Inosservanza Di Pena – Cassazione Penale 08/09/2016 N° 37378

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 08/09/2016

Numero: 37378

Testo completo della Sentenza Inosservanza di pena – Cassazione penale 08/09/2016 n° 37378:

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SENTENZA Sul ricorso proposto dal Procuratore Generale c/o Di Peti-illo Saverio, nato F11.10.1976, Mensorio Mauro, nato il 26.1.1975, Russo Michele, nato il 24.5.1981, e sul ricorso pn»osto da Mensorio Mauro, nato il 26.1.1975 Russo Antonio, nato 14.1.0.1979 avverso la sentenza n.3750 della Corte d’appello di Napoli, 3a sezione penale, del 11.05.2015; 1 visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Margherita B. Taddei; udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale, Francesco Salzano , che ha concluso per l’annullamento con rinvio,in accoglimento del ricorso del P.G. ed il rigetto dei ricorsi Mensorio e Russo Antonio; udito per gli imputati Russo Michele e Russo Antonio, l’avv. Raffaele De Simone, che ha concluso per il rigetto del ricorso del P.G. e l’accoglimento del ricorso di Russo Antonio; udito per l’imputato Mensorio Mauro l’avv. Vittorio Corcione e Vincenzo Maiello, che hanno concluso per il rigetto del ricorso del P.G. e l’accoglimento del ricorso di Mensorio; MOTIVI della DECISIONE 1.In ordine ai fatti di reati dì seguito indicati: Mensorio Mauro, Mauro Michele, Tecchia Gianfranco (omissis per stralcio)- a) del delitto p. e p dall’alt 416 bis, 1, 2, 3, 4, e 5 comma c.p., per aver partecipato, unitamente a Russo Pasquale, Russo Salvatore Andrea, ed altri nei cui confronti si e già proceduto, ad un’associazione di tipo mafioso localmente denominata “clan Russo”, promossa, organizzata e diretta da Russo Pasquale e Russo Salvatore Andrea che, avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà già acquisita, che ne deriva, ha per scopo la commissione di delitti (omicidi, estorsioni, usura, detenzione e porto in luogo pubblico di armi, illecita concorrenza mediante violenza o minaccia) anche al fine di acquisire il controllo delle attività illecite in parte del territorio della provincia di Napoli, ed in particolare nei Comuni di San Paolo Beisito, Nola, Saviano e zone’ limitrofe, in contrapposizione con analoghe organizzazioni rivali quali quella capeggiata da Nino Alfonso e Di Domenico Marcello, l’acquisizione in modo diretto o indiretto della gestione o comunque del controllo di attività economiche, di concessione e di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici, il procacciamento ad altri di voti in occasioni di competizioni elettorali, ovvero la realizzazione di profitti o vantaggi ingiusti- con l’aggravante di essere l’associazione armata;avendo in particolare Tecchia Gianfranco- già condannato per il delitto di cui all*art- 629 c.p. in forza delle sentenza nr. 2849/10 del 15.12.2010 GIP 26 e nr. 3075/09 Gup 40 in data 30.9.2009 emesse dal tribunale di Napoli- il ruolo prevalente ma non esclusivo di curare l’attività estorsiva. Fatti commessi in Nola, Saviano ed altri Comuni limitrofi, dal mese di febbraio del 2005 con condotta perdurante. Mensorio Mauro: b) del delitto p. e p. dagli arti. 110,81, 390 c.p., 7L. 203.91 per avere in concorso con Franzese Antonio nei cui confronti si è già proceduto, in tempi diversi e con piu azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, aiutato Russo Pasquale a sottrarsi all’esecuzione della pena dell’ergastolo, alla quale era stato condannato con sentenza emessa il 17.9.1998 dalla Corte d’Assise di Napoli per l’ omicidio di Nappi Paolo e divenuta definitiva il 9.1.2001 ed esecutiva attraverso l’ordine di carcerazione nr. 75/01 R.E. emesso dalla Procura Generale presso la Corte D’Appello di Napoli 1’11.1.2001, consentendogli di incontrare, sfuggendo alle richieste dell’Autorità, i familiari’ in particolare procurando autovetture di volta in volta differenti appartenenti a soggetti del tutto estranei al contesto criminale in modo da eludere le attività di ricerca dell’A.G. Con l’aggravante di cui all’art. 7 della L. 203.91, avendo agito al fine di agevolare le finalità dell’associazione di tipo mafioso 2 di cui al capo a).Fatti commessi in Noia, Saviano ed altri comuni delle provincie di Napoli ed Avellino dal mese di maggio del 2007 al mese di novembre del 2009. Russo Michele cl. 81 e Di Petrillo Saverio: capo d) del delitto p. e p. dagli artt. 81 cpv, 110, 629 c. 2 in relazione all’art. 628 co 3 nr. 1 e 3 c.p., art. 7 L. 203/91, perché in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, con minaccia consistita nell’avvalersi della fama criminale di cui Russo Michele godeva già in ragione del suo rapporto di parentela con Russo Pasquale (di cui è il nipote) e Russo Salvatore ( di cui è il figlio) e della specifica capacità intimidatoria derivante dalla forza del vincolo associativo della struttura capeggiata dai predetti Russo Pasquale e Russo Salvatore e nel pretendere che Nusco Michele assumesse alle proprie dipendenze persone indicate e gradite al clan, tra cui Di Petrillo Saverio), si procuravano un ingiusto vantaggio con conseguente danno per la p.o. Con l’aggravante di cui all’art. 7 della L. 203.91, avendo agito avvalendosi delle condizioni di assoggettamento e di omertà di cui all’art. 416 bis c.p., ed al fine di agevolare le finalità dell’associazione di tipo mafioso capeggiata da Russo Pasquale e Russo Salvatore.In Noia e comuni limitrofi, nel luglio 2006(così modificato all’udienza del 17.2.2014) Russo Antonio Capo K) del delitto p. e p. dagli artt. 81 cpv, 110, 629 co 2 in relazione all’art. 628 co 3 nr. 1 e 3 c.p., art. 7 L. 203.91, perché quale componente dell’associazione di tipo mafioso di cui al capo a), con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, mediante minaccia consistita nel presentarsi al cospetto del padre Russo Pasquale e dunque avvalendosi della carica intimidatoria derivante dalla spendita del nome di quest’ultimo, capo dell’organizzazione di stampo camorristico di appartenenza ed all’epoca dei fatti latitante, nonché di fronte al rifiuto della vittima di accettare l’incontro con il vertice del sodalizio, nel pretendere, presentandosi quale milicuis del padre Russo Pasquale, che Buglione Antonio, assumesse o facesse assumere le persone indicate, posto in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a procurare a sé ed ad altri un ingiusto vantaggio con conseguente danno per la persona offesa, non essendosi verificato l’evento per cause indipendenti dalla sua volontà, segnatamente la reazione della vittima. Con l’aggravante dì cui all’art. 7 della L. 203.91, avendo agito avvalendosi delle condizioni di assoggettamento e di omertà di cui all’art. 416 bis c.p., ed al fine di agevolare le finalità dell’associazione di tipo mafioso capeggiata da Russo Pasquale e Russo Salvatore. D’Ambrosio Giuseppe n) del delitto p. e p. dagli artt. 81, 110, 629 co 2 c.p., in relazione all’art. 628 co3 nn 1 e 3 cod.pen, art.7 L.203 /1991 perché, il primo anche quale componente dell’associazione di tipo mafioso capeggiata dal padre Russo Pasquale e dallo zio Russo Salvatore e dunque avvalendosi della relativa carica intimidatoria, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi mediante minaccia consistita nel presentare D’Ambrosio Giuseppe a Nappi Natale precisando che si trattava di un “loro” protetto e invitando la vittima a procedere in favore dello stesso alla fornitura del calcestruzzo di cui il predetto aveva bisogno per la realizzazione dei lavori che stava eseguendo per la costruzione della propria abitazione, esortando lo stesso Nappi a “mettersi a disposizione e nell’ottenere in questo modo che la fornitura di materiale per un valore complessivamente ammontante a 35/40 milioni di lire avvenisse senza corresponsione del corrispettivo ad eccezione dell’importo dell’IVA, si procuravano un ingiusto vantaggio con conseguente danno patrimoniale della vittima. Con l’aggravante dì cui all’art. 7 della L. 203.91, avendo agito avvalendosi delle condizioni di assoggettamento e di omertà di cui all’art. 416 bis c.p., ed al fine di agevolare le finalità dell’associazione di tipo mafioso capeggiata da Russo Pasquale e Russo Salvatore. In Noia e Comuni limitrofi tra il 2004 ed il 2005 Mensorio Mauro Capo o) del delitto p. e p. dagli artt. 81 cpv, 110, 629 co 2 in relazione all’art. 628 co3 nn 1 e 3 cod.pen, art.7 L.203 /1991 perché, in concorso tra loro, in tempi diversi e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, mediante minaccia consistita nell’avvalersi della fama criminale di cui godevano e che era nota alla vittima, nel presentarsi (De Lucia) al cospetto di Nappi Natale e nel rappresentare di agire in nome e per conto di Russo Salvatore e di Russo Pasquale e nel pretendere il pagamento di tangenti estorsive quale condizione essenziale affinché per la vittima fosse possibile svolgere la sua attività imprenditoriale, facendosi in tal modo consegnare la somma di danaro complessivamente 3 quantificata in 15 mila euro all’anno che la vittima versava in tranches da 5 mila euro ognuna in occasione delle festività di Pasqua, ferragosto e Natale di ogni anno, nonché nel ribadire la cogenza del capo del sodalizio conducendolo in zone di aperta campagna e in condizioni da ridurre la capacità di difesa dello stesso, si procuravano l’ingiusto vantaggio con conseguente danno per la p.o. derivante dalla corresponsione delle suddette somme di danaro. Con raggravante di cui all’art. 7 della L. 203.91, avendo agito avvalendosi delle condizioni di assoggettamento e di omertà di cui all’art. 416 bis c.p., ed al fine di agevolare le finalità dell’associazione di tipo mafioso capeggiata da Russo Pasquale e Russo Salvatore. In Nola e Comuni limitrofi, in un arco di tempo compreso tra il 2001 e fino al 2009. la Corte di appello di Napoli , con la sentenza indicata in epigrafe, in nliriìaa della sentenza del Tribunale di Noia, del 05.05. 201.4 , assolveva Russo Michele e Di Petrillo Saverio dal reato ascritto al capo ci) della rubrica perché il n:m° non sussiste; rideterminava la pena nei confronti di Russo Antonio, per il reato ascritto al capo K) in anni. sei e mesi otto di reclusione ed curo 2000,00 di multa -, assolveva Mensorio Mauro dal reato a lui ascritto al capo o) della rubrica, per violi aver commesso il fatto, e rideterminava la pena in relazione al capo b) della rubrica, esclusa la circostanza aggravante ch cui ali ‘art.. 7 L. 203.91, in anni quattro di reclusione, revocando la confisca dei beni e l’interdizione legale .Rigettava l’appello del P.M. e confermava nel resto l’impugnata sentenza. 1.2 Avverso tale decisione ha proposto ricorso il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Napoli, censurandola con riguardo alle posizioni di Di Petrillo ,Mensorio e Russo Michele per i motivi di seguito riassunti: a) mancanza, contraddittorietà , illogici:la della motivaziorie e travisamento della prova in ordine all’ assoluzione degli imputati Russo Michele e Di Petrillo Saverío dal reato di estorsione pluriaggravata in concorso, in danno di Nuseo Michele, perché il fatto non sussiste. Rileva il 1.-i.corrente che mentre la prima, sentenza si sofferma ampiamente sulla esistenza ed. idoneità delle minacce estorsíve continue in danno di Nusco Mario (pag,18ss.), chiarendo tutti i vantaggi, anche in termini di tan.genti, ricavati ,da una. simile attività, per molti anni dal. clan Russo, e ben inquadrando, sulla base delle precise testimonianze rese da Nusco Mario e Nuseo Michele, l’episodio dell’assunzione di Di Petrillo nella Modo Sr. I. su segnalazione” dell’imputato Russo Michele (pag.24), figlio del capoclan Pasquale, all’epoca latitante, e per questo molto conosciuto e tem:uto.manca nella sentenza di appello, ogni riferimento alla minaccia contestata., finalizzata all’assunzione del. Di Petrillo mentre si fa riferim.ento , quale fine della minaccia ,alla rinuncia a licenziare il Di Petríllo per assenteismo e scarso rendimento, elemento non presente della contestazione, con conseguente travisamento del significato effettivo dell’accusa 4 b) contraddittorietà ed. illogicità della motivazione in ordine ali’ assoluzione per non aver commesso il fatto dell’imputato Mensorio Mauro dal delitto di estorsione pluriaggravata., in concorso con altri separatamente giudicai., in danno di •Nappi Natale di cui al capo O) . Lamenta il ricorrente che la Corte. pur facendo propri tutti gli elementi di prova. esaminati dal primo giudice, ne ha escluso la. valenza. probatoria. , affermando ,in modo assertivo, che l’aver -itecompa.g.nato due volte l’imprenditore Nappi Natale (con forti interessi nella produzione del calcestruzzo sul territorio nolano) presso il nascondiglio del suocero Russo Pa.squale (storico capoelan del Clan Russo, latitante da .molti anni all’epoca dei fatti), su .richiesta di quest’ultimo, non implichi necessariamente la consapevolez,za che la causa dell’incontro era. una. richiesta estorsiva. di denaro. Mentre i i primo giudice aveva tratto dagli elementi caratterizzanti l’episodio, tutti. pienamente mdividitatí, il convincimento della piena consapevolezza del Mensorio di aver contributo alla consumazione di una estorsione ai darmi dell’imprenditore da parte del clan, la Corte,in termini contraddittori, pur riconoscendo la rilevanza probatoria degli stessi elementi articola una lettura alternativa dei fatti escludendo la consa.pevolezza,nell’imputato, del contenuto d.el colloquio intercorso tra .Russo e Nappi e del reale contenuto della busta consegnatagli ,dopo il colloquio, dall’imprenditore per recapitarla al suocero • senza peraltro fornire dell’episodio una spiegazione che tenga conto , secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità , degli elementi caratteristici della partecipazione all’associazione, dell’univoca. rilevanza penale di determinati comportamenti e della rilevanza penale della decisiva mediazione del IVIensorio, n.el passaggio di mano di una busta ch.ius , dall’imprenditore al boss. e) – Violazione o erronea applicazione dell’arti D.L. i 3.5.1991. n.152. .’ouìvcrti io in legge 203/1991. -Contraddittorietà ed illogicità della motivazione in. ordine all’esclusione dell’aggravante speciale di cui all’arti legge 203/1991 dal delitto di cui all’art.390 cod.pen. ascritto al capo b) della rubrica La Corte. pure facendo propri tutti gli elementi di prova esaminati dal primo giudice ed ammettendo la funzione di costante collegamento svolta dal Mensorio tra il latitante Russo Pasquale e i terzi (lì-in-filiali, imprenditori, associati), ha. però ritenuto che il -fine perseguito dall’imputato non fosse quello di agevolare le finalità del clan di cm il suocero era capo e, pur condividendo e facendo propri gli insegnamenti giurisprudenziali di legittimità in materia gui richiamati dal pnmo giudice (Cass.sez.VI, n. 13457/2008), ha escluso l’idoneità dei comportameli ti del Mensorío 5 • ad agevolare oggettivamente le finalità del clan, solo pere aviebIR igiiora t o il contenuto della busta consegnatagli da Nappi Natale per il successivo recapiti) al suocero. Però la condotta di Mensorio e stata certamente agevolatrice del clan nel SUO complesso laddove si è prestata alla gestione dello stesso da parte di Russo Pasquale. Ed è la stessa Corte a smentire la sua affermazione laddove, come si e visto, si è afferin.ato che uno dei compiti assunti dal Mensorio era proprio di portare al capo cia.n “imprenditori estorti”, attività che oggettivamente non soddisfaceva una esigenza “personale” del RUSSO, ma valeva ad assicurare le fonti di profitto (e potere, si veda il contenuto complessivo della indagine) al clan Russo. 1.3 Hanno proposto ricorso anche gli imputati Mensorio Mauro e Russo Antonio deducendo: a) Mensorio Mauro 1) violazione di legge e difetto di motivazione in relazione all’affermazione di responsabilità riguardo la imputazione sub b), erronea applicazione dell art. 390 cod.pen. . Secondo il ricorrente la Corte , ravvisando la responsabilità per il reato di cui all’art. 390 cod.pen., non ha considerato che tale figura criminosa richiede necessariamente, il compimento di una attività materiale idonea alla copertura e alla sottrazione del latitante alle ricerche investigative tese alla sua cattura e che la condotta tipica non può coincidere con la mera assistenza fisica e morale, affettiva, prestata alla persona del latitante, profili,questi ultimi, evidenziati tutti nella diversa fattispecie di cui all’art. 418 cod.pen. b) Russo Antonio : 1)Violazione dell’art. 606 lett. b. ed e. cod.proc.pen. in relazione agli artt. 192 e SS. cod.proc.pen. con riferimento all’attendibilità della persona offesa. Il Giudice di merito non ha affrontato il tema specifico posto dalla difesa in ragione di obiettive emergenze processuali, relativo alla credibilità soggettiva del dichiarante ed alla attendibilità intrinseca ed estrinseca del narrato, 2) Violazione dell’art. 606 lett. b. cod.proc.pen.per violazione di legge in relazione all’aggravante di cui all’art.629 comma 1 nr. 3 cod.pen (più persone riunite).La Corte territoriale, facendo riferimento alla minaccia posta in essere da Russo Antonio ,portavoce del padre Pasquale, non ha tenuto conto della decisione delle S.S.U.U. n.21837 del 2012,che hanno evidenziato la maggiore offensività ,rispetto al reato base, della condotta di minaccia o violenza realizzata da una pluralità contestuale di persone (almeno più di una). 6 3.Violazione dell’art. 606 lett. b. ed e. cod.proc.pen. ,per violazione di legge ed omessa o contraddittoria motivazione relazione all’art. 81 cod.pen. non avendo tenuto in considerazione , la Corte territoriale, la compresenza di tutti gli elementi che la giurisprudenza di legittimità indica come identificativi dell’unicità del disegno criminoso. 2. Il ricorso del P.M. è fondato nei limiti di seguito indicati. 2.1Sono fondate le censure relative alla assoluzione dal capo D) riguardante Russo Michele e Di Petrillo Salvatore e l’assoluzione dal capo O) riguardante Mensorio Mauro. 2.2 Riguardo al capo D) rileva , in termini risolutivi , che la Corte ha travisato l’essenza dell’accusa quando ha individuato” l’ingiustizia della pretesa nel mancato licenziamento ” del Petrillo qualificato come falegname neghittoso invece che “nel pretendere che Nusco Michele assumesse alle proprie dipendenze persone indicate e gradite al clan, tra cui Di Petrillo Saverio..” come riporta l’imputazione modificata all’udienza del 17.02.2014. Ne consegue che la motivazione della Corte, sul punto è viziata da assoluta illogicità, essendosi creata una frattura insanabile ed immediatamente percepibile, nelle argomentazioni che conducono all’assoluzione da un fatto che non è previsto dalla tesi dell’accusa. Tale vizio comporta l’annullamento con rinvio ad una diversa sezione della stessa Corte d’appello, della decisione impugnata per una nuova valutazione dei fatti. 2.3 Riguardo al capo O) rileva che la Corte ha sovvertito la decisione di primo grado giustificando il diverso giudizio con una motivazione assertiva e priva di concreti agganci con la prima decisione. In altri termini la motivazione dell’assoluzione non si conforma al principio che fin dal 1992 con la decisione delle SSUU n. 6682 (Rv. 191229) connota la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui “Quando le decisioni dei giudici di primo e di secondo grado siano concordanti, la motivazione della sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complesso corpo argomentativo. Nel caso in cui, invece, per diversità di apprezzamenti, per l’apporto critico delle parti e o per le nuove eventuali acquisizioni probatorie, il giudice di appello ritenga di pervenire a conclusioni diverse da quelle accolte dal giudice di primo grado, non può allora egli risolvere il problema della motivazione della sua decisione inserendo nella struttura argomentativa di quella di primo grado – genericamente richiamata – delle notazioni critiche di dissenso, in una sorta di ideale montaggio di valutazioni ed argomentazioni fra loro dissonanti, essendo invece necessario che egli riesamini, sia pure in sintesi, il materiale probatorio vagliato dal giudice di primo grado, consideri quello eventualmente sfuggito alla sua delibazione e quello ulteriormente acquisito, per dare, riguardo alle parti della prima sentenza non condivise, una nuova e compiuta struttura motivazionale che dia ragione delle difformi conclusioni.” 2.4 Dando continuità e concretezza a quel principio è stato da ultimo puntualizzato che “Il ribaltamento dello statuto decisorio in sede di gravame, dunque, deve fondarsi non su una semplice divergenza di apprezzamento tra giudici “orizzontalmente” proiettati verso un – reciprocamente autonomo – sindacato dello stesso materiale di prova, ma sul ben diverso versante di un supposto “errore” di giudizio che l’organo della impugnazione reputi di “addebitare” al giudice di primo grado, alla luce delle circostanze dedotte dagli appellanti ed in funzione dello specifico tema di giudizio che è stato devoluto. Ad una plausibile ricostruzione del primo giudice, non può, infatti, sostituirsi, sic et simpliciter, la altrettanto plausibile -ma diversa – ricostruzione operata in sede di impugnazione (ove così fosse, infatti, il giudizio di appello sarebbe null’altro che un mero doppione del giudizio di primo grado, per di più a “schema libero”), giacché, per ribaltare gli esiti del giudizio di primo grado, deve comunque essere posta in luce la censurabilità del primo giudizio; e ciò, sulla base di uno sviluppo argomentativo che ne metta in luce le carenze o le aporie che giustificano un diverso approdo sui singoli “contenuti” che hanno formato oggetto dei motivi di appello. La sentenza di appello, dunque, ove pervenga ad una riforma (specie se radicale, come nella specie) di quella di primo grado, deve necessariamente misurarsi con le ragioni addotte a sostegno del decisum dal primo giudice, e porre criticamente in evidenza gli elementi, in ipotesi, sottovalutati o trascurati, e quelli che, al contrario, risultino inconferenti o, peggio, in contraddizione, con la ricostruzione dei fatti e delle responsabilità poste a base della sentenza appellata.” ( n. 50643 del 2014 Rv. 261327). 2.5 Orbene proprio la individuazione dei concreti elementi di divergenza o contrasto è venuta a mancare nella decisione di secondo grado, che si è limitata ad ipotizzare una possibile quanto inespressa diversa causalità del concatenarsi di quegli stessi elementi probatori raccolti ,che pure si danno per confermati, ed a fronte dei quali ci si limita ad affermare, con una motivazione manifestamente incoerente ed in termini meramente probabilistici che :” La consapevolezza delle implicazioni dell’ausilio prestato al suocero nel prestarsi ad accompagnare da lui il Nappi, nonché a consegnargli la busta mandatagli dalla persona offesa, alla luce della caratura 8 criminale del suocero nonché della qualità di imprenditore del Nappi, e le circostanze in cui si sono svolti i fatti, in particolare lo stato di agitazione in cui la persona offesa versava durante il tragitto di andata e ritorno dai predetti incontri, sono certamente elementi indizianti, ma che non possono superare il ragionevole dubbio di una diversa ricostruzione dei fatti. In particolare i fatti descritti si prestano anche ad una diversa lettura, in cui il Mensorio a seguito della latitanza dei fratelli Russo, e degli arresti di altri esponenti del clan, si sia reso disponibile a svolgere alcune attività per conto del suocero, di cui certamente ben conosceva lo spessore criminale, accompagnando al suo cospetto anche imprenditori estorti, ma ciò non è sufficiente per ritenere provato che lo stesso abbia partecipato al ritiro delle tangente estorsiva imposta al Nappi, potendo, invero, realmente non essere a conoscenza del contenuto del dialogo intervenuto tra la persona offesa ed il latitante nonché del contenuto della busta consegnatagli.”. 2.6 La decisione va pertanto annullata sul punto con rinvio ad una diversa sezione della stessa Corte d’appello, per una nuova valutazione dei fatti. 2.7 Va rigettato il motivo di ricorso relativo alla ritenuta insussistenza dell’aggravante di cui all’art.7 della legge n.203 del 1991.La motivazione della Corte non è viziata da manifesta illogicità, essendo coerente con l’assoluzione del Mensorio dal capo a) ed anche da quanto più avanti ritenuto da questa Corte in ordine al capo B) e traendo fondamento dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte, che il collegio condivide, secondo la quale in tema di agevolazione dell’attività di un’associazione di tipo mafioso, la circostanza aggravante prevista dall’art.7 D.L. 13 maggio 1991, n.152, convertito nella legge 12 luglio 1991, n.203, richiede per la sua configurazione il dolo specifico di favorire l’associazione, con la conseguenza che questo fine deve essere l’obiettivo “diretto” della condotta, non rilevando possibili vantaggi indiretti, nè il semplice scopo di favorire un esponente di vertice della cosca, indipendentemente da ogni verifica in merito all’effettiva ed immediata coincidenza degli interessi del capomafia con quelli dell’organizzazione.( 44698 del 2015 rv 262359) . Sul punto ,pertanto il ricorso va rigettato. 3. Il ricorso monotematico di Mensorio e’ fondato. 3.1 La condotta del reato di procurata inosservanza di pena ,secondo la consolidata interpretazione che ne ha dato questa Corte , consiste in un’attività volontaria, specificamente diretta ad eludere l’esecuzione della pena, che concorre con quella del condannato ricercato ; tale attività, che può assumere le forme più diverse, trattandosi di reato a forma libera, deve tuttavia risolversi in uno specifico aiuto 9 li prestato al condannato, idoneo a conseguire l’effetto di sottrarlo all’esecuzione della pena e ad assicurargli effettiva copertura :in particolare l’aiuto deve essere in rapporto di causalità con l’intenzione del condannato di sottrarsi all’esecuzione della pena. 3.2 Ne consegue che non può ritenersi responsabile del reato in esame colui che, anche se a conoscenza della qualità di condannato di una persona e del suo proposito di sottrarsi all’esecuzione della pena, non svolge alcuna specifica attività di copertura del latitante rispetto alle ricerche degli organi di polizia, ma intrattiene con questi rapporti interpersonali leciti.(n.9936 del 2003 rv 223978; n.3613 del 2005 rv 232867). Di fatto ,a1 Mensorio sono state contestate , al capo b) ,esclusivamente condotte volte a consentire al proprio suocero Russo Pasquale , di mantenere con i propri familiari, rapporti di natura affettivo-familiari ma né il primo giudice né la Corte hanno individuato l’aiuto prestato al condannato , idoneo a conseguire l’effetto di sottrarlo all’esecuzione della pena e che si leghi funzionalmente all’intenzione dello stesso di sottrarsi all’esecuzione, elemento che, secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, costituisce imprescindibile nucleo della fattispecie criminosa contestata. 3.3 La Corte territoriale , infatti, ha individuato la condotta illecita nell’ ” accompagnare i congiunti dal latitante, nonché la predisposizione di una serie di accorgimenti, volti ad evitare ogni collegamento tra i veicoli utilizzati ed i familiari del latitante…” in ciò solo individuando il concreto aiuto fornito al Russo , diretto a preservare la sua latitanza . L’affermazione, peraltro, è’ puramente assertiva e per nulla esplicativa della reale rilevanza finalistica della condotta incriminata, tanto più che non è stato in alcun modo contraddetto lo scopo puramente affettivo degli incontri . Né può negarsi che 1′ accorgimento delle auto pulite più che un aiuto rivolto al latitante è volto in prima battuta a sviare l’attenzione delle Forze dell’ordine dagli stessi utilizzatori delle vetture , che costituiscono degli obiettivi estremamente sensibili e sorvegliati dalle Forze dell’ordine perché , in ragione dei legami affettivi-familiari, sicuri tramiti con il latitante e passibili di incriminazione per gli incontri con quest’ultimo. 3.4 Rileva, comunque, che secondo la giurisprudenza di questa Corte, il reato di procurata inosservanza di pena, prevede, come condotta punibile solo l’aiuto prestato al latitante per sottrarsi all’esecuzione della pena e pertanto, il significato del termine “aiuta” non può essere che quello di favorire il ricercato mediante un’attività volontaria, concorrente con quella del latitante al fine della realizzazione 10 dello scopo dallo stesso perseguito. Essa consiste in un’attività volontaria, specificamente diretta ad eludere l’esecuzione della pena, che concorre con quella del condannato ricercato (n. 11487 del 1988 Rv. 179801; n. 9936 del 2003 Rv. 223978; N.35032 del 2005 rv 232077n.12374 del 2016 Rv. 266657) ed,in questi termini, deve essere compiutamente individuata nell’affermazione di responsabilità, cosa che manca nella motivazione del provvedimento impugnato. Si impone , pertanto, l’annullamento senza rinvio perché il fatto non sussiste dell’impugnata sentenza. 4.11 ricorso di Russo Antonio non è fondato. 4.1 Manifestamente infondata è la censura di insufficienza ed apparenza della motivazione che ha valutato positivamente la credibilità ed attendibilità di Buglione. La Corte di merito , alle pag.18 e 19 ha fornito una articolata e completa risposta all’analoga censura proposta con l’appello , richiamando e condividendo a ragion veduta il giudizio molto accurato del primo giudice sulla credibilità ed attendibilità della prova dichiarativa di Buglione , e rilevando la mancanza di fondamento dei rilievi difensivi , basati su elementi giudicati vaghi ed indimostrati , non suffragati da alcun dato processuale. La censura del ricorrente è ,peraltro, inammissibile , perché si limita a sollecitare una revisione della valutazione di attendibilità da parte di questa Corte, senza prospettare vizi della motivazione ma limitandosi a rivendicare la fondatezza di una diversa valutazione della prova. 4.2 Va però ricordato che la valutazione dell’attendibilità della testimonianza della persona offesa, essenziale soprattutto allorquando sia la principale – se non esclusiva – fonte del convincimento del giudice, comporta un giudizio di merito, in quanto attiene al modo di essere della persona escussa, che può essere effettuato solo attraverso la dialettica dibattimentale, e che è precluso in sede di legittimità, specialmente quando il giudice del merito abbia fornito una spiegazione plausibile della sua analisi probatoria (cfr. n. 41282 del 2006 Rv. 235578). L’attendibilità di un teste è una questione di fatto, che ha la sua chiave di lettura nell’insieme di una motivazione logica, che non può essere rivalutata in sede di legittimità, salvo che il giudice sia incorso in manifeste contraddizioni.(n.27322 del 2008 rv 240524; n.7667 del 2015 rv 262575), che nel caso in esame non sono state denunciate. 4.3 Anche il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato perché basato sull’equivoco che sia stata contestata l’aggravante delle più persone riunite ( art.628 comma 3 n. 1 ) mentre al Russo è stata contestata e correttamente ritenuta l’aggravante di cui all’art.628 comma 3 n.3 riguardante la violenza e minaccia 11 posta in essere da persona che fa parte dell’associazione di cui all’art.416 bis cod.pen. 4.4 Infondata è, infine, la censura relativa al mancato riconoscimento della continuazione . La sussistenza dell’unicità del disegno criminoso che verrebbe ad ispirare i diversi episodi criminosi è questione di merito, perché ancorata alla valutazione dei profili di fatto delle situazioni prospettate, che sfuggono all’esame di legittimità se adeguatamente motivate.( n.48308 del 2004 rv230425) . Dalle considerazioni che precedono consegue il rigetto del ricorso. 5. In conclusione il provvedimento impugnato va annullato,in accoglimento del ricorso di Mensorio ,relativamente al capo B) perché il fatto non sussiste; va annullato con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Napoli in ordine alle imputazioni sub O) e D),in accoglimento del ricorso del P.G.; nel resto, i ricorsi del P.M. e di Russo Antonio vanno rigettati con conseguente condanna alle spese del Russo. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata relativamente al capo B) perché il fatto non sussiste; in accoglimento del ricorso del P.G. , annulla la sentenza impugnata relativamente ai capi O) e D) con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Napoli.Rigetta nel resto i ricorsi e condanna Russo Antonio al pagamento delle spese

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