Impugnazioni Penali – Cassazione Penale 28/08/2017 N° 39337

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 28/08/2017

Numero: 39337

Testo completo della Sentenza Impugnazioni penali – Cassazione penale 28/08/2017 n° 39337:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 39337 Anno 2017
Presidente: PETRUZZELLIS ANNA
Relatore: D’ARCANGELO FABRIZIO
Data Udienza: 27/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Lucisano Giuseppe, nato a Grassano il 10/11/1955
avverso la sentenza del 06/05/2015 della Corte di appello di Potenza
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Fabrizio D’Arcangelo;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Roberto Aniello, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito il difensore, avv. Leonardo Pinto, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

RITENUTO IN FATTO
1. Giuseppe Lucisano è imputato del delitto di esercizio arbitrario delle
proprie ragioni con violenza alle persone ed alle cose e di lesioni personali
perché, al fine di impedire a Celestino Antonio Viti di raggiungere, a bordo del
proprio trattore, i suoi terreni, dopo aver infisso ai bordi della strada
interpoderale confinante con il suo fondo due paletti in acciaio, collegati da una
catena, vi parcheggiava una ruspa ed una autovettura; atteso, inoltre, che il Viti,
per evitare gli ostacoli, aveva attraversato il bordo dei terreni incolti del
Lucisano, l’imputato aveva minacciato la parte lesa ed, al contempo, aveva
diretto la pala meccanica del proprio mezzo sul tettuccio del trattore del Viti,
provocandone la caduta in terra e cagionandogli un trauma contusivo al
ginocchio destro, in Grottole in data 30 ottobre 2011.
Secondo la prospettazione accusatoria, mediante tali atti, il Lucisano aveva
intesto salvaguardare l’accesso riservato ed esclusivo ai propri possedimenti
poiché riteneva inesistente la servitù di passaggio in favore del Viti.
2. Il Tribunale di Matera, con sentenza emessa in data 10 ottobre 2014, ha
dichiarato di non doversi procedere nei confronti del Lucisano in ordine al delitto
di cui all’art. 392 cod. pen. limitatamente al segmento di condotta relativo alla
installazione dei paletti in acciaio, in quanto l’azione penale non doveva essere
iniziata per difetto di tempestiva querela, ed ha assolto l’imputato, ai sensi
dell’art. 530, comma secondo, cod. proc. pen., per le residue condotte di
esercizio arbitrario delle proprie ragioni perché il fatto non costituisce reato e per
il delitto di lesioni perché il fatto non sussiste.
3. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Potenza, in riforma
della sentenza emessa dal Tribunale di Matera, appellata dalla parte civile
Celestino Antonio Viti, ha dichiarato l’inammissibilità dell’appello relativamente
alla declaratoria di non doversi procedere per difetto di tempestività della
querela ed ha, inoltre, condannato il Lucisano, con riferimento ai residui reati
contestati, al risarcimento dei danni in favore della parte civile, da liquidarsi in
sede civile, oltre che al pagamento delle spese processuali di entrambi i gradi del
giudizio.
4. L’avv. Leonardo Pinto, difensore dell’imputato Giuseppe Lucisano ricorre
per Cassazione avverso tale sentenza e ne chiede l’annullamento, deducendo
due motivi.
4.1. Con il primo motivo di ricorso il difensore dell’imputato si duole, sotto
plurimi profili, della violazione degli artt. 582, comma 1 e 2, cod. proc. pen.
atteso che l’appello era stato depositato in data 20 febbraio 2014 presso la
Cancelleria dell’Ufficio del Giudice di Pace di Altamura dall’avv. Annunziata Calia.
Secondo il ricorrente, l’appello era duplicemente inammissibile in quanto
proposto da soggetto non legittimato ed, inoltre, depositato in una cancelleria
diversa da quella del giudice a quo, atteso che l’art. 582, comma 2, cod. proc.
pen. non consente al soggetto incaricato dal difensore di depositare l’atto di
appello in un ufficio giudiziario diverso da quello che ha emesso la sentenza
appellata.
L’avv. Annunziata Calia, peraltro, non era stata compiutamente identificata
dal cancelliere ricevente e lo stesso avv. Raffaele Padrone, difensore del Viti, era
privo del potere di presentare appello.
4.2. Con il secondo motivo il ricorrente deduceva il difetto di motivazione
ed il travisamento della prova.
La Corte di Appello aveva illogicamente ritenuto non credibile la
deposizione di Mario Lucisano e dell’imputato in ordine alla necessità di fermare
Celestino Antonio Viti alla guida di un grande trattore per evitare che Mario
Luciano venisse investito.
Mario Lucisano era, tuttavia, invalido al 70% ed aveva gravissime
limitazioni alla deambulazione, come si deduceva dalla certificazione sanitaria in
atti.
L’imputato era, pertanto, stato costretto ad accorrere in soccorso del
fratello, con la benna alzata di un trattore di dimensioni più modeste di quelle del
trattore del Viti, come risultava dalle fotografie in atti, per salvarlo
dall’investimento.
Inoltre, pur essendosi l’episodio verificato nella mattinata del 30 ottobre
2011, la parte lesa si era recato al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Altamura
solo alla ore 24.00 del medesimo giorno; pertanto, secondo il ricorrente, se le
lesioni indicate nel referto medico fossero state conseguenza delle condotte per
cui è processo, il Viti avrebbe dovuto recarsi immediatamente in ospedale.
5. Con memoria depositata in data 22 marzo 2017 l’avv. Raffaele Padrone,
difensore del Viti, chiedeva la conferma della sentenza impugnata in ordine alle
statuizioni civili. Deduceva la piena legittimità della presentazione dell’atto di
appello da parte di un incaricato, in quanto, a norma dell’art. 102 cod. proc.
pen., i difensori possono sempre nominare un sostituto processuale. Pienamente
legittima era, inoltre, la presentazione dell’appello, anche a mezzo di incaricato,
nelle cancellerie indicate dall’art. 582, comma 2, cod. proc. pen.
Inammissibili erano, inoltre, le doglianze formulate dal ricorrente avverso il
mancato conferimento, nella procura allegata all’atto di costituzione di parte
civile, del potere di impugnare la sentenza, non essendo le stesse state dedotte
nei motivi di appello e, comunque, la procura, che si allegava in copia al ricorso,
espressamente conferiva tale potere.
Inammissibile si rivelava, da ultimo, anche il secondo motivo di ricorso, che
era inteso a sollecitare una diversa lettura delle prove raccolte, non consentita in
sede di legittimità.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso deve essere rigettato in quanto i motivi nello stesso proposti si
rivelano infondati.
2. Con il primo motivo il ricorrente deduce, sotto plurimi profili, la
inammissibilità dell’appello formulato dalla parte civile e, segnatamente, la
violazione degli artt. 582, comma 2, e 591, lett. a), cod. proc. pen.
L’appello era, infatti, stato proposto da soggetto non legittimato, in quanto
la nomina dell’avv. Annunziata Calia a sostituto processuale riguardava solo la
udienza del 28 febbraio 2014 e, pertanto, non poteva ricomprendere il potere di
proporre l’impugnazione.
L’appello era, inoltre, stato depositato, in un ufficio giudiziario diverso da
quello che aveva emesso la sentenza appellata, e, segnatamente, presso la
Cancelleria dell’Ufficio del Giudice di Pace di Altamura, dall’avv. Calia, peraltro
non compiutamente identificata dal cancelliere ricevente. La facoltà di deposito in
cancelleria diversa da quella dell’ufficio giudiziario che ha emesso la sentenza,
secondo il ricorrente, è, tuttavia, riservata dall’art. 582, comma 2, cod. proc.
pen. solo al difensore e non già al suo incaricato.
Lo stesso avv. Raffaele Padrone, difensore del Viti, peraltro, era privo del
potere di presentare appello.
2.1. Tale motivo di ricorso deve essere disatteso in quanto infondato.
Insussistente è, invero, l’eccepito difetto di legittimazione dell’avv.
Annunziata Calia a depositare l’atto di appello.
La Corte di Appello ha accertato, con motivazione congrua e conforme alle
prescrizioni del codice di rito, che l’atto di appello, sottoscritto dall’avv. Raffaele
Padrone, era stato presentato in data 20 febbraio 2014 presso l’Ufficio del
Giudice di Pace di Altamura dall’Avv. Annunziata Calia, nominata sostituto
processuale dell’Avv. Padrone, come da atto depositato alla udienza del 28
febbraio 2014 innanzi al Tribunale di Matera.
L’atto di nomina a sostituto processuale era, peraltro, formulato in termini
ampi (“nomino mio sostituto processuale … ai sensi dell’art. 102 c.p.p.”) e,
pertanto, non esauriva i suoi effetti nella udienza del 13 giugno 2014 in cui era
stato formalizzato; in assenza di limitazioni espresse, doveva, inoltre, ritenersi
che la nomina a sostituto processuale ricomprendesse anche il potere di
presentazione del gravame.
Tale motivazione si rivela pienamente conforme alle prescrizioni del codice di
rito ed al principio costantemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità,
secondo il quale l’art. 582, comma 1, cod. proc. pen. non prescrivere particolari
formalità per il conferimento dell’incarico per la presentazione dell’atto di
impugnazione, che può dunque avvenire anche oralmente sempre che, in
ragione del rapporto dell’incaricato con il titolare del potere di impugnazione, si
abbia piena garanzia circa l’autenticità della sottoscrizione (ex plurimis: Sez. 2,
n. 52195 del 07/10/2016, Sciscione, Rv. 268669; Sez. 5 n. 8096 del
11/01/2007, Lussana, Rv. 235735).
L’inammissibilità dell’impugnazione per l’inosservanza delle formalità
prescritte dall’art. 582 cod. proc. pen. sussiste, pertanto, esclusivamente se vi
sia concreta incertezza sulla legittima provenienza dell’atto dal soggetto titolare
del relativo diritto (Sez. 2, n. 52195 del 07/10/2016, Sciscione, Rv. 268669;
Sez. 2, n. 40254 del 12/06/2014, Avallone, Rv. 260443).
2.2. Parimenti è infondata la censura formulata dal ricorrente relativamente
alla violazione dell’art. 582, comma 2, cod. proc. pen. in relazione alla
presentazione dell’appello da parte di incaricato in una cancelleria diversa da
quella del giudice a quo.
Tale norma, infatti, nel sancire che le parti privati ed i difensori possono
presentare l’atto di impugnazione anche nella cancelleria del tribunale o del
giudice di pace del luogo in cui si trovano, se tale luogo è diverso da quello in cui
fu emesso il provvedimento, non costituisce, come opina il ricorrente, una norma
di esclusione per l’incaricato del difensore, bensì esclusivamente per il pubblico
ministero.
Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità,
infatti, dal chiaro dettato normativo, peraltro mutuato dalla disciplina previgente,
si desume che non è in facoltà del pubblico ministero presentare l’atto di
impugnazione nei luoghi indicati dall’art. 582, comma 2, cod. proc. pen. (Sez. 6,
n. 3718 del 12/11/1999, Longobardi, Rv. 215861). La disposizione non è, infatti,
interpretabile analogicamente in quanto le forme di esercizio di una attività
processuale, allorché la relativa violazione sia sanzionata dalla inammissibilità,
non ammettono equipollenti (Sez. 1, n. 2670 del 06/02/1997, Romano, Rv.
207179;234 Longobardi).
Tale interpretazione è, peraltro, stata condivisa anche dalla Corte
Costituzionale, che ha dichiarato manifestamente infondata la questione di
legittimità costituzionale dell’art. 582, comma 2, cod. proc. pen., in riferimento
agli artt. 3, 97, comma primo, 111, comma secondo, e 112 della Costituzione,
nella parte in cui consente soltanto alle parti private ed a difensori di presentare
l’atto di impugnazione nei luoghi “alternativi” previsti dalla predetta norma (C.
Cost. n. 110 del 26/03/2003).
La facoltà prevista dall’art. 582, comma 2, cod. proc. pen. opera, pertanto,
esclusivamente per le parti private e per i difensori, ma tale riferimento
soggettivo deve essere interpretato come comprensivo, in connessione
sistematica con la previsione del primo comma della medesima norma e,
pertanto, sulla base di un implicito rinvio globale alla stessa, anche della
presentazione dell’atto di impugnazione a mezzo di incaricato.
La facoltà, introdotta dall’art. 582, comma 1, cod. proc. pen., di presentare
personalmente o a mezzo di un incaricato l’atto di gravame nella cancelleria del
giudice che ha emesso il provvedimento impugnato, si estende, pertanto, anche
alle ipotesi di presentazione dell’atto nella cancelleria degli uffici giudiziari
alternativi previsti dal comma 2 del medesimo articolo, atteso che tale
disposizione non provvede espressamente circa l’identità dei soggetti legittimati
al deposito, la cui regolamentazione è lasciata al comma 1, ma si limita
solamente ad individuare gli altri possibili luoghi in cui è possibile effettuarlo
(Sez. 2, n. 1879 del 03/02/2000, Fichera, Rv. 215401; Sez. 5, n. 2395 del
18/05/1999, Spetic, Rv. 213926).
Il significato logico-letterale delle espressioni usate non autorizza, infatti,
una drastica differenziazione tra le previsioni contenute nei due commi, dei quali
si compone il citato art. 582 cod. proc. pen.; ed invero il legislatore, col secondo
comma, si preoccupa di determinare la scelta alternativa del luogo, concessa alle
parti private e ai difensori, non il modo (diretto o tramite terze persone) di
presentazione dell’atto, la cui regolamentazione è lasciata al primo comma.
Questa conclusione è agevolmente desumibile dal fatto che il secondo
comma della norma in esame tralascia del tutto la specificazione “personalmente
ovvero a mezzo di incaricato”, laddove, nel caso si dovesse accogliere la tesi
prospettata dal ricorrente, sarebbe stato necessario ripetere l’avverbio
“personalmente” dopo “possono presentare”.
Il legislatore, del resto, nel riprodurre la previsione dell’art. 198, comma 3,
del codice di rito abrogato all’art. 582, comma 2, cod. proc. pen., ha inteso
agevolare la parti private e, segnatamente, quelle “fuori sede” nella
presentazione della impugnazione e, pertanto, ogni limitazione dell’ambito dei
soggetti legittimati ad avvalersi dei luoghi “alternativi” richiede una espressa
indicazione.
2.3. La terza doglianza, formulata al punto 1.3 del primo motivo di ricorso, è
relativa al difetto di legittimazione dell’avv. Raffaele Padrone, difensore della
parte civile, a presentare appello avverso la sentenza emessa dal Tribunale di
Matera.
Secondo il ricorrente, infatti, la procura speciale datata 11 febbraio 2013,
depositato in cancelleria il 18 febbraio 2012, mediante il quale Celestino Antonio
Viti si è costituito parte civile non contemplava espressamente la facoltà di
presentare impugnazione.
Tale doglianza è, tuttavia, inammissibile in quanto è stata presentata per la
prima volta nel giudizio di legittimità e, pertanto, si concreta, ai sensi dell’art.
606, comma 3, cod. proc. pen., in una violazione di legge non dedotta in appello,
neppure nelle conclusioni scritte depositate dal difensore del Lucisano alla
udienza del 6 maggio 2016.
L’avv. Padrone ha, peraltro, allegato alla memoria depositata in data 22
marzo 2017, la nomina a difensore di fiducia e la procura speciale rilasciata dal
proprio assistito Antonio Celestino Viti in data 1 settembre 2012, che contempla
l’attribuzione delle più ampie facoltà di legge ed anche, expressis verbis, il potere
di proporre impugnazione avverso le sentenze.
2.4. Parimenti inammissibile, in quanto dedotta per la prima volta in sede di
legittimità, è la doglianza relativa al difetto di attestazione della qualità di
incaricata al deposito dell’atto di appello dell’avv. Calia, peraltro non suffragata
neppure dalla produzione dell’atto cui la censura si riferisce.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno, peraltro, statuito che,
qualora l’atto di impugnazione di una parte privata sia presentato in cancelleria
da un incaricato non occorre l’autentica della sua sottoscrizione poiché l’art. 582
cod. proc. pen., che le attribuisce la facoltà di avvalersi per la presentazione del
relativo atto di un incaricato, non richiede siffatta formalità (Sez. U, n. 20300 del
22/04/2010, Lasala, Rv. 246905; Sez. U, n. 8141 del 29/05/1992, Caselli, Rv.
19180; da ultimo, ex ceteris, Sez. 6, n. 7514 del 12/02/2009, Berisha, Rv.
242924).
3. Con il secondo motivo, il ricorrente si duole del difetto di motivazione ed
del travisamento della prova posto in essere dalla sentenza impugnata.
La Corte di Appello, infatti, aveva illogicamente ritenuto non credibile le
dichiarazioni dell’imputato e quelle del fratello Mario Lucisano in ordine alla
necessità di fermare Celestino Antonio Viti, che era alla guida di un grande
trattore Caterpillar ed evitare che Mario Luciano fosse investito.
Mario Lucisano era, infatti, invalido al 70% ed aveva gravissime limitazioni
alla deambulazione, come risultava dalla certificazione sanitaria in atti, e,
pertanto, non poteva scappare per evitare di essere investito dal trattore
cingolato condotto dal Viti.
L’imputato era, pertanto, stato costretto ad avvicinarsi velocemente, con la
benna alzata, alla guida di un trattore di dimensioni più modeste di quelle
dell’automezzo del Viti (come si deduceva dalle fotografie in atti) per salvare il
fratello dall’investimento. Del resto, se le lesioni riportate dal Viti nel referto
medico fossero state conseguenza della condotta per cui è processo, la parte
civile avrebbe dovuto immediatamente recarsi in ospedale, magari chiedendo
l’ausilio del maresciallo Bertugno intervenuto in loco, e non già recarsi presso il
nosocomio solo in serata.
4. Il motivo si rivela, tuttavia, manifestamente infondato, in quanto le
doglianze articolate dal ricorrente, lungi dall’evidenziare vizi logici della
valutazione operata dalla sentenza impugnata o la sua divergenza dai canoni del
corretto ragionamento probatorio, paiono, invero, intese a sollecitare una
diversa, e più favorevole, lettura dei medesimi elementi fattuali acquisiti nel
corso del giudizio.
Sono, tuttavia, precluse al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di
fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di
nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, indicati dal
ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità
esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito (ex multis: Sez. 6, n.
47204, del 7/10/2015, Musso, Rv. 265482).
5. La sentenza impugnata, peraltro, nello scrutinare la attendibilità delle
versioni antagoniste, ha preso le mosse dalle dichiarazioni rese alla udienza del 9
maggio 2014 dal maresciallo Bertugno, che, intervenuto sul luogo dei fatti subito
dopo l’episodio per cui è causa, aveva accertato che il trattore del Viti era
danneggiato; il fatto era, peraltro, stato ammesso dallo stesso imputato alla
udienza del 13 giugno 2014, che aveva dichiarato di aver “alzato la pala” per
difendere il fratello Mario, asseritamente in pericolo di essere schiacciato dal
trattore del Viti.
La Corte di Appello, tuttavia, non illogicamente, ha ritenuto implausibile la
versione del soccorso difensivo posto in essere dal Lucisano, in quanto stante la
lentezza del cingolato condotto dal Viti, Mario Lucisano non avrebbe avuto
difficoltà a fuggire e, comunque, vi era evidente sproporzione tra i mezzi in
campo (“essendo il trattore del Lucisano gommato ed attrezzato con pala, quindi
assai più veloce e pericoloso di quello, “disarmato” e cingolato, del Viti”).
In tale contesto, pertanto, le lesioni, peraltro documentate dal referto in atti,
costituivano la conseguenza della condotta aggressiva del Lucisano, che aveva
costretto il Viti, per ripararsi, a saltare giù dalla cabina del mezzo.
Ritiene, pertanto, il Collegio che le valutazioni espresse nella sentenza
impugnata nel riformare la sentenza di primo grado solo agli effetti civili, non
rivelino contraddittorietà o manifeste illogicità e, pertanto, si sottraggono al
sindacato di questa Corte.
Secondo una consolidata interpretazione della giurisprudenza di legittimità,
dalla quale non vi è ragione per discostarsi, del resto, nel controllo della
motivazione, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito
proponga la migliore ricostruzione dei fatti, né deve condividerne la
giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia
compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di
apprezzamento: ciò in quanto l’art. 606, comma primo, lett. e) del cod. proc.
pen. non consente alla Corte una diversa lettura dei dati processuali o una
diversa interpretazione delle prove (ex plurimis: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003,
Elia, Rv.229369).
6. Il ricorso deve, pertanto, essere rigettato ed il ricorrente, ai sensi dell’art.
616 cod. proc. pen., deve essere condannato al pagamento delle spese del
procedimento.
Giuseppe Lucisano deve, inoltre, essere condannato alla refusione delle
spese processuali sostenute nel grado dalla parte civile Celestino Antonio Viti,
che si liquidano in cinquecento euro complessivi, oltre spese generali, I.V.A. e
C.P.A. in ragione della partecipazione al presente grado mediante il deposito
della memoria operato in data 22 marzo 2017.
In tema di spese processuali ha, infatti, diritto ad ottenerne la liquidazione
la parte civile che, nel giudizio di legittimità, pur non intervenendo alla
discussione in pubblica udienza, depositi memorie conclusive e relativa nota
spese, sulla base di quanto disposto dall’art. 541 cod. proc. pen., che prevede un
obbligo generale di condanna dell’imputato alla rifusione delle spese sostenute
dalla parte civile – in caso di accoglimento della domanda di restituzione o di
risarcimento dei danni – svincolato da qualsiasi riferimento alla discussione in
pubblica udienza (Sez. 5, n. 6052 del 30/09/2015, Migliorini, Rv. 266021); la
mancata presentazione della parte civile non può, del resto, essere qualificata
come revoca tacita della costituzione e, dall’altro, l’art. 12 del D.M. 10 marzo
2014, n. 55, attribuisce rilievo alla partecipazione in sé alla fase decisionale,
senza distinguere tra difese orali e scritte (Sez. 5, n. 36805 del 22/06/2015,
Bonvissuto, Rv. 264906).

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali, nonché alla rifusione delle spese di rappresentanza in questa fase
della parte civile Celestino Antonio Viti che liquida in euro 500 complessivi, oltre
I.V.A. e C.P.A.
Così deciso il 27/04/2017.

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