Impugnazioni – Cassazione Penale 22/12/2016 N° 54607

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione I

Data: 22/12/2016

Numero: 54607

Testo completo della Sentenza Impugnazioni – Cassazione penale 22/12/2016 n° 54607:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Massimiliano MILO, nato a Messina il 14 gennaio 1979;
avverso l’ordinanza del 27 maggio 2016 pronunciata da Tribunale di
Messina;
Visti gli atti, il provvedimento denunziato, il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Stefano Aprile;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Dott. Antonio Balsamo, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
dato atto che nessuno compariva per la difesa.
RITENUTO IN FATTO
1. Con il provvedimento impugnato, il Tribunale di Messina, in funzione di
Tribunale del riesame, ha accolto in parte la richiesta di riesame proposta
nell’interesse di Milo Massimiliano avverso l’ordinanza con cui il Giudice per le
indagini preliminari del Tribunale di Messina in data 5 maggio 2016 aveva
applicato al ricorrente la misura degli arresti domiciliari, in relazione ai reati di
furto continuato aggravato in concorso (capo 42) e di riciclaggio in concorso
(capo 43), entrambi commessi in concorso con il fratello Rocco Milo e Carmelo
Bombaci, sostituendo gli arresti domiciliari con l’obbligo di dimora in Messina,
con obbligo di non allontanarsi dall’abitazione in orario notturno.
1.1. Il Tribunale di Messina ha affermato la sussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza in relazione ai furti aggravati, commessi ai danni di tre sale gioco
nei giorni 26 giugno 2012 a Barcellona Pozzo di Gotto, 27 giugno 2012 a Palermo
e 28 giugno 2012 a Capo d’Orlando, reati commessi in concorso tra i fratelli
Massimiliano e Rocco Mila e Carmelo Bombaci, mediante l’utilizzo di chiavi
tubolari utilizzate per la apertura forzosa delle apparecchiature di gioco, condotta
quest’ultima posta in essere dagli autori immateriali individuati per Massimiliano
Milo e Carmelo Bombaci, mentre Rocco Milo svolgeva funzioni di palo restando al
di fuori degli esercizi commerciali alla guida dell’autovettura.
Anche in relazione al concorrente delitto di riciclaggio, pure questo ritenuto
commesso in concorso da Massimiliano e Rocco Mila e da Carmelo Bombaci, il
Tribunale ha ritenuto la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza valorizzando
una conversazione intercettata tra Carmelo Bombaci e la di lui moglie nel
contesto della quale si fa riferimento all’autovettura Smart acquistata da
Massimiliano Mila, della quale si riferisce la provenienza illecita, nonché le
specifiche modalità attraverso le quali sulla stessa sono state effettuate
operazioni idonee ad impedire il riconoscimento della illecita provenienza.
2. Ricorre Massimiliano Mila, a mezzo del difensore avv. Danilo Santoro, che
chiede l’annullamento della ordinanza impugnata, in relazione a quattro distinti
motivi, di seguito riportati.
2.1. Osserva, con il primo motivo, che l’ordinanza è affetta da violazione di
legge per inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità (Art. 309,
comma 9, cod. proc. pen., in relazione agli artt. 292, comma 2, lett. c), e 274,
comma 1, lett. c), stesso codice, con riferimento all’art. 606, comma 1, lett. e),
cod. proc. pen., per mancanza di motivazione in ordine alla esigenza cautelare.
Il ricorrente si duole che il Tribunale del riesame non abbia annullato
l’ordinanza cautelare emessa dal Giudice per le indagini preliminari il quale, in
relazione alle esigenze cautelari indicate alla pagina 380, si era limitato ad
affermare genericamente che sussisteva il pericolo di reiterazione dei reati della
stessa specie di quelli per i quali si procede.
2.2. Osserva, con il secondo motivo, che l’ordinanza è affetta da violazione
di legge per inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità (Art.
309, comma 9, cod. proc. pen., in relazione agli artt. 292, comma 2, lett. c), e
274, comma 1, lett. c), stesso codice, con riferimento all’art. 606, comma 1, lett.
e), cod. proc. pen., per mancanza o mera apparenza della motivazione in ordine
alle esigenze cautelari, anche in considerazione del tempo trascorso dalla
commissione dei reati.
Il ricorrente si duole che le due contestazioni mosse facciano riferimento ad
un periodo temporale largamente antecedente la data di emissione della
ordinanza cautelare: in particolare i fatti risultano contestati come commessi nel
periodo febbraio – giugno 2012 e non sono dedotti elementi dai quali desumere
la attualità delle esigenze cautelari.
2.3. Osserva, con il terzo motivo, che l’ordinanza è affetta da violazione di
legge per inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità (Art. 309,
comma 9, cod. proc. pen., in relazione agli artt. 292, comma 2, lett. c), e 274,
comma 1, lett. c), stesso codice, con riferimento all’art. 606, comma 1, lett. e),
cod. proc. pen., per mancanza di motivazione in ordine agli indizi che giustificano
in concreto la misura disposta.
Il ricorrente si duole che il Tribunale non abbia in alcun modo fatto
riferimento alla sussistenza degli indizi di colpevolezza, neppure mediante un
generico richiamo alla ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari.
La circostanza, secondo il ricorrente, che nell’atto propulsivo del procedimento di
riesame la difesa non abbia proposto questioni in ordine alla sussistenza degli
indizi di colpevolezza, essendosi limitata a contestare la sussistenza delle
esigenze cautelari, non sarebbe idonea ad esonerare il Tribunale dalla verifica
d’ufficio della sussistenza del requisito della gravità indiziaria.
2.4. Osserva, con il quarto ed ultimo motivo, che l’ordinanza è affetta da
violazione di legge per inosservanza di norme processuali stabilite a pena di
nullità (Art. 309, comma 9, cod. proc. pen., in relazione agli artt. 292, comma 2,
lett. c), e 274, comma 1, lett. c), stesso codice, con riferimento all’art. 606,
comma 1, lett. c), cod. proc. pen., per difetto di autonoma valutazione dei gravi
indizi di colpevolezza e delle specifiche esigenze cautelari.
Con riferimento alla contestata mancanza di autonoma valutazione del
compendio indiziario, il ricorrente censura, in realtà, la condotta del Giudice per
le indagini preliminari che, a suo dire, si sarebbe limitato a parafrasare le
argomentazioni svolte dal pubblico ministero nella richiesta di applicazione di
misura cautelare poi accolta.
Ad avviso del ricorrente, analoga mancanza di autonoma valutazione
concernerebbe, sempre con riferimento al Giudice per le indagini preliminari e
dunque la ordinanza genetica, anche il profilo delle esigenze cautelari.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Osserva il Collegio che il ricorso appare infondato.
Saranno esaminati per primi, per la evidente priorità logica, il terzo e quarto
motivo di ricorso che attengono alla gravità indiziaria, riservando al prosieguo
l’esame dei restanti due motivi attinenti le esigenze cautelari.
1.1. Il terzo motivo è infondato.
In ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, va evidenziato che
il Tribunale di Messina, diversamente da quanto ha fatto il Giudice per le indagini
preliminari che si è occupato di illustrare e valutare gli indizi raccolti dal PM, ha
omesso di illustrare e valutare gli indizi di colpevolezza. Infatti, il Tribunale di
Messina ha ritenuto di poter limitare il proprio sindacato alle sole esigenze
cautelari, vertendo soltanto su queste ultime la deduzione di doglianze specifiche
formulata nell’interesse di Massimiliano Milo. Il Tribunale di Messina ha ricordato
sinteticamente le condotte contestate a Massimiliano Milo evidenziando, nella
parte del provvedimento concernente le esigenze cautelari, una conversazione
intercettata attinente il capo 43.
1.1.1. Va ricordato che in tema di riesame di misure cautelari, non è
applicabile la particolare disposizione dell’art. 581 lett. c) cod. proc. pen. che
impone, a pena di inammissibilità, l’indicazione dei motivi di impugnazione
contestualmente alla presentazione del gravame – stante la facoltatività, prevista
dall’art. 309, comma 6, stesso codice, della indicazione dei motivi a sostegno e,
quindi, dell’inapplicabilità del principio «tantum devolutum quantum appellatum»
(Cass. Sez. U, Sentenza n. 16 del 05/10/1994, Aponte, Rv. 199388).
Peraltro, va ricordato che l’obbligo previsto dal secondo comma dell’art. 292,
lett. c-bis) cod. proc. pen., di esporre i motivi per i quali non sono ritenuti
rilevanti gli elementi addotti dalla difesa, è imposto sia al giudice che emette
l’ordinanza sia al tribunale del riesame che rigetta la richiesta di riesame,
allorché tali elementi siano prospettati dinanzi a quest’ultimo (Cass. Sez. 1,
Sentenza n. 4777 del 15/11/2011 dep. 2012, Borgnis, Rv. 251848).
Da ciò deriva che il tribunale del riesame, anche in difetto di specifici motivi,
è tenuto ad effettuare un complessivo vaglio dell’ordinanza cautelare impugnata,
e ha un preciso obbligo formale di esaminare le specifiche censure mosse sulla
base dei motivi presentati.
Affrontando, quindi, il tema dell’onere motivazionale cui deve adempiere il
tribunale del riesame chiamato a compiere una valutazione complessiva
dell’ordinanza impugnata, è utile ricordare che, secondo il costante orientamento
di legittimità, in tema di misure cautelari l’ordinanza del Tribunale del riesame
che conferma il provvedimento impositivo recepisce, in tutto o in parte, il
contenuto di tale provvedimento, di tal che l’ordinanza cautelare e il
provvedimento confermativo di essa si integrano reciprocamente, con la
conseguenza che eventuali carenze motivazionali di un provvedimento possono
essere sanate con le argomentazioni addotte a sostegno dell’altro (Cass. Sez. 2,
n. 774 del 28/11/2007 dep. 2008, Beato, Rv. 238903; Cass. Sez. 6, n. 3678 del
17/11/1998, Panebianco R., Rv. 212685). Nello stesso senso, va ricordato
l’orientamento di questa Corte secondo il quale, in tema di misure cautelari
personali, non è affetta da vizio di motivazione l’ordinanza del tribunale del
riesame che conferma in tutto o in parte il provvedimento impugnato,
recependone le argomentazioni, perché in tal caso i due atti si integrano
reciprocamente, con la conseguenza che eventuali carenze di motivazione
dell’uno possono essere sanate con le argomentazioni utilizzate dall’altro (Cass.
Sez. 3, Sentenza n. 8669 del 15/12/2015 dep. 2016, Berlingeri, Rv. 266765).
Appare evidente, quindi, che il principio di reciproca integrazione delle
ordinanza cautelari ha carattere immanente nel sistema, tanto che non è
richiesto che il tribunale del riesame adotti alcuna motivazione specifica sul
punto.
Conclusivamente il Collegio ritiene che il tribunale del riesame, investito
della richiesta di riesame di una misura cautelare personale che non contenga
specifici motivi di ricorso sulla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza possa
limitarsi, facendo applicazione del principio di reciproca integrazione delle
ordinanze cautelari emesse dal GIP e dal tribunale del riesame e attraverso la
conferma dell’ordinanza genetica, ad un richiamo anche soltanto per implicito
della medesima sugli aspetti non censurati, dovendo, per contro, esporre i motivi
per i quali non sono ritenuti rilevanti gli elementi addotti dalla difesa con le
specifiche censure in tema di esigenze cautelari.
Sulla base delle sopra esposte considerazioni, il Collegio ritiene che
l’ordinanza impugnata non è, di per sé, affetta da nullità o da vizi motivazionali
per avere omesso l’illustrazione degli elementi attinenti gli indizi di colpevolezza
esposti nella ordinanza genetica, in assenza di specifiche doglianze sul punto.
Il ricorrente non coglie nel segno, per affermare la nullità dell’ordinanza
impugnata per omessa motivazione sulla gravità indiziaria, nel richiamare
l’orientamento giurisprudenziale, recentemente affermato anche da questa
Sezione (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 3769 del 21/10/2015 dep. 2016, Lomonaco,
Rv. 266003), secondo il quale «il riesame di una misura cautelare personale è un
mezzo di impugnazione con effetto interamente devolutivo e l’interessato,
pertanto, non può limitare il potere di cognizione del Tribunale ad uno solo dei
presupposti della misura, precludendo, con la mancata presentazione di
pertinenti censure, l’esame dell’altro presupposto».
In effetti, come si desume dalla motivazione della citata sentenza Sez. 1,
Lomonaco, il caso oggetto di quel procedimento era del tutto diverso: il
ricorrente aveva lamentato in sede di legittimità che il Tribunale del riesame,
nonostante l’istanza ad esso diretto fosse limitata agli aspetti cautelari, avesse
invece provveduto ad una diffusa e analitica disamina, reato per reato, degli
indizi apprezzati nel provvedimento cautelare genetico, confermandone la
ritenuta gravità a carico. In tale contesto, la Corte ha stabilito il principio
riportato nella indicata massima che non può, quindi, essere ribaltato nel suo
senso logico sino al punto da imporre – come vorrebbe il ricorrente – al
Tribunale del riesame, pur in assenza di censure sul punto, una ampia, espressa
e dettagliata motivazione sui punti non controversi.
Ritiene, quindi, il Collegio che, nel procedimento di riesame di cui all’art.
309, cod. proc. pen., quando nell’istanza di riesame non siano state formulate
censure attinenti il panorama indiziario, il Tribunale del riesame abbia la facoltà,
conformemente ai principi di adeguatezza e sinteticità della motivazione rispetto
al contenuto dell’impugnazione, di omettere una espressa motivazione sulla
gravità indiziaria, essendo la stessa già stata effettuata nell’ordinanza genetica
che integra quella del Tribunale.
1.2. Il quarto motivo è inammissibile alla luce della previsione contenuta
nell’art. 606, comma 3, cod. proc. pen., in ragione dei limiti propri del giudizio di
legittimità.
In proposito può essere richiamato il costante orientamento di legittimità
secondo il quale il disposto dell’art. 606, comma 3, cod. proc. pen., che prevede
l’inammissibilità del ricorso se proposto per violazione di legge non dedotta con i
motivi di appello, è applicabile anche nel caso di mancata deduzione in sede di
riesame poiché il relativo procedimento, avendo carattere sostanziale di
impugnazione del merito, si presenta equiparabile all’appello (Cass. Sez. 5,
Sentenza n. 24693 del 28/02/2014, D’Isabella, Rv. 259217; in precedenza Cass.
Sez. 5, Sentenza n. 35931 del 15/07/2010, Toni, Rv. 248417; Cass. Sez. 2,
Sentenza n. 42408 del 21/09/2012, Caltagirone Bellavista, Rv. 254037).
2. Il primo e il secondo motivo di ricorso attinenti le esigenze cautelari,
motivi che coincidono con le censure formulate in sede di riesame, sono
infondati.
In ordine alla sussistenza delle esigenze cautelari, va evidenziato che il
Tribunale di Messina, come già aveva fatto il Giudice per le indagini preliminari,
si è occupato di illustrare e valutare gli elementi da cui ha tratto la valutazione di
pericolosità.
Il Tribunale di Messina, oltre a ricordare le condotte contestate a
Massimiliano Milo, ha evidenziato, nella parte del provvedimento concernente le
esigenze cautelari, una conversazione intercettata attinente il capo 43, nonché
ha valorizzato elementi attinenti la personalità e la condotta di vita del ricorrente
che giustificano le esigenze cautelari, compiendo, inoltre, un attento esame in
punto di adeguatezza della misura (che veniva attenuata).
L’indicato apparato motivazionale del Tribunale di Messina, che si integra con
quello Giudice per le indagini preliminari, si fa anche carico di valutare le
esigenze cautelari dal punto di vista della attualità, valorizzando oggettivi
elementi di concreto ed attuale rischio di recidiva.
Le censure mosse dal ricorrente sono, peraltro, del tutto generiche e limitate
ad una diversa lettura degli elementi oggettivo incontroversi; come tali esse
sono ai limiti della ammissibilità.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 2 novembre 2016.

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