Impugnazioni – Cassazione Penale 14/09/2016 N° 38135

Impugnazioni – Cassazione penale 14/09/2016 n° 38135 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 14/09/2016

Numero: 38135

Testo completo della Sentenza Impugnazioni – Cassazione penale 14/09/2016 n° 38135:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

SENTENZA Sul ricorso proposto da: – PELLICANO GIACOMO, n. 3/12/1982 a Piazza Armerina avverso la sentenza del Tribunale di PIACENZA in data 22/10/2012; visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella; udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. G. Mazzotta, che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso; RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza emessa in data 22/10/2012, depositata in pari data, il Tribunale di Piacenza dichiarava l’imputato colpevole del reato di cui all’art. 659 cod. pen. (disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone), condannandolo alla pena di C 150,00 di ammenda, in relazione a fatti accertati in data 14/10/2011. 2. Ha proposto appello PELLICANO GIACOMO a mezzo del difensore fiduciario cassazionista – procuratore speciale, impugnando la sentenza predetta con cui deduceva tre motivi. 2.1. Deduceva, con il primo motivo di appello, la nullità della sentenza per ca- renza di motivazione e manifesta illogicità della stessa, con conseguente viola- zione degli articoli 125, comma terzo e 516, lettera e) e 192 del codice di proce- dura penale nonché vizio di travisamento dei fatti ed erronea valutazione delle prove e mancanza di prova in ordine al reato contestato, oltre all’omesso esame di elementi a discarico ed insussistenza del reato di cui all’art. 659 del codice pe- nale. In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza in quanto, sosteneva l’appellante, la motivazione sarebbe solo apparente, basata su una ricostruzione dei fatti suggestiva ed esclusivamente fondata sulle dichiarazioni della persona offesa, dell’ispettore di polizia e del gestore del bar, accolte pedissequamente dal giudice senza sottoporre a vaglio critico; la persona offesa aveva infatti interesse alla condanna dell’imputato; non sarebbe emerso che ad attivare il volume all’in- terno dell’auto fosse stato il reo, non visto da nessuno compiere il gesto; l’auto era con le portiere aperte ed era facilmente accessibile da chiunque e la piazza in quel momento era gremita di giovani, peraltro essendovi nella stessa piazza par- cheggiate altre autovetture da cui avrebbe potuto provenire la musica; nella piazza era frequente la pratica del cosiddetto tuning e dunque era verosimile che ivi si trovassero delle persone intente a tale pratica; il giudice avrebbe valutato come prova ciò che invece era una “impressione” dell’agente operante, in assen- za per di più di una prova certa (una consulenza tecnica d’ufficio) che, sola, a- vrebbe potuto stabilire l’intensità del suono; infine, tra l’abitazione della quere- lante e la piazza vi erano altri fabbricati, la cui presenza avrebbe interrotto la propagazione del rumore; non sarebbe stata pertanto superata la regola dell’o- gni oltre ragionevole dubbio. 2.2. Chiedeva, con il secondo motivo di appello, la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e l’espletamento di consulenza tecnica d’ufficio, finalizzata a de- 2 terminare la reale distanza tra l’abitazione della querelante e la piazza, onde ac- certare la effettiva intensità del rumore nonché a stabilire in che misura i fabbri- cati posti tra i due luoghi potevano determinare una riduzione. 2.3. Con il terzo motivo d’appello, infine, chiedeva il minimo della pena ed i be- nefici di legge. CONSIDERATO IN DIRITTO 3. Il ricorso, così convertito l’atto d’appello, dev’essere dichiarato inammissibile. 4. Ed invero, trattasi di sentenza inappellabile ex art. 593 cod. proc. pen. L’impugnazione è stata infatti rivolta con atto di appello avverso sentenza inap- pellabile ex art. 568, comma quinto, cod. proc. pen., essendo stata irrogata dal giudice la sola pena dell’ammenda, donde avverso la stessa era ammissibile il solo ricorso per cassazione. I motivi proposti dall’appellante, sono, tuttavia, di merito, in quanto svolgono censure che presuppongono, per la risoluzione, lo svolgimento di apprezzamenti di fatto del tutto incompatibili con la funzione devoluta a questa Cote di legittimi- tà. Tali sono, in particolare, le doglianze (non soltanto quelle relative all’espletamento di attività istruttoria, come quella rivolta alla Corte d’appello ex art. 603 cod. proc. pen. oggetto del secondo motivo, ma anche quelle con cui si invoca un più mite trattamento sanzionatorio ed il riconoscimento dei benefici di legge di cui al terzo motivo), ivi incluse quelle dedotte con il primo motivo, con cui ad esempio si prospetta la censura di travisamento del fatto o di errata valu- tazione delle prove, tipiche di un giudizio di merito o, ancora, quella relative alla presunta estraneità del reo al fatto addebitato che, all’evidenza, richiederebbero apprezzamenti fattuali che sfuggono al sindacato di questa Corte Suprema. 5. Trova, pertanto, applicazione il principio, autorevolmente affermato dalle Se- zioni Unite di questa Corte secondo cuifin tema di impugnazioni, il precetto di cui al quinto comma dell’art. 568 cod. proc. pen., secondo cui l’impugnazione è ammissibile indipendentemente dalla qualificazione a essa data dalla parte che l’ha proposta, deve essere inteso nel senso che solo l’erronea attribuzione del “nomen juris” non può pregiudicare l’ammissibilità di quel mezzo di impugnazio- ne di cui l’interessato, ad onta dell’inesatta “etichetta”, abbia effettivamente in- teso avvalersi: ciò significa che il giudice ha il potere-dovere di provvedere all’appropriata qualificazione del gravame, privilegiando rispetto alla formale ap- 3 parenza la volontà della parte di attivare il rimedio all’uopo predisposto dall’ordi- namento giuridico. Ma proprio perché la disposizione indicata è finalizzata alla salvezza e non alla modifica della volontà reale dell’interessato, al giudice non è consentito sostituire il mezzo d’impugnazione effettivamente voluto e propria- mente denominato ma inammissibilmente proposto dalla parte, con quello, di- verso, che sarebbe stato astrattamente ammissibile: in tale ipotesi, infatti, non può parlarsi di inesatta qualificazione giuridica del gravame, come tale suscetti- bile di rettifica “ope iudicis”, ma di una infondata pretesa da sanzionare con l’inammissibilità (Sez. U, n. 16 del 26/11/1997 – dep. 26/01/1998, Nexhi, Rv. 209336). Ne discende, pertanto, che non può essere ritenuta ammissibile l’impugnazione proposta dalla parte, ma non consentita, allorché risulti che la parte stessa l’ab- bia deliberatamente voluta e propriamente denominata (Sez. 1, n. 5242 del 28/09/1999 – dep. 28/10/1999, Trimboli, Rv. 214565; Sez. 5, n. 8104 del 25/01/2007 – dep. 27/02/2007, Parma, Rv. 236521). 6. Il ricorso dev’essere, pertanto dichiarato inammissibile. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versa- mento della somma, ritenuta adeguata, di Euro 1.500,00 in favore della Cassa delle ammende. La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di C 1.500,00 in favore della Cassa delle ammende. Così deciso in Roma, nella sede della S.C. di Cassazione, il 13 luglio 2016

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine