Istigazione A Delinquere – Cassazione Penale 15/05/2017 N° 24103

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 15/05/2017

Numero: 24103

Testo completo della Sentenza istigazione a delinquere – Cassazione penale 15/05/2017 n° 24103:

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Penale Sent. Sez. 1 Num. 24103 Anno 2017
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: CENTONZE ALESSANDRO
Data Udienza: 04/04/2017

SENTENZA
Sul ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di
Brescia nei confronti di:
1) Dibrani Gafurr, nato il 18/12/1992;
Avverso l’ordinanza n. 500/2016 emessa il 15/11/2016 dal Tribunale del
riesame di Brescia;
Sentita la relazione svolta dal Consigliere dott. Alessandro Centonze;
Sentite le conclusioni del Procuratore generale, in persona del dott. Alfredo
Pompeo Viola, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

RILEVATO IN FATTO
1. Con ordinanza emessa il 15/11/2016 il Tribunale del riesame di Brescia,
pronunciandosi sull’impugnazione proposta dall’indagato Gafurr Dibrani, a norma
dell’art. 309 cod. proc. pen., annullava l’ordinanza di custodia cautelare in
carcere emessa nei suoi confronti dal G.I.P. del Tribunale di Brescia il
28/10/2016, disponendo contestualmente l’immediata liberazione dello stesso.
Si contestava, in particolare, al Dibrani la commissione del reato di cui
all’art. 414 cod. pen., conseguente alla pubblicazione di un profilo personale sul
social network, denominato Facebook, sul quale veniva postato materiale
apologetico dell’associazione terroristica denominata /sis che, com’è noto, è
l’acronimo con il quale viene chiamato l’autoproclamatosi Islamic State of Iraq
and Syria.
Il materiale postato sul profilo Facebook del Dibrani si connotava per la sua
matrice islamica radicale e, tra l’altro, comprendeva: una fotografia con
commento dell’imam Memishi, già arrestato dalla polizia macedone per avere
reclutato soggetti affiliati all’Isis; alcune videoregistrazioni inneggianti al martirio
religioso jihadista, che riprendevano immagini di individui armati e vestiti con
abiti militari mimetici; la condivisione di lunghi brani di discorsi di autorità
religiose, appartenenti all’area islamica radicale, che esaltavano l’adesione di
singoli combattenti al califfato guidato da Abu Bakr al-Baghdadi – noto
all’opinione pubblica internazionale come al-Baghdadi – e la loro morte in qualità
di martiri jihadisti; materiale di provenienza telematica eterogenea mirante a
propagandare l’ideologia e le attività dello stesso sodalizio terroristico, sia sul
piano politico che su quello religioso.
Questi accertamenti conseguivano alle attività di intercettazione, telefonica e
telematica, attivate nel corso delle indagini preliminari nei confronti del Dibrani,
che consentivano di accertare la presenza sul suo personal computer di ulteriore
materiale di natura propagandistica e di matrice islamica radicale, avente
contenuto analogo a quello postato sul suo profilo Facebook.
In questa cornice, il Tribunale del riesame di Brescia, esclusa
preliminarmente la rilevanza penale delle comunicazioni private e interpersonali
del Dibrani, fondava la sua ordinanza su un’analitica disamina del materiale
telematico postato sul profilo Facebook dell’indagato, soffermandosi in
particolare sulle videoregistrazioni datate 29/01/2015, 17/08/2015, 20/09/2015,
14/11/2015 e 25/11/2015, escludendo che tali trasmissioni audiovisive
contenessero materiale di contenuto apologetico riguardante l’organizzazione
terroristica di matrice islamica radicale denominata Isis.
Secondo il Giudice del riesame, le videoregistrazioni postate nelle date del
29/01/2015, del 17/08/2015 e del 20/09/2015, pur riguardando il conflitto
bellico in corso di svolgimento sull’area geografica siro-irachena, non
contenevano alcun riferimento esplicito allo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria
e alla matrice islamica radicale che ispirava le sue azioni, limitandosi a diffondere
informazioni sull’interpretazione coranica del ruolo di combattenti svolto dagli
adepti di fede musulmana che fornivano il loro sostegno al conflitto in questione.
Differente, invece, era il contenuto delle videoregistrazioni postate nelle
date del 14/11/2015 e del 25/11/2015, le quali, secondo quanto affermato dal
Tribunale del riesame di Brescia, facevano esplicitamente riferimento all’Isis, ma
su un piano esclusivamente istituzionale e religioso, riguardante la legittimazione
che lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria avrebbe sotto il profilo del
riconoscimento internazionale; profilo, quest’ultimo, a sua volta collegato ad una
più ampia piattaforma dogmatica, finalizzata a giustificare sul piano teologico la
presenza di tale organismo sulla scena internazionale, a prescindere dai richiami
alla matrice jihadista dei suoi proclami.
In questo modo, era esclusa la portata apologetica delle videoregistrazioni
postate nelle date del 14/11/2015 e del 25/11/2015, sul presupposto che tale
materiale audiovisivo risultava inidoneo a conferire all’attività di propaganda che
vi era connessa il rischio di effettiva consumazione di ulteriori reati, tra cui quello
di adesione allo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, connaturato alla
contestazione elevata al Dibrani ai sensi dell’art. 414 cod. pen.
Nel formulare tali considerazioni, il Tribunale del riesame di Brescia
evidenziava che la sussistenza del delitto di apologia contestato al Dibrani, ai
sensi dell’art. 414 cod. pen., non poteva discendere da un giudizio complessivo
sulle sue posizioni religiose, rispetto alle quali non era possibile esprimere alcuna
valutazione negativa, riguardando il credo islamico dell’indagato la sua sfera
privata.
Si ribadiva, pertanto che le videoregistrazioni postate sul profilo personale
Facebook del Dibrani erano prive di contenuto apologetico e possedevano una
valenza esclusivamente rilevante rispetto alla confessione religiosa professata
dall’indagato.
Queste considerazioni processuali imponevano l’annullamento del
provvedimento cautelare genetico e l’immediata liberazione del Dibrani se non
detenuto per altra causa.
2. Avverso tale ordinanza il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale
di Brescia ricorreva per cassazione, deducendo promiscuamente violazione di
legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato, conseguenti
all’incongruità del percorso argomentativo attraverso il quale il Tribunale del
riesame aveva espresso un giudizio di insussistenza dell’ipotesi di reato
contestata al Dibrani ai sensi dell’art. 414 cod. pen.
Il ricorrente deduceva, in particolare, che il materiale postato sul profilo
personale Facebook del Dibrani, al contrario di quanto affermato nell’ordinanza
impugnata, possedeva un’intrinseca valenza apologetica, attestata dal contenuto
delle videoregistrazioni datate 29/01/2015, 17/08/2015, 20/09/2015,
14/11/2015 e 25/11/2015, contenenti inequivocabili manifestazioni di
propaganda dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria.
A queste comunicazioni audiovisive, la parte ricorrente aggiungeva il
riferimento alle comunicazioni telematiche, intercettate nel corso delle indagini
preliminari, sulle quali il provvedimento impugnato non si era soffermato in
termini congrui, datate 12/08/2015, 30/04/2016, 22/04/2016, 23/04/2016,
26/04/2016, 02/05/2016, 04/05/2016, 10/05/2016, 11/05/2016, 16/05/2016,
18/05/2016, 19/05/2016, 20/05/2016, 24/05/2016, 25/05/2016, 27/05/2016,
13/06/2016, 14/07/2016, 19/07/2016, 27/08/2016, 05/09/2016, 07/09/2016,
15/09/2016, 16/09/2016 e 17/09/2016, che venivano esaminate analiticamente
nelle pagine 4-7 del provvedimento impugnato.
Ne discendeva che il giudizio espresso dal Tribunale del riesame di Brescia,
sotto questo profilo motivazionale, appariva fondato su una valutazione parziale
e incongrua del materiale acquisito nel corso delle indagini preliminari, atteso
che sulle comunicazioni telematiche sopra richiamate il percorso argomentativo
esplicitato nel provvedimento impugnato si profilava manifestamente incompleto
ed illogico.
In particolare, a sostegno della censura motivazionale la parte ricorrente
evidenziava che, al contrario di quanto affermato nell’ordinanza in esame, le
videoregistrazioni postate nelle date del 29/01/2015, del 17/08/2015, del
20/09/2015, del 14/11/2015 e del 25/11/2015 contenevano inequivocabili
manifestazioni di propaganda dellIsis, atteso che in tali comunicazioni
audiovisive era sempre presente il riferimento al conflitto bellico in corso di
svolgimento sul territorio siro-iracheno, nel quale la predetta organizzazione
terroristica era direttamente coinvolta; circostanza, questa, che rendeva
destituito di fondamento l’assunto processuale dal quale muoveva il Giudice del
riesame sulla valenza meramente religiosa di tale materiale audiovisivo.
Secondo la parte ricorrente, in ogni caso, il contenuto delle trasmissioni
audiovisive non consentiva di escluderne la portata al contempo propagandistica
e apologetica, al contrario di quanto affermato dal Giudice del riesame, le cui
conclusioni trascuravano di considerare gli espliciti riferimenti in esse contenuti

alla Jihad islamica, concretizzando l’ipotesi delittuosa contestata al Dibrani ai
sensi dell’art. 414 cod. pen.
Si contestavano specificamente, infine, le conclusioni raggiunte dal Tribunale
del riesame di Brescia in ordine al contenuto delle videoregistrazioni postate
nelle date del 14/11/2015 e del 25/11/2015, le quali, secondo quanto affermato
dallo stesso Tribunale del riesame di Brescia, facevano esplicito riferimento allo
Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, con la conseguenza che tali comunicazioni
audiovisive possedevano connotazioni apologetiche incontroverse, postulando la
legittimazione religiosa e istituzionale della stessa organizzazione terroristica di
matrice islamica radicale.
Queste ragioni processuali imponevano l’annullamento dell’ordinanza
impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di
Brescia è fondato nei limiti che seguono.
In via preliminare, deve rilevarsi che tale atto di impugnazione sviluppa le
sue doglianze distinguendo le comunicazioni telematiche rispetto alle quali si
deduce la carenza assoluta di motivazione, richiamate nelle pagine 4-7 del
ricorso, dalle registrazioni audiovisive rispetto alle quali si censura il percorso
argonnentativo seguito dal Tribunale del riesame di Brescia, ai fini della
formulazione di un giudizio di gravità indiziaria relativo alla fattispecie di cui
all’art. 414 cod. pen.
A tali censure occorre riferirsi separatamente, fondandosi su differenti
percorsi argomentativi.
2. Fatta questa indispensabile premessa, occorre innanzitutto affrontare la
censura riguardante l’incongrua valutazione delle comunicazioni telematiche da
parte del Tribunale del riesame di Brescia, analiticamente richiamate nelle pagine
4-7 del ricorso in esame, rispetto alle quali veniva esclusa ogni valenza
apologetica, trattandosi di comunicazioni riguardanti interlocuzioni private del
Di brani.
Ci si riferisce, in particolare, alle comunicazioni telematiche, rispetto alle
quali il ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica di Brescia segnalava la
carenza motivazionale assoluta del provvedimento impugnato, datate
12/08/2015, 30/04/2016, 22/04/2016, 23/04/2016, 26/04/2016, 02/05/2016,
04/05/2016, 10/05/2016, 11/05/2016, 16/05/2016, 18/05/2016, 19/05/2016,
20/05/2016, 24/05/2016, 25/05/2016, 27/05/2016, 13/06/2016, 14/07/2016,
19/07/2016, 27/08/2016, 05/09/2016, 07/09/2016, 15/09/2016, 16/09/2016 e
17/09/2016.
Deve, invero, rilevarsi che, sul punto, non è riscontrabile alcuna illegittimità
motivazionale, in ragione del fatto che su tali comunicazioni telematiche il
Tribunale del riesame di Brescia si soffermava in termini congrui, affermandone
l’irrilevanza sotto il profilo della loro portata apologetica, non riscontrabile nel
caso di specie per l’assenza di potenzialità diffusiva, osservandosi, a pagina 6
dell’ordinanza in esame, che i messaggi in questione rimanevano circoscritti
«all’ambito conoscitivo del solo ricorrente, ovvero all’interlocuzione individuale
con altro soggetto nelle citate conversazioni o in chat, ciò che esclude quella
necessaria pubblicità intesa come potenzialità diffusiva indefinita equiparabile
alla stampa».
In questa cornice, occorre evidenziare che i riferimenti compiuti nel
provvedimento impugnato consentivano al Tribunale del riesame di Brescia di
formulare un giudizio adeguato sulla portata non apologetica di tali messaggi,
tenuto conto del contesto esclusivamente privato e interpersonale nel quale si
svolgevano le comunicazioni.
Il giudizio espresso nel provvedimento impugnato, dunque, risulta rispettoso
delle emergenze processuali e conforme alla giurisprudenza di legittimità
consolidata, che presuppone, per la configurazione del reato di cui all’art. 414
cod. pen., la potenzialità diffusiva indefinita della comunicazione censurata,
correttamente esclusa nel caso di specie dal Giudice del riesame (cfr. Sez. 1, n.
25833 del 23/04/2012, Testi, Rv. 253101; Sez. 1, n. 26907 del 05/06/2001,
Vencato, Rv. 219888).
Né potrebbe essere diversamente, atteso che questa Corte ha ripetutamente
affermato che, per configurare il delitto di cui all’art. 414 cod. pen., occorre che
il comportamento del soggetto attivo del reato si connoti per la sua valenza
diffusiva, desumibile dalle circostanze di fatto in cui la condotta apologetica si
esplica, tale da determinare il rischio concreto – valutabile alla luce del contesto
ambientale nel quale le comunicazioni hanno luogo – di consumazione di altri
reati, lesivi di interessi omologhi a quelli offesi dal crimine esaltato (cfr. Sez. 1,
n. 8779 del 05/05/1999, Oste, Rv. 214645; Sez. 1, n. 11578 del 17/11/1997,
Gizzo, Rv. 209140).
Non può, infine, rilevare, nella direzione invocata dalla parte ricorrente, la
circostanza che le condotte apologetiche di cui all’art. 414 cod. pen. possono
avere ad oggetto anche l’esternato apprezzamento nei confronti di associazione
con finalità di terrorismo internazionale, di cui all’art. 270-bis cod. pen., con la
conseguenza che il pericolo concreto può concernere non solo l’approvata
commissione di atti di terrorismo, ma anche la plaudita scelta di partecipare ad
una siffatta organizzazione. Sul punto, non può che ribadirsi che, ai fini della
configurazione della fattispecie dell’art. 414 cod. pen., non rileva la tipologia dei
reati in relazione ai quali si esplica l’attività comunicativa, ma le modalità con cui
la comunicazione viene esternata, che devono possedere connotazioni di
potenzialità diffusiva, conseguenti al fatto di essere destinate a un numero
indeterminato di soggetti e comunque non riconducibili, come nel caso in esame,
ad un ambito strettamente interpersonale (cfr. Sez. 1, n. 25833 del 23/04/2012,
Testi, cit.; Sez. 1, n. 26907 del 05/06/2001, Vencato, cit.).
Queste ragioni processuali impongono di ritenere infondata la doglianza in
esame.
3. Deve, invece, ritenersi fondata l’ulteriore doglianza, riguardante il
contenuto apologetico delle videoregistrazioni datate 29/01/2015, 17/08/2015,
20/09/2015, 14/11/2015 e 25/11/2015, postate sul profilo personale Facebook
del Dibrani, le quali, secondo la parte ricorrente, contenevano inequivocabili
manifestazioni di propaganda delllsis, rese evidenti dal fatto che in tali
comunicazioni telematiche era sempre presente il riferimento al conflitto bellico
in corso di svolgimento sul territorio siro-iracheno, nel quale la predetta
organizzazione terroristica di matrice islamica radicale risulta direttamente
coinvolta.
Osserva il Collegio che sull’idoneità comunicativa delle videoregistrazioni in
esame il percorso argomentativo seguito dal Tribunale del riesame di Brescia
appare incongruo, in ragione del fatto che tali comunicazioni risultavano postate
dal Dibrani sulla sua pagina Facebook e richiamavano il conflitto bellico in corso
di svolgimento sull’area siro-irachena, mediante riferimenti audiovisivi, nel
valutare la cui portata apologetica occorre richiamare preliminarmente la
giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale: «Integra il reato di apologia di
uno o più delitti, previsto dall’art. 414 cod. pen., la diffusione di un documento di
contenuto apologetico mediante il suo inserimento su un sito internet privo di
vincoli di accesso, in quanto tale modalità ha una potenzialità diffusiva
indefinita» (cfr. Sez. 1, n. 47489 del 06/10/2015, Halili, Rv. 265265).
L’ordinanza impugnata trascura che la giurisprudenza di legittimità, da
tempo, ha affermato che l’attività di proselitismo, fondata su ragioni di carattere
etnico o religioso, ben può essere effettuata mediante i canali telematici -tra i
quali occorre certamente comprendere il soda! network denominato Facebookattraverso cui si mantengono i contatti tra gli aderenti o i simpatizzanti,
mediante la diffusione di documenti e testi apologetici, la programmazione di
azioni dimostrative, la raccolta di elargizioni economiche, la segnalazione di
persone responsabili di avere operato a favore della causa propagandata (cfr.
Sez. 5, n. 33179 del 24/03/2013, Scarpino, Rv. 257216; Sez. 3, n. 8296 del
02/12/2004, dep. 2005, Ongari, Rv. 231243).
Costituisce, al contempo, un dato ermeneutico incontroverso quello secondo
cui il reato di apologia, così come prefigurato dall’art. 414 cod. pen., può avere
ad oggetto anche un’ipotesi delittuosa associativa, con la conseguenza che il
Tribunale del riesame di Brescia, nel caso di specie, non ha tenuto conto delle
conseguenze apologetiche che i riferimenti, espliciti e impliciti, al conflitto bellico
siro-iracheno – nel quale risulta coinvolta un’organizzazione terroristica di
ispirazione jihadista come Ilsis – contenuti nelle videoregistrazioni in esame
erano in grado di provocare rispetto ai frequentatori del social network. Nel
valutare la portata apologetica di tali videoregistrazioni, quindi, occorreva
considerare la natura di organizzazioni terroristiche, rilevanti ai sensi dell’art.
270-bis cod. pen., delle consorterie di ispirazione jihadista operanti su scala
internazionale, analoghe allo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, da ultimo
ribadita dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. 5, n. 2651
dell’08/10/2015, dep. 2016, Nasr Osama, Rv. 265925; Sez. 5, n. 48001 del
14/07/2016, Hosni, Rv. 268164).
In particolare, risulta smentito dallo stesso percorso argomentativo seguito
dal Giudice del riesame l’assunto su cui si fonda il provvedimento impugnato,
secondo cui le videoregistrazioni postate sul profilo Facebook del Dibrani,
nell’arco temporale compreso tra il 29/01/2015 e il 25/11/2015, si limitavano a
sollecitare un’adesione di matrice meramente ideologica e religiosa dei potenziali
utenti telematici al ruolo istituzionale dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria
nell’area mediorientale.
L’incongruità del percorso motivazionale seguito dal Tribunale del riesame di
Brescia e la sua eccentricità rispetto al compendio indiziario acquisito nei
confronti del Dibrani appare evidente dal passaggio motivazionale, esplicitato a
pagina 7 del provvedimento impugnato, nel quale si osserva che «il materiale
pubblicato è relativo alle vicende siriane ovvero esterna generiche posizioni
religiose fatte proprie da Dibrani attraverso la pubblicazione sul suo profilo
Facebook, ma in alcun modo pubblicizza modi e metodi organizzativi e militari
dello Stato islamico».
Nell’affermare che le videoregistrazioni postate su Facebook nelle date del
29/01/2015, del 17/08/2015, del 20/09/2015, del 14/11/2015 e del 25/11/2015
si limitavano a richiamare il conflitto bellico in corso di svolgimento sul territorio
siro-iracheno in termini meramente ideologici, si è trascurato di considerare che i
riferimenti ad una delle parti in guerra, rappresentata dall’isis, presupponevano
il richiamo alla Jihad islamica, che costituisce la fonte di ispirazione, dichiarata e
non controversa, delle azioni militari dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria.
Basti considerare, a titolo meramente esemplificativo, il messaggio contenuto
nella videoregistrazione postata il 17/08/2015, richiamato a pagina 10 del
ricorso in esame, nel quale si inneggiava esplicitamente al martirio,
affermandosi: «voglio incontrare Dio, madre nascondi le lacrime, Adhan chiama
alla Jiad » (cfr. Sez. 5, n. 2651 dell’08/10/2015, dep. 2016, Nasr Osama,
cit.; Sez. 5, n. 48001 del 14/07/2016, Hosni, cit.).
D’altra parte, costituisce un dato incontrovertibile quello secondo cui la
guerra civile attualmente in corso di svolgimento sul territorio siro-iracheno vede
contrapposte diverse fazioni militari, una delle quali è rappresentata dallo Stato
Islamico dell’Iraq e della Siria, la cui matrice ideologica e religiosa è
rappresentata dal richiamo alla Jihad islamica, che ispira le azioni belliche
condotte su quell’area del Medio Oriente dallisis, e costituisce, su scala
internazionale, il collante del terrorismo islamico, come correttamente
evidenziato nelle pagine 8-12 del ricorso in esame.
Ne consegue che il percorso argomentativo seguito dal provvedimento
impugnato appare fondato su premesse valutative incongrue e contrastanti con
le risultanze processuali, nel valutare le quali occorre tenere presente che la
diffusione delle videoregistrazioni su Facebook da parte del Dibrani, per il loro
inserimento su un social network privo di vincoli di accesso e per il chiaro
riferimento al conflitto bellico siro-iracheno e all’Isis che ne è parte attiva non
secondaria, non potevano ritenersi caratterizzate da una matrice esclusivamente
ideologica e religiosa dei messaggi ad essi sottesi.
A queste incongruità motivazionali, dunque, il Tribunale del riesame di
Brescia dovrà ovviare nel giudizio di rinvio, effettuando un nuovo esame degli
elementi probatori acquisiti nei confronti del Dibrani conformemente ai principi di
diritto che si sono enunciati e correlando il contenuto delle singole
videoregistrazioni in questione – postate nelle date del 29/01/2015, del
17/08/2015, del 20/09/2015, 14/11/2015 e del 25/11/2015 – al compendio
indiziario complessivo, nella prospettiva apologetica prefigurata dall’art. 414 cod.
pen.
In conclusione, le considerazioni che precedono l’impongono l’accoglimento
del ricorso nei limiti indicati.
4. Segue l’annullamento dell’ordinanza impugnata, con il conseguente rinvio
per nuovo esame al Tribunale del riesame di Brescia, che dovrà uniformarsi ai
principi come sopra enunciati.

P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di
Brescia.
Così deciso il 04/04/2017.

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