Infortuni Sul Lavoro – Cassazione Penale 05/01/2016 N° 16

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione IV

Data: 05/01/2016

Numero: 16

Testo completo della Sentenza Infortuni sul lavoro – Cassazione penale 05/01/2016 n° 16:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CACCINI GUALBERTO N. IL 06/11/1961
DI BERARDINO AGOSTINO N. IL 10/03/1967
avverso la sentenza n. 425/2009 CORTE APPELLO di L’AQUILA, del
13/02/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 18/09/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. SALVATORE DOVERE „
Udito il Procuratore Generale in persona
RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di L’Aquila ha
confermato la pronuncia emessa il 18 gennaio 2012 dal Tribunale di Teramo,
sezione distaccata di Giulianova, nei confronti di Caccini Guadalberto, Lupi
Michele, Lupi Gianluca e Di Bernardino Agostino, con la quale i medesimi erano
stati dichiarati colpevoli del delitto di omicidio colposo in danno di Foltea
Gheorghe, deceduto a seguito di infortunio sul lavoro, e previa concessione delle
attenuanti generiche, giudicate equivalenti alla contestata aggravante di cui
all’articolo 589, comma 2 codice penale, erano stati condannati alla pena di anni
uno e mesi sei di reclusione ciascuno, condizionalmente sospesa, nonché al
risarcimento del danno patito dalle parti civili, da liquidarsi in separata sede.
Secondo la ricostruzione operata dai giudici di merito, il 28 luglio 2006,
mentre era impegnato in lavori di posa in opera di una guaina bituminosa sul
tetto di un palazzo in costruzione – lavori commissionati alla ditta Italgrond
s.n.c., degli imputati Lupi, dalla Terra Felice S.r.l., della quale era
amministratore unico il Di Bernardino mentre il Caccini ricopriva il ruolo di
coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione – Foltea Gheorghe,
apprendista alle dipendenze della Italgrond, cadeva dalla apertura esistente sul
tetto, adibita a lucernaio, precipitando per oltre due metri e riportando lesioni
gravissime che, secondo i giudici di merito, ne avevano cagionato il decesso sei
giorni più tardi.
2. Avverso tale decisione ricorrono per cassazione il Caccini ed il Di
Bernardino, con unitario atto, a mezzo del difensore di fiducia, avv. Gabriele
Rapali.
2.1. Con un primo motivo deducono violazione di legge e vizio motivazionale
per avere la Corte di appello disatteso le testimonianze del personale medico e
paramedico dell’ospedale di Sant’Omero, intervenuto a seguito della caduta del
lavoratore nei locali del nosocomio, nonché le risultanze della Tac eseguita
nell’immediatezza del ricovero ospedaliero, così giungendo ad affermare
erroneamente che il fattore causale sopravvenuto all’infortunio, costituito dalla
caduta del Foltea nel bagno dell’ospedale di Sant’Omero, non fosse idoneo ad
interrompere il nesso di causalità tra la condotta ascritta ai prevenuti e l’evento
morte. Soggiungono i ricorrenti che, pur volendosi astrattamente ritenere
sussistente la condotta di reato come contestata ai prevenuti, questi dovevano
rispondere della caduta del lavoratore nel cantiere e non della caduta accidentale
nel bagno dell’ospedale che aveva provocato un ematoma subdurale dello
spessore di 8 mm. in sede tempo-fronte-parietale destra, e neppure dovevano
rispondere dell’epatizzazione polmonare successiva all’intervento chirurgico al
quale il giovane venne sottoposto presso l’ospedale di L’Aquila. Entrambi tali
accadimenti rappresentano cause sopravvenute, eccezionali rispetto alla
condotta omissiva dei prevenuti, che hanno determinato la morte del lavoratore
e non costituivano in alcun modo la proiezione o lo sviluppo del rischio generato
dalla condotta omissiva ascritta a quelli.
2.2. Con un secondo motivo deducono violazione di legge. Con riferimento
alla posizione del Di Bernardino la corte territoriale afferma l’esistenza di un
residuo di posizione di garanzia in capo al committente, consistente nell’obbligo
di verificare che il tecnico nominato adempia al compito che gli è proprio; però
contraddittoriamente ritiene che doveva essere il committente a verificare
l’adempimento delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza. Al contempo,
la medesima corte censura il comportamento del committente per non aver
verificato direttamente l’adempimento delle disposizioni contenute nel piano di
sicurezza in violazione di obbligo che permane a suo carico anche in caso di
delega delle funzioni. L’assunto dei ricorrenti è che la delega di funzioni conferita
dal committente al coordinatore per la sicurezza nella fase esecutiva trasferisce
su quest’ultimo l’obbligo di verificare l’adempimento delle disposizioni contenute
nel piano di sicurezza. È quindi necessario verificare se l’infortunio si è verificato
in ragione di una contingenza estemporanea o se é riconducibile alla
configurazione complessiva di base delle lavorazioni previste o in esecuzione e
della loro sicurezza. Nel caso di specie si è trattato della mancata adozione da
parte della Italgrond s.n.c. delle misure atte a circondare le aperture lasciate nei
solai con adeguati presidi; misure già previste nel piano sicurezza e di
coordinamento che dovevano essere adottate in concreto dalla ditta datrice di
lavoro dell’infortunato. Ne consegue, ad avviso dell’esponente, l’assenza di una
residua posizione di garanzia in capo al committente e l’insussistenza di una
responsabilità del coordinatore per l’esecuzione per il “principio di
caratterizzazione del rischio e della relativa imputazione oggettiva del rischio
stesso al datore di lavoro”.
CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso é fondato limitatamente alla posizione del Di Berardino.
3.1. Giova premettere che entrambe le pronunce hanno ricostruito gli
accadimenti nel modo che segue. Dopo esser caduto in cantiere nel pomeriggio
del 28 luglio 2006, in quel medesimo giorno il Foltea venne visitato presso
l’ospedale di Sant’Omero, dove gli venne diagnosticata una frattura della
clavicola sinistra e contusioni multiple; vennero eseguite una ecografia
dell’addome, una radiografia del torace e della spalla sinistra nonché una TAC
cranio, tutte con esito negativo riguardo all’esistenza di segni di ulteriori
pregiudizi. È altresì pacifico che il giovane appariva vigile, tranquillo ed
asintomatico.
Intorno al ore 2,30 del 29 luglio il giovane si alzò dal proprio letto per recarsi
in bagno e cadde sul pavimento del corridoio del reparto. Subito soccorso, egli
apparve in stato soporoso ed eseguiti l’elettrocardiogramma ed una TAC cranio
questa evidenziò una falda di ematoma subdurale dello spessore di 8 mm. in
sede tempo-fronte-parietale destro con associazioni di espanso. Il paziente
venne trasferito d’urgenza presso l’ospedale di L’Aquila, nella divisione di
neurochirurgia, ove fu sottoposto ad intervento chirurgico che evidenziò una
vasta area ischemica fronte-temporo-parietale destra.
Il 1 agosto 2006 comparve quale reperto radiologico un addensamento
polmonare basale destro e il 3 agosto le condizioni di salute del Foltea
peggiorarono fino a condurlo a morte.
La successiva autopsia evidenziò sul lobo polmonare sinistro la presenza “in
zona perilare e basale di parenchima compatto in fase di epatizzazione rossagrigia”.
3.2. Orbene, l’assunto dei ricorrenti é che la morte del giovane è stata
l’effetto della caduta avvenuta nel nosocomio e non già della caduta in cantiere;
sia pure in termini non particolarmente nitidi, si assume anche che la morte fu
causata da polmonite. Si tratta di tesi già sostenute nei gradi di merito e che la
Corte di appello, in particolare, ha rigettato sulla scorta di una argomentazione
non manifestamente illogica. Rileva infatti la Corte territoriale che mentre già in
occasione del primo soccorso, portato da un collega di lavoro, il giovane lamentò
dolori alla testa e riferì di aver battuto il capo, non é possibile affermare la
produzione di un analogo trauma per effetto della seconda caduta perché
nessuno aveva visto il giovane cadere né egli poté riferire di aver battuto il capo.
Inoltre, l’ipotesi che l’edema cerebrale fosse stato causato dalla caduta in
ospedale, avanzata dalla difesa, doveva essere esclusa anche perché
scarsamente verosimile che una caduta sul pavimento dalla posizione eretta
possa cagionare conseguenze come quelle prodottosi sull’organismo del Foltea
ed anzi, ha aggiunto la Corte territoriale, questi cadde in ospedale proprio a
causa dell’emorragia che aveva ormai conclamato i propri drammatici effetti, non
risultando alcun altra spiegazione per una caduta in assenza di ostacoli o di
insidie sul pavimento. Infine, ha osservato il Collegio distrettuale, che la morte
fosse stata causata dalla polmonite è stato escluso dallo stesso consulente della
difesa, quando dichiarò che perché possa determinarsi una polmonite massiva
occorrono molti giorni di ventilazione assistita in un soggetto in posizione di
stasi. Evenienza non riscontrabile nella vicenda in esame. Ed è a riguardo della
ipotesi causale incentrata sulla polmonite che la Corte di appello ha richiamato
quella giurisprudenza secondo la quale una broncopolmonite massiva bilaterale
contratta durante il ricovero in ospedale per la cura degli esiti di un infortunio
non esclude il nesso di causalità tra il decesso e le violazioni ascritte al datore di
lavoro, essendo tale broncopolmonite una complicanza non eccezionale delle
gravi lesioni subite dall’infortunato.
A fronte di tale articolata motivazione i ricorrenti si limitano a riproporre gli
elementi acquisiti mediante l’istruttoria dibattimentale, formulando in
conclusione la perentoria affermazione per la quale non fu la caduta in cantiere
ma quella accidentale nel bagno dell’ospedale a provocare l’ematoma. Senza
contrastare le singole affermazioni fatte dalla Corte d’appello per sostenere il
proprio convincimento, i ricorrenti sostengono che questa ha disatteso le
testimonianze del personale medico e paramedico intervento a seguito della
caduta del giovane in ospedale e la documentazione sanitaria che si ritiene
univoca. Ma che la prima TAC non avesse fatto emergere segni di una emorragia
cerebrale è stato dalla Corte di appello esaminato, ricordando che il consulente
tecnico del pubblico ministero aveva precisato essere assolutamente frequente,
soprattutto nei giovani, che l’emorragia insorga solo in un secondo momento, a
distanza di ore o di giorni dall’evento traumatico. Quest’ultima circostanza era
stata confermata anche dal consulente della difesa e ciò spiegava perché la
prima TAC non avesse rilevato alcunché di anomalo. Per contro, ha
conclusivamente rilevato la Corte di appello, oltre al dato testimoniale già
ricordato proveniente dal collega di lavoro e dal teste Ilario Di Carlo, occorreva
considerare che l’esecuzione della TAC doveva essere dovuta evidentemente al
fatto che l’infortunato aveva riferito di aver battuto la testa.
Un compendio motivazionale in nessun modo preso in considerazione
dall’esponente, sicchè il motivo è aspecifico, poiché assume una ricostruzione
fattuale diversa da quella fatta propria dai giudici di merito, senza svolgere una
critica alle argomentazioni che sostengono tale ricostruzione. La consolidata
giurisprudenza di questa Corte insegna che è inammissibile il ricorso per
cassazione fondato su motivi non specifici, ossia generici ed indeterminati, che
ripropongono le stesse ragioni già esaminate e ritenute infondate dal giudice del
gravame o che risultano carenti della necessaria correlazione tra le
argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento
dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 – dep. 16/05/2012, Pezzo,
Rv. 253849).
4. Quanto al secondo motivo, esso risulta fondato con riferimento alla
posizione del Di Berardino.
4.1. Quanto al Caccini, non è nella capacità di questo collegio comprendere
l’argomento utilizzato dall’esponente per affermarne l’assenza di responsabilità.
Il compito del coordinatore per l’esecuzione é quello di verificare che le
misure previste nel piano di sicurezza di coordinamento siano adottate dalle ditte
esecutrici. Nel caso di specie si trattava di porre in essere le misure che già nel
predetto piano erano state ritenute necessarie a proteggere dal rischio di cadute
i lavoratori stante la presenza di apertura nel tetto dell’edificio in costruzione.
4.2. Quanto al Di Berardino, a questi è stato ascritto di non aver osservato
l’obbligo di “verificare l’adempimento da parte delle ditte esecutrici, delle
disposizioni loro pertinenti contenuti nel piano di sicurezza e di coordinamento,
con particolare riferimento all’adozione di misure atte a prevenire la caduta dei
lavoratori dall’alto” (così l’imputazione).
La Corte di appello ha affermato che al medesimo è stato contestato “di non
aver verificato l’adempimento delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza,
in violazione dell’obbligo che permane a suo carico anche in caso di delega di
funzioni”.
In nessun passaggio si esplicitano le circostanze fattuali dalle quali si
ricavano tali giudizi. Ma, soprattutto, essi presuppongono obblighi che la
legislazione non pone in capo al committente.
E’ opportuno svolgere qualche breve considerazione in merito alla posizione
di garanzia gravante sul committente.
A partire dall’entrata in vigore del d.lgs. n. 494/1996, nella giurisprudenza
di legittimità la responsabilità del committente ha cominciato ad essere derivata
dalla violazione di alcuni obblighi specifici, quali l’informazione sui rischi
dell’ambiente di lavoro e la cooperazione nell’apprestamento delle misure di
protezione e prevenzione, ritenendosi che resti ferma la responsabilità
dell’appaltatore per l’inosservanza degli obblighi prevenzionali su di lui gravanti
(Sez. 3, n. 6884 del 18/11/2008 – dep. 18/02/2009, Rappa, Rv. 242735).
Ribadito il dovere di sicurezza, con riguardo ai lavori svolti in esecuzione di un
contratto di appalto o di prestazione d’opera, tanto in capo al datore di lavoro (di
regola l’appaltatore, destinatario delle disposizioni antinfortunistiche) che del
committente, si è anche richiamata la necessità che tale principio non conosca
un’applicazione automatica, “non potendo esigersi dal committente un controllo
pressante, continuo e capillare sull’organizzazione e sull’andamento dei lavori”.
Ne consegue che, ai fini della configurazione della responsabilità del
committente, “occorre verificare in concreto quale sia stata l’incidenza della sua
condotta nell’eziologia dell’evento, a fronte delle capacità organizzative della
ditta scelta per l’esecuzione dei lavori, avuto riguardo alla specificità dei lavori da
eseguire, ai criteri seguiti dallo stesso committente per la scelta dell’appaltatore
o del prestatore d’opera, alla sua ingerenza nell’esecuzione dei lavori oggetto di
appalto o del contratto di prestazione d’opera, nonché alla agevole ed
immediata percepibilità da parte del committente di situazioni di pericolo” (Sez.
4, n. 3563 del 18/01/2012 – dep. 30/01/2012, Marangio e altri, Rv. 252672).
4.3. Ciò posto – e rimarcata infine la non coincidenza degli statuti
rispettivamente del committente e del datore di lavoro-committente, fermo
restando che le due figure possono in concreto cumularsi – va ancora considerato
che la nomina di un coordinatore per l’esecuzione alloca doveri prevenzionistici
tanto sulla figura del committente che su quella del coordinatore per la
esecuzione.
E’ sufficiente porre mente alla previsione dell’art. 6 d.lgs. n. 494/1996
(norma vigente al tempo del fatto), oggi riproposta dall’articolo 93, co. 2 d.lgs.
n. 81/2008, secondo la quale la designazione del coordinatore per la
progettazione e del coordinatore per l’esecuzione dei lavori non esonera il
committente dalle responsabilità connesse alla verifica dell’adempimento degli
obblighi posti in capo al coordinatore per l’esecuzione. Alla lettera a) dell’art. 93,
in particolare, si legge che il coordinatore per l’esecuzione dei lavori durante la
realizzazione dell’opera verifica l’applicazione da parte dell’impresa esecutrice o
dei lavoratori autonomi delle disposizioni loro pertinenti contenuti nel piano di
sicurezza e di coordinamento. Tanto implica che il committente é tenuto a
svolgere un’attività di vigilanza sull’adempimento da parte del coordinatore della
verifica che l’impresa esecutrice abbia osservato le disposizioni ad essa pertinenti
contenute nel piano di sicurezza e di coordinamento. Come d’altra parte
ripetutamente rammentato anche da questa Corte.
Ciò rende palese l’infondatezza del rilievo difensivo per il quale la “delega di
funzioni” rilasciata dal committente al coordinatore per l’esecuzione dei lavori
esonera il primo dall’obbligo di vigilare sugli adempimenti ai quali il secondo é
tenuto. Quello di vigilare sull’operato delle ditte esecutrici non è obbligo possibile
oggetto di delega dal committente al coordinatore, essendo previsto dalla legge
in via originaria in capo al coordinatore per l’esecuzione. Non vi è luogo quindi ad
alcuna delega di funzioni al riguardo, e l’area di rischio governata dal
committente é per l’appunto definita in passato dall’art. 6 citato ed oggi
dall’articolo 93, co. 2, d.lgs. n. 81/2008.
E tuttavia, si deve rilevare che, l’affermazione svolta dalla Corte di Appello,
per la quale il Di Berardino non aveva vigilato sul rispetto delle misure contenute
nel Piano di sicurezza e di coordinamento, non é in alcun modo connessa a
specifiche circostanze di fatto, che ne evidenzino il fondamento. Non rivela, la
sentenza, quando e come l’azione di controllo sull’operato del Caccini si sarebbe
dovuta e potuta svolgere, in rapporto alle fasi di lavorazione, secondo le linee di
principio sopra rammentate. Neppure integrando la motivazione qui impugnata
con quella resa dal primo giudice é possibile comprendere a quali evidenze
processuali la Corte di Appello abbia inteso riferirsi, poiché il Tribunale aveva
fondato il giudizio di responsabilità dell’imputato sulla mancata fornitura alla
ditta appaltatrice di informazioni specifiche sui pericoli all’interno del cantiere
(richiamandosi all’art. 7 d.lgs. n. 626/94) e sull’omessa formazione e
apprestamento di tutela al giovane lavoratore, apprendista.
Addebiti, come é agevole rilevare, del tutto differenti da quello mosso dalla
Corte di Appello.
5. In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata
relativamente a Di Berardino Agostino, con rinvio per nuovo esame alla Corte di
appello di Perugia; va invece rigettato il ricorso di Caccini Gualberto, che
conseguentemente va condannato al pagamento delle spese processuali e alla
rifusione delle spese in favore delle parti civili che liquida in complessivi euro
4.000,00, oltre accessori come per legge.we
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata relativamente a Di Berardino Agostino con rinvio
per nuovo esame alla Corte di appello di Perugia. Rigetta il ricorso di Caccini
Gualberto che condanna al pagamento delle spese processuali e alla rifusione
delle spese in favore delle parti civili che liquida in complessivi euro 4.000,00,
oltre accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 18/9/2015.

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