Imposta Sul Valore Aggiunto – Cassazione Penale 20/01/2016 N° 2210

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione III

Data: 20/01/2016

Numero: 2210

Testo completo della Sentenza Imposta sul valore aggiunto – Cassazione penale 20/01/2016 n° 2210:

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Considerato in diritto

3. Il ricorso dev’essere parzialmente accolto.

4. Ed invero, dall’impugnata sentenza emergono gli elementi che hanno indotto i giudici territoriali a confermare l’impianto accusatorio nei confronti del ricorrente; in particolare, alle pagg. 6/8 della sentenza sono descritti gli elementi probatori da cui emergeva la natura fraudolenta rispetto alle pretese erariali delle operazioni poste in essere nonché la natura di società “cartiere” delle emittenti le false fatture, poi utilizzate in dichiarazione dal ricorrente. Sintetizzando il percorso logico – argomentativo dell’impugnata sentenza risulta che dagli elementi documentali (indicati nel processo verbale di constatazione della GdF e dai relativi allegati inerenti le risultanze della verifica parziale eseguita nei confronti della società “B.A. s.r.l.” amministrata dal ricorrente) era emerso che: a) le ditte N., G.C., T.L. e M.N., che risultavano acquirenti di auto all’estero – in particolare, in Germania – e venditrici delle stesse auto ad altre ditte, come la “B.A. s.r.l.”, non avevano sede effettiva, né dipendenti, né erano in grado di effettuare le operazioni in oggetto, né avevano mai presentato dichiarazioni e risultavano evasori totali; b) il venditore effettivo era un imprenditore tedesco e le auto erano acquistate e passavano direttamente alla “B.A. s.r.l.” che poi le vendeva a privati; c) il pagamento all’imprenditore tedesco veniva effettuato di fatto dalla “B.A. s.r.l.”; d) le società “cartiere” quali società interposte, di fatto non facevano nulla, se non interporsi fittiziamente tra le aziende U.E. tedesche e il reale acquirente italiano (in particolare, il P. o altri andavano, con il denaro della “B.A. s.r.l.”, in Germania a ritirare i veicoli che poi consegnavano direttamente alla “B.A. s.r.l.”, come dichiarato dal L., titolare della N. che aveva definito la propria posizione ex art. 444 c.p.p., e dallo S.; e) i pagamenti ed i flussi di denaro relativi alle auto commercializzate non transitavano nei cc/cc della società interposta, neppure esistenti; f) i titolari delle ditte interposte non erano neppure in grado di esercitare in via autonoma la commercializzazione di autovetture estero – Italia (ad es., si sottolinea in sentenza, il L., titolare della N., non conosceva la lingua tedesca, non disponeva di una struttura commerciale, era soggetto privo di capacità patrimoniale e finanziaria nonché di credibilità commerciale in quanto pluriprotestato, ed aveva dichiarato di recarsi in Germania a ritirare le auto con denaro fornito dal P. a cui le portava); g) nell’ambito delle attività della GdF mirate ad acquisire documentazione relativa ai rapporti commerciali intercorsi tra la “B.A. s.r.l.” e le ditte emittenti le fatture in oggetto non risultano essere stati rinvenuti documenti, fax, copie commissioni di ordini, etc. attestanti le trattative commerciali; h) dall’esame delle fatture emesse dalla G.C. nei confronti della società amministrata dal ricorrente, poste a confronto con le rispettive fatture emesse da quest’ultima nei confronti dei singoli acquirenti, sono emerse palesi incongruenze, come ad esempio l’indicazione della data della vendita dell’autovettura da parte della “B.A. s.r.l.” nei confronti dei singoli acquirenti, antecedente a quella di acquisto della stessa, operato cartolarmente presso la G.C., circostanza impossibile che confermava la fittizietà delle operazioni commerciali.

Risultava dunque evidente, precisano i giudici di appello, che le fatture emesse dalle società acquirenti fossero relative ad operazioni soggettivamente inesistenti, stante il ruolo di “cartiere” delle società interposte; il ricorrente, pertanto, avvalendosi delle fatture soggettivamente inesistenti emesse dalle predette società, aveva quindi presentato dichiarazioni fraudolente per gli anni di imposta 2005 – 2007, che avevano consentito alla società da lui amministrata di indicare elementi passivi fittizi riguardo all’IVA.

5. A fronte di tale apparato argomentativo, il ricorrente svolge censure con riferimento al secondo motivo, del tutto prive di pregio, asserendo la natura “cristallina” delle operazioni e fornendo una sua personale versione in sede di impugnazione dello svolgersi dell’operazione commerciale, con ciò sostanzialmente chiedendo a questa Corte di svolgere apprezzamenti di fatto, che chiaramente esulano dall’ambito cognitivo di questo giudice di legittimità.

E’ dunque evidente che, sotto l’apparente censura di un vizio di violazione di legge, il ricorrente in realtà appunta censure di tipo puramente contestativo rispetto alla ricostruzione dei fatti e rispetto alla valutazione del compendio probatorio operato dalla Corte d’appello, operazione vietata in questa sede, risolvendosi nel dissenso rispetto all’approdo motivazionale dei giudici territoriali. Si ribadisce, e non potrebbe essere altrimenti, che l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Esula, infatti, dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte., v.: Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997 – dep. 02/07/1997, Dessimone e altri, Rv. 207944).

A ciò si aggiunge che gli accertamenti (giudizio ricostruttivo dei fatti) e gli apprezzamenti (giudizio valutativo dei fatti) cui il giudice del merito sia pervenuto attraverso l’esame delle prove, sorretto da adeguata motivazione esente da errori logici e giuridici, sono sottratti al sindacato di legittimità e non possono essere investiti dalla censura di difetto o contraddittorietà della motivazione solo perché contrari agli assunti del ricorrente; ne consegue che tra le doglianze proponibili quali mezzi di ricorso, ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen., non rientrano quelle relative alla valutazione delle prove, specie se implicanti la soluzione di contrasti testimoniali, la scelta tra divergenti versioni ed interpretazioni, l’indagine sull’attendibilità dei testimoni e sulle risultanze peritali, salvo il controllo estrinseco della congruità e logicità della motivazione (tra le tante: Sez. 4, n. 87 del 27/09/1989 – dep. 11/01/1990, Bianchesi, Rv. 182961). Controllo, in questa sede, agevolmente superato dalla sentenza impugnata, non potendo del resto dubitarsi del corretto inquadramento giuridico della vicenda sotto la fattispecie dell’art. 2, d. Igs. n. 74 del 2000, atteso che è pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che in tema di reati finanziari e tributari, il reato di utilizzazione (come quello di emissione) di fatture od altri documenti per operazioni inesistenti (artt. 2 ed 8, D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74) è configurabile anche in caso di fatturazione solo soggettivamente falsa, sia per l’ampiezza della norma che si riferisce genericamente ad “operazioni inesistenti”, sia perché anche in tal caso è possibile conseguire il fine illecito indicato dalla norma in esame, ovvero consentire a terzi l’evasione delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto (Sez. 3, n. 14707 del 14/11/2007 – dep. 09/04/2008, Rossi e altri, Rv. 239658, relativa a fattispecie nella quale la falsità riguardava la sola indicazione in fattura di altro soggetto qualificato come acquirente).

6. A diversa soluzione deve, invece, pervenirsi quanto al residuo motivo di ricorso, afferente il trattamento sanzionatorio.

Ed infatti, la censura relativa al diniego espresso dalla Corte d’appello quanto alle circostanze attenuanti generiche merita accoglimento, atteso che la Corte d’appello nega le invocate attenuanti limitandosi ad affermare che il relativo motivo di appello sarebbe privo di pregio giuridico; trattasi di motivazione apparente, in quanto non esplicita le ragioni dell’esercizio del potere discrezionale sotteso alla valutazione richiesta dalla legge; né, peraltro, a tale apparenza motivazionale può supplirsi richiamando la motivazione del primo giudice, non risultando alcuna motivazione sul punto; a fronte, quindi, di uno specifico motivo di appello sul mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, la Corte territoriale avrebbe dovuto fornire adeguata giustificazione delle ragioni del diniego, donde la censura difensiva, a fronte di quanto dianzi rilevato, appare fondata. In materia di circostanze attenuanti, l’art. 62 bis cod. pen. prevede il potere discrezionale del giudice di prendere in considerazione altre circostanze diverse da quelle previste nell’art. 62 dello stesso codice, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena. Vero è che il giudice di merito non è tenuto ad esaminare e valutare tutte le circostanze prospettate o prospettabili dalla difesa, e neppure è tenuto a prendere in considerazione tutti i criteri indicati nell’art. 133 cod. pen., essendo sufficiente che indichi i motivi per i quali non ritiene di esercitare il potere discrezionale attribuitogli dall’art. 62 bis cod. pen. (giurisprudenza costante; v. ex multis Sez. 1, n. 1666 del 11/12/1996 – dep. 21/02/1997, Adreveno, Rv. 206936), ma una motivazione deve comunque esservi, e quella offerta dalla Corte territoriale sul punto riveste i caratteri dell’apparenza.

7. L’accoglimento del primo motivo, determina pertanto l’annullamento dell’impugnata sentenza, con rinvio alla Corte d’appello di Perugia, territorialmente competente quale giudice del rinvio, perché colmi il predetto vuoto motivazionale.

Non ricorrono, tuttavia, le condizioni per procedere alla declaratoria di annullamento senza rinvio della medesima sentenza quanto ai fatti relativi al periodo di imposta 2005 – atteso che la relativa prescrizione risulterebbe maturata, in base al combinato disposto degli artt. 157 e 161, cod. pen., alla data del 16/01/2015, pur tenendo conto delle sospensioni del relativo termine dal 15/07 al 15/09/2011 per rinvio determinato da legittimo impedimento del difensore e dal 16/03 al 5/10/2012 per rinvio determinato dall’adesione del difensore all’astensione proclamata dalla categoria professionale di appartenenza

– ritenendo questo Collegio di dover disapplicare la specifica norma di cui all’ultima parte del terzo comma dell’art. 160 ed al secondo comma dell’art. 161 cod. pen. a seguito della sentenza della Corte di Giustizia U.E. dell’8 settembre 2015 (Grande Sezione), T., causa C-105/14.

8. Sul punto sono necessarie alcune considerazioni che impongono la disapplicazione delle predette norme in riferimento ai reati di frode in materia di IVA, come nel caso di specie.

Con la predetta sentenza 8/09/2015, la Grande Camera della Corte di Lussemburgo nel c.d. caso T. ha denunciato l’insostenibilità delle norme in questione (e, in particolare, della previsione di un termine massimo in presenza di atti interruttivi) nella misura in cui tale meccanismo può determinare in pratica la sistematica impunità delle gravi frodi in materia di IVA, lasciando così senza tutela adeguata gli interessi finanziari non solo dell’Erario italiano, ma anche – ed è quanto rileva per i giudici eurounitari – quelli dell’Unione. Tale disciplina è stata giudicata incompatibile con gli obblighi europei di tutela penale: il cui contenuto notoriamente non si esaurisce soltanto nella previsione astratta di norme incriminatrici, ma si estende altresì all’applicazione nel caso concreto delle pene da esse previste nel caso di violazione.

Le conseguenze di questa pronuncia per l’ordinamento italiano derivano dal principio del primato del diritto UE rispetto a quello nazionale (compreso lo stesso diritto penale). La Corte di giustizia ha affermato, con la richiamata sentenza, l’obbligo per il giudice penale italiano di disapplicare in parte qua il combinato disposto degli artt. 160 e 161 cod. pen. nella misura in cui il giudice italiano ritenga che tale normativa – fissando un limite massimo al corso della prescrizione, pur in presenza di atti interruttivi, pari di regola al termine prescrizionale ordinario più un quarto – impedisce allo Stato italiano di adempiere agli obblighi di tutela effettiva degli interessi finanziari dell’unione imposti dall’art. 325 del Trattato sul funzionamento dell’Unione (TFUE).

In buona sostanza, il giudice di merito, ricorrendo i presupposti indicati dalla citata sentenza europea, ha l’obbligo – discendente direttamente dal diritto dell’Unione – di condannare l’imputato ritenuto colpevole dei reati ascrittigli, senza tener conto dell’eventuale decorso del termine prescrizionale calcolato sulla base delle suddette norme degli artt. 160 e 161 cod. pen.

9. E’ opportuno ricordare brevemente il caso deciso dalla Corte di Giustizia.

Nei confronti del T. e di altri soggetti era pendente avanti il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Cuneo un procedimento penale per associazione per delinquere allo scopo di commettere vari delitti in materia di IVA, attraverso il noto meccanismo delle c.d. “frodi carosello”. Secondo l’impostazione dell’accusa, essi avrebbero in tal modo realizzato negli esercizi fiscali dal 2005 al 2009 un’evasione dell’IVA in relazione all’importazione di champagne per un importo pari a diversi milioni di euro. Con ordinanza 17 gennaio 2014, il g.u.p., rilevato l’intervenuto decorso della prescrizione nei confronti di uno degli imputati, constatava altresì che nei confronti di tutti gli altri imputati la prescrizione sarebbe maturata nei termini di sette anni e mezzo dalla data di cessazione dell’associazione (per ciò che concerne i meri partecipi) o, al massimo, in quello di otto anni e nove mesi (per ciò che concerne i capi). In ogni caso, tutti i reati – ove non ancora prescritti – lo sarebbero stati entro il febbraio 2018: e la previsione del g.u.p. (tenuto conto della fase processuale nella quale il processo si trovava alla data dell’ordinanza) era che entro tale data sarebbe stato impossibile pervenire ad un accertamento definitivo. Il giudice sottoponeva allora una questione pregiudiziale alla Corte di giustizia, chiedendo se la disciplina in materia di termine massimo di prescrizione in presenza di atti interruttivi di cui agli artt. 160 e 161 cod. pen. produca effetti compatibili con una serie di norme del TFUE e con una disposizione della direttiva 2006/112/UE in materia di IVA.

10. Utile, inoltre, per cogliere la soluzione della Corte di Giustizia, è ricordare le conclusioni svolte dall’Avvocato generale che, pur ritenendo irrilevanti le disposizioni di diritto dell’Unione invocate dal giudice del rinvio rispetto alla sostanza della questione prospettata, ebbe a riformulare la questione pregiudiziale sollevata riducendola ai suoi termini essenziali ed individuandone altresì i corretti fondamenti normativi.

L’Avvocato generale aveva invero precisato l’esatto ambito della questione sulla quale poi la Corte di Giustizia U.E. si è pronunciata, ossia: “se il diritto dell’Unione imponga ai giudici degli Stati membri di disapplicare determinate disposizioni del loro diritto nazionale relative alla prescrizione dei reati, al fine di garantire una repressione efficace dei reati fiscali” (§1).

La soluzione offerta dall’Avvocato generale era affermativa e risultava imposta non solo dall’impianto generale della direttiva 2006/112/UE alla luce del principio di leale cooperazione di cui all’art. 4 § 3 TUE, ma anche dall’art. 325 TFUE (a tenore del quale gli Stati membri sono pertanto tenuti a lottare contro le attività illecite lesive degli interessi finanziari dell’Unione «con misure dissuasive ed effettive»), nonché dall’art. 2 § 1 della Convenzione sulla protezione degli interessi finanziari dell’Unione europea (la c.d. convenzione PIF), che impone espressamente agli Stati firmatari la previsione di sanzioni penali, che nei casi di frodi gravi devono altresì includere sanzioni privative della libertà.

I giudici nazionali sono, pertanto, tenuti a garantire la piena efficacia del diritto dell’Unione, anzitutto mediante l’interpretazione del proprio diritto in maniera conforme al diritto UE: ovvero, laddove tale interpretazione conforme non sia possibile, “disapplicando all’occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale, anche posteriore, senza doverne chiedere o attendere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale” (§§ 106-111).

11. I giudici eurounitari hanno accolto, com’è noto, la richiesta dell’Avvocato generale, concordando anzitutto nel ritenere irrilevanti le norme di diritto UE invocate dal giudice del rinvio, ma focalizzando, per quanto qui di interesse, l’attenzione sulle norme esaminate dall’Avvocato generale.

Richiamando il proprio precedente F., la Corte osserva anzitutto che dalla direttiva 2006/112/UE nel suo complesso, alla luce del principio di leale cooperazione di cui all’art. 4 § 3 TUE, emerge a carico degli Stati membri non solo l’obbligo di adottare tutte le misure legislative e amministrative idonee a garantire che l’IVA dovuta nei loro rispettivi territori sia interamente riscossa, ma altresì quello di anche lottare contro le frodi in materia di IVA.

Tale obbligo si ricava d’altronde, a livello di diritto primario dell’Unione, dall’art. 325 § 1 e 2 TFUE, che impegna gli Stati membri a “lottare contro le attività illecite lesive degli interessi finanziari dell’Unione con misure dissuasive ed effettive e, in particolare, li obbliga ad adottare, per combattere la frode lesiva degli interessi finanziari dell’Unione, le stesse misure che adottano per combattere la frode lesiva dei loro interessi finanziari” (§ 37).

Tra gli interessi finanziari dell’Unione, come già affermato nella sentenza F., rientra certamente anche l’interesse alla riscossione delle aliquote agli imponibili IVA armonizzati determinati secondo regole dell’Unione; sicché qualsiasi lacuna nella riscossione dell’IVA a livello nazionale si traduce in un pregiudizio per le finanze dell’Unione (§ 38).

Infine, la Corte accoglie l’impostazione dell’Avvocato generale anche nell’individuazione nell’art. 2 § 1 della Convenzione PIF il fondamento normativo di un obbligo non solo (genericamente) di tutela effettiva, proporzionata e dissuasiva delle finanze dell’Unione (comprensive dell’interesse alla riscossione delle aliquote IVA), ma anche di uno specifico obbligo di adottare sanzioni penali effettive, proporzionate e dissuasive, che prevedano – nei casi gravi di frode – anche pene privative della libertà personale (§§ 40-41).

Ciò posto, la Grande Sezione della Corte U.E. rileva che nel caso di specie il procedimento penale concerneva una frode In materia di IVA dell’importo di vari milioni di euro, lesiva come tale anche degli interessi finanziari dell’Unione; una frode tuttavia che, secondo quanto illustrato dal giudice del rinvio, avrebbe rischiato fortemente di restare impunita per effetto della vigente disciplina della prescrizione, e in particolare per effetto del meccanismo di diritto interno secondo cui, anche in caso di atti interruttivi, il termine prescrizionale non può essere aumentato più di un quarto della sua durata iniziale. Una simile situazione determinerebbe l’assenza di conseguenze sanzionatorie nel caso concreto, in frontale violazione degli obblighi UE appena menzionati.

Inoltre, come rilevato dalla Commissione nelle sue osservazioni in udienza, l’ordinamento italiano non assicurerebbe eguale trattamento alle frodi contro imposte meramente nazionali e a quelle (anche) di pertinenza dell’Unione come l’IVA, nella misura in cui il termine massimo complessivo della prescrizione di cui agli artt. 160 e 161 cod. pen. non opera nel caso di associazione finalizzata al contrabbando di tabacchi di cui all’art. 291-quater d.P.R. 23 gennaio 1943, n. 436, mentre opera per le associazioni finalizzate alle frodi in materia di IVA che ledono, per l’appunto, il bilancio dell’Unione. Un’asimmetria, questa, espressamente vietata dal § 2 dell’art. 325 TFUE, a tenore del quale gli Stati membri sono tenuti ad adottare “per combattere contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’Unione, te stesse misure che adottano per combattere contro la frode che lede i loro interessi finanziari”.

Operazione possibile in forza del principio della tutela equivalente enunciato dalla Corte già a partire da due storiche sentenze della C.G.C.E. (sentenza 21 settembre 1989, 68/88, Commissione/Repubblica Ellenica e sentenza 13 luglio 1990, 2/88, Zwartveld e aa.), con cui vennero indicati i principi che presiedono alla penalizzazione di interesse comunitario, sulla base dell’obbligo di solidarietà comunitaria (art. 5 ora 10 TCE): 1) gli Stati devono perseguire con concreta adeguatezza sotto il profilo sostanziale e processuale le violazioni del diritto comunitario; 2) i termini della prevenzione sono prefissati, la tutela dovendosi attestare almeno sui livelli previsti per le violazioni del diritto interno simili per natura ed importanza (principio di assimilazione), e comunque su livelli tali da conferire alla sanzione un carattere di effettività, proporzionalità, capacità dissuasiva; 3) gli Stati sono obbligati ad adottare tutte le misure atte a garantire, se necessario anche penalmente, la portata e l’efficacia del diritto comunitario. Si era così aperto anche sul fronte dell’impulso alla penalizzazione un sindacato comunitario sulle scelte di penalizzazione degli Stati, che si affianca contrapponendosi a quello esperibile in base a principi comunitari penalistici di garanzia e libertà.

12. Il problema più delicato affrontato dalla Grande Sezione nel caso T. concerne però le conseguenze che il giudice del rinvio, e in generale ogni giudice nella sua stessa posizione, è chiamato a trarre dalla verifica di tali profili di violazione del diritto UE.

La Corte U.E. concentra la sua attenzione esclusivamente sull’art. 325 TFUE, che è in effetti l’unica norma – tra quelle sino a quel momento esaminate – in grado di esplicare effetto diretto nel giudizio nazionale, trattandosi di norma di diritto primario che pone “a carico degli Stati membri un obbligo di risultato preciso e non accompagnato da alcuna condizione” (§ 51). L’effetto diretto dei primi due paragrafi dell’art. 325 TFUE, dotati di primazia rispetto al diritto nazionale, comporta qui la conseguenza “di rendere ipso iure inapplicabile, per il fatto stesso della loro entrata in vigore, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale esistente” (§ 52), nel caso di specie rappresentata dalle citate norme di cui agli artt. 160 e 161 del codice penale.

Di qui la conclusione, trasfusa poi letteralmente nel dispositivo: “una normativa nazionale in materia di prescrizione del reato come quella stabilita dalle disposizioni nazionali di cui trattasi è idonea a pregiudicare gli obblighi imposti agli Stati membri dall’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE nell’ipotesi in cui detta normativa nazionale impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione, o in cui preveda, per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato, termini di prescrizione più lunghi di quelli previsti per i casi di frode che ledono gli interessi finanziari dell’Unione, circostanze che spetta al giudice nazionale verificare. Il giudice nazionale è tenuto a dare piena efficacia all’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE disapplicando, all’occorrenza, le disposizioni nazionali che abbiano per effetto di impedire allo Stato membro interessato di rispettare gli obblighi impostigli dall’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE” (§58).

13. Occorre chiarire alcuni aspetti relativi agli effetti della decisione della Corte U.E.

Anzitutto, deve osservarsi come la Grande Sezione non pretende tout court la disapplicazione dei termini di prescrizione previsti dall’art. 157 cod. pen., che in quanto tali vengono giudicati del tutto compatibili con gli obblighi UE; né, ovviamente, la disapplicazione dell’art. 160 cod. pen. nella parte in cui disciplina in linea generale gli atti interruttivi e i loro effetti, disponendo in particolare che – dopo ogni atto interruttivo – la prescrizione comincia nuovamente a decorrere dal giorno dell’interruzione.

A dover essere disapplicata, chiariscono i giudici eurounitari, è soltanto l’ultima proposizione dell’ultimo comma, successiva al punto e virgola, ove si dispone che “in nessun caso i termini stabiliti nell’articolo 157 possono essere prolungati oltre il termine di cui all’articolo 161, secondo comma, fatta eccezione per I reati di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale”.

In pratica, dunque, secondo la lettura successiva alla imposta disapplicazione, il termine ordinario di prescrizione ricomincerà da capo a decorrere dopo ogni atto interruttivo, anche al di fuori dei procedimenti attribuiti alla competenza della Procura distrettuale dove già vige questa regola, senza essere vincolato dai limiti massimi stabiliti dal successivo art. 161 cod. pen. in maniera differenziata per delinquenti primari o recidivi.

14. In secondo luogo, potrebbe ritenersi che l’obbligo enunciato nel dispositivo non concerna soltanto i procedimenti relativi alle “frodi” in materia di IVA, come quella di cui si discuteva nel giudizio di rinvio, ma teoricamente potrebbe estendersi a qualsiasi reato tributario che comporti, nel caso concreto, l’evasione in misura grave di tributi IVA (ad es. l’omessa dichiarazione ex art. 5 o l’omesso versamento del tributo ex art. 10-ter d.lgs. 74/2000). Si potrebbe infatti sostenere che, nonostante l’esplicito riferimento contenuto nel dispositivo, che indurrebbe a circoscrivere l’obbligo a condotte fraudolente come l’utilizzo o l’emissione di fatture false, la conclusione contraria potrebbe fondarsi sul dato testuale dell’art. 325 § 1 TFUE], su cui fa perno l’argomentazione della Corte, tale norma impegnando espressamente gli Stati a combattere non solo la “frode”, ma anche le “altre attività illegali che ledono gli interessi finanziari dell’Unione”. Va peraltro osservato che la questione è irrilevante ai fini della soluzione del presente giudizio, e non va quindi affrontata in questa sede.

15. Terza condizione di operatività dell’obbligo è, poi, che la frode (o eventualmente il reato in materia di IVA) di cui si controverte sia “grave”, così come quella oggetto del giudizio di rinvio, ove si controverteva dell’evasione di milioni di euro (si noti che la Corte U.E. non fornisce alcuna indicazione quantitativa circa la soglia minima di gravità in presenza della quale per il giudice scatta l’obbligo di disapplicare le citate norme di cui agli artt. 160 e 161 cod. pen., lasciando così al giudice penale italiano il compito di delimitare l’ambito di applicazione della norma europea).

In ogni caso è compito della giurisprudenza sciogliere questi nodi esegetici, e stabilire così in quali casi operare la disapplicazione richiesta dalla Corte europea, secondo i criteri enunciati della sentenza. Qui l’indicazione della Corte di giustizia è categorica (cfr. il punto 49 della motivazione, in cui si richiama inter alios la recente sentenza Kucukdeveci), ed è del resto conforme a quanto costantemente affermato dalla nostra giurisprudenza costituzionale a partire dalla storica sentenza Granital (n. 170/1984) in poi: il compito di risolvere le antinomie tra norme di legge nazionali – come gli artt. 160 e 161 cod. pen.- e norme di diritto UE dotate di effetto diretto – come l’art. 325 TFUE – spetta unicamente al giudice comune.

16. Orbene, facendo applicazione di tali principi fissati dalla Grande Sezione nel caso T. al caso sottoposto all’esame di questa Corte, osserva il Collegio, come la situazione sia sostanzialmente analoga a quella affrontata dai giudici eurounitari.

Ed infatti si discute in questa sede di una frode IVA posta in essere dal ricorrente mediante l’utilizzo di false fatture per operazioni soggettivamente inesistenti relative a numerose annualità (dal 2003 al 2007), con consistente evasione di IVA in relazione a ciascun periodo di imposta. Deve, sul punto, precisarsi che non rileva nel caso di specie la questione – che dovrà essere affrontata e risolta dal giudice ordinario quando sarà rilevante -, che presenta invero molteplici sfaccettature, se, per valutare la gravità, ci si debba limitare ai singoli reati oppure se si debba avere riguardo alla totalità di tutti i reati posti in continuazione, tenendo o meno conto anche dei reati dichiarati estinti per prescrizione. In altri termini, cioè, non rileva nel presente processo la questione se debbano disapplicarsi le norme nazionali sulla interruzione della prescrizione anche per il singolo o i singoli reati che eventualmente non siano certamente gravi, perché implicanti una evasione di poche migliaia di euro, ove la somma complessiva evasa per tutti i reati contestati sia elevata.

Questione, questa, che nel presente processo non è rilevante – e quindi non merita approfondimento in questa sede – perché, sia valutando la totalità della evasione per tutti i reati sia valutando le evasioni per i singoli reati, in ogni caso occorre disapplicare la norma sulla interruzione perché nella specie anche le singole evasioni raggiungono ognuna la soglia della gravità.

Non può dunque dubitarsi che, trattandosi di frode fiscale IVA di importo singolarmente consistente per ciascun periodo di imposta si rientri nella nozione di “gravità” valutata dalla Corte U.E. quale condicio per la disapplicazione del regime prescrizionale dettato dal combinato disposto delle dette norme di cui agli artt. 160 e 161 cod. pen.

17. Ciò posto, ritiene il Collegio – per le ragioni che verranno indicate infra – che nel caso in esame non vi sono sufficienti ragioni per sollevare una questione di legittimità costituzionale, dal momento che è evidente la mancanza di contro limiti e di dubbi ragionevoli sulla compatibilità degli effetti della imposta disapplicazione con le norme costituzionali italiane.

18. La stessa Corte di Giustizia ha affrontato il problema se la disapplicazione di una norma del codice penale in materia di prescrizione contraria al diritto UE, con effetti sfavorevoli per l’imputato, violi di per se stessa il principio di legalità in materia penale, secondo cui nessuna responsabilità penale può sussistere se non in forza della legge (legge, costituita dal combinato disposto degli artt. 160 e 161 cod. pen., di cui la Corte U.E. richiede la disapplicazione in parte qua). Orbene, come visto, la Corte U.E. affronta apertamente tale obiezione, sollevata dai Governi intervenuti e già affrontata del resto dall’Avvocato generale, pervenendo alla stessa conclusione negativa: il principio di legalità non è in alcun modo vulnerato.

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