Infortuni Sul Lavoro – Cassazione Penale 9/11/2016 N° 47211

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 9/11/2016

Numero: 47211

Testo completo della Sentenza Infortuni sul lavoro – Cassazione penale 9/11/2016 n° 47211:

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RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 19/11/15 il G.u.p. del Tribunale di Milano
dichiarava non luogo a procedere nei confronti di Vercesi Gian Paolo
perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.
Al suddetto era contestato il reato di cui agli artt., 81 cpv., 437 co. 1,
61 n. 2, cod. pen., “perché, con più azioni esecutive di un medesimo
disegno criminoso, in qualità di amministratore della Autotrasporti Vercesi
s.r.l. e della Euromedical Transport s.r.I., ometteva di collocare impianti,
diretti a prevenire infortuni sul lavoro, regolarmente funzionanti,
segnatamente imponendo ai conducenti degli automezzi….di utilizzare
accorgimenti e/o dispositivi che eludevano la corretta registrazione dei
dati sui cronotachigrafi digitali installati sugli automezzi medesimi,
occultando il mancato rispetto del periodo di riposo attraverso modalità
quali l’apposizione di un magnete sul sensore del cambio che, alterando il
congegno elettronico, impediva il regolare flusso dei dati del tachigrafo
digitale”.
La sentenza impugnata, per quanto in questa sede di interesse,
evidenziava, invero, come dalla convergenza delle denunce di La Rocca
Michele e di Mercurio Marco, ex dipendenti della Autotrasporti Vercesi
s.r.I., e dai riscontri offerti dall’informativa di reato della Polizia stradale
di Milano, nonché dalle s.i.t. degli altri dipendenti della società ed infine
dal verbale di perquisizione in atti, fosse emersa la sistematicità della
manomissione dei cronotachigrafi installati a bordo dei veicoli di detta
società da parte dei dipendenti; ai quali ultimi era stato imposto
dall’imputato l’utilizzo di magneti per alterare il funzionamento degli
apparecchi, impedendo, di fatto, la registrazione della velocità, dei tempi
di guida e di sosta, al fine di eludere i controlli su detti tempi da parte
della Polizia stradale, e di violare conseguentemente i diritti ai riposi
settimanali dei lavoratori, sottoposti a turni di lavoro più lunghi del
consentito. Invero, le denunce e le dichiarazioni dei dipendenti su tale
prassi avevano trovato riscontro nei pregressi accertamenti su svariati
veicoli della società, controllati dalla Polizia stradale (che aveva proceduto
alla contestazione della violazione delle regole sul cronotachigrafo di cui
all’art. 179 Codice della strada), nonché nei successivi accertamenti di
polizia giudiziaria, svolti collocando a bordo dei veicoli utilizzati da detta
società apparecchiature GPS, che avevano consentito di verificare varie
incongruenze tra i periodi di riposo segnati nelle stampate del
cronotachigrafo rispetto agli effettivi spostamenti del mezzo rinvenibili
dall’analisi dello storico GPS, comprovando, pertanto, la manomissione
dei rilevatori a bordo dei camion. Ulteriore conferma era stata offerta,
secondo la ricostruzione della sentenza in oggetto, dal rinvenimento a
bordo di alcuni mezzi, all’esito della perquisizione degli stessi, di calamite
di forma circolare.
Così ricostruiti i fatti, il G.u.p. riteneva che gli stessi andassero
sussunti nella disposizione di cui all’art. 179 c.d.s., anziché in quella
contestata di cui all’art. 437 cod. pen.. Premetteva, invero, che
quest’ultima fattispecie puniva chiunque omettesse di collocare, ovvero
rimuovesse o danneggiasse impianti, apparecchi e segnali destinati a
prevenire disastri o infortuni sul lavoro e che, nella prospettazione
accusatoria, la manomissione del cronotachigrafo, impedendo l’effettiva
registrazione dei periodo di riposo dei conducenti dei mezzi, determinava
un maggior rischio di incidenti stradali, a danno dell’incolumità del
dipendente stesso e della sicurezza pubblica; ed inoltre che l’art. 179 del
codice della strada assoggettava ad una sanzione amministrativa la
condotta diretta alla manomissione o alterazione di cronotachigrafo.
Rilevava, quindi, che, ponendosi un problema di concorso tra norma
penale e sanzione amministrativa, occorreva verificare, ai sensi dell’art. 9
I. 689/81 (come interpretato dalla pronuncia n. 1963 delle Sezioni Unite
del 2011), attraverso un confronto tra le fattispecie astratte, quale tra le
due disposizioni applicabili al caso in esame risultasse speciale rispetto
all’altra.
Evidenziava, pertanto, come all’interno della fattispecie
amministrativa vi fossero elementi specializzanti rispetto alla fattispecie
penale: a) in relazione ai soggetti destinatari, riferendosi l’art. 437 cod.
pen. genericamente a chiunque ed invece l’art. 179 c.d.s. a “chiunque
circola” o al “titolare della licenza o dell’autorizzazione al trasporto di cose
o di persone”; b)in relazione alla condotta sanzionata, individuata in una
generale previsione di danneggiamento nell’ipotesi del reato codicistico, a
fronte della specifica previsione amministrativa di “manomissione dei
sigilli”, di “alterazione” o “manomissione del cronotachigrafo”; c) in
relazione anche all’oggetto materiale della condotta, individuato dalla
disposizione amministrativa in modo specifico nel cronotachigrafo, a
fronte della generale indicazione ex art. 437 cod. pen. di impianti,
apparecchi o segnali. Aggiungendo che specializzante non fosse neppure
l’elemento soggettivo dell’art. 437 cod. pen., poiché in entrambe le
ipotesi si trattava di fatti commessi dolosamente.
Il giudice a quo, pertanto, ravvisando nella specie gli estremi della
fattispecie amministrativa, emetteva pronuncia di non luogo a procedere
per non essere il fatto previsto dalla legge come reato.
2. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, lamentando
l’erronea applicazione dell’ art. 9 I. n. 689/1981 in relazione al rapporto
tra l’ art. 437 cod. pen. e l’ art. 179 c.d.s..
Ci si duole che il G.u.p. abbia qualificato i fatti contestati ai sensi di
quest’ultimo articolo, anziché ai sensi dell’art. 437 cod. pen., trascurando
: – che l’articolo di cui in ultimo è caratterizzato da un elemento
specializzante, pur se implicito, rispetto alla suddetta previsione
amministrativa, prevedendo un delitto punito esclusivamente a titolo di
dolo, mentre la violazione del codice della strada, essendo sanzionata
solo in via amministrativa, può essere punita sia a titolo di dolo che di
colpa ( anche l’ipotesi aggravata del comma 2, ultimo periodo ); – inoltre,
che l’art. 437 cod. pen. punisce chi omette di collocare, rimuove,
danneggia o comunque manomette, mentre l’art. 179 c.d.s. solo chi
circola o chi mette in circolazione, come titolare della licenza di trasporto,
punendoli anche se non sono autori della manomissione, diversamente
dalla norma codicistica, o anche se non sono a conoscenza della stessa.
Diverso, peraltro, è, secondo il ricorrente, il bene giuridico tutelato,
prendendo in considerazione l’ art. 179 c.d.s. i soli rischi derivanti dalla
circolazione stradale e quindi tutelando la sicurezza di detta circolazione,
mentre l’art. 437 cod. pen. tutela in via principale la sicurezza dei
lavoratori, essendo limitato il suo ambito di operatività ai dispositivi
diretti a prevenire gli infortuni, e per estensione l’incolumità pubblica, non
essendo la fattispecie configurabile laddove vi sia un pericolo effettivo per
l’incolumità pubblica, in assenza di profili di rischio per la sicurezza dei
lavoratori.
La diversità dei beni giuridici coinvolti, impone, quindi, secondo il
ricorrente, di escludere l’applicabilità dell’art. 9 I. n. 689/81 al caso di
specie, avendo le finalità di tutela della previsione di cui all’art. 437 cod.
pen. una specificità propria non sovrapponibile a quelle del Codice della
strada, sì da non poterla ritenere norma generale rispetto a quella di cui
all’art. 179 C.d.s.
Il P.m. ricorrente chiede, alla luce dei sopraindicati motivi,
l’annullamento della sentenza impugnata.
3. Il difensore di Vercesi Gian Paolo ha presentato memoria nella
quale chiede il rigetto del ricorso, evidenziando come l’estensore della
sentenza impugnata non solo abbia fatto corretto uso dei principi della
sentenza delle Sezioni Unite dallo stesso richiamata ( sottolinea, invero, il
difensore come gli elementi specializzanti della norma di cui all’art. 179
c.d.s. rispetto alla disposizione penale riguardino il soggetto agente e
l’oggetto materiale della condotta e come non rilevi la diversità del bene
giuridico tutelato ), ma si inserisca, altresì, nell’alveo della giurisprudenza
di merito che, in più occasioni, in casi del tutto simili a quello di specie,
hanno “riconosciuto la sussistenza della violazione amministrativa di cui
al comma 2 dell’art. 179 c.d.s. rispetto al delitto previsto dal codice
penale”.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato e va, pertanto, accolto.
2. La questione di cui è investita questa Corte è se in relazione al
rapporto tra l’art. 437 cod. pen. e l’ art. 179 c.d.s. operi il principio di
specialità di cui all’art. 9 I. n. 689 del 1981. Principio, secondo cui, in caso
di concorso tra disposizione penale incriminatrice e disposizione
amministrativa sanzionatoria in riferimento allo stesso fatto, deve trovare
applicazione esclusivamente la disposizione che risulti speciale rispetto
all’altra all’esito del confronto tra le rispettive fattispecie astratte (Sez. U,
n. 1963 del 28/10/2010 – dep. 21/01/2011, P.G. in proc. Di Lorenzo, Rv.
248722).
3. Preliminare appare, quindi, la disamina della struttura del reato e
della violazione amministrativa del cui concorso si discute. “Il problema
del concorso apparente richiede infatti la previa verifica dell’esistenza di
un’area, comune e sovrapponibile, tra le condotte descritte nelle norme
concorrenti; diversamente, se le condotte tipiche fossero diverse,
neppure si porrebbe il problema di cui ci stiamo occupando perché si
tratterebbe di una mera “interferenza” che può verificarsi, per esempio,
nei casi in cui non si è in presenza di un medesimo fatto ma soltanto di
una comune condotta” (si veda pronuncia in ultimo menzionata).
4. Passando, pertanto, all’esame delle due fattispecie, va osservato
che, come correttamente evidenziato dal ricorrente, diversi risultano i
beni giuridici tutelati rispettivamente dalla norma di cui all’art. 437 cod.
pen. e dal disposto di cui al!’ art. 179 c.d.s., atteso che quest’ultimo
considera i soli rischi derivanti dalla circolazione stradale e quindi tutela la
sicurezza di detta circolazione, mentre l’ art. 437 cod. pen. tutela in via
principale la sicurezza dei lavoratori, essendo limitato il suo ambito di
operatività alle manomissioni dei dispositivi diretti a prevenire gli
infortuni, e, solo per estensione, l’incolumità pubblica; con la
conseguenza che detta fattispecie non è configurabile laddove vi sia un
pericolo effettivo per l’incolumità pubblica, senza profili di rischio per la
sicurezza dei lavoratori.
Il delitto di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni
sul lavoro è un delitto, doloso, di pericolo, ove il pericolo consiste nella
verificazione, in conseguenza della condotta di rimozione o di omissione,
del disastro o dell’infortunio, che costituisce, secondo quanto previsto dal
secondo comma dell’art. 437, una circostanza aggravante (Sez. 1, n.
20370 del 20/04/2006 – dep. 14/06/2006, Simonetti ed altri, Rv. 233779
: la Corte ha altresì precisato che la nozione di disastro, siccome qualifica
anche la previsione del mero pericolo che il disastro si verifichi, non
comprende soltanto gli eventi di vasta portata o tragici, ma anche quegli
eventi lesivi connotati da diffusività e non controllabilità che pure, per
fattori meramente casuali, producano un danno contenuto, sicché i
parametri della “imponenza” e della “tragicità” non possono essere
assunti come misura del “disastro” genericamente inteso).
A ciò si aggiunga che il reato del codice penale, come evidenziato
anche nell’ultima massima riportata, è punito esclusivamente a titolo di
dolo, mentre la fattispecie di cui al codice della strada, essendo
sanzionata solo in via amministrativa, può essere punita sia a titolo di
dolo che di colpa. Né può dirsi, come da sentenza impugnata, che “si
tratta di fatti commessi dolosamente”, in quanto, come evidenziato dalle
Sezioni Unite nella sentenza n. 1963 del 28/10/2010 – dep. 21/01/2011,
il confronto va fatto tra le fattispecie tipiche astratte e non tra le
fattispecie concrete. Come, invero, sottolineato da detta pronuncia, ciò
« è confermato dal tenore dell’art. 9 che, facendo riferimento al “fatto
punito”, non può che riferirsi a quello astrattamente previsto come illecito
dalla norma e non certo al fatto naturalisticamente inteso » e detto
orientamento è “condiviso anche dalla Corte costituzionale che, nella
sentenza 3 aprile 1987, n. 97 – pronunziata proprio sul tema del concorso
tra fattispecie di reato e violazione di natura amministrativa e con
riferimento alla disciplina prevista dall’art. 9, comma primo legge n. 689
del 1981 – ebbe ad osservare che per risolvere il problema del concorso
apparente «vanno confrontate le astratte, tipiche fattispecie che,
almeno a prima vista, sembrano convergere su di un fatto
naturalisticamente inteso» “.
Anche i destinatari e le condotte delle due disposizioni sono diversi,
in quanto l’art. 437 cod. pen. punisce chi “omette di collocare impianti,
apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro,
ovvero li rimuove o li danneggia”, mentre l’art. 179 c.d.s. solo chi
“circola” o “il titolare della licenza o dell’autorizzazione al trasporto che
mette in circolazione” un veicolo sprovvisto di cronotachigrafo o con
“cronotachigrafo manomesso oppure non funzionante”, punendoli anche
se non sono autori della manomissione, a differenza della norma penale
(rispetto alla quale non può, quindi, definirsi specializzante), o anche se
non sono a conoscenza della stessa.
Tanto osservato, la violazione del codice della strada oggetto di
esame non può considerarsi speciale, se non per il fatto che attiene in
modo specifico al “cronotachigrafo” (mentre la norma del codice penale
parla più genericamente di “impianti, apparecchi o segnali”), rispetto al
delitto di cui all’art. 437 cod. pen., da escluderne l’applicazione al caso
concreto in esame.
Se è vero, quindi, che in linea di massima la diversità dei beni
giuridici coinvolti non esclude il ricorso al summenzionato principio di
specialità, come affermato expressis verbis dalle Sezioni Unite nella
pronuncia sopra riportata ( mentre, in senso difforme, la Sez. 2, n. 38801
del 01/10/2008 – dep. 14/10/2008, Trombetta, Rv. 241462, ha escluso il
rapporto di specialità, a norma dell’art. 9 I. n. 689 del 1981, tra il reato di
cui all’art. 633 cod. pen. e l’illecito amministrativo previsto dall’art. 26,
comma quarto, I. n. 513 del 1977, proprio per la diversità dell’ oggetto
giuridico ), è anche vero che nel caso di specie le diversità strutturali tra
le fattispecie astratte sono tali da escludere che possa parlarsi di
concorso apparente tra le disposizioni e da far ritenere, invece,
applicabili, ove sussistenti i rispettivi presupposti, entrambe le norme. Le
finalità di tutela dell’art. 437 cod. pen., invero, esprimono una specificità
propria, non sovrapponibile a quelle del Codice della strada, sì da non
potersi ritenere la norma codicistica generale rispetto a quella di cui
all’art. 179 c.d.s. e da ravvisare al più una mera “interferenza” nel senso
di cui alla pronuncia delle Sezioni Unite sopra richiamata.
Ne consegue che la sentenza di non luogo a procedere impugnata,
non avendo fatto corretta applicazione del principio di specialità di cui
all’art. 9 della I. 689 del 1981 ed avendo ritenuto applicabile nel caso
specifico la sola disposizione amministrativa di cui alli art. 179 c.d.s.,
dichiarando conseguentemente “non luogo a procedere nei confronti di
Vercesi Gian Paolo per il reato ascrittogli perché il fatto non è previsto
dalla legge come reato”, va annullata senza rinvio e gli atti vanno
trasmessi al Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale ordinario di
Milano per l’ulteriore corso.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone la trasmissione
degli atti al Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale ordinario di
Milano.
Così deciso in Roma, il 25 maggio 2016.

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