Impugnazioni – Cassazione Penale 26/04/2017 N° 19596

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione Penale

Sezione: Sezione III

Data: 26/04/2017

Numero: 19596

Testo completo della Sentenza Impugnazioni – Cassazione Penale 26/04/2017 n° 19596:

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Penale Sent. Sez. 3 Num. 19596 Anno 2017
Presidente: AMORESANO SILVIO
Relatore: LIBERATI GIOVANNI
Data Udienza: 23/11/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Mocali Luca, nato a Venezia il 19/2/1962
avverso la sentenza del 17/11/2014 del Tribunale di Pordenone
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Giovanni Liberati;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Aldo
Policastro, che ha concluso chiedendo dichiararsi inammissibile il ricorso;
udito per il ricorrente l’avv. Alessandro Graziani, in sostituzione dell’avv. Maurizio
Olivetti, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 17 novembre 2014 il Tribunale di Pordenone ha
condannato Luca Mocali alla pena di euro 3.000,00 di ammenda, in relazione al
reato di cui agli artt. 5, lett. b), e 6, comma 3, I. n. 283 del 1962 (per avere,
quale responsabile del punto vendita PAM di Spilimbergo, detenuto per la vendita
su di uno scaffale di tale punto vendita, con temperatura tra 19 e 20 gradi, venti
confezioni sottovuoto di formaggio a pasta dura TRENTINGRANA D.O.P., tra le
quali ve ne era una con estese formazioni di muffa).
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso l’imputato, mediante il suo
difensore di fiducia, che lo ha affidato a un unico articolato motivo, attraverso il
quale ha denunciato l’insufficienza e l’illogicità della motivazione, con particolare
riferimento alla valutazione delle risultanze istruttorie, essendo stata
indebitamente e illogicamente affermata la responsabilità dell’imputato per avere
detenuto per la vendita 20 confezioni di formaggio a temperatura non adeguata
(tra cui una con tracce di muffa), in quanto, secondo quanto emerso
dall’istruttoria, non vi era correlazione tra la temperatura di conservazione e la
muffa riscontrata su un unico pezzo (dovuta a un difetto di sigillatura della
confezione sottovuoto da parte del produttore); il formaggio in questione poteva
essere conservato a temperatura ambiente senza particolari conseguenze (come
chiarito dal responsabile della gestione e commercializzazione del Consorzio
Trentingrana, produttore del formaggio detenuto per vendita presso detto
esercizio commerciale); non era, inoltre, stato provato da quanto tempo il
prodotto fosse stato esposto a temperatura ambiente; il pezzo di formaggio con
le tracce di muffa era preconfezionato all’origine e non era visibile dall’esterno,
se non per una piccola porzione, con la conseguente applicabilità della esimente
di cui all’art. 19 I. 283 del 1962.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è inammissibile, essendo volto a sindacare gli accertamenti di
fatto compiuti dal Tribunale, di cui è stato dato conto con motivazione adeguata
e priva di vizi logici.
2. Le censure sollevate dal ricorrente non tengono conto che il controllo
demandato alla Corte di legittimità va esercitato sulla coordinazione delle
proposizioni e dei passaggi attraverso i quali si sviluppa il tessuto argomentativo
del provvedimento impugnato, senza alcuna possibilità di rivalutare in una
diversa ottica, gli argomenti di cui il giudice di merito si è avvalso per
sostanziare il suo convincimento o di verificare se i risultati dell’interpretazione
delle prove siano effettivamente corrispondenti alle acquisizioni probatorie
risultanti dagli atti del processo.
Anche a seguito della modifica dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen, con la
I. 46/06, il sindacato della Corte di Cassazione rimane di legittimità: la possibilità
di desumere la mancanza, contraddittorietà o la manifesta illogicità della
motivazione anche da “altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di
gravame”, non attribuisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare
criticamente le risultanze istruttorie, ma solo quello di valutare la correttezza
dell’iter argomentativo seguito dal giudice di merito e di procedere
all’annullamento quando la prova non considerata o travisata incida,
scardinandola, sulla motivazione censurata (Sez. 6, n. 752 del 18.12.2006; Sez.
2, n. 23419 del 2007, Vignaroli; Sez. 6 n. 25255 del 14.2.2012).
3. Nella vicenda in esame il Tribunale è pervenuto alla affermazione di
responsabilità dell’imputato a seguito del rinvenimento, presso il punto vendita di
cui il ricorrente era responsabile, di 19 confezioni di formaggio a pasta dura
“Trentingrana d.o.p.”, esposte per la vendita su uno scaffale a temperatura
ambiente, nonostante la confezione di tali prodotti riportasse l’indicazione della
necessità di conservazione in frigorifero a temperatura compresa tra 00e + 8°, e
il manuale di autocontrollo della società PAM Panorama, titolare della rivendita,
prescrivesse la conservazione dei formaggi a pasta dura in banchi refrigerati. Il
Tribunale ha, inoltre, sottolineato che il formaggio contenuto in una di tali
confezioni presentava tracce di muffa, concludendo, in modo logico, per la
sussistenza del reato contestato, essendo evidente il cattivo stato di
conservazione di tutte suddette confezioni alimentari.
Il ricorrente, invece, come risulta dallo stesso ricorso, pur prospettando
l’illogicità di tale motivazione, propone, in realtà, una rivisitazione del materiale
probatorio, affermando che dall’istruttoria era emersa l’assenza di correlazione
tra la temperatura di conservazione e la muffa presente sul prodotto di una delle
confezioni, che il formaggio poteva essere conservato a temperatura ambiente,
che non era comunque stato accertato il tempo di esposizione a tale
temperatura, che il pezzo di formaggio su cui erano presenti le tracce di muffa
era preconfezionato e non visibile dall’esterno, se non per una piccola porzione,
che la presenza di muffa non era riconducibile alla temperatura di conservazione:
tali rilievi sono tutti volti a censurare e sovvertire la ricostruzione del fatto
compiuta dal primo giudice, che, sulla base della inidoneità delle modalità di
conservazioni di tutte le 19 confezioni di formaggio esposte per la vendita a
temperatura ambiente (dunque indipendentemente dalla presenza di muffe sul
formaggio contenuto in una delle confezioni), ha ritenuto che tali prodotti fossero
in cattivo stato di conservazione. Tale motivazione risulta conforme alle regole
della logica e alle massime di esperienza, oltre che alle specifiche prescrizioni del
produttore e del titolare dell’esercizio commerciale, e dunque le censure del
ricorrente, piuttosto che individuare vizi della motivazione, sono dirette a
conseguire una diversa valutazione delle risultanze di fatto correttamente
considerate dal Tribunale, con la conseguente inammissibilità di tali doglianze.
Poiché la responsabilità del ricorrente è stata affermata a causa della
conservazione dei prodotti alimentari a temperatura non idonea, cioè a
temperatura ambiente e non a quella compresa tra 0° e + 8°, risultano
chiaramente insussistenti i presupposti di applicabilità della esimente di cui
all’art. 19 I. n. 283 del 1962.
Tale disposizione, infatti, nel prevedere che “Le sanzioni previste dalla
presente legge non si applicano al commerciante che vende, pone in vendita o
comunque distribuisce per il consumo prodotti in confezioni originali, qualora la
non corrispondenza alle prescrizioni della legge stessa riguardi i requisiti
intrinseci o la composizione dei prodotti o le condizioni interne dei recipienti e
sempre che il commerciante non sia a conoscenza della violazione o la
confezione originale non presenti segni di alterazione”, attiene ai requisiti
intrinseci o di composizione dei prodotti o alle condizioni interne dei recipienti, e
non alle modalità di conservazione degli alimenti, che ricadono sotto la
responsabilità del detentore, a cagione delle quali, e in particolare della
inidoneità della conservazione a temperatura ambiente, è stata affermata la
responsabilità dell’imputato, con la conseguente manifesta infondatezza della
allegazione della configurabilità di tale esimente speciale, di cui nella specie non
ricorrono i presupposti di fatto.
4. In conclusione il ricorso in esame deve essere dichiarato inammissibile,
non essendo consentita nel giudizio di legittimità, in presenza di motivazione
adeguata e immune da vizi, la rivalutazione delle risultanze di fatto, ed essendo
chiaramente non configurabile l’esimente speciale invocata dall’imputato.
Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 cod.
proc. pen., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente
(Corte Cost. sentenza 7 – 13 giugno 2000, n. 186), l’onere delle spese del
procedimento, nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle
Ammende, che si determina equitativannente, in ragione dei motivi dedotti, nella
misura di euro 2.000,00

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 23/11/2016

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