Inquinamento – Cassazione Penale 06/02/2017 N° 5442

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 06/02/2017

Numero: 5442

Testo completo della Sentenza inquinamento – Cassazione penale 06/02/2017 n° 5442:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 5442 Anno 2017
Presidente: RAMACCI LUCA
Relatore: MENGONI ENRICO
Data Udienza: 15/12/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Asti nel procedimento nei
confronti di
Zantonello Renzo, nato a Castagnaro (Vr) il 2/5/1942
avverso la sentenza dell’8/2/2016 del Tribunale di Asti;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale Stefano Tocci, che ha concluso chiedendo l’annullamento
con rinvio della sentenza

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza dell’8/2/2016, il Tribunale di Asti assolveva Renzo
Zantonello dalle imputazioni allo stesso ascritte ex artt. 81 cpv. cod. pen., 256,
comma 1, lett. a), 279, comma 2, d. Igs. 3 aprile 2006, n. 152, rispettivamente,
perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto; con la prima
imputazione, in particolare, era contestato – nella qualità di presidente del
consiglio di amministrazione della “IPA s.r.l.” – di aver smaltito senza
autorizzazione residui della lavorazione (trucioli e segatura), rifiuti non pericolosi,
consegnandoli ad una ditta non autorizzata.
2. Propone ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il
Tribunale di Asti deducendo – con unico motivo – l’inosservanza od erronea
applicazione della legge penale. La sentenza avrebbe erroneamente negato ai
citati scarti di lavorazione la natura di rifiuto, invero da riconoscere in quanto
cosa – rectius: residuo di processo di produzione – di cui il detentore intende
disfarsi, a prescindere dal carattere gratuito od oneroso di ciò; nel momento in
cui il prodotto diventa rifiuto, dunque, la cessione ad altro soggetto non farebbe
venir meno tale qualità, sì che il conferimento medesimo dovrebbe poter
avvenire soltanto in forza delle dovute autorizzazioni. E senza che, peraltro,
possa qui richiamarsi la disciplina in materia di sottoprodotto, della quale invero
non ricorrerebbero i presupposti.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso è fondato.
Come noto, ai sensi dell’art. 183, comma 1, lett. a), d. Igs. n. 152 del 2006,
rifiuto è qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia
l’intenzione o abbia l’obbligo di disfarsi; esattamente quel che accade con gli
scarti di produzione, come nel caso di specie, salva la possibilità della diversa
qualificazione in sottoprodotto, ai sensi dell’art. 184-bis, d. Igs. n. 152 del 2006,
ricorrendone i rigorosi presupposti di legge, invero neppure ipotizzati nella
sentenza impugnata (a: la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di
produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la
produzione di tale sostanza od oggetto; b) è certo che la sostanza o l’oggetto
sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o
di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi; c) la sostanza o l’oggetto può
essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla
normale pratica industriale; d) l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o
l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i
prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti
complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana).
Con particolare riferimento, poi, alla segatura ed ai truciolati, scarti delle
lavorazioni in legno operate dalla “IPA s.r.l.”, la giurisprudenza di questa Corte
ne ha costantemente affermato la natura di rifiuto (ex plurimis, Sez. 3, n. 51422
del 6/11/2014, D’Itri; Sez. 3, n. 37208 del 9/4/2013, Cartolano; Sez. 3, n.
48809 del 28/11/2012, Solimeno; Sez. 3, n. 18743 del 19/10/2011, Rosati, tutte
non massimate), salvi i casi in cui il citato onere probatorio in senso contrario –
all’evidenza incombente sull’interessato – risulti soddisfatto.
Orbene, con riguardo al caso in esame, si osserva che il Tribunale di Asti è
in effetti incorso nella denunciata violazione di legge, negando apoditticamente
ai materiali in esame la qualifica di rifiuto non già con riguardo alla loro natura
od alla loro destinazione in ragione delle intenzioni del detentore (in questo caso,
coincidente con il produttore), ma facendo leva soltanto sul fatto che fossero
costantemente cedute ad altra società dietro fatturato pagamento di danaro. Il
che, però, come affermato dal Procuratore ricorrente, non risulta sufficiente per
escludere la natura medesima di rifiuto, che, una volta acquisita in forza di
elementi positivi (oggetto di cui il detentore si disfi, abbia l’intenzione o l’obbligo
di disfarsi, quale residuo di produzione) e negativi (assenza dei requisiti di
sottoprodotto, ai sensi dell’art. 184-bis sopra citato), invero ravvisabili nel caso
di specie, non vien certo perduta in ragione di un mero accordo con terzi
ostensibile all’autorità (oppure creato proprio a tal fine), in questo caso sub
specie di cessione a titolo oneroso, come se il negozio giuridico riguardasse
l’oggetto stesso della produzione e non – come in effetti – proprio un rifiuto. Ciò,
peraltro, a prescindere dal “valore” economico o commerciale di questo, specie
nell’ottica di chi in tal modo ne entra in possesso a seguito di un accordo di
natura privatistica; d’altronde, come affermato dal Procuratore ricorrente e già
sostenuto da questa Corte (Sez. 3, n. 15447 del 20/1/2015, Napolitano, non
massimata), nell’indagine in esame – volta all’accertamento dell’effettiva natura
di rifiuto – si deve evitare di porsi nella sola ottica del cessionario del prodotto, e
della valenza economica che allo stesso egli attribuisce (sì da esser disposto a
pagare per ottenerlo), occorrendo, per contro, verificare “a monte” il rapporto
tra il prodotto medesimo ed il suo produttore e, soprattutto, la volontà/necessità
di questi di disfarsi del bene.
Opinare in termini diversi, al pari del primo Giudice, comporterebbe dunque
la facile creazione di pericolose aree di impunità, nelle quali numerose condotte
oggettivamente integranti una fattispecie di reato ben potrebbero esser
dissimulate da accordi – dolosamente preordinati – volti a privare il bene di una
particolare qualità, ex se rilevante sotto il profilo penale, invero già “a monte”
acquisita ed insuscettibile di esser cancellata.
La sentenza impugnata, pertanto, deve essere annullata con rinvio, affinché
il Tribunale di Asti verifichi compiutamente la natura del materiale di cui trattasi,
con ogni penale implicazione, a prescindere dagli accordi che, con riguardo allo
stesso, l’imputato abbia in effetti raggiunto con terzi soggetti.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Asti in diversa
composizione.
Così deciso in Roma, il 15 dicembre 2016

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