essendo stata la descrizione della condotta penalmente riprodotta in termini pressoché identici rispetto al testo precedente. Il precedente testo era: «Lo straniero che, a richiesta degli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza, non esibisce, senza giustificato motivo, il passaporto o altro documento di identificazione, ovvero il permesso o la carta di soggiorno, è punito con l’arresto fino a sei mesi e l’ammenda fino a lire ottocentomila». Le Sezioni Unite con la sentenza n. 45801 del 29/10/2003, Meski, Rv. 226102, avevano affermato che il reato previsto dall’art. 6, comma 3, T.U. imnn. era integrato dalla mancata esibizione, senza giustificato motivo, a richiesta degli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza, del passaporto o di altro documento di identificazione, da parte del cittadino straniero che si trovasse, regolarmente o non, nel territorio dello Stato, nulla rilevando che egli non ne fosse in possesso per non essersene preventivamente munito; mentre non integrava né questa né altra ipotesi di reato l’omessa esibizione, da parte dello straniero immigrato clandestinamente in Italia, del permesso o della carta di soggiorno ovvero del documento di identificazione per stranieri di cui all’art. 6, comma 9, T.U. imm., in quanto il possesso di uno dei suddetti documenti era inconciliabile con la condizione stessa di “straniero clandestino” e, conseguentemente, ne era inesigibile l’esibizione. La lettera della norma, la sua ratio e la previsione dell’interesse tutelato, i precedenti storici, l’intenzione del legislatore inducevano 11 quindi le Sezioni Unite a ritenere che destinatario della norma di cui all’art. 6, comma 3, T.U. imm., e quindi soggetto attivo del reato ivi previsto, fosse lo straniero in genere, quindi anche lo straniero che avesse fatto illegale ingresso nel territorio dello Stato. Nel caso dell’immigrato clandestino, se era da escludere in radice che potesse esistere il permesso o la carta di soggiorno o il documento di identificazione per stranieri di cui all’art. 6, comma 9, T.U. imm., non poteva infatti negarsi l’esigibilità dell’esibizione del «passaporto o altro documento di identificazione», rientranti nella sfera originaria di disponibilità dello straniero, antecedente cioè al suo ingresso nel territorio dello Stato, con la conseguenza che il loro mancato possesso e la conseguente loro mancata esibizione non potevano ritenersi connessi alla condizione di clandestinità dello straniero illegalmente immigrato. Nel nuovo testo, introdotto dalla legge n. 94 del 2009, la norma incriminatrice è stata così sostituita: «Lo straniero che, a richiesta degli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza, non ottempera, senza giustificato motivo, all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno o di altro documento attestante la regolare presenza nel territorio dello Stato è punito con l’arresto fino ad un anno e con l’ammenda fino ad euro 2000». Con la legge n. 94 del 2009 l’originario testo dell’art. 6, comma 3, T.U. imm. risulta modificato non solo sotto il profilo del trattamento sanzionatorio, divenuto più afflittivo, ma anche nella descrizione della condotta sanzionata («non ottempera all’ordine di esibizione» al posto di «non esibisce») e, soprattutto, con l’introduzione della congiunzione “e” al posto di “ovvero” tra le due categorie di documenti (passaporto o altro documento di identificazione, permesso o carta di soggiorno) che l’agente abbia, senza giustificato motivo, omesso di esibire a richiesta degli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza. Non sono mancati, per effetto delle pur limitate modifiche introdotte dalla nuova disciplina, dubbi interpretativi sulla validità delle conclusioni cui erano pervenute le Sezioni Unite nella vigenza del precedente testo dell’art. 6, comma 3, T.U. imm. (Sez. U, n. 45801 del 2003, Mesky, cit.) circa l’individuazione del soggetto attivo del reato, indicato come “lo straniero”, senza alcuna distinzione tra stranieri legittimamente o irregolarmente presenti nel territorio nazionale (l’art. 1 T.U. innm. individua con il termine “stranieri” i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione Europea e gli apolidi) e, in particolare, sulla riferibilità della condotta sanzionata nel nuovo testo anche allo straniero privo di carta o di permesso di soggiorno. Nelle prime decisioni successive alla novella la Corte di cassazione aveva ritenuto che le modifiche non avessero comportato conseguenze sostanziali sulla 12 posizione dello straniero irregolare, non avendo in particolare l’introduzione della congiunzione “e”, in luogo della disgiuntiva “ovvero”, inciso sulla esigibilità dell’esibizione dei documenti di identità (Sez. 1, n. 6343 del 20/01/2010, Wainan; Sez. 1, n. 37060 del 30/09/2009, Timimouni; Sez. 1, n. 44157 del 23/09/2009, Calmus, Rv. 245555). Nella giurisprudenza di merito non erano tuttavia mancate pronunce, secondo le quali la riforma aveva circoscritto l’ambito soggettivo ai soli stranieri regolari, con conseguente abolitio criminis parziale per i fatti commessi dagli stranieri irregolarmente soggiornanti. La questione veniva nuovamente devoluta all’attenzione delle Sezioni Unite, che, con la sentenza n. 16453 del 24/02/2011, Alacev, Rv. 249546, hanno ritenuto fondato quest’ultimo orientamento. In particolare, le Sezioni Unite hanno attribuito decisiva rilevanza, sul piano dell’interpretazione letterale, alla sostituzione della disgiuntiva “ovvero” con la congiunzione “e”, che ha fatto venir meno l’equipollenza tra le due categorie di documenti: è stata quindi ritenuta ormai necessaria, per non incorrere nel reato, la concorrente esibizione dei documenti di identificazione unitamente a quelli attestanti la regolarità del soggiorno, adempimento esigibile solo dagli stranieri non clandestini. Considerando il mutamento di ratio alla base della norma incriminatrice (da individuare non più nella sola esigenza di compiuta identificazione dello straniero, ma anche in quella di immediata verifica della regolarità della sua presenza in Italia), le Sezioni Unite hanno concluso che «rispetto alla precedente formulazione, secondo cui il reato era integrato per il fatto di non esibire una delle due categorie di documenti (d’identificazione ovvero di regolare soggiorno), a seguito della ricordata modifica, la fattispecie contravvenzionale è integrata dallo straniero che, a richiesta degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza, omette di esibire entrambe le categorie di documenti. Così ricostruita la fattispecie, ne deriva che essa non può più applicarsi allo straniero in posizione irregolare, cioè a colui che è entrato illegalmente in Italia o qui è rimasto nonostante la scadenza del titolo di soggiorno. Come ha correttamente ritenuto il giudice di merito, la norma incriminatrice non può riguardare tale straniero perché egli, in quanto irregolarmente presente nel territorio dello Stato, non può, per ciò stesso, essere titolare di permesso di soggiorno». Questa conclusione trova ulteriore conferma sul piano sistematico, ad avviso delle Sezioni Unite, dalla contestuale introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, di cui all’art. 10-bis T.U. imm., e dal conseguente “doppio binario” ormai rilevabile tra le sanzioni penali previste per gli stranieri regolari che non esibiscano il documento di identità e quelle previste nel Testo unico in materia di immigrazione (artt. 10-bis, 14 comma 5-ter, 14 comma 5-quater, 13 13 comma, 13 T.U. imm.) per gli stranieri irregolari, finalizzate alla loro espulsione nel più breve tempo possibile. Sulla scorta di tali argomentazioni, le Sezioni Unite hanno rigettato il ricorso proposto dal pubblico ministero avverso la sentenza di non luogo a procedere emessa dal giudice di merito ai sensi dell’art. 2, secondo comma, cod. pen. «per essere intervenuta l’aboliti° criminis del reato già previsto dall’art. 6, comma 3, d.lgs. n. 286 del 1998 nei confronti dello straniero in posizione irregolare, a seguito delle modificazioni introdotte dall’art. 1, comma 22, lett. h), I. n. 94 del 2009». La successiva giurisprudenza di legittimità e di merito si è adeguata a tale soluzione interpretativa (Sez. 4, n. 47502 del 30/11/2011, Bki, Rv. 251743; Sez. 1, n. 37587 del 10/06/2014, Chen Yiqion, Rv. 260587). Va registrata peraltro la posizione dottrinale secondo la quale con la legge n. 94 del 2009 si è verificata una abrogati° sine abolitione in quanto la mancata esibizione della carta d’identità o di un documento equipollente da parte dello straniero irregolare sarebbe sanzionabile penalmente ex art. 294 reg. T.U.L.P.S. e 221 T.U.L.P.S. (relativo all’obbligo gravante su ogni cittadino — italiano o straniero — di esibire la carta d’identità o documento equipollente, a richiesta degli ufficiali o agenti di P.S.), con la conseguenza che l’intervenuta abrogazione della norma speciale quanto agli stranieri irregolari avrebbe determinato una “riespansione” della portata applicativa della disposizione generale. In una recente sentenza (Sez. 1, n. 4461 del 19/01/2015, Singh, Rv. 262535), che ha annullato l’ordinanza di rigetto della richiesta di revoca della sentenza emessa per il reato di cui all’art. 6 T.U. imm. per aboliti° criminis fondata sul presupposto che il fatto fosse qualificabile ai sensi dei citati artt. 294 e 221, è stato escluso comunque che il giudice dell’esecuzione possa modificare l’originaria qualificazione o accertare il fatto in modo difforme da quello ritenuto in sentenza. 3. A seguito della sentenza Alacev delle Sezioni Unite si è registrato l’ulteriore contrasto interpretativo, segnalato dalla Sezione rimettente, in ordine alla possibilità di revocare in sede esecutiva, ai sensi dell’art. 673 cod. proc. pen., le sentenze di condanna emesse dopo l’entrata in vigore della novella e relative a fatti commessi dagli stranieri in posizione irregolare. Si tratta di un contrasto giurisprudenziale la cui soluzione, al di là della specifica questione sottoposta all’esame delle Sezioni Unite dalla Sezione rimettente, finisce per coinvolgere sul piano generale i problematici rapporti tra l’esigenza da una parte di stabilità del giudicato – la cui intangibilità è stata “intaccata” da recenti pronunce giurisprudenziali delle Sezioni Unite, intervenute tuttavia solo sul piano 14 del trattamento sanzionatorio – e dall’altra parte la tutela dei principi, costituzionalmente rilevanti (artt. 3 e 25 Cost.), della parità del trattamento punitivo e della legalità della pena. 3.1. Secondo un primo orientamento, l’art. 673 cod. proc. pen. è inapplicabile nel caso di abrogazione implicita derivante da un mutamento giurisprudenziale che non può costituire ius superveniens, anche se conseguente a pronuncia delle Sezioni Unite (Sez. 1, n. 34154 del 04/07/2014, Torpano; Sez. 1, n. 34153 del 04/07/2014, Angelo Gomes). Detto orientamento era stato già espresso dalla Corte di cassazione, con riferimento ai rapporti tra art. 334 cod. pen. e 213 cod. strada (Sez. 1, n. 13411 del 21/01/2013, Arpaia, Rv.255364) e in tema di rilevanza penale dell’acquisto di supporti audio non in regola con le norme del diritto d’autore nella vigenza dell’art. 16 legge n. 240 del 2000 (Sez. 1, n. 27858 del 13/07/2006, La Cara, Rv. 234978; Sez. 1, n. 27121 del 11/07/2006, Aliseo, Rv.235265). Si è affermato che un orientamento giurisprudenziale, per quanto autorevolmente espresso dalle Sezioni Unite, non ha la stessa efficacia delle ipotesi previste dall’art. 673 cod. proc. pen., non fosse altro che per il difetto di una vincolatività della decisione rispetto a quelle dei giudici chiamati ad occuparsi di analoghe fattispecie, e che l’abrogazione di una norma ritenuta per via interpretativa non può comunque equivalere all’abrogazione per scelta legislativa o all’eliminazione dall’ordinamento per contrasto con i principi della Carta fondamentale. Nelle citate sentenze Torpano e Angelo Gomes (di tenore identico ed entrambe relative a fatti commessi prima dell’entrata in vigore della legge n. 94 del 2009, ma giudicati successivamente) si è tenuto conto del fatto che, in tema di omessa esibizione dei documenti da parte dello straniero, vi è stata una riformulazione della norma incriminatrice e si è affermato che, se «nonostante l’intervenuta innovazione legislativa, il giudice dà un’errata interpretazione alla norma (come nel caso in esame), all’errore può porsi rimedio solo attraverso gli ordinari mezzi di impugnazione previsti per la fase della cognizione.

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