Giudice Della Prevenzione – Cassazione Penale 26/06/2017 N° 31509

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione VI

Data: 26/06/2017

Numero: 31509

Testo completo della Sentenza Giudice della prevenzione – Cassazione penale 26/06/2017 n° 31509:

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Penale Sent. Sez. 6 Num. 31509 Anno 2017
Presidente: CARCANO DOMENICO
Relatore: GIANESINI MAURIZIO
Data Udienza: 24/05/2017

SENTENZA
AMBROSIO GIUSEPPE nato il 24/08/1954 a SAN GIUSEPPE VESUVIANO
RICCIARDI STEFANIA nato il 15/04/1953 a ROMA
MARIANI MICHELE nato il 17/12/1952 a CASTELLAFIUME
avverso il decreto del 27/10/2016 della CORTE APPELLO di ROMA
sentita la relazione svolta dal Consigliere MAURIZIO GIANESINI;

RITENUTO IN FATTO
1. Il Procuratore generale presso la Corte di Appello di ROMA ha proposto
ricorso per Cassazione contro il decreto con il quale la Corte di Appello, in
riforma della decisione di primo grado, ha revocato la misura di prevenzione
patrimoniale della confisca applicata nei confronti di Giuseppe AMBROSIO,
Stefania RICCIRADI e Michele MARIANI, rispettivamente, il primo, Capo
Gabinetto del Ministero delle Politiche Agricole, alimentari e forestali, la seconda,
Dirigente della Quinta Direzione Generale dello Sviluppo Agroalimentare e della
Qualità presso lo stesso Ministero e il terzo Assistente amministrativo e stretto
collaboratore dell’ AMBROSIO.
2. Il ricorrente ha dedotto vizi di violazione di legge per mancanza di
motivazione.
2.1 I! Procuratore ricorrente ha censurato le argomentazioni della Corte di
Appello che aveva negato, in capo alli AMBROSIO e alla RICCIARDI, il requisito
della pericolosità sociale e ha sottolineato che nella sentenza di merito l’
AMBROSIO era stato condannato per tre ipotesi di reato e per la RICCIARDI era
stata pronunciata sentenza di estinzione del reato per prescrizione; era poi stata
ignorata dalla Corte la sollecitazione della Pubblica accusa a considerare che il
reato di tentata concussione addebitato all’ AMBROSIO era stato in realtà
produttivo di redditi ed entrate illecite dal momento che lo stesso confermava la
sistematica illecita gestione delle prerogative pubblicistiche nella gestione della
cosa pubblica presso il Ministero delle Politiche Agricole a Forestali che aveva
consentito, tra l’altro, di ottenere la promozione della moglie Stefania RICCIARDI
anche in assenza del necessario titolo di laurea.
2.2 La motivazione del provvedimento impugnato aveva poi trascurato di
valutare accuratamente gli elementi di prova, significativi nella prospettiva della
pericolosità, che avevano portato alla assoluzione di tutti e tre i proposti nel
procedimento 4239/13 e di condurre quindi un autonomo esame del materiale
probatorio, in sostanziale violazione del principio della autonomia del giudizio di
prevenzione rispetto a quello penale, tanto più, poi, che nella sentenza di
assoluzione si era dato atto della conclamata, reiterata ed ammessa percezione,
da privati imprenditori, di utilità da parte dei proposti per l’esercizio delle loro
funzioni quali pagamenti di viaggi vacanze, assunzioni di prossimi congiunti,
versamenti di denaro contante privo di reale giustificazione.
2.3 Il provvedimento impugnato, poi, aveva trascurato di considerare che l’
AMBROSIO e il MARIANI erano stati rinviati a giudizio per sei ipotesi di truffa ex
art. 640 bis cod. pen. e per una ipotesi di falso in atto pubblico, elemento questo
ulteriormente significativo nella prospettiva della dimostrazione della pericolosità
dei proposti.
2.4 Ancora, la motivazione della Corte di Appello aveva ignorato le risultanze
del proc. pen. 20830/13 dalle quali emergeva che l’ AMBROSIO aveva ricavato
ingenti profitti patrimoniali conseguenti al collaudo di imponenti opere di bonifica
in situazione di evidente incompatibilità e senza avere i necessari requisiti
tecnico professionali, con potenziale pericolo per la pubblica incolumità.
2.5 Identica censura è stata mossa dal ricorrente in ordine alla mancata
valutazione, da parte della Corte di Appello, degli addebiti contestati nel proc.
pen. 26079/10, in gran parte sostanzialmente identici a quelli mossi nel proc.
4239/13 e indicativi di versamenti di denaro contante per importi rilevanti.
2.6 n ricorrente ha poi lamentato che nel provvedimento impugnato si
fossero valutati come sospetti i versamenti di contante effettuati dal MARIANI
ma non quelli effettuati dall’ AMBROSIO e si fosse trascurato di considerare che il
MARIANI aveva riscosso il TFR nel 2013 a fronte di disponibilità finanziarie
dimostrate dal 2002 al 2009.
2.7 Con una ultima prospettazione, infine, il ricorrente ha lamentato che la
Corte non avesse svolto i pur necessari accertamenti, non avesse considerato i
provvedimenti di sequestro ex art. 12 sexies I. 356/92 emessi e confermati in
sede penale e non avesse infine valutato che la misura di prevenzione era
giustificata dall’ipotesi di cui all’art. 1, comma 1 lett. b decr. leg.vo 159/2011
riferita a chi viveva abitualmente con i proventi di attività delittuose.
3. Il Procuratore generale ha osservato che la Corte non aveva fatto corretta
applicazione del principio della autonomia valutativa del Giudice della
prevenzione rispetto a quella del Giudice della cognizione, autonomia che
consentiva al primo di utilizzare, in funzione del giudizio sulla pericolosità,
elementi di fatti accertati nel giudizio penale anche e concluso con sentenza di
assoluzione, e ha concluso per l’annullamento con rinvio, stanti le gravi e
ripetute carenze della motivazione del procedimento impugnato.
4. I proposti AMBROSIO e RICCIARDI hanno depositato, in data 8 maggio
2017, alcune note difensive con le quali hanno eccepito, in primo luogo, la
inammissibilità del ricorso , proponibile solo per violazione di legge, in essa
ricompresa l’ipotesi della motivazione inesistente e assolutamente mancante e
caratterizzato invece da una differente lettura dei fatti di causa che non
rientravano nel novero dei motivi di ricorso consentiti.
4.1 I due proposti hanno poi contestato alcune considerazioni svolte, in
fatto, dal ricorrente e hanno segnalato che la Corte aveva correttamente escluso
la ricorrenza in capo ad entrambi di tutte le ipotesi di pericolosità generica
previste dalla legge e aveva poi correttamente valutato la mancata
perimetrazione temporale della pericolosità, non indicata dal Tribunale; le note
difensive si sono poi trattenute a contestare la fondatezza delle valutazioni
partitamente svolte dal ricorrente circa gli indici concreti di pericolosità
individuati in primo grado e trascurati, invece, secondo la prospettazione del
ricorrente, in appello e circa l’affermata applicazione al caso in esame della
regola di cui all’art. 200 del codice penale e ha infine richiamato la recente
decisione della Cedu del 23 febbraio 2017 in proc. DE TOMMASO.
5. Con ulteriore memoria del 18 maggio 2017, i proposti hanno nuovamente
sottolineato le proprie tesi in tema di inammissibilità del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato e va rigettato.
2. Va ricordato in termini generali e introduttivi, che l’ambito del ricorso in
Cassazione contro provvedimenti pronunciati in tema di misure di prevenzione è
consentito solo per violazione di legge, come dettato dagli artt. 10 e 27 decr.
leg.vo 159/2011 mentre, per quanto attiene alla valutazione della motivazione, i
vizi censurabili sono esclusivamente quelli che si risolvono appunto in violazione
di legge e cioè quelli di omessa o meramente apparente motivazione (Cass. Sez.
Unite del 29/5/2014 n. 33451, Repaci, Rv 260246).
2.2 Va ancora premesso che il giudizio sulla pericolosità sociale generica dei
proposti è stato effettuato dal Tribunale, con esiti in allora positivi, richiamando
una serie di pronunce giudiziali (partitamente indicate a ff. 2 e 3 del
provvedimento della Corte di Appello) che sono state accuratamente valutate,
come si dirà più sotto, nella motivazione del decreto della Corte di ROMA mentre
non vi è traccia, nel decreto di primo grado, di tutte quelle altre circostanze
elencate nei vari punti del ricorso per Cassazione che, secondo il Procuratore
generale ricorrente, dimostrerebbero in realtà l’effettività della pericolosità
generica dei proposti; è giocoforza quindi affermare che la completezza o meno
della motivazione del decreto impugnato va parametrata necessariamente sul
materiale concretamente utilizzato in primo grado per l’affermazione di
pericolosità e riesaminato in termini negativi dalla Corte di Appello, senza
possibilità di valutazione di evenienze intervenute successivamente o di elementi
(quelli lungamente descritti nel corpo testuale del ricorso per Cassazione) del
tutto assenti nella motivazione del decreto affermativo della pericolosità.
3. Così circoscritto l’ambito di esame da parte della Corte di legittimità,
andrà allora osservato che, l’impugnazione del Procuratore generale di ROMA
denuncia come omissioni o mere apparenze di motivazione quelle che sono, in
gran parte, critiche di merito al ragionamento giustificativo svolto dalla Corte di
ROMA nel provvedimento impugnato sul punto specifico della sussistenza o meno
della pericolosità dei proposti, e proposte di una non consentita ricostruzione
alternativa della vicenda specifica esaminata dalla Corte.
3.1 Ed in effetti, va allora sottolineato che il provvedimento impugnato, nel
lodevole tentativo anche di farsi carico della indicazione quantomeno implicita
della tipologia di pericolosità sociale ritenuta in primo grado (probabilmente
quella di cui all’art. 1, lett. b decr. leg.vo 159/2011, ma non c’è chiarezza sul
punto) e dell’altrettanto rilevante e non specificato tema della perimetrazione
temporale dell’affermato periodo di pericolosità, abbia valutato con attenzione e
comunque in termini sicuramente scevri da sospetti o tacce di omissione e/o di
mera apparenza di motivazione, i dati che, secondo il provvedimento di primo
grado, dovevano ritenersi fondanti della pericolosità generica sopra accennata.
3.2 Così, sono stati accuratamente esaminati gli esiti del proc. 4239/2013,
quello ritenuto di particolare significato nella prospettiva dimostrativa della
pericolosità, per concludere che tutta la serie di episodi di corruzione addebitati
all ‘ AMBROSIO e alla RICCIARDI sono risultati inesistenti, posto che entrambi
erano stati assolti con formula piena anche sotto l’aspetto della dimostrazione
della inesistenza della commissione di atti contrari ai doveri di ufficio; ancora, e
sempre in riferimento e detto procedimento, la Corte ha avuto cura di
specificare, nella prospettiva di una possibile valutazione che prescindesse in
qualche modo da quella operata dal Giudice penale, che anche mesi di
intercettazioni telefoniche non avevano consentito di raggiungere un qualche
fondato elemento che deponesse per la costituzione, da parte dei proposti, di un
gruppi di potere che governava gli appalti e quindi dimostrasse, con una qualche
verosimiglianza, che i proposti vivevano abitualmente con i proventi di reati.
3.3 Ancora, sono stati valutati gli esiti di altri procedimenti penali,
specificamente indicati nel corpo del provvedimento impugnato, per constatare
che l’unica condanna intervenuta in appello a carico dell’ AMBROSIO riguardava
fatti di concussione del tutto svincolati da ipotesi produttive di redditi illeciti, che
per un altro procedimento gli atti erano stati restituiti dal Gip al Pubblico
ministero per mancata formulazione della accusa in ter mi chiari e precisi
(restituzione che sembrerebbe seguita, a quanto affermato nelle memorie
difensive, da un provvedimento di archiviazione) e che un altro procedimento
ancora aveva visto l’assoluzione in sede di giudizio abbreviato da altra ipotesi di
induzione indebita ex art. 319-quater cod. pen.
3.4 L’esame delle risultanze processuali sopra ricordate, che si manifesta
accurato e completo sulla base degli elementi a disposizione della Corte in quello
specifico frangente, non può certo essere tacciato di totale insufficienza e/o di
evidente apparenza giustificativa e appare pienamente rispettoso, in sé e per sé
considerato, del principio di autonomia valutativa che spetta al Giudice della
prevenzione rispetto a quello penale; tale principio, infatti, non può certo
spingersi fino a consentite al Giudice della prevenzione, in funzione della
dimostrazione della pericolosità sociale, l’esame e la valutazione di fatti e
circostanze espressamente negate in sede di accertamento penale ma, in
assenza di giudicato penale affermativo di responsabilità, va limitato, nella sua
estensione cognitiva, alla facoltà di ricostruzione in via autonoma appunto di fatti
e circostanze comunque accertati in quella sede e potenzialmente significativi di
pericolosità rilevante (Cass. Sez. 1 del 24/3/2015 n. 31209, Scagliarini, Rv
264320).
3.5 La Corte romana ha fatto corretta applicazione del principio di diritto
sopra ricordato adeguatamente esaminando, nonostante l’intervento della
sentenza di assoluzione per il proc. penale più significativo, il n. 4239/2013, il
contenuto delle conversazioni intercettate e non rivenendo nelle stesse alcun
autonomo profilo valorizzabile ai fini della affermazione di una possibile
pericolosità sociale così come sono stati esaminati, in applicazione “inversa” del
principio di cui si dice, gli esiti di un procedimento penale conclusosi con la
condanna dell’ AMBROSIO osservando che il fatto accertato, una concussione
finalizzata ad ottenere la ritrattazione di accuse mosse a suo carico da
sindacalisti, non era minimamente rilevante nella prospettiva della dimostrazione
del fatto che i proposti vivessero abitualmente con i proventi di reati.
3.5 L’esclusione infine di ogni ipotesi di violazione di legge o di vizi rilevanti
di motivazione sul punto specifico della pericolosità sociale esime evidentemente
la Corte dell’esame dei motivi di ricorso che riguardano l’affermata sproporzione
tra patrimonio e redditi dichiarati, motivi logicamente dipendenti da quelli relativi
alla affermata pericolosità.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Così deciso il 24 maggio 2017.

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