IVA – Cassazione Penale 17/05/2017 N° 24307

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 17/05/2017

Numero: 24307

Testo completo della Sentenza IVA – Cassazione penale 17/05/2017 n° 24307:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 24307 Anno 2017
Presidente: AMOROSO GIOVANNI
Relatore: RENOLDI CARLO
Data Udienza: 19/01/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Cortella Franco, nato a Silvano D’Orba il 25/09/1943;
avverso la sentenza in data 10/12/2015 della Corte di Appello di Genova;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Carlo Renoldi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del sostituto Procuratore generale dott.ssa
Felicetta Marinelli, che sollecitato la declaratoria di inammissibilità del ricorso;
udito, per l’imputato, l’avv. Bruno Ferrari che ha chiesto l’accoglimento del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. A seguito di una verifica fiscale effettuata dall’Agenzia Entrate -Direzione
Regionale della Liguria nei confronti della società Erg Raffinerie Mediterranee
S.p.A. era emerso che in occasione della cessione, da parte della predetta
società, del 49% delle quote della partecipata Isab S.r.l. a favore di una società
olandese del gruppo russo Lukoil, era stata indicato, quale onere accessorio, il
versamento della somma di 3.368.750 euro di imponibile quale corrispettivo
dell’attività di mediazione svolta da Franco Cortella, legale rappresentante della
Fincor S.r.I., la quale svolgeva attività di commercio al dettaglio di articoli di
cancelleria e che in data 3/12/2008 aveva emesso, in relazione a tale
operazione, la fattura n. 111 (per un importo di 4.042.500 euro, pari alla somma
di 3.368.750 euro di imponibile maggiorata del 20% a titolo di IVA da
corrispondere).
Il successivo controllo, eseguito nei confronti della società Fincor S.r.l., aveva
consentito di appurare che sul conto corrente bancario alla stessa intestato era
stata effettivamente accreditata, in data 18/12/2008, la somma di 3.655.093,75
euro (divergente dalla somma indicata in fattura in quanto comprensiva anche di
una ritenuta di acconto a favore della Fincor); e che i risultati dell’operazione non
erano stati, però, riportati nella dichiarazione IVA, presentata dalla società di
capitali di cui era legale rappresentante l’odierno imputato.
Inoltre, da ulteriori accertamenti eseguiti dalla Guardia di Finanza era, altresì,
emerso che le somme corrisposte per la ricordata provvigione erano
successivamente affluite, nell’arco di circa un trimestre, sui conti personali di
Cortella, il quale aveva successivamente eseguito una serie di prelievi da tali
conti. E tuttavia, lo stesso Cortella non aveva indicato, nella propria
dichiarazione dei redditi, le somme percepite per la mediazione svolta, sicché la
Guardia di finanza aveva calcolato in 1.732.661 euro l’imposta da costui evasa a
titolo di IRPEF.
1.1. A seguito di tali accertamenti, la Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Genova aveva, quindi, chiesto il rinvio a giudizio di Franco Cortella,
ipotizzando, nei suoi confronti, i delitti di cui agli artt. 81 cpv. cod. pen., 4 del
D.Igs. n. 74/2000 (capo 1), 8 comma 1 del D.Igs. n. 74/2000 (capo 2), 4 del
D.Igs. n. 74/2000 (capo 3). Secondo l’ipotesi accusatoria, infatti, Cortella, in
esecuzione di un medesimo disegno criminoso, nella sua qualità di legale
rappresentante della Fincor S.r.l. ed al fine di evadere le imposte sui redditi e
l’IVA, aveva per un verso omesso di indicare, nella dichiarazione annuale della
società relativa all’anno 2008, le somme dalla stessa percepite ed attestate dalla
fattura n. 111 del 3/12/2008 per 3.678.750,00 euro, con Iva non versata pari a
673.750,00 euro e IRES a 926.406,25 euro, e, dunque, elementi attivi per un
ammontare superiore al 10% di quelli dichiarati, realizzando così un’evasione
dell’imposta superiore a 103.291,38 euro (capo 1); e, per altro verso, egli aveva
omesso di indicare, nella propria dichiarazione dei redditi relativa all’anno 2008,
al fine di evadere le imposte Irpef, le somme percepite a titolo di provvigione per
la ricordata attività di mediazione (costituenti elementi attivi di ammontare
superiore 103.91,38 euro ed al 10% di quelli dichiarati), realizzando così
un’evasione Irpef pari a 1.732.661 euro (capo 3). Inoltre, secondo la tesi
accusatoria, al fine di realizzare quest’ultima attività illecita a proprio personale
vantaggio, Cortella aveva fittiziamente emesso, nella sua qualità di legale
rappresentante della Fin cor S.r.I., la fattura n. 111 del 3/12/2008 per 3.678.750
euro in relazione ad un’operazione soggettivamente inesistente (capo 2).
1.2. Con sentenza in data 15/01/2015, emessa all’esito di giudizio
abbreviato, il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Genova
aveva, quindi, condannato Franco Cortella, con la diminuente del rito e con la
recidiva reiterata infraquinquennale, alla pena di quattro anni e sei mesi di
reclusione, riconoscendolo colpevole dei reati, unificati dal vincolo della
continuazione, contestati ai capi 2) e 3) dell’imputazione; e disponendo, altresì,
la confisca per equivalente degli immobili e delle somme di denaro in sequestro
fino alla concorrenza del valore di C 1.732.661,00. Con lo stesso provvedimento
Cortella era stato, invece, assolto, con la formula “perché il fatto non sussiste”,
in relazione al delitto di cui all’art. 4 del D.Igs. n. 74/2000, contestato al capo 1);
ciò sul presupposto che l’attività di mediazione, dal lato della società,
configurasse un’operazione inesistente e che, di conseguenza, la Fincor S.r.l. non
avesse, in realtà, percepito alcun reddito da tale attività.
2. Con sentenza in data 10/12/2015 la Corte di appello di Genova riformò,
solo in parte, la pronuncia di primo grado, ritenendo che la Erg Raffinerie
Mediterranee S.p.A. avesse versato una somma pari a 387.406,25 euro a titolo
di ritenuta d’acconto e che, pertanto, la somma evasa a titolo di IRPEF fosse pari
a soli 1.345.254,75 euro, per l’effetto riducendo la confisca all’importo
corrispondente.
3. Avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione lo
stesso Cortella, a mezzo del proprio difensore, sollecitando il suo proscioglimento
in relazione al reato di cui al n. 2) del capo di imputazione, nonché
l’accoglimento delle doglianze relative al trattamento sanzionatorio e la
limitazione dell’ammontare dell’imposta evasa a soli 1.055.542,30 euro.
A sostegno dell’impugnazione Cortella ha dedotto sei motivi di censura.
3.1. Con il primo di essi, il ricorrente denuncia, ex art. 606, comma 1, lett.
e) cod. proc. pen., la mancanza di motivazione in relazione al fatto che l’attività
di mediazione svolta dalla Erg dissimulasse, fin dall’inizio, un meccanismo volto a
consentire a Cortella di non pagare le imposte sul reddito delle persone fisiche.
3.2. Con il secondo motivo deduce, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e)
cod. proc. pen., la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione per
avere la sentenza affermato che l’intera operazione sarebbe stata realizzata da
Cortella attraverso lo schermo costituito dalla società di capitali Fincor S.r.l. in
modo da garantire il patrimonio personale dell’imputato ed in quanto la sanzione
prevista per l’omessa dichiarazione era più lieve rispetto a quella per la frode
fiscale. In realtà ove Cortella avesse agito, fin dal principio, con il proposito di
evadere le imposte sui futuri emolumenti, avrebbe operato come persona fisica e
non per il tramite della società, atteso che in caso di accertamento fiscale egli
sarebbe incorso soltanto nella violazione dell’art. 4 D.Igs. n. 74/2000, laddove
operando, invece, come amministratore della Fincor sarebbe incorso, come poi
avvenuto, anche nella violazione dell’art. 8 del predetto decreto.
3.3. Con il terzo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 606, comma 1, lett. b)
ed e) cod. proc. pen., l’erronea interpretazione dell’art. 530 cod. proc. pen.
nonché l’illogicità della motivazione con riferimento al principio dell’oltre ogni
ragionevole dubbio. Dopo avere ribadito le ragioni per le quali la condotta di
Cortella, quale legale rappresentante della Fincor, avrebbe configurato una
violazione della normativa fiscale IVA ed IRES e non una evasione IRPEF dello
stesso imputato, realizzata quale persona fisica, il ricorso argomenta in ordine al
fatto che la fattura n. 111 non sarebbe riferibile ad una operazione
soggettivamente inesistente; ciò sul presupposto che tale situazione ricorrerebbe
quando “uno dei soggetti dell’operazione sia rimasto del tutto estraneo alla
stessa”, laddove, nel caso di specie, la Fincor avrebbe realmente percepito le
somme pattuite per l’attività di mediazione, la quale ovviamente non avrebbe
potuto che essere svolta, concretamente, da una persona fisica, individuata
proprio in Franco Cordella. Il fatto che, poi, quest’ultimo avesse effettuato una
serie di prelievi dai conti correnti della società, avrebbe potuto, al più, rilevare
come inadempienza ai doveri impostigli dalla sua qualità di Amministratore Unico
della Fincor S.r.l..
3.4. Con il quarto motivo, il ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 606, comma
1, lett. b) cod. proc. pen., l’inosservanza e/o erronea applicazione degli artt. 220
disp. att. cod. proc. pen., 191 cod. proc. pen., 234 cod. proc. pen. in relazione
alla prova della sussistenza del reato di cui all’art. 8, comma 1, d.lgs. n.
74/2000. Ciò in quanto l’Agenzia delle Entrate – Direzione Regionale della
Liguria, dopo che era emersa l’esistenza di indizi di reità aveva, comunque,
proseguito nell’attività amministrativa di indagine ed accertamento, laddove il
citato art. 220 dispone che, in tal caso, le operazioni debbano proseguire con
l’osservanza delle disposizioni del codice di procedura penale. Per tale motivo, le
risultanze contenute nella nota in data 6/07/2011, inviata dalla Agenzia delle
Entrate, acquisite dopo la data del 16/05/2011 e fino a quella dell’inoltro della
stessa, sarebbero state inutilizzabili ex art. 234, comma 2 cod. proc. pen..
3.5. Con il quinto motivo il ricorrente censura, ex art. 606, comma 1, lett. e)
cod. proc. pen., la manifesta illogicità della motivazione della sentenza
impugnata in ordine alla eccesiva severità del trattamento sanzionatorio, fondata
sul presupposto che l’imputato non avesse riparato l’illecito, senza però tenere
conto sia del suo precedente stato detentivo, sia della sottoposizione dei suoi
beni a sequestro preventivo, sia della brevità dei tempi processuali, che non gli
avrebbero permesso, suo malgrado, di attivare alcuna iniziativa riparatoria.
3.6. Con il sesto motivo si lamenta, ex art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod.
proc. pen., la erronea applicazione dell’art. 4 d.lgs. n. 74/2000 e la
contraddittorietà e/o manifesta illogicità della motivazione per avere la sentenza
impugnata ritenuto che, quale base imponibile, sia stata correttamente indicata
(ai fini delle imposte dirette), la somma di 4.042.500,00 euro comprensiva di
IVA, avendo Cortella introitato tutto quanto aveva percepito. In realtà, dal
momento che all’imputato era stata contestata la sola evasione IRPEF, non si
sarebbe dovuto tenere conto dell’IVA, pari a 673.750,00 euro.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è manifestamente infondato.
2. Occorre muovere, secondo l’ordine logico, dal quarto motivo di
impugnazione, con il quale si censura la violazione dell’art. 220 disp. att. cod.
proc. pen..
2.1. Sul punto, rileva preliminarmente il Collegio come la nota in data
6/07/2011 dell’Agenzia Entrate – Direzione Regionale della Liguria sia stata
trasmessa, secondo quanto ammesso dalla stessa difesa dell’imputato, ex art.
331 cod. proc. pen., sicché è innanzitutto infondata la tesi secondo cui essa
configuri un documento extraprocessuale ricognitivo di natura amministrativa,
dovendo essa essere qualificata, ai sensi del comma 4 del citato art. 331, quale
denuncia, presentata dall’autorità amministrativa, di un reato perseguibile di
ufficio.
Nondimeno, è invece corretto il richiamo difensivo alla previsione dell’art.
220 disp. att. cod. proc. pen., secondo cui quando nel corso di attività ispettive o
di vigilanza previste da leggi o decreti emergono indizi di reato e non meri
sospetti, “gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere
quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale sono compiuti con
l’osservanza delle disposizioni del codice”.
Pertanto, come riconosciuto dallo stesso ricorrente, la parte di documento,
compilata prima dell’insorgere degli indizi, ha sempre efficacia probatoria ed è
come tale utilizzabile, mentre non può assumere una siffatta valenza quella
redatta successivamente, qualora non siano state rispettate le disposizioni del
codice di procedura penale (v. Sez. 3, n. 7930 del 30/01/2015, Marchetti e altro,
Rv. 262518).
A tale proposito questa Corte ha pure osservato come, dalla semplice lettura
della norma, emerga che la stessa presuppone, per la sua applicazione, la
sussistenza della mera possibilità di attribuire rilevanza penale al fatto
riscontrato nel corso dell’inchiesta amministrativa e, nel momento in cui esso
viene rilevato, a prescindere dalla circostanza che esso possa essere riferito ad
una persona determinata (Sez. 2, n. 2601 del 13/12/2005, Cacace, Rv. 233330;
Sez. U, n. 45477 del 28/11/2001, Raineri, Rv. 220291).
Ove le richiamate condizioni si verifichino, è dunque necessario che, a pena
di inutilizzabilità, vengano osservate le disposizioni del codice di rito, ma soltanto
per il compimento degli atti necessari all’assicurazione delle fonti di prova ed alla
raccolta di quant’altro necessario per l’applicazione della legge penale (Sez. 3, n.
7930 del 30/01/2015, Marchetti e altro, Rv. 262518; Sez. 3, n. 27682 del
17/06/2014, Palmieri, Rv. 259948). Epperaltro, se le forme del codice di
procedura penale devono essere osservate soltanto ove si faccia luogo al
compimento degli atti necessari alla raccolta ed all’assicurazione delle fonti di
prova, ciò significa che ogni qual volta non si debba fare luogo all’espletamento
di atti garantiti, non è necessario osservare le norme del codice di rito.
Al fine di stabilire quando tale condizione sussista, l’art. 114 disp. att. cod.
proc. pen. prevede che “nel procedere al compimento degli atti indicati nell’art.
356 , la polizia giudiziaria avverte la persona sottoposta alle
indagini, se presente, che ha facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia”.
Ciò posto, dal contenuto testuale della norma in esame emerge con
chiarezza che le attività ispettive fiscali non rientrano tra quelle indicate dall’art.
356 cod. proc. pen., che l’art. 114 disp. att. cod. proc. pen., espressamente
richiama. In altre parole, la disposizione in esame impone l’avviso del diritto
all’assistenza del difensore solo ed esclusivamente nel caso in cui si proceda al
compimento di uno degli atti indicati dall’art. 356 cod. proc. pen., il quale, a sua
volta, stabilisce che il difensore della persona nei cui confronti vengono svolte le
indagini ha facoltà di assistere, senza diritto di essere preventivamente avvisato,
agli atti previsti dagli artt. 352 (perquisizioni) e 354 (accertamenti urgenti sui
luoghi, sulle cose e sulle persone e sequestro) oltre che all’immediata apertura
del plico autorizzata dal pubblico ministero a norma dell’art. 353, comma 2, cod.
proc. pen.. E’ questa una elencazione tassativa, come si desume dal puntuale
richiamo ai singoli atti elencati.
Consegue alle considerazioni fin qui svolte che non avendo la Corte di
legittimità la possibilità di un accesso indiscriminato agli atti del procedimento
penale, al fine di verificare la utilizzabilità del risultato di singole attività di
acquisizione di elementi indiziari è indispensabile che il ricorso specifichi quali
risultati dell’attività investigativa debbano ritenersi, per le ragioni più sopra
esposte, inutilizzabili.
2.2. Orbene, nel caso di specie, la difesa di Cortella si è limitata a censurare
tutte le attività di accertamento e di acquisizione di documenti compiute
successivamente alla data del 16/05/2011, allorché l’Agenzia delle entrate aveva
instaurato il contraddittorio con la Società ERG Raffinerie Mediterranee allo scopo
di ottenere chiarimenti in merito alla natura ed al contenuto delle mediazioni
oggetto di fatturazione, ritenendosi che da tale momento potesse ritenersi
acclarata l’esistenza di reati tributari quali quelli previsti dagli artt. 4 e 8, comma
1 del D.Lgs. n. 74/2000. Sotto altro profilo, poi, il ricorso non contiene alcuna
indicazione in ordine alla rilevanza della dedotta inutilizzabilità del materiale
probatorio, non specificando quali conseguenze deriverebbero sotto il profilo
della complessiva inidoneità del materiale probatorio residuo a dimostrare la
responsabilità dell’imputato per i reati a lui ascritti.
Del resto, come osservato dalla sentenza impugnata, successivamente
all’inoltro della notizia di reato, il Pubblico ministero aveva conferito una delega
di indagini, ai sensi dell’art. 370 cod. proc. pen., alla Guardia di Finanza, sicché i
riscontri rispetto all’originaria segnalazione era provenuti, soprattutto,
dall’attività investigativa successivamente posta in essere; a nulla rilevando che
detta delega, come osservato dalla difesa, fosse stata rilasciata in data
27/09/2011, non essendo tale circostanza indicativa, come invece opina il
ricorrente, di un’affermazione di responsabilità basata su atti d’indagine
inutilizza bili.
A fronte di doglianze formulate, in sede di ricorso, in maniera del tutto
generica e non essendo, dunque, possibile, alla stregua di censure
assolutamente aspecifiche verificare l’incidenza, sul materiale probatorio
raccolto, dei lamentati vizi di inutilizzabilità di alcuni atti (cd. prova di
resistenza), deve conclusivamente rilevarsi la manifesta infondatezza della
questione dedotta con il quarto motivo di impugnazione.
3. Venendo, quindi, al terzo motivo di ricorso, giova in premessa ricordare
che al giudice di legittimità non è consentito ipotizzare alternative opzioni
ricostruttive della vicenda fattuale, sovrapponendo la propria valutazione delle
risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi, saggiando la
tenuta logica della pronuncia portata alla sua cognizione mediante un raffronto
tra l’apparato argomentativo che la sorregge ed eventuali altri modelli di
ragionamento mutuati dall’esterno (Sez. Un., n. 12 del 31/05/2000, Jakani, Rv.
216260; in termini v. Sez. 2, n. 20806 del 5/05/2011, Tosto, Rv. 250362). Ne
consegue che, quando i giudici di merito abbiano motivato, alla stregua di un
percorso argornentativo scevro da profili di illogicità, le ragioni di fatto poste a
fondamento della propria decisione, al giudice di legittimità non è consentito
censurarne, sul piano della ricostruzione dei fatti, le scelte compiute accedendo
ad ipotesi alternative, ove anche dotate di un maggiore grado di persuasività.
3.1. Tanto premesso, osserva il Collegio che, nel caso di specie, i giudici di
merito hanno offerto una spiegazione perfettamente logica e plausibile del
complesso delle ragioni per cui si è ritenuto che Cortella avesse svolto l’attività di
intermediazione tra la ERG e la Lukoil non come legale rappresentante della
Fincor S.r.I., sottolineando, in primo luogo, come le due società non avrebbero
potuto certo rivolgersi, per lo svolgimento di un’attività così peculiare, che
certamente richiedeva competenze anche specialistiche, ad una società costituita
per commerciare, al dettaglio, articoli di cancelleria; come le somme percepite
da Fincor fossero successivamente confluite su conti riconducibili a Cortella o,
comunque, fatte oggetto di prelievi in contanti da parte dell’imputato; come un
altro degli intermediari coinvolti nell’operazione avesse avviato una causa civile
nei confronti della persona fisica di Cortella in relazione ad una quota della
provvigione pagata da ERG S.p.A. e come lo stesso Cortella avesse avviato,
personalmente e non nella qualità di amministratore unico della Fincor S.r.l.,
un’analoga iniziativa giudiziaria nei confronti della società Lukoil. Elementi dai
quali i giudici di merito hanno tratto, in maniera del tutto logica, il
convincimento, criticato genericamente con il primo motivo di ricorso, secondo
cui “il meccanismo ideato nascondeva ab initio un interesse di Cortella a non
pagare le imposte come persona fisica”, sicché la Fincor S.r.l. fosse servita a
realizzare un’operazione fraudolenta per il fisco venendo, non a caso, subito
posta in liquidazione, il 31/12/2009, una volta esaurito l’affare.
3.2. A fronte di tale ricostruzione dei fatti, attraverso cui la sentenza
impugnata ha adeguatamente esplicato, con percorso motivazionale coerente ed
immune da censure logiche, le ragioni per le quali ha ritenuto che Cortella
avesse agito in proprio e non nella qualità di legale rappresentante della società
formalmente investita dell’attività di mediazione, il ricorso per un verso articola
delle mere censure in fatto e, per altro verso, si limita a prospettare una ipotesi
alternativa e, dunque, una differente lettura del materiale probatorio,
sottolineando come fosse lecito che la società avesse compiuto atti giuridici
esulanti dal suo oggetto sociale (circostanza mai messa in dubbio dai giudici di
merito, i quali avevano, invece, rilevato come fosse del tutto inverosimile che
una società che commerciava in articoli di cancelleria fosse stata incaricata di
gestire una delicata operazione di mediazione, per svariati milioni di euro, tra
società operanti nel settore petrolifero) o come potessero darsi altre possibili
spiegazioni della condotta tenuta da Cortella, il quale aveva effettuato ripetuti
prelievi dai conti della società.
Ne consegue, dunque, sotto il profilo illustrato, la declaratoria di manifesta
infondatezza della censura, atteso che il ricorso finisce per sollecitare un
controllo da parte del giudice di legittimità che pacificamente esorbita, per le
ragioni già illustrate, dagli stretti confini assegnati alla sua cognizione.
3.3. Sotto altro e concorrente profilo, è manifestamente infondata l’ulteriore
questione, dedotta dal ricorrente, in relazione alla non configurabilità, nel caso di
specie, di operazioni soggettivamente inesistenti.
In proposito, infatti, la difesa di Cortella, dopo avere premesso che
l’operazione di mediazione nella compravendita Erg-Lukoil era stata prevista
contrattualmente, atteso che Fincor S.r.l. era stata incaricata con il Mediation
and Service Agreement del 21/06/2008, ha sottolineato altresì come fosse
destituita di fondamento l’affermazione secondo cui la stessa Fincor non avesse
percepito alcun effettivo reddito dall’operazione, avendo la ERG effettivamente
versato, in data 19/12/2008, l’importo dovuto sul c/c 437380 intestato a Fincor
S.r.I., acceso presso la Banca CA.RI.GE.. E per tale motivo, dal momento che
nessuno dei soggetti dell’operazione era rimasto del tutto estraneo alla stessa,
avrebbe fatto difetto il presupposto indispensabile per configurare una
operazione soggettivamente inesistente, così come richiesto dalla giurisprudenza
di legittimità.
3.3.1. Tale ricostruzione è, però, giuridicamente infondata.
Ritiene, infatti, il Collegio che il reato di emissione di fatture od altri
documenti per operazioni inesistenti, previsto dall’art. 8 del D.Lgs. n. 74 del
2000, pacificamente configurabile anche in caso di fatturazione solo
soggettivamente falsa, ricorra, da un lato, ove i beni o i servizi siano
effettivamente entrati nella sfera giuridico-patrimoniale dell’impresa utilizzatrice
delle fatture (in questo caso la Erg) e, dall’altro lato, ove sussista l’elemento
della simulazione soggettiva, ossia la rappresentazione docuemtnale della
provenienza della prestazione oggetto dell’imposizione, da un soggetto giuridico
differente da quello indicato in fattura, il quale, dunque, l’abbia effettivamente
erogata.
Tale interpretazione, infatti, è consentita, innanzitutto, sia dall’argomento
testuale, fondato sull’ampiezza della previsione normativa, la quale si riferisce
genericamente ad “operazioni inesistenti”; sia dall’argomento teleologico,
fondato sulla considerazione per cui, anche in tali casi, è possibile conseguire il
fine illecito indicato dalla norma in esame, ovvero consentire ai terzi l’evasione
delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto (cfr. Sez. 3, n. 20353 del
17/03/2010, dep. 28/05/2010, Bizzozzero e altro, Rv. 247110; Sez. 3, n. 14707
del 14/11/2007, dep. 09/04/2008, Rossi e altri, Rv. 239658). Inoltre, lo stesso
art. 1, comma 1, lett. a) del d.lgs. n. 74 del 2000 stabilisce che “per “fatture o
altri documenti per operazioni inesistenti” si intendono le fatture o gli altri
documenti aventi rilievo probatorio analogo in base alle norme tributarie, emessi
a fronte di operazioni non realmente effettuate in tutto o in parte o che indicano i
corrispettivi o l’imposta sul valore aggiunto in misura superiore a quella reale,
ovvero che riferiscono l’operazione a soggetti diversi da quelli effettivi”.
Ne consegue che le operazioni soggettivamente inesistenti devono ritenersi
configurabili anche quando, come nel caso di specie, la fattura rechi l’indicazione
di un soggetto erogatore della prestazione imponibile (nel caso di specie la
Fincor) diverso da quello effettivo (individuato nello stesso Cortella). Anche in
una siffatta ipotesi, del resto, il documento esprime una chiara capacità
decettiva, idonea a impedire la identificazione degli attori effettivi delle
operazioni commerciali, precludendo o comunque ostacolando la possibilità
dell’accertamento tributario e palesando, in questo modo, un nucleo di disvalore
che ne giustifica pienamente la riconducibilità all’area del penalmente rilevante.
Sulla base delle considerazioni che precedono, il terzo motivo deve ritenersi
manifestamente infondato, così come i primi due motivi di ricorso, i quali
attengono a profili di ricostruzione della complessiva vicenda, con particolare
riguardo al carattere fraudolento dell’intera operazione, secondo il ricorrente
rimasto indimostrato; sicché gli stessi debbono ritenersi confutati alla stregua
delle considerazioni svolte nell’analisi del terzo motivo.
3.4. Quanto, poi, al sesto motivo di ricorso, con il quale Cortella lamenta
l’indebito computo, ai fini della evasione Irpef contestata al capo 3)
dell’imputazione, delle somme dovute a titolo di IVA, ritiene il Collegio che le
censure difensive siano totalmente inconferenti.
Infatti, nel caso di specie all’imputato non è stato contestato, al predetto
capo di imputazione, il mancato versamento dell’IVA, quanto piuttosto, come
ben evidenziato dai giudici di merito, il fatto che l’intera somma, comprensiva
anche dell’IVA al 20%, fosse stata interamente introitata dall’imputato, sicché
correttamente il calcolo dell’evasione dell’imposta sui redditi delle persone fisiche
ha tenuto conto anche dell’ulteriore somma percepita e non dichiarata.
Ne consegue la manifesta infondatezza del relativo motivo di censura.
3.5. Venendo, infine, al quinto motivo di impugnazione, relativo alle
questioni poste con riferimento al trattamento sanzionatorio, con l’atto di appello
il ricorrente ne aveva chiesto il sensibile contenimento, sollecitando una
rideterminazione della pena base a partire dal minimo edittale nonché il
riconoscimento delle attenuanti generiche, da considerare equivalenti alla
recidiva contestata. Ed a tal fine aveva sottolineato l’illogicità della decisione del
giudice di prime cure, il quale aveva attribuito rilevanza al fatto che Cortella non
avesse attivato alcuna iniziativa riparatoria, ciò che, tuttavia, l’imputato non
sarebbe stato nelle condizioni di fare, dal momento che egli era stato dapprima
detenuto in Svizzera, quindi aveva patito il sequestro preventivo dei beni e,
infine, si era trovato, a seguito della rapida chiusura delle indagini preliminari ed
alla immediata instaurazione del giudizio abbreviato, di fronte a cadenze
processuali contratte e, comunque, assai ravvicinate.
Nel rispondere a tali doglianze, la sentenza impugnata aveva affermato che
Cortella aveva chiesto di essere giustificato dalla predetta condizione, laddove
“dalle proprie colpe non si può trarre un beneficio”; ciò che, si duole oggi il
ricorrente, non sarebbe stato in realtà mai sostenuto in sede di impugnazione.
Similmente, il ricorso opina che il primo gravame non abbia mai affermato,
diversamente da quanto riportato nella sentenza di secondo grado, che la
condizione di contumacia dell’imputato non potesse giustificare l’asserito
atteggiamento “di disinteresse del Cortella alle conseguenze del reato”.
3.5.1. In proposito, rileva nondimeno il Collegio che la Corte territoriale ha
sviluppato, a partire dalla prima censura dell’imputato, una più articolata
valutazione, fondata sul fatto che, da un lato, non possa invocarsi una situazione
di asserita inesigibilità di condotte riparatorie da parte di chi vi abbia dato causa
e che, dall’altro lato, Cortella non si fosse comunque attivato, sul piano
riparatorio, successivamente alla sua liberazione. Tale apprezzamento deve
ritenersi del tutto immune da vizi di natura logica e, come tale, non censurabile
in questa sede, essendo la valutazione compiuta dai giudici genovesi
sostanzialmente incentrata sull’assenza di qualunque manifestazione di
disponibilità a farsi carico, anche parzialmente, delle conseguenze delle proprie
condotte illecite, con ciò essendosi fatta corretta applicazione degli indici dettati
dall’art. 133 cod. pen., con particolare riguardo al n. 3 del comma 2, relativo alla
rilevanza da attribuire, sul piano dosimetrico, alla condotta susseguente al reato.
3.5.2. Analogamente, il ricorso censura il passaggio motivazionale con cui la
Corte aveva rigettato la parte del motivo di appello sul trattamento sanzionatorio
con cui si chiedeva la determinazione di una pena base inferiore, sul presupposto
che le precedenti condotte di rilevanza penale dell’imputato venissero valutate
due volte: in primis al momento della determinazione della pena base e, in un
momento successivo, in sede di aumento per la recidiva.
Anche in relazione a tale profilo va, nondimeno, rilevato che le censure
mosse al provvedimento si fondano sulla estrapolazione di una parte della più
articolata motivazione resa dalla Corte d’appello, la quale ha, invece, sottolineato
come l’entità della pena base, determinata in misura pari a tre anni di reclusione,
trovasse giustificazione “più ancora che nella personalità negativa del Cortella,
nell’elevato importo dell’evasione fiscale, molto superiore al milione di euro”, con
ciò palesandosi la sostanziale inconferenza delle deduzioni difensive espresse sul
punto nel ricorso, avendo i giudici di merito fatto buon governo dei criteri
enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen. che orientano l’esercizio della
discrezionalità nella commisurazione del trattamento sanzionatorio; esercizio non
censurabile in questa sede attraverso doglianze dirette a determinare una nuova
valutazione della congruità della pena, la cui commisurazione non sia frutto,
come in questo caso, di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582
del 30/09/2013, dep. 4/02/2014, Ferrario, Rv. 259142).
Pertanto, anche le doglianze sviluppate con il quinto motivo di impugnazione
sono manifestamente infondate.
4. Alla stregua delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere,
dunque, dichiarato inammissibile.
Alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e
rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte
abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa
di inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a
norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché
quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende,
equitativamente fissata in 2.000,00 euro.

PER QUESTI MOTIVI
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento e della somma di euro 2.000 (duemila) in favore della
Cassa delle Ammende.
Così deciso in Roma, il 19/01/2017

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