Giurisdizione Civile – Cassazione Penale 12/05/2017 N° 23423

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 12/05/2017

Numero: 23423

Testo completo della Sentenza Giurisdizione civile – Cassazione penale 12/05/2017 n° 23423:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 23423 Anno 2017
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: RAGO GEPPINO
Data Udienza: 26/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
FABBRO LUIGI, nato il 28/12/1939, contro la sentenza del 06/04/2016 della
Corte di Appello di Trieste;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere dott. G. Rago;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Giulio
Romano, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito il difensore, avv. Maurizio Miculan, che ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso;

RITENUTO IN FATTO
1. Fabbro Luigi — condannato per tre episodi di appropriazione indebita
aggravata in danno dell’Opera Diocesana di Assistenza (ODA) con sede in Udine
– ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza in epigrafe deducendo:
1.1. CARENZA DI GIURISDIZIONE
Sostiene la difesa che l’imputato — nella sua qualità di presidente del
Consiglio della suddetta ODA — non avrebbe potuto essere giudicato dall’autorità
giudiziaria italiana.
La difesa, sul punto, ha premesso che l’ODA è giuridicamente un semplice
ente canonico che non è mai stato riconosciuto come persona giuridica civile
nell’ordinamento italiano. In assenza di tale riconoscimento, ciò che afferisce
all’ordinamento canonico è di pertinenza dell’ordine della Chiesa, sul quale la
Chiesa esercita la propria giurisdizione “indipendente e sovrana” ai sensi dell’art.
7 della Costituzione. Di conseguenza, sarebbe «evidente il difetto di giurisdizione
del giudice statale a far valere finalità previste da uno statuto di un altro
ordinamento giuridico straniero, in riferimento ad una persona giuridica esistente
esclusivamente in altro ordinamento e in relazione a reati previsti sono
nell’ordinamento civile italiano, non in quello canonico».
1.2. VIOLAZIONE DELL’ART. 521 COD. PROC. PEN.
La difesa denuncia la violazione della suddetta norma, in quanto pur
essendo stato l’imputato tratto a giudizio quale Presidente di un inesistente
comitato di garanzia dell’ODA, era stato poi condannato nella diversa e mai
contestata veste di amministratore di fatto.
1.3. ESTINZIONE DELL’ODA
Sostiene la difesa che entrambi i giudici di merito, travisando le prove in
atti, non avevano considerato che, all’epoca dei fatti per cui è processo
(2008/2010), le somme di cui all’imputazione non erano più beni ecclesiastici,
sicchè l’imputato ne poteva liberamente disporre senza violare alcuna norma di
legge o statutaria di ODA. Infatti, il suddetto ente era stato, sebbene
implicitamente, soppresso dalla stessa autorità ecclesiastica in quanto gli scopi
ed i fini del suddetto ente canonico erano stati assunti da ODA s.c.a.r.I.: di
conseguenza, le condotte contestate non potevano essere in violazione di scopi
che l’ente canonico non perseguiva più da oltre venti anni.
1.4. INSUSSISTENZA DELL’ELEMENTO MATERIALE
La difesa ha premesso che l’imputato era stato condannato per aver
disposto delle somme della ODA in violazione delle finalità dell’ente (art. 2
Statuto) e della procedura per gli atti di straordinaria amministrazione (art. 6).
Sennonché, obietta la difesa, «risulta per tabulas che i fini e gli scopi di cui
all’art. 2 dello Statuto ODA non esistevano più alla data dell’asserita
commissione dei reati» a seguito della costituzione della ODA s.c.a r.l. che aveva
assunto le finalità di ODA ente canonico. Di conseguenza, se gli scopi ed i fini
dell’ODA ente canonico furono assunti dall’ODA scarl (costituita il 03/09/1987),
sarebbe evidente che «le condotte contestate al Fabbro tra il 2008 ed il 2010»
non avrebbero potuto essere in violazione di scopi e fini che l’ODA ente canonico
non perseguiva più da oltre vent’anni.
In particolare, poi, la difesa contesta che il cd “Fondo Brianti” sarebbe
appartenuto ad ODA ente ecclesiastico: in realtà, il suddetto fondo era passato
da Mons. Brianti a Mons. Fabbro che lo aveva fatto restare bene privato del tutto
svincolato dalla giurisdizione canonica, contrariamente a quanto sostenuto da
entrambi i giudici di merito che avevano travisato le prove sul punto.
1.5. VIOLAZIONE DELL’ART. 157 COD. PEN.
Ad avviso della difesa, il Fabbro non aveva mai fatto confluire nel fondo ODA
ente canonico le somme di cui all’imputazione, avendole trattenute per sé fin dal
1984 e comportandosi, da tale momento, come se fossero denari non dell’ente
ma propri. Di conseguenza, il dies a quo avrebbe dovuto essere fatto decorrere
dal 1984 con conseguente declaratoria della prescrizione.
1.6. VIOLAZIONE DELL’ART. 61 N. 11 COD. PEN.
La difesa ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui aveva
ritenuto sussistente la suddetta aggravante. Infatti, secondo l’assunto difensivo,
il ricorrente era cessato dall’ufficio di Presidente dell’ODA ente canonico dal
1989, sicchè, da tale data non aveva avuto più alcun rapporto privatistico con il
suddetto ente ormai estinto. Di conseguenza, al ricorrente non poteva essere
contestata un’aggravante che presuppone l’abuso di una qualche forma di
autorità che egli non rivestiva. Mancando l’aggravante, il reato avrebbe dovuto
essere dichiarato improcedibile per mancanza di querela.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. CARENZA DI GIURISDIZIONE
La censura — dedotta per la prima volta in questa sede – è manifestamente
infondata.
In punto di fatto, è pacifico che ODA «è un ente di diritto canonico,
classificabile tra le persone pubbliche di diritto canonico, eretto il 10/11/1954
nell’Arcidiocesi di Udine dal Mons. Giuseppe Nogara per il perseguimento di
finalità caritatevoli ed assistenziali è incontroverso che ODA sia stato un
ente canonico pubblico e non abbia mai chiesto, o ottenuto, riconoscimento di
persona giuridica nel diritto civile, né il suo statuto sia mai stato depositato
presso il pubblico registro delle imprese» (pag. 7-8 sentenza di primo grado).
Questo essendo il pacifico presupposto di fatto (ammesso dalla stessa difesa
nel presente ricorso), la conseguenza giuridica, per pacifica e consolidata
dottrina, è che il suddetto ente, va considerato come un ente di fatto (così come
ritenuto peraltro dallo stesso tribunale che lo ha definito un “ente di fatto
atrofizzato”: pag. 9 sentenza) soggetto, come tale, alle regole del cod. civile
proprio perché, operando sul territorio nazionale, non può che essere soggetto,
comunque, alle regole dello Stato Italiano, pur non avendo inteso richiedere (o
ottenuto) il riconoscimento.
Da ciò consegue, quindi, la piena e completa sottoposizione alla giurisdizione
italiana sia civile che penale.
In particolare, quanto alla giurisdizione penale, si rammenta che, secondo la
consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità, «ai fini
dell’annoverabilità di un ente o istituto ecclesiastico tra gli “enti centrali della
Chiesa” – i quali, ai sensi dell’art. 11 del Trattato fra l’Italia e la Santa Sede
dell’Il febbraio 1929, reso esecutivo in Italia con legge 27 maggio 1929 n.810,
sono “esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato” – non è sufficiente che esso
sia dotato di personalità giuridica, ma accorre anche che rientri fra gli organismi
che, come le Congregazioni, i Tribunali e gli Uffici, costituiscono la Santa Sede in
senso lato, facendo parte della Curia romana e provvedendo al governo
supremo, universale della Chiesa cattolica nello svolgimento della sua missione
spirituale nel mondo»: Cass. 22516/2003 rv. 224185; Cass. 41786/2015 rv.
264775.
Nel caso di specie, quindi, poiché non è neppure minimamente ipotizzabile
che l’ODA possa rientrare fra gli tra gli “enti centrali della Chiesa”, sicuramente, i
fatti commessi da cittadini italiani (tale è il ricorrente) nel territorio italiano che
siano sussumibili entro fattispecie di natura penale, vanno giudicati dall’autorità
giudiziaria italiana come si desume, peraltro, da un’agevole lettura a contrario
dell’art. 22 del Trattato fra la Santa Sede e l’Italia sottoscritto 1’11 febbraio 1929.
La censura, pertanto, va dichiarata inammissibile alla stregua del seguente
principio di diritto: «un ente canonico pubblico che non abbia mai chiesto, o
ottenuto, riconoscimento di persona giuridica nel diritto civile, né il suo statuto
sia mai stato depositato presso il pubblico registro delle imprese, va ritenuto un
ente di fatto come tale soggetto alle regole del cod. civile. Di conseguenza, non
potendo il medesimo rientrare tra gli enti centrali della Chiesa – esenti da ogni
ingerenza da parte dello Stato ex art. 11 del Trattato fra l’Italia e la Santa Sede
dell’Il febbraio 1929, reso esecutivo in Italia con legge 27 maggio 1929 n.810 –
i reati commessi dal rappresentante legale del suddetto ente vanno giudicati
dall’autorità giudiziaria italiana ex art. 22 del cit. Trattato».
2. VIOLAZIONE DELL’ART. 521 COD. PROC. PEN.
La censura è manifestamente infondata.
Sul punto, è sufficiente il rinvio alla lettura della pagina 11 della sentenza
impugnata, in cui la Corte Territoriale, ha disatteso la medesima censura sulla
base di puntuali elementi di fatto dai quali risulta che l’imputato «operava come
indiscusso e incontrollato rappresentante di ODA, titolare dei conti correnti
dell’ente, quale Presidente del comitato di garanzia».
Corretta, quindi, deve ritenersi la conclusione giuridica e cioè che «irrilevanti
appaiono le denominazioni con il quale il Fabbro si autoqualificava e spendeva
nel compimento dei vari atti perché ciò che rileva è che il medesimo ha
sempre operato come rappresentante indiscusso dell’ente, disponendo, al di fuori
di ogni controllo dell’Ordinario, dei beni dell’ente canonico ».
Si noti che, come risulta dalla sentenza impugnata, la documentazione sulla
base della quale la Corte Territoriale è giunta alla suddetta conclusione, fu
prodotta dallo stesso imputato alla G. di F. (e, poi acquisita nel corso del
processo), sicchè deve ritenersi ampiamente tutelato il diritto di difesa, proprio
perché l’addebito relativo alle tre condotte appropriative derivava proprio dal
ruolo di rappresentante dell’ente, su questo aspetto è ruotato tutto il processo e
su questo aspetto l’imputato ha avuto ampiamente il modo di difendersi.
3. ESTINZIONE DELL’ODA
E’ questo, nel merito, il punto nodale di tutto il processo.
La difesa, infatti, sostiene che l’ODA ente canonico si era giuridicamente
estinto molti anni prima delle pretese appropriazioni.
Da tale tesi vengono fatte discendere, “a cascata” le seguenti conseguenze
giuridiche:
a) la non titolarità in capo all’ente delle somme oggetto di appropriazione
delle quali l’imputato, quindi, poteva liberamente disporre senza dover rendere
conto a chicchessia: cfr supra § 1.4. della presente parte narrativa;
b) la prescrizione degli asseriti fatti appropriativi: supra § 1.5.;
c) la non configurabilità dell’aggravante di cui all’art. 61 n. 11 cod. pen. e,
quindi, la non procedibilità per mancanza di querela: supra § 1.6..
Questa Corte osserva che la suddetta questione ha costituito oggetto di
ampio dibattito processuale in entrambi i gradi del giudizio di merito (cfr pag 9
ss della sentenza di primo grado; pag. 6 ss della sentenza impugnata), alla quale
entrambi i giudici di merito, dopo avere ricostruito i fatti, hanno dato una
conforme e congrua risposta sulla base di puntuali riscontri di natura fattuale e
logica, disattendendo, quindi, la tesi difensiva dell’imputato riproposta in modo
tralaticio nuovamente in questa sede di legittimità.
Pertanto, la censura, essendo tutta incentrata, surrettiziamente, su una
nuova rivalutazione di elementi fattuali e, quindi, di mero merito, va dichiarata
manifestamente infondata.
Infatti, in tema di controllo sulla motivazione – non essendo ammissibile la
denuncia del vizio del “travisamento del fatto”: ex plurimis Cass. 25255/2012 rv.
253099 – alla Corte di cassazione è normativamente preclusa la possibilità di
sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta
nei precedenti gradi e, quindi, di procedere ad una surrettizia rivalutazione del
merito, potendo solo procedere a valutare la tenuta logica della motivazione
(che, quindi, non dev’essere, ictu ocu/i, manifestamente illogica, dovendo il
sindacato di legittimità essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza,
restando ininfluenti le minime incongruenze: ex plurimis SSUU 24/1999) e che la
medesima sia rispettosa della regola di giudizio compendiata nella formula “al di
là di ogni ragionevole dubbio”.
Ciò comporta che il vizio di motivazione va escluso quando il ragionamento
sia effettivamente adeguato a superare il ragionevole dubbio e, per, converso
sussiste quando le alternative proposte dalla difesa siano logiche e fondate su
elementi di prova acquisiti al processo e regolarmente prospettati.
Infatti, la condanna può essere pronunciata a condizione che il dato
probatorio acquisito lasci fuori soltanto eventualità remote, pur astrattamente
formulabili e prospettabili come possibili “in rerum natura” ma la cui effettiva
realizzazione, nella fattispecie concreta, risulti priva del benché minimo riscontro
nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell’ordine naturale delle cose
e della normale razionalità umana (Cass. 17921/2010 Rv. 247449; Cass.
2548/2015 Rv. 262280; Cass. 20461/2016 Rv. 266941).
Nel caso di specie, non è ravvisabile alcun vizio motivazionale sotto il profilo
dell’al di là di ogni ragionevole dubbio, perché il giudice di merito, ha pronunciato
sentenza di condanna sulla base di un compendio probatorio formato da indizi
gravi, precisi e concordanti ex art. 192/2 cod. proc. pen. ed ha contestualmente
escluso, con motivazione logica e congrua, la tesi alternativa prospettata dalla
difesa in quanto priva di ogni riscontro processuale e, quindi, non razionalmente
plausibile.
Quanto, poi, ai pretesi “travisamenti della prova” (su cui, in pratica, si
fondano tutte le censure dedotte), in punto di diritto, va osservato che, secondo
la pacifica giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis Cass. 25255/2012 cit., in
motivazione), qualora ci si trovi innanzi ad una cd. doppia conforme (doppia
pronuncia di uguale segno) il vizio di travisamento della prova può essere
rilevato in sede di legittimità solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con
specifica deduzione) che l’argomento probatorio asseritamente travisato è stato
per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del
provvedimento di secondo grado. Infatti, in considerazione del limite del
devolutum (che impedisce che si recuperino, in sede di legittimità, elementi
fattuali che comportino la rivisitazione dell’iter costruttivo del fatto, salvo il caso
in cui il giudice d’appello, per rispondere alla critiche dei motivi di gravame,
abbia richiamato atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice) il
sindacato di legittimità, deve limitarsi alla mera constatazione dell’eventuale
travisamento della prova, che consiste nell’utilizzazione di una prova inesistente
o nell’utilizzazione di un risultato di prova incontrovertibilmente diverso, nella
sua oggettività, da quello effettivo.
Ma, nulla di tutto questo è ravvisabile nel ricorso in esame con il quale il
ricorrente, sulla base del medesimo compendio probatorio, si è limitato a
riproporre la propria tesi difensiva.
Dall’inammissibilità della suddetta questione, discende come logica
conseguenza, anche l’inammissibilità delle ulteriori censure di cui ai §§ 1.4.-1.5-
1.6. illustrate in parte narrativa e disattese da entrambi i giudici di merito con
motivazioni conformi amplissime, logiche, congrue e coerenti con l’univoco
compendio probatorio correttamente analizzato e valutato e senza che in esse
siano ravvisabili errori di diritto: quanto alla violazione dell’art. 61 n. 11 cod.
pen., cfr. pag. 15 sentenza impugnata; quanto alla dedotta prescrizione, la
medesima, sulla base di quanto si è detto, dovendosi far decorrere dalla
consumazione dei singoli atti appropriativi, non era ancora maturata alla data
della sentenza di appello.
4. In conclusione, l’impugnazione deve ritenersi inammissibile a norma
dell’art. 606/3 c.p.p, per manifesta infondatezza: alla relativa declaratoria
consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa
delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti
dal ricorso, si determina equitativamente in C 1.500,00.

P.Q.M.
DICHIARA
inammissibile il ricorso e
CONDANNA
il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro
millecinquecento a favore della Cassa delle Ammende.
Così deciso il 26/04/2017

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