Intercettazioni – Cassazione Penale 08/06/2017 N° 28566

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 08/06/2017

Numero: 28566

Testo completo della Sentenza Intercettazioni – Cassazione penale 08/06/2017 n° 28566:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 28566 Anno 2017
Presidente: LAPALORCIA GRAZIA
Relatore: PEZZULLO ROSA
Data Udienza: 03/02/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
UVA ROCCO LUCIANO nato il 13/12/1948 a RUVO DI PUGLIA
avverso la sentenza del 31/03/2015 della CORTE APPELLO di BARI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 03/02/2017, la relazione svolta dal Consigliere
ROSA PEZZULLO
Udito il Procuratore Generale in persona del MARIO MARIA STEFANO PINELLI
che ha concluso per
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
Generale, dott. Mario Maria Stefano Pinelli che ha concluso per il rigetto del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1.Con sentenza del 31.3.2015 la Corte d’Appello di Bari, in riforma della
sentenza del Giudice dell’udienza preliminare del locale Tribunale in data
12.7.2012, rideterminava la pena inflitta a Uva Rocco Luciano in mesi otto di
reclusione per il reato di agli artt. 81 cpv. 110, 117, 479 e 476/2 c.p., per
avere – in concorso con i pubblici ufficiali, in qualità di ingegnere incaricato
dalla società DEC del gruppo De Gennaro, in relazione alla pratica n. 2170 cd.
Area Bersaglio, presentata sia presso il comando provinciale dei VVFF di Bari,
sia presso l’Ufficio Tecnico comunale di Bari, protocollata in entrata in data
17.4.2007- provveduto a produrre l’ulteriore elaborato grafico “2 PI 4, Via
d’esodo dalla Galleria Metropolitana….” (mancante alla data di presentazione
e istruzione della pratica) sul quale veniva apposta la falsa attestazione di
ricezione del 5.4.2007 (e non quella dell’effettiva ricezione in data
20.4.2007), in uno all’originario atto pubblico, con apposizione degli stessi
estremi di protocollo del 5.4 ed un diverso timbro recante la dicitura parere
favorevole, secondo la nota pari data e numero, seguito dalla firma dei
pubblici ufficiali (Cippone e Micunco) e dell’imputato quale tecnico progettista.
1.1. Secondo la sentenza impugnata, la determinazione a produrre
l’elaborato grafico 2 PI 4 – per il quale risultava falsamente attestata la data di
ricezione – era connessa al fatto che lo scopo di tale falsità non era quello di
consentire l’approvazione del progetto in via definitiva da parte del Comune di
Bari (esito positivo del tutto scontato con la soluzione delle problematiche di
sicurezza oggetto della tavola incriminata), bensì l’approvazione proprio nella
sessione pomeridiana del 20 aprile 2007, al fine di scongiurare l’inevitabile
rinvio che si sarebbe determinato in mancanza della predetta tavola e del
relativo nulla osta del Comando VV.FF., rinvio che avrebbe potuto incidere
sulla concessione dei finanziamenti europei.
2. Avverso tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso, a mezzo del
suo difensore di fiducia, affidato a cinque motivi, lamentando:
-con il primo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo comma,
lett. c) c.p.p., per inosservanza delle norme sulla utilizzabilità delle
intercettazioni telefoniche, unica fonte di prova a carico del ricorrente; invero,
in data 11.1.2007, il P.M. richiedeva al Giudice per le indagini preliminari
l’autorizzazione a disporre l’esecuzione delle intercettazioni sull’utenza in uso
a Mercurio Rocco che veniva concessa in pari data; il 15.1.2007 lo stesso P.M.
disponeva la cessazione delle operazioni di intercettazione, ma la polizia
giudiziaria, nel verbale datato 16.1.2007, dava atto di aver iniziato le
operazioni tecniche di intercettazione in data 15.1.2007; né può ritenersi che
gli esiti inutilizzabili delle intercettazioni possano essere recuperati con una
implicita “ratifica”, mediante le successive richieste di proroga delle
intercettazioni, atteso che la ratifica non è contemplata dal codice di rito e,
comunque, le successive richieste di proroga evocate ai fini della ratifica sono
viziate perché fondate su elementi di prova inutilizzabili;
-con il secondo motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo
comma, lett. b) c) ed e) c.p.p., in relazione 476/1 e 2 comma c.p. e 62 bis
c.p., atteso che plurime ragioni sussistono per ritenere che il giudice di primo
grado abbia ritenuto configurabile la fattispecie di cui all’art. 479 c.p., in
relazione all’art. 476/1 c.p. (e non all’art. 476/2 c.p.), e segnatamente: che
non risulta contestata in fatto l’aggravante ex art. 476, comma 2, c.p.,
riferibile esclusivamente agli atti pubblici di fede privilegiata; che è mancante
ogni motivazione in ordine alla sussistenza in concreto dell’aggravante in
questione; che la diminuzione della pena, con conseguente concessione delle
attenuanti generiche risulta non quale risultato del giudizio di bilanciamento,
ma come conseguenza dell’applicazione diretta delle attenuanti;
– con il terzo motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo
comma, lett. c) c.p.p., in relazione all’art. 6 CEDU e all’aggravante di cui
all’art. 476/2 c.p.p., non contestata in fatto, né qualificata giuridicamente;
invero, a prescindere dal giudicato formatosi sul punto della esclusione in
concreto della circostanza aggravante ex art. 476, comma 2, c.p., in ogni caso
sussiste violazione irrimediabile del diritto di difesa, nel caso in cui sia stata
ritenuta in sentenza l’ipotesi aggravata del reato di falso in atto pubblico, non
esplicitata in contestazione;
-con il quarto motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo
comma, lett. b) ed e) c.p.p., avendo la Corte territoriale ritenuto sussistente
l’ipotesi aggravata di cui all’art. 476 c.p.p., senza fornire congrua ed adeguata
motivazione;
-con il quinto motivo, la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, primo
comma, lett. b) ed e) c.p.p. in ordine all’esclusione del falso innocuo
relativamente all’apposizione del timbro datario sulla tavola in contestazione;
invero, presso il competente ufficio comunale, non risultava rilevante la data
apposta sulla tavola oggetto di contestazione, essendo, invece,
esclusivamente rilevante che, alla data di deliberazione da parte dell’Ufficio
comunale, la tavola fosse effettivamente presente agli atti.
3. In data 10.1.2017 l’imputato ha depositato memoria con la quale ha
ulteriormente illustrato i motivi di ricorso, sviluppando argomentazioni ad essi
pertinenti.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo di ricorso è fondato ed assorbe la valutazione degli
ulteriori motivi.
Il ricorrente lamenta, innanzitutto, l’inutilizzabilità delle intercettazioni
telefoniche, costituenti fonte di prova a suo carico, in considerazione del fatto
che l’attività captativa da parte della P.G. è avvenuta nonostante il Pubblico
Ministero avesse disposto la cessazione di essa.
La questione posta con tale eccezione, va premesso, si presenta
rilevante ai fini del decidere, atteso che dal tenore della medesima sentenza
impugnata emerge che il contenuto delle conversazioni intercettate è stato
posto a base dell’affermazione di responsabilità dell’Uva (cfr. pg . 1 e 2) e che,
in particolare, a suo carico risulta “cruciale” “la telefonata intercettata la
mattina del 20.4.2007 alle ore 11.54 sull’utenza mobile intestata a Mercurio
Rocco (Rit. 52/07) tra il predetto ed il chiamante Uva Rocco, il quale comunica
al Mercurio che nella seduta pomeridiana, il Comune non avrebbe approvato il
progetto definitivo….” (cfr. pag. 6).
1.1. Va, altresì, premesso, per un corretto inquadramento della vicenda,
che in data 11.1.2007 il P.M. presso il Tribunale di Bari chiedeva, tra l’altro,
l’autorizzazione al Giudice per le indagini preliminari a disporre intercettazioni
di conversazioni telefoniche sull’utenza di Mercurio Rocco, n. 3473341161,
autorizzazione rilasciata in data 11.1.2007. Con provvedimento in data
15.1.2017, il P.M., tuttavia, disponeva la cessazione delle intercettazioni delle
conversazioni telefoniche sull’utenza indicata, ma, ciononostante, le
operazioni in questione avevano luogo, come si rileva dal contenuto del
verbale datato 16.1.2007, intestato “verbale di apertura di intercettazìone
telefonica”, nel quale si dava atto appunto che il flusso delle telefonate
captate aveva avuto inizio in data 15.1.2017, con la conversazione delle ore
17:07:18.
1.2. A fronte dell’eccezione di illegittimità e conseguente inutilizzabilità
delle captazioni operate in siffatto contesto- stante il provvedimento con cui
veniva disposta la cessazione delle operazioni di intercettazione- la sentenza
impugnata ha ritenuto l’insussistenza del vizio dedotto, atteso che la sanzione
di inutilizzabilità “conseguirebbe se l’utenza monitorata fosse diversa da quella
autorizzata con decreto dal G.i.p. e non invece, come nel caso in esame, la
medesima utenza”; inoltre “irrilevante a tal fine è la disposta cessazione da
parte del PM delle attività materiali di intercettazioni, dettata evidentemente
da una temporanea inattività superata nei fatti dalla riattivazione in pari data
della stessa, ratificata dallo stesso P. G. con successiva richiesta di proroga di
intercettazione al G.u.p. (cosi come evidenziato dalla stessa difesa in sede di
gravame sulla base dell’esame della documentazione in atti)”.
1.3. Tali argomentazioni non sono condivisibili. Ed invero,
territoriale non affronta minimamente il problema della natura giuridica
la Corte
dell’atto con il quale è stata disposta dal P.M. in data 15.1.2017 la cessazione
delle intercettazioni delle conversazioni telefoniche sull’utenza indicata, atto
questo che, come si evince dalla documentazione allegata al ricorso, risulta,
peraltro, debitamente comunicato con immediatezza anche alla Telecom Italia
Mobile e all’H3G s.p.a. di Roma. Il provvedimento di “cessazione” delle
intercettazioni adottato del P.M. pare assumere, invero, i connotati di una
vera e propria rinuncia da parte del P.M. all’attività investigativa da svolgere
mediante l’intercettazione di conversazioni sull’utenza del Mercurio, rinuncia
della quale la P.G. e gli altri enti interessati avrebbero dovuto tener conto,
astenendosi dall’operare l’attività captativa in assenza di un formale
provvedimento di “riattivazione” di essa. Le ripercussioni di tale “rinuncia”
andavano analizzate, quindi, in relazione al disposto di cui all’art. 271/1
c.p.p., al fine di verificare, appunto, se la fattispecie si configurasse come una
attività captativa “eseguita senza osservare le disposizioni di cui all’art. 267
c.p.p.”.
1.4. Inconferente si presenta, nel contesto descritto, il richiamo ad un
precedente di questa Corte (sentenza n. 19675/2001) dal quale si
desumerebbe l’assenza di illegittimità nell’attività captiva compiuta. Il
precedente richiamato, invero, afferisce ad un caso completamente diverso da
quello in esame, nel quale le intercettazioni originariamente autorizzate, in
relazione ad un determinato numero telefonico, erano state, invece, effettuate
sul diverso numero telefonico risultante però dalla modifica di quello originario
identificante l’utenza intestata al soggetto sottoposto a captazione. Nella
fattispecie in esame invece, come già accennato, occorreva analizzare
l’incidenza del provvedimento di cessazione delle attività adottato dal P.M.,
previa qualificazione dello stesso, laddove non risulta dirimente il fatto che
l’utenza oggetto di captazione sia la stessa di quella interessata dell’originario
provvedimento autorizzativo.
1.5. Neppure si presenta condivisibile l’ulteriore affermazione della Corte
territoriale, secondo cui la successiva richiesta di proroga al Giudice per le
indagini preliminari avrebbe “ratificato” l’attività captiva svolta, comunque,
dalla P.G.. Sul punto va, innanzitutto, evidenziato che la Corte territoriale non
dà conto del momento in cui sarebbe intervenuta tale richiesta di proroga, né
del contenuto della stessa, anzi parrebbe aver accertato la presenza di una
proroga in atti, desumendola “da quanto peraltro evidenziato dalla stessa
difesa in sede di gravame sulla base della documentazione in atti”. In tale
contesto – a prescindere dal rilievo dell’inammissibilità di una “ratifica”
attraverso la proroga dell’attività captativa “abusivamente” espletata, atteso
che l’attività di proroga è ammissibile sempre che corrisponda, come “dies a
quo”, con quello successivo alla proroga già concessa e, come “dies ad quem”,
con la scadenza del periodo autorizzato, sicché sono inutilizzabili, ex art.
271, comma primo, cod. proc. pen., le captazioni allorquando il
provvedimento autorizzativo si discosti da detta scansione temporale ( Sez.
6, n. 7772 del 11/12/2015; Sez. 2, n. 19483 del 16/04/2013, Rv. 256041) -,
in ogni caso resta il fatto che, ove l’attività captativa realizzata a seguito del
provvedimento di cessazione del P.M. debba intendersi quale attività “sine
titulo”, giammai potrebbe configurarsi la “proroga” di un’attività
illegittimamente compiuta.
1.6. L’istituto della “ratifica”, poi, deve ritenersi del tutto estraneo alla
delicata materia delle intercettazioni, consentendo il legislatore la
compressione temporanea del diritto costituzionalmente garantito alla
segretezza della corrispondenza sulla base di un procedimento sequenziale,
che si fonda sul rispetto di tempi e forme idonei a consentire il controllo,
ovviamente preventivo, dei presupposti e dei limiti nell’ambito dei quali tale
compressione è consentita.
1.8. In relazione alla fattispecie in esame, la proroga indicata nella
sentenza impugnata potrebbe aver assunto natura di autonomo
provvedimento di autorizzazione all’effettuazione delle suddette operazioni,
ma in tal caso occorreva verificare se essa fosse dotata di autonomo apparato
giustificativo, che desse conto della ritenuta sussistenza delle condizioni
legittimanti l’intromissione nella altrui sfera di riservatezza (Sez. 5, n. 4572
del 17/07/2015).
2. Per tutte le ragioni esposte la sentenza impugnata va annullata con
rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Bari per nuovo esame in merito
all’eccezione preliminare relativa all’inutilizzabilità delle intercettazioni
telefoniche poste a fondamento della condanna dell’imputato.

p.q.m.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di
Appello di Bari per nuovo esame.
Così deciso il 3.2.2017

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