Imputato Agli Arresti Domiciliari – Cassazione Penale 24/02/2016 N° 7521

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione VI

Data: 24/02/2016

Numero: 7521

Testo completo della Sentenza Imputato agli arresti domiciliari – Cassazione Penale 24/02/2016 n° 7521:

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Ritenuto in fatto
1. Con sentenza 20.05.2013 la Corte di Appello di Napoli confermava la
pronuncia con cui, il precedente 03.08.2009, il g.o.t. del Tribunale di Napoli,
all’esito dei relativo processo condotto con le forme del rito abbreviato, aveva
dichiarato B.C. colpevole dei reato di evasione – per essersi allontanato
arbitrariamente dalla propria abitazione, ove trovavasi ristretto in regime di
arresti domiciliari – per l’effetto condannandolo, previa concessione delle
attenuanti generiche dichiarate equivalenti alla contestata recidiva
infraquinquennale, alla pena di giustizia di mesi quattro di reclusione.
2. Avverso detta pronuncia ha proposto ricorso per cassazione il difensore
dell’imputato, avv. S.D., lamentando:
a) violazione dell’art. 178 del codice di rito, per avere la Corte anzidetta
indebitamente disatteso, per ritenuta intempestività, la richiesta di differimento
del processo, avanzata dalla difesa in ragione dei sopravvenuto stato di
detenzione (agli arresti domiciliari) del B. per altra causa;
b) violazione dell’art. 385 cod. pen., malamente ritenuto integrato, pur in
presenza “di una condotta non diretta a comportare l’irreperibilità dell’obbligato
o tesa a compromettere e/o rendere più difficoltosa la vigilanza dell’Autorità”,
essendosi limitato l’imputato a stazionare ad una distanza minima dall’ingresso
del “tipico basso napoletano” che ne costituisce l’abitazione, al fine di fumare
una sigaretta (a dorso nudo ed in pantaloncini), essendo la moglie in stato
interessante, alla 33^ settimana, ed intenta a rassettare casa.
Considerato in diritto
1. II ricorso proposto è manifestamente infondato e va pertanto dichiarato
inammissibile, con ogni consequenziale statuizione a mente dell’art. 616 cod.
proc. Pen., come da dispositivo.
2. Per ciò che concerne il primo e preliminare profilo di doglianza, dagli atti di
causa – che la Corte è legittimata a compulsare in ragione della natura
processuale della questione di cui trattasi – emerge che, effettivamente,
all’udienza del 20.05.2013, a fronte della preliminare richiesta di rinvio
formalizzata dalla difesa del B., in ragione dei suo sopravvenuto stato di
restrizione cautelare agli arresti domiciliari per altra causa, il giudice
distrettuale, ritenuto il carattere intempestivo del motivo di legittimo
impedimento addotto – appunto poiché rappresentato per la prima volta in
quella sede, per di più sulla scorta di imprecisata documentazione, qualificata
“non dei tutto pertinente” – ebbe a rigettare l’istanza, pervenendo in pari data
all’adozione della censurata sentenza, nella dichiarata contumacia
dell’imputato.
Tanto premesso, è consolidato l’orientamento giurisprudenziale che pone a
carico dell’imputato, che adduca l’esistenza di una situazione di impedimento
basata su di un sopravvenuto stato di restrizione agli arresti domiciliari, l’onere
di richiedere tempestivamente l’autorizzazione a comparire in udienza al
giudice competente, in tal caso non essendo configurabile l’obbligo dell’A.G.
procedente di disporne la traduzione (cfr. Cass. Sez. 5, sent. n. 12690 dei
10.11.2014 – dep. 25.03.2015, Rv. 263887; Cass. Sez. 5, sent. n. 8876 del
22.12.2014 – dep. 27.02.2015, Rv. 263423; Cass. Sez. 5, sent. n. 30825
dell’01.07.2014, Rv. 262402; Cass. Sez. 6, sent. n. 36384 dei 25.06.2014, Rv.
260620). Orientamento che si conforma al dettato delle Sezioni Unite, che, con
sentenza del 2010, ponendo l’accento sulla circostanza, normativamente
prevista, che nel giudizio camerale la presenza dell’imputato non assume
carattere necessitato, ebbero a stabilire che l’eventuale volontà dello stesso di
presenziare all’udienza a suo carico, pur indubbiamente rilevante, va tuttavia
contemperata con l’esigenza, pure di rango costituzionale, di ragionevole
durata del processo, da ciò facendo discendere l’anzidetto onere, gravante
appunto sull’imputato, “di richiedere al giudice competente l’autorizzazione a
recarsi in udienza o di essere ivi accompagnato o tradotto”: donde solo in forza
di tempestiva richiesta dell’interessato di presenziare e di rigetto dei
provvedimenti del caso ad opera dei giudice della restrizione, vi è l’obbligo per
quello che procede, a pena di nullità assoluta, di disporre la traduzione
dell’imputato, in tal caso “essendo inibita la celebrazione del giudizio in sua
assenza” (cfr. Cass. Sez. Un., sent. n. 35399 del 24.06.2010, Rv. 247837).
Ebbene, a detto onere, vertendosi qui in ipotesi di giudizio camerale, l’odierno
ricorrente è rimasto del tutto inadempiente, avendo formulato solo il giorno
dell’udienza, a mezzo del proprio difensore, l’istanza, peraltro non di
traduzione, bensì di differimento tout court dell’udienza, senza in alcun modo
specificare, alla stregua di quanto emerge dal relativo verbale d’udienza, né da
quanto tempo fosse sopravvenuto lo stato di restrizione domiciliare per altra
causa, né in quale luogo tale misura cautelare fosse stata applicata, così non
consentendo alla Corte di valutare doverosamente la sussistenza della
possibilità di porla previamente a conoscenza dei sopraggiunto stato di
restrizione e comunque neppure di adottare un ipotetico provvedimento di
traduzione, ove si consideri che il decreto di citazione per il giudizio d’appello
risulta essere stato notificato presso il difensore del B., ai sensi dell’art. 161
co. 4 cod. proc. pen., non essendo andata a buon fine la notifica presso
l’imputato, in quanto “sloggiato” dall’abitazione risultante in atti.
Logico corollario di quanto precede è l’assoluta inconsistenza della doglianza
difensiva, del resto resa palese dal carattere non conferente del richiamo
giurisprudenziale operato, atteso che la sentenza 26.09.2006 delle Sezioni
Unite n. 37483 concerne l’ipotesi, affatto diversa, del sopravvenuto stato di
restrizione, anche domiciliare, dell’imputato nell’ambito del giudizio ordinario,
per il quale solo non è configurabile a carico dell’imputato alcun onere di
preventiva e tempestiva comunicazione all’A.G. dell’impedimento, in ragione
del suo incondizionato diritto a presenziarvi.
3. Altrettanto inconsistente è la residuale doglianza.
Invero, è ius receptum che “L’evasione consistente nell’allontanamento del
detenuto agli arresti domiciliare dal luogo in cui è autorizzato a svolgere
attività lavorativa richiede il dolo generico, caratterizzato dalla consapevolezza
di allontanarsi in assenza della necessaria autorizzazione, a nulla rilevando i
motivi che hanno determinato la condotta dell’agente” (così Cass. Sez. 6, sent.
n. 19218 dell’08.05.2012, Rv. 252876), onde nessun pregio riveste la
giustificazione addotta, secondo cui – come detto – il B. si era limitato a
posizionarsi ad una distanza minima dall’ingresso del ‘tipico basso napoletano’
che ne costituisce l’abitazione, al fine di fumare una sigaretta (a dorso nudo ed
in pantaloncini), mentre la moglie, incinta alla 33^ settimana, era impegnata a
rassettare casa. Non senza rilevare come la giustificazione medesima
costituisca la mera reiterazione dell’argomento già prospettato innanzi alla
Corte distrettuale e da questa confutato anche nel merito, senza che il punto
sia stato minimamente preso in considerazione dal ricorrente.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di € 1.500,00 in favore della cassa delle
ammende.

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