Ingiusta Detenzione – Cassazione Penale 17/02/2016 N° 6379

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione IV

Data: 17/02/2016

Numero: 6379

Testo completo della Sentenza Ingiusta detenzione – Cassazione Penale 17/02/2016 n° 6379:

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SENTENZA
Sul ricorso proposto da
Amour Younes Ben Hassine nato a Mahdia (Tunisia) il 25.3.1976
avverso l’ordinanza della Corte di Appello di Milano 6.2.2015 depositata in data
20.4.2015
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Ugo Bellini
lette le conclusioni del sost. PG dott. Giuseppina Fodaroni in data 11.9.2015 il
quale ha chiesto il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di Appello di Milano con ordinanza assunta in data 6.2.2015
rigettava la domanda di riparazione per ingiusta detenzione avanzata
dall’odierno ricorrente Amour Younes Ben Hassine tramite il proprio procuratore
speciale in relazione alla detenzione carceraria patita dal 6.11.2007, data in cui
trovava esecuzione il provvedimento custodiale del Gip di Milano in relazione a
ipotesi di reato di associazione di terrorismo internazionale di cui all’art.270 bis
commi I e II c.p. unitamente ad una pluralità di altri indagati, fino alla data del
8 Luglio 2010 allorquando la Corte di Assise di Milano lo assolveva dalla suddetta
contestazione per non avere commesso il fatto;
2. La Corte di Appello di Milano evidenziava che la riparazione era negata in
quanto il cittadino tunisino aveva concorso a dare casa alla ordinanza cautelare
applicativa della misura detentiva sia in ragione degli indubbi contatti mantenuti
con taluni dei soggetti facenti parte dell’associazione criminale con finalità di
terrorismo internazionale rispetto alla quale era stata esclusa giudizialmente la
sua partecipazione, sia in ragione della detenzione di vario materiale
propagandistico della ideologica radicale islamica, consistente in opuscoli di
preghiera, numeri di riviste dell’organo di informazione ufficiale di Hitz Ut Tahir
organizzazione dichiarata fuorilegge in Germania, audiocassette relative alla
guerra in Cecenia, canzoni inneggianti la guerra, audiocassette contenenti le
regole del più radicale integralismo islamico, dal quale il giudice deduceva la sua
adesione all’associazione a tutte quelle modalità che si esplicano nella
propaganda e nel proselitismo.
3. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del
proprio difensore di fiducia e procuratore speciale Amour Younes Ben Hassine
deducendo violazione di legge per erronea applicazione dell’art.314 c.p.p. e
manifesta illogicità della motivazione nell’accertamento del rapporto tra la
condotta del ricorrente e il provvedimento restrittivo, assumendo che risultava
viziato il provvedimento della Corte territoriale nel ritenere il ricorrente in colpa
grave, non fornendo adeguata contezza delle condotte che denotavano profili di
colpa grave e la loro rilevanza causale rispetto alla adozione e al mantenimento
della cautela; in particolare contestava la ricorrenza di profili di connivenza nella
condotta dell’Amour assumendo che il materiale propagandistico sequestrato non
si trovava nella disponibilità del prevenuto, ma si trovava in immobile utilizzato
anche dagli altri imputati, in assenza di una specifica relazione con l’Amour al
quale peraltro non era mai stato ascritto alcun specifico comportamento di
consegna e utilizzazione del suddetto materiale, ma la mera detenzione.
Chiedeva pertanto l’annullamento della ordinanza e la rimessione degli atti alla
corte territorialmente competente per un nuovo esame e per la liquidazione
dell’indennità.
4. Il Sostituto Procuratore generale concludeva per il rigetto della richiesta
riparatoria valorizzando i profili di condivisione da parte del ricorrente di
ideologie terroristiche e della disponibilità a detenere e diffondere materiale
propagandistico.
5. Si costituiva l’Avvocatura Generale dello Stato nell’interesse del Ministero della
Economia e delle Finanze con memoria depositata in data 25.5.2015 e chiedeva
il rigetto del ricorso.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
Preliminarmente va evidenziato che in tema di equa riparazione per ingiusta
detenzione rappresenta causa innpeditiva all’affermazione del diritto alla
riparazione l’avere l’interessato dato causa, per dolo o per colpa grave,
all’instaurazione o al mantenimento della custodia cautelare (art. 314, comma
1, ultima parte, cod. proc. pen.); l’assenza di tale causa, costituendo condizione
necessaria al sorgere del diritto all’equa riparazione, deve essere accertata
d’ufficio dal giudice, indipendentemente dalla deduzione della parte (cfr. sul
punto questa sez. 4, 5.11.2002, n. 34181 Guadagno, rv. 226004).
Le Sezioni Unite hanno ancora stabilito che il giudice di merito, per valutare se
chi l’ha patita vi abbia dato o concorso a darvi causa con dolo o colpa grave,
deve apprezzare, in modo autonomo e completo, tutti gli elementi probatori
disponibili, con particolare riferimento alla sussistenza di condotte che rivelino
edatante o macroscopica negligenza, imprudenza o violazione di leggi o
regolamenti, fornendo del convincimento conseguito motivazione, che, se
adeguata e congrua, è incensurabile in sede di legittimità. (Nell’occasione, la
Corte ha affermato che il giudice deve fondare la deliberazione conclusiva su fatti
concreti e precisi e non su mere supposizioni, esaminando la condotta tenuta dal
richiedente sia prima, sia dopo la perdita della libertà personale,
indipendentemente dall’eventuale conoscenza, che quest’ultimo abbia avuto,
dell’inizio dell’attività di indagine, al fine di stabilire, con valutazione “ex ante”,
non se tale condotta integri estremi di reato, ma solo se sia stata il presupposto
che abbia ingenerato, ancorché in presenza di errore dell’autorità procedente, la
falsa apparenza della sua configurabilità come illecito penale, dando luogo alla
detenzione con rapporto di causa ad effetto (sez.U, 26.6.2002 n.34559 PG
contro De Benedictis). A tal riguardo, la colpa grave può concretarsi in
comportamenti sia processuali sia di tipo extraprocessuale, come la grave
leggerezza o la rilevante trascuratezza, tenuti sia anteriormente che
successivamente al momento restrittivo della libertà personale; onde
l’applicazione della suddetta disciplina normativa non può non imporre l’analisi
dei comportamenti tenuti dall’interessato, anche prima dell’inizio dell’attività
investigativa e della relativa conoscenza, indipendentemente dalla circostanza
che tali comportamenti non integrino reato (anzi, questo è il presupposto,
scontato, dell’intervento del giudice della riparazione) (in puntuali termini, Sez.
4^, 16/10/2007, n. 42729). ‘E stato ancora affermato che in tema di riparazione
per l’ingiusta detenzione, la condotta gravemente colposa, per essere ostativa al
riconoscimento dell’indennizzo, deve essere potenzialmente idonea ad indurre in
errore l’autorità giudiziaria in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di reità con
specifico riguardo al reato che ha fondato il vincolo cautelare (sez.IV, 23.4.2015
n.33830) e che la frequentazione di soggetti dediti al reato in contesti temporali
e ambientali compatibili con la compartecipazione alla commissione del reato
onera l’interessato di fornire con assoluta tempestività i chiarimenti discolpanti
(sez.IV, 29.1.2014 n.21575 Antognetti; 26.11.2013, n.1235, Calò). 2. Con
particolare riferimento ai reati associativi e a ipotesi di connivenza, contiguità e
vicinanza a gruppi criminali la colpa grave, ostativa al riconoscimento
dell’indennità, è ravvisabile quando: 1) sia indice del venir meno di elementari
doveri di solidarietà sociale per impedire il verificarsi di gravi danni alle persone
o alle cose; 2) si concretizzi non già in un mero comportamento passivo
dell’agente riguardo alla consumazione del reato ma nel tollerare che tale reato
sia consumato, sempreché l’agente sia in grado di impedire la consumazione o la
prosecuzione dell’attività criminosa in ragione della sua posizione di garanzia; 3)
risulti aver oggettivamente rafforzato la volontà criminosa dell’agente, benché il
connivente non intendesse perseguire tale effetto e vi sia la prova positiva che
egli fosse a conoscenza dell’attività criminosa dell’agente (Cass. Sez.IV,
18.2.2015 n.15745), così come le frequentazioni con persone coinvolte in traffici
illeciti può essere ritenuta indice di colpa grave, purchè il giudice fornisca
adeguata motivazione della loro oggettiva idoneità ad essere interpretate come
indizi di complicità in relazione al tipo e alla qualità dei collegamenti con tali
persone (Cass. Sez.III, 1.7.2014 n.39199; sez.IV, 18.12.2014 n.8914 Dieni).
3. Ciò premesso il giudice territoriale si è del tutto conformato tali principi,
con una motivazione assolutamente resistente alle censure mosse dal ricorrente.
Coerentemente ha provveduto a valutare, ai fini di riconoscere la condizione
impeditiva di cui all’art.314 I comma ultima parte c.p.p., tutti gli aspetti della
condotta tenuta dall’Amor in epoca coeva a quella della adozione della misura,
ove assumono rilievo sia le intercettazioni ambientali all’interno dell’edificio sede
dell’associazione nelle quali quale l’Amor esprimeva solidarietà se non adesione a
un certo tipo di atti terroristici stragisti (donne che si fanno saltare), o
manteneva interlocuzione con altri soggetti indagati per associazione terroristica
che mostravano di condividere i suoi programmi “da quando sei arrivato in Italia
continui a dire “facciamo…poi facciamo…poi andiamo in quel Paese…o in un altro
paese…io sono e io faccio”, laddove il massimo rilievo veniva attribuito alla
detenzione di materiale propagandistico connotato dalla indubbia valenza di
radicalismo islamico (audiocassette, libri di preghiera, riviste, canzoni) e in
particolare materiale di culto e di propaganda dell’organo di informazione
ufficiale del Partito di liberazione islamica, organizzazione ritenuta illegale in
Germania che seppure utilizzato nell’ambito associato dell’edificio in cui venne
sequestrato, rappresentava al momento della cattura elemento che rivelava la
contiguità dell’Amor con gli altri componenti del gruppo associato e la
condivisione da parte di questi delle ideologie terroristiche che ne
caratterizzavano l’attività in forma associata, quantomeno nella sopra
evidenziata idoneità a rafforzare l’azione delittuosa con finalità terroristiche di
matrice religiosa e così da porsi in diretta relazione causale con l’intervento della
autorità giudiziaria attraverso l’adozione della cautela.
4. Il ricorso va pertanto rigettato e il ricorrente va condannato al pagamento
delle spese processuali e alla rifusione delle spese sostenute dal Ministero della
Economia e delle Finanze che liquida come da dispositivo.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali
oltre alla rifusione delle spese in favore del Ministero resistente che liquida in
complessivi C 1.000.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 22.12.2015.

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