Impugnazioni – Cassazione Penale 12/12/2016 N° 52544

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 12/12/2016

Numero: 52544

Testo completo della Sentenza Impugnazioni – Cassazione penale 12/12/2016 n° 52544:

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SENTENZA
sul ricorso proposto da
Morri Michele Rodolfo, nato a Macerata Feltria il 14/07/1970
avverso la sentenza del 26/02/2015 della Corte di appello di Ancona
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Mario Maria Stefano Pinelli, che ha concluso chiedendo l’annullamento
senza rinvio perché il reato è estinto per prescrizione e il rinvio degli atti al
giudice civile;
udito il difensore, avv. Michelina Marsilii, che ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 26 febbraio 2015, la Corte di appello di Ancona, su
impugnazione del Pubblico Ministero e della parte civile, in riforma della sentenza
assolutoria pronunciata dal Tribunale di Pesaro, dichiarava Michele Rodolfo Morri
responsabile del delitto di calunnia ai danni di Manuele Eusebi, condannandolo
alla pena ritenuta di giustizia e al risarcimento del danno in favore della parte
civile, Manuele Eusebi.
All’imputato era stato contestato di aver falsamente denunciato il primo
agosto 2008 di essere stato vittima di un incidente sul lavoro, accusando il suo
datore di lavoro Manuele Eusebi, che lui sapeva innocente, del reato di lesioni
colpose ai suoi danni.
Nella denuncia querela, in particolare, l’imputato aveva dichiarato di essersi
infortunato nel pomeriggio del 15 maggio 2008 mentre, come autista
magazziniere della impresa dell’Eusebi, stava scaricando e consegnando merce
(«una grossa bobina di cavo elettrico») a Francesco Geronzi, in assenza del
destinatario e senza essere dotato delle prescritte attrezzature di sicurezza (nello
scaricare la bobina dal furgone, quest’ultima rotolava sull’avambraccio destro e
gli procurava lesioni alla mano destra, che era rimasta intrappolata tra la bobina
ed il furgone); che tornato nella ditta, l’Eusebi si era rifiutato di portarlo al
Pronto soccorso, prospettandogli il mancato rinnovo del contratto a termine in
scadenza il 3 giugno successivo (cosa poi effettivamente avvenuta); che era
stato raggiunto dalla sua compagna per poi recarsi in ospedale a Fano, dove gli
era stato riscontrato un trauma da schiacciamento all’avambraccio destro; che
rientrato in ditta, aveva incrociato l’amico Marcello Cofanelli al quale aveva
riferito l’accaduto e fatto notare il rigonfiamento della mano; che Eusebi lo aveva
denunciato sostenendo la falsità dell’infortunio.
In primo grado, il Giudice aveva assolto l’imputato con la formula il fatto
non sussiste, ritenendo contraddittoria la prova in ordine allo svolgimento dei
fatti, in quanto se da un lato vi erano elementi a favore dell’ipotesi accusatoria
(Eusebi e altri dipendenti della ditta avevano dichiarato che il pomeriggio del
giorno 15 maggio 2008 l’imputato, nel corso di un violento litigio, aveva sferrato
un pugno sulla scrivania del primo, procurandosi un trauma alla mano; il teste
Geronzi aveva dichiarato che la consegna della merce era avvenuta il 14 maggio
2008 e senza la sua presenza), dall’altro erano stati raccolti elementi di segno
contrario (la tipologia delle lesioni refertate il 15 maggio 2008 e nella successiva
documentazione medica, era difficilmente compatibile con la dinamica
dell’incidente riferita dal datore di lavoro e astrattamente compatibile con la
caduta di un oggetto di notevole peso e dimensioni; il teste Cofanelli aveva
deposto che il giorno 14 o 15 maggio 2008 l’imputato gli aveva detto di essersi
lesionato scaricando una bobina ad un cliente e che aveva la mano gonfia).
All’esito del giudizio di appello, svoltosi senza alcuna attività istruttoria, la
Corte anconetana riteneva raggiunta la prova della colpevolezza dell’imputato, in
quanto il primo giudice aveva effettuato una ricostruzione soltanto parziale delle
emergenze probatorie e aveva trascurato una serie di elementi a favore della
tesi accusatoria emersi dall’istruttoria dibattimentale e segnatamente:
– il Morri nella comunicazione inviata all’Inali nell’immediatezza dei fatti
aveva indicato un altro destinatario della merce (che era risultato non più cliente
della ditta dell’Eusebi da almeno 10 anni), procedendo solo una volta convocato
alla rettifica del nominativo;
– non erano risultate neppure veritiere le circostanze indicate nella querela
sul luogo dove il materiale era stato consegnato; Geronzi aveva dichiarato che
successivamente alla consegna si era presentato da lui il Morri, alla ricerca di
una persona (di cui non aveva fatto né il nome né il cognome) presso la quale
avrebbe scaricato una bobina, procurandosi delle lesioni, ma senza ricordare
dove in particolare; sulla bolla di accompagnamento (datata il 13 maggio 2008,
compatibilmente alla prassi che vedeva emesse le bolle il giorno prima della
consegna) vi era la firma illeggibile del destinatario (disconosciuta dal Geronzi),
che difficilmente sarebbe stata apposta in sua assenza;
– la dinamica dell’incidente descritta nella querela era piuttosto «dubbia» in
relazione alle lesioni refertate (il descritto scivolamento della bobina avrebbe
potuto al più colpire gli arti inferiori e, stante il considerevole peso, avrebbe da
subito provocato – o almeno fatto intuire – lesioni gravi, contrariamente alle
indagini strumentali che nell’immediatezza dei fatti nulla avevano rilevato,
evidenziando soltanto un «quadro riferibile a sindrome carpale lieve-media a
verosimile genesi meta-traumatica» (esame ecografico al polso e alla mano del
18 giugno 2008); le lesioni traumatiche indicate nel referto risalenti al primo
luglio successivo – che avevano rilevato fratture del metacarpo – difficilmente
potevano risalire al presunto incidente, in quanto avrebbero dovuto evidenziare il
naturale processo di ripristino con formazione del callo osseo, mentre le stesse
apparivano compatibili al pugno violento riferito dai testi;
– le fratture refertate erano comunque non compatibili con il racconto del
Morri (secondo cui dopo il presunto incidente, neppure avvertendo dell’accaduto
la ditta, si sarebbe posto alla guida percorrendo alla guida del furgone un tragitto
apprezzabile per circa un’ora; si sarebbe recato solo sei ore dopo l’evento al
Pronto soccorso, tra l’altro scegliendone uno non nel luogo dell’asserito
incidente), né con quanto riferito dai testi (il teste Fattorini in orario coincidente
con l’accaduto lo aveva visto nella ditta spintonare l’Eusebi).
In definitiva, la Corte di appello riteneva che la querela del Morri –
presentata soltanto dopo la querela sporta dall’Eusebi e dopo i risultati positivi
degli esami diagnostici – contenesse una serie di indicazioni non veritiere
(giorno, ora, cliente della consegna; omissione dell’episodio del pugno violento
inferto durante la discussione con l’Eusebi) e altre non plausibili (la dinamica
dell’accaduto; collocazione temporale dell’incontro con il Cofanelli), risultando in
definitiva il frutto di una «ricostruzione inventata ex post e aggiustata» nel
tempo (Eusebi aveva dubitato che la firma dello spedizioniere fosse quella del
Morri, venendo questa riconosciuta, sia pure senza certezza, soltanto dal teste
Cofanelli, la cui attendibilità si prestava a più dubbi, stante la rottura dei rapporti
con la ditta dell’Eusebi per un trasferimento non gradito). Secondo la Corte
territoriale, il Morri, entrato in possesso della bolla successivamente, dopo averla
firmata abusivamente quale conducente, non essendo al corrente dei particolari,
quali in particolare l’assenza del destinatario, vi avrebbe apposto la firma di
quest’ultimo, scoprendo solo successivamente dal conducente reale (che poteva
essere stato lo stesso Cofanelli) dell’assenza del cliente.
2. Avverso la suddetta sentenza, ricorre per cassazione il difensore
dell’imputato, chiedendone l’annullamento per quattro motivi.
2.1. Con il primo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione
nella valutazione della prova liberatoria.
La fattura relativa alla merce consegnata dall’imputato non risulterebbe da
un lato dirimente per la dimostrazione della data di consegna della merce e
dall’altro utilizzabile a fini probatori, in quanto palesemente falsa (in quanto era
prassi lasciare le fatture già firmate nella parte riservata al destinatario). In ogni
caso, la Corte territoriale avrebbe erroneamente svalutato la testimonianza di
Cofanelli, che aveva riconosciuto la firma del Morri sulla suddetta fattura
acconnpagnatoria, così dimostrando che la consegna delle merce venne fatta
effettivamente da costui, ipotizzando in modo del tutto illogico che Cofanelli
fosse stato il reale addetto alla consegna; mentre non avrebbe considerato le
incertezze del teste Geronzi quanto alla data della consegna del materiale.
In secondo luogo, la Corte di appello avrebbe illogicamente valutato a
sfavore dell’imputato, la circostanza che costui sia tornato successivamente sul
luogo dell’infortunio per trovare le persone che lo avevano soccorso e per
verificare esattamente il luogo di consegna della merce, tenuto conto della
plausibilità del suo comportamento (costui effettuava plurime consegne al
giorno, per la maggior parte senza la presenza dei destinatari, e ben poteva non
ricordare i suoi soccorritori).
Inoltre, sarebbero state smentite le dichiarazioni della parte offesa, quanto
al peso e alle dimensioni della merce consegnata, che i testi definiscono enorme
e di consistente peso, come risulterebbe non valutata la mancanza di mezzi
automatici per il sollevamento della merce.
Secondo il ricorrente, la Corte di appello avrebbe da un lato stravolto la
documentazione medica acquisita, in quanto il trauma riportato risultava
assolutamente compatibile con la versione dell’imputato (come tra l’altro
ammesso anche dall’Inail) ed incompatibile con la tesi del pugno; dall’altro
avrebbe omesso di considerare quanto riferito dal teste Cofanelli (che aveva
visto il Morri prima del rientro in azienda con la mano destra gonfia e nera e che
faceva fatica a guidare).
Quanto alla deposizione del Cofanelli, il ricorrente evidenzia da un lato le
contraddizioni in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata, avvalorando le
dichiarazioni di quest’ultimo sulla distanza percorsa dall’imputato dopo l’asserito
incidente, per poi ritenerle inattendibili per la parte restante del racconto,
dall’altro che il giudizio di inattendibilità del teste risulterebbe immotivato ed
illogico (questi non sarebbe mai caduto in contraddizioni o smentito da altri
testi).
Infine, la Corte distrettuale non avrebbe valutato le motivazioni della
decisione di archiviazione sul reato presupposto di lesioni colpose e della
relazione della inchiesta amministrativa della Direzione provinciale del lavoro.
2.2. Con il secondo motivo, si denuncia la violazione di legge, in ordine
all’utilizzazione della relazione dell’il luglio 2008 dell’ispettore dell’INAIL, sentito
in udienza, benché si trattasse di atto di polizia giudiziaria, formato nell’ambito
del procedimento penale.
2.3. Con il terzo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge in ordine
alla mancata assunzione della prova decisiva, quale doveva ritenersi la perizia
medica richiesta dall’imputato (e anche dal P.M. appellante) sulla compatibilità
delle lesioni riportate alla dinamica riferita dall’infortunio ovvero al pugno sul
tavolo; nonché denuncia la illogicità della ricostruzione sul punto, frutto di
presunte conoscenze di tipo comune, prive di fondamento scientifico e in
contrasto con le risultanze della perizia effettuata dal dott. Timo sulle lesioni.
2.4. Con l’ultimo e quarto motivo, il ricorrente denuncia la illogicità della
ricostruzione operata dalla sentenza impugnata in ordine al luogo di consegna
della merce, alla dinamica dei fatti e alla valutazione dell’attendibilità della parte
civile.
2.5. Con motivi aggiunti, depositati il 23 settembre 2016, il difensore
lamenta il vizio di motivazione anche in relazione a quanto affermato dalle
Sezioni Unite della Suprema Corte in tema di riforma della sentenza assolutoria,
fondata su prove dichiarative ritenute decisive e non rinnovate in sede di
appello.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Preliminarmente deve osservarsi che il reato attribuito all’imputato è
estinto per prescrizione.
Il reato di cui all’art. 368 cod. pen. è stato, infatti, commesso il primo
agosto 2008 e il termine massimo di prescrizione di sette anni e sei mesi,
previsto dagli artt. 157 cod. pen. e seguenti per il suddetto delitto, è ormai
scaduto.
Situazione da cui discende l’obbligo di immediata declaratoria di tale causa
di non punibilità (art. 129, comma 1, cod. proc. pen.), non emergendo ex actis,
in termini di evidenza, la possibilità di pervenire a una decisione più favorevole
all’imputato per gli effetti di cui all’art. 129, comma 2, cod. proc. pen.
Essendo stata tuttavia pronunciata dai giudici dell’appello condanna al
risarcimento dei danni in favore della parte civile, Manuele Eusebi, questa Corte,
nel dichiarare il reato estinto per prescrizione, deve – ai sensi dell’art. 578 cod.
proc. pen. – comunque decidere sui motivi di ricorso, ai soli effetti delle
statuizioni della sentenza impugnata che regolano gli interessi civili.
2. A tal fine va rilevato che le censure riportate nel ricorso sono fondate nei
termini di seguito illustrati.
Appare assorbente rilevare che la sentenza impugnata non ha fatto buon
governo dei principi da tempo elaborati e anche di recente affermati in tema di
riforma da parte del giudice dell’appello della sentenza assolutoria pronunciata in
primo grado.
2.1. Le Sezioni Unite della Suprema Corte, con un recente arresto, hanno
ribadito il consolidato principio di diritto, secondo cui, anche per effetto del
rilievo dato alla introduzione del canone «al di là di ogni ragionevole dubbio»,
inserito nel comma 1 dell’art. 533 cod. proc. pen. ad opera della legge 20
febbraio 2006, n. 46 (già individuato dalla giurisprudenza quale inderogabile
regola di giudizio: v. Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002, Franzese, Rv. 222139),
nel giudizio di appello, per la riforma di una sentenza assolutoria, non basta, in
mancanza di elementi sopravvenuti, una mera diversa valutazione del materiale
probatorio già acquisito in primo grado ed ivi ritenuto inidoneo a giustificare una
pronuncia di colpevolezza, occorrendo una «forza persuasiva superiore», tale da
far venire meno «ogni ragionevole dubbio» (Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016,
Dasgupta, Rv. 267486).
La valutazione peggiorativa compiuta nel processo di appello sullo stesso
materiale probatorio acquisito in primo grado deve essere sorretta, cioè, da
argomenti dirimenti, tali da rendere evidente l’errore della sentenza assolutoria,
la quale deve rivelarsi, rispetto a quella di appello, non più razionalmente
sostenibile, per essere stato del tutto fugato ogni ragionevole dubbio
sull’affermazione di responsabilità.
2.2 Orbene, nel caso in esame, la sentenza di primo grado aveva individuato
alcune evidenze probatorie che si presentavano distoniche rispetto all’ipotesi
accusatoria e che determinavano una oggettiva incertezza in ordine alla
ricostruzione dei fatti: segnatamente, la tipologia delle lesioni, refertate il 15
maggio 2008 e nella successiva documentazione medica, astrattamente
compatibile con la caduta di un oggetto di notevole peso e dimensioni e
difficilmente giustificabile con la dinamica ricostruita dal datore di lavoro (pugno
sul tavolo); e la deposizione del teste Cofanelli, al quale nel giorno 14 o 15
maggio 2008 l’imputato aveva riferito di essersi lesionato scaricando una bobina
ad un cliente e che aveva la mano gonfia.
Sul primo aspetto, la sentenza impugnata (pagg. 10-11) ha avanzato dei
dubbi, in ordine sia alle parti corporee interessate da un’operazione di
scivolamento della bobina sia all’epoca delle fratture refertate, ipotizzando, in
assenza di perizia medica, conclusioni scientifiche in tema di callo osseo.
Già queste argomentazioni si presentano manifestamente non adeguate al
raggiungimento dello standard probatorio sopra ricordato, che deve sorreggere il
ribaltamento in peius della decisione assolutoria.
Non solo le stesse si limitano infatti ad una mera, viepiù ipotetica, lettura
alternativa degli elementi di fatto, ma non hanno neppure apprezzato – in
relazione alle prospettive di riforma della sentenza impugnata ed alla idoneità
della stessa a giustificare un ragionevole dubbio sulla colpevolezza – la necessità
dell’integrazione istruttoria (perizia medico-legale), richiesta dalla difesa
dell’imputato sulle lesioni riportate (Sez. 3, n. 230 del 09/11/2006, Casale ed
altro, Rv. 235809).
La debolezza del ragionamento probatorio della sentenza impugnata in
questa sede appare ancor più evidente in ordine al secondo punto, sopra
evidenziato, là dove è stata svalutata dal Giudice di appello la testimonianza «a
favore» del Cofanelli, perché ritenuta di dubbia attendibilità (pag. 13).
Invero, corollario del principio in premessa richiamato è che il giudice di
appello non può pervenire a condanna in riforma della sentenza assolutoria di
primo grado, basandosi esclusivamente o in modo determinante su una diversa
valutazione delle fonti dichiarative delle quali non abbia proceduto, anche
d’ufficio (e anche ai soli fini civili), a norma dell’art. 603, comma 3, cod. proc.
pen., a una rinnovata assunzione (Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016, Dasgupta,
Rv. 267489).
In altri termini, nel caso di appello proposto contro una sentenza di
assoluzione fondata su prove dichiarative, la rinnovazione della istruzione
dibattimentale si profila come «assolutamente necessaria» ex art. 603, comma
3, cod. proc. pen., affinché il convincimento del giudice di appello, nei casi in cui
sia in questione il principio del «ragionevole dubbio», replichi l’andamento del
giudizio di primo grado, fondandosi su prove dichiarative direttamente assunte.
I rilievi avanzati per la testimonianza del Cofanelli si estendono, per il
medesimo principio, alle altre prove dichiarative decisive diversamente
apprezzate dal Giudice dell’appello per sostenere la fondatezza
dell’impugnazione.
2. 3. Sulla base di quanto premesso, il ricorso va accolto con l’annullamento
della sentenza impugnata anche agli effetti civili. Le ragioni di annullamento
possiedono efficacia assorbente rispetto all’esame dei restanti motivi di ricorso,
che necessariamente presuppongono la ricostruzione in fatto della vicenda
processuale alla stregua delle evidenze probatorie in precedenza esaminate.
3. Conclusivamente, la sentenza impugnata deve essere annullata senza
rinvio agli effetti penali, stante l’intervenuto decorso della prescrizione, e, alla
luce dei rilievi formulati al paragrafo 2, con rinvio al giudice civile competente
per valore in grado di appello in ordine alle statuizioni civili.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali perché il reato è
estinto per prescrizione e rinvia agli effetti civili davanti al giudice civile
competente per valore in grado di appello.
Così deciso il 07/10/2016.

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