Furto – Cassazione Penale 27/04/2017 N° 34090

Furto – Cassazione Penale 27/04/2017 n° 34090 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com

Cassazione penale

Consulta tutte le sentenze della cassazione penale

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine

Tipo: Cassazione Penale

Sezione: SS.UU.

Data: 27/04/2017

Numero: 34090

Testo completo della Sentenza Furto – Cassazione Penale 27/04/2017 n° 34090:

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine 

Penale Sent. Sez. U Num. 34090 Anno 2017
Presidente: CANZIO GIOVANNI
Relatore: BONI MONICA
Data Udienza: 27/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Quarticelli Pasquale, nato a Cerignola il 08/02/1947
avverso la sentenza del 17/05/2016 della Corte di appello di Torino
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal componente Monica Boni;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Agnello Rossi, che
ha concluso per l’annullamento con rinvio;
udito per l’imputato l’avv. Davide Mosso, che ha concluso per l’accoglimento del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. In data 16 marzo 2012, all’interno di un esercizio commerciale, veniva
asportato un computer portatile, prelevato dal bancone in un momento di
distrazione della titolare e dei clienti presenti. All’individuazione del responsabile
nella persona di Pasquale Quarticelli si perveniva mediante la visione delle
immagini registrate dall’impianto di videosorveglianza, installato nell’esercizio,
che avevano filmato costui nell’atto di scollegare i cavi di alimentazione del
dispositivo, collocarlo in una borsa ed allontanarsi dal locale, il tutto con gesti
rapidi e circospetti. Il Quarticelli, tratto a giudizio per rispondere del delitto di
furto aggravato dall’aver commesso il fatto con destrezza, nel corso del giudizio
ammetteva la propria responsabilità.
Il Tribunale di Torino, con sentenza in data 14 aprile 2016, resa all’esito di
giudizio abbreviato, ravvisava tutti gli elementi costitutivi della fattispecie
contestata, compresa l’aggravante di cui all’art. 625, primo comma, n. 4, cod.
pen. e condannava l’imputato alla pena di giustizia.
2. La Corte di appello di Torino, investita del gravame dello stesso
Quarticelli, con sentenza resa in data 17 maggio 2016, confermava la pronuncia
di primo grado.
3. Avverso detta decisione ricorre l’imputato per il tramite del difensore, per
chiederne l’annullamento sulla base di un unico motivo, col quale deduce
violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 546 e 605 cod.
proc. pen. ed all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen. quanto alla ritenuta
sussistenza della circostanza aggravante dell’aver agito con destrezza.
Si assume che l’imputato non aveva compiuto alcuna azione per creare
condizioni favorenti la sottrazione del bene, non enunciate nemmeno
nell’imputazione, essendosi egli limitato ad approfittare della distrazione, non
provocata, della proprietaria del bene asportato; e si segnala il contrasto
giurisprudenziale emerso in merito ai presupposti applicativi della circostanza
aggravante della destrezza a ragione della duplicità riscontrabile di orientamenti
interpretativi. Pertanto, ai sensi dell’art. 618 cod. proc. pen., si chiede rimettersi
la decisione alle Sezioni Unite.
4. La Quarta Sezione penale, rilevato che la doglianza sollecitava la
soluzione di una questione sulla quale si era formato un contrasto interpretativo
nella giurisprudenza di legittimità, con ordinanza in data 21 dicembre 2016-17
febbraio 2017, ha rimesso la decisione del ricorso alle Sezioni Unite.
5. Con decreto in data 21 febbraio 2017, il Primo Presidente ha assegnato il
ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.
6. Con memoria depositata in data 11 aprile 2017, l’Avvocato generale ha
illustrato le proprie conclusioni, chiedendo l’annullamento con rinvio della
sentenza impugnata, manifestando adesione alla linea interpretativa più
restrittiva, che per poter ravvisare la circostanza di cui all’art. 625, primo
comma, n. 4, cod. pen., esige il compimento di una condotta rivelatrice di
particolare capacità fisica o abilità mentale, idonea a eludere il controllo della
persona offesa.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Le Sezioni Unite sono chiamate a risolvere la questione di diritto “se, nel
delitto di furto, la circostanza aggravante della destrezza, prevista dall’art. 625,
primo comma, n. 4, cod. pen., sia configurabile quando il soggetto agente si
limiti ad approfittare di una situazione di temporanea distrazione della persona
offesa”.
2. Sul tema è emerso e si è acuito in tempi recenti un contrasto
interpretativo nell’ambito della giurisprudenza di legittimità.
La disposizione di cui all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., considera il
furto aggravato, perché commesso “con destrezza”, ma non offre indicazioni
esplicite e tale carenza definitoria é all’origine del dissenso di opinioni, che ha
richiesto l’intervento delle Sezioni Unite e che si registra in riferimento alla
possibilità di ravvisarla quando l’agente si limiti ad approfittare di una situazione
di distrazione del possessore del bene non intenzionalmente provocata. Il quesito
interpretativo non assume valore soltanto sul piano dogmatico, ma riveste rilievo
concreto perché la soluzione prescelta incide sul regime di procedibilità
dell’azione penale, essendo l’autore del furto aggravato, e non di quello
semplice, perseguibile d’ufficio e dipendendo dal riconoscimento della fattispecie
aggravata, col conseguente innalzamento dei limiti sanzionatori, la possibilità di
applicazione della causa di non punibilità della speciale tenuità del fatto di cui
all’art. 131-bis cod. pen.
2.1. Un primo indirizzo di risalente formazione riconosce la circostanza
aggravante in esame in ogni situazione in cui l’agente colga l’occasione favorente
la realizzazione dell’impossessamento, inclusa la momentanea sospensione da
parte della persona offesa del controllo sul bene, perché poco attenta, oppure
per essere impegnata, nello stesso luogo di detenzione della cosa o in luogo
immediatamente prossimo, a svolgere le proprie attività di vita o di lavoro.
La soluzione così riassunta s’innesta su un orientamento consolidato da
numerose pronunce di tenore conforme, ribadito anche da altre successive (tra
le tante, Sez. 5, n. 20954 del 18/02/2015, Marcelli, Rv. 265291; Sez. 5, n. 3807
del 16/06/2016, dep. 2017, Pagano, Rv. 268993; Sez. 5, n. 26749 del
11/04/2016, Ouerghi, Rv. 267266; Sez. 5, n. 6213 del 24/11/2015, dep. 2016,
Stepich, Rv. 266096; Sez. 2, n. 18682 del 15/01/2015, Bono, Rv. 263517; Sez.
5, n. 7314 del 17/12/2014, H, Rv. 262745; Sez. 5, n. 640 del 30/10/2013, dep.
2014, Rainart, Rv. 257948; Sez. 6, n. 23108 del 07/06/2012, Antenucci, Rv.
252886), per le quali, poiché la disposizione di cui all’art. 625, primo comma, n.
4, cod. pen., non pretende necessariamente l’impiego di doti eccezionali
applicate nella sottrazione e tali da impedire al derubato di averne contezza,
ricorre l’aggravante della destrezza e l’abilità operativa dell’autore del furto nella
condotta di chi sottrae beni da un’autovettura lasciata in sosta sulla pubblica via
priva di chiusura, oppure da uno studio medico, da una stanza di degenza
ospedaliera, da un negozio o da un cantiere edile, estrinsecandosi tale fattispecie
nell’approfittamento della condizione disattenta del soggetto passivo, distratto da
altre occupazioni o comunque poco concentrato nella sorveglianza dei propri
averi.
2.2. A tale linea interpretativa si oppone altro orientamento, il quale esclude
la destrezza nella condotta di chi si avvalga di un momento di distrazione o del
temporaneo allontanamento dal bene del suo detentore, in entrambi i casi non
provocato dall’attività dell’autore del furto, perché l’azione non presenta alcun
tratto di abilità esecutiva o di scaltrezza nell’elusione del controllo dell’avente
diritto, ma al più l’audacia e la temerarietà di sfidare il rischio di essere sorpresi
(Sez. 4, n. 46977 del 10/11/2015, Cammareri, Rv. 265051; Sez. 2, n. 9374 del
18/02/2015, Di Battista, Rv. 263235; Sez. 5, n. 12473 del 18/02/2014,
Rapposelli, Rv. 259877; Sez. 5, n. 19344 del 11/02/2013, T.E.M., Rv. 255380;
Sez. 5, n. 11079 del 22/12/2009, dep. 2010, Bonucci, Rv. 246888; Sez. 4, n.
14992 del 17/02/2009, Scalise, Rv. 243207; Sez. 4, n. 42672 del 10/05/2007
Aspa, Rv. 238296).
3. Le Sezioni Unite ritengono di aderire al secondo indirizzo
giurisprudenziale.
3.1. La questione interpretativa prospettata è alimentata dall’assenza, nel
parametro normativo di riferimento (art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen.), di
esplicite definizioni del concetto di “destrezza” e di indicazioni esemplificative.
Appare allora opportuno iniziare la presente disamina da qualche cenno
storico, che può contribuire ad agevolare la comprensione del tema.
L’art. 403, primo comma, n. 4, del codice Zanardelli, recependo indicazioni
analoghe dei codici preunitari, stabiliva l’aggravamento della pena per il delitto di
furto qualora il fatto fosse stato commesso «con destrezza sulla persona in luogo
pubblico o aperto al pubblico». Pur nell’assenza di una nozione espressa, era
dunque testuale la previsione del duplice requisito dell’applicazione della
destrezza nei confronti del soggetto passivo e del compimento dell’azione in
luogo accessibile senza limitazioni, nel quale questi non potesse avvalersi di
specifici mezzi di protezione dei propri averi, esposti all’altrui aggressione. Il
successivo art. 404 prevedeva un aggravamento di pena ancora più marcato per
i casi di frode, che dettagliava in un’elencazione di situazioni riguardanti tutte
specifiche modalità della condotta.
Il codice Rocco, equiparato il trattamento punitivo con eliminazione della
graduazione di crescente severità di sanzione, già stabilita dai previgenti artt.
403 e 404 del codice Zanardelli, ne ha replicato, pur con numerazione più
contenuta, l’approccio empirico e la tecnica dell’elencazione casistica; ha
mantenuto la individuazione della destrezza quale situazione tipica costituente
aggravante, di cui ha ampliato l’ambito applicativo con la soppressione del
requisito personale e spaziale; e ha sintetizzato in un’unica fattispecie le
categorie della frode, consistente nell’avvalersi «di qualsiasi mezzo fraudolento»
(art. 625, primo comma, n. 2).
E’ la considerazione della destrezza quale elemento normativo elastico, che,
per l’assenza nella disposizione di legge che la prevede di contenuti definitori e
per i margini di ambiguità che presenta, rimette all’interprete il delicato compito
di precisarne il significato e la portata applicativa.
La formulazione testuale dell’art. 625 cod. pen. e la funzione di
aggravamento del trattamento punitivo autorizzano l’affermazione che, se
commesso con destrezza, il fatto di reato è qualificato da una o da talune
modalità dell’azione che trascendono l’attività di impossessamento, necessaria
per la consumazione del delitto. A fronte della configurazione legale tipica del
furto semplice, che postula già di per sé, anche secondo la comune accezione e
nella dimensione etimologica del termine, un comportamento predatorio
nascosto, celato, non evidente, attuato in modo da evitarne la scoperta, il furto
con destrezza si caratterizza per l’esecuzione dell’azione in modo tale da
superare quella configurazione, sicché la modalità destra della condotta realizza
un quid pluris rispetto all’ordinaria materialità del fatto di reato.
L’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale, partendo dal significato di
destrezza, che nel linguaggio comune individua l’accortezza, la rapidità, l’agilità e
la prestanza nel compiere una determinata azione, ma anche la qualità psichica
del saper superare le difficoltà e raggiungere l’obiettivo prefissatosi, e riferendo
tali concetti al contesto giuridico ed al furto, ha individuato nella destrezza un
elemento specializzante della fattispecie base e vi ha attribuito il significato di
abilità motoria e sveltezza intese in senso fisico, oppure di avvedutezza e
scaltrezza, quali doti intellettive, in entrambi i casi applicate e manifestate nel
compiere l’impossessamento del bene altrui in modo tale da eludere, sviare,
impedire la sorveglianza da parte del possessore e da rendere più insidiosa ed
efficace la condotta.
3.2. La Suprema Corte, sin dai suoi arresti più risalenti, ha assegnato alla
destrezza il significato di abilità o sveltezza personale dell’attività esplicata
dall’agente prima o durante l’impossessamento, talvolta definite particolari,
speciali, straordinarie, ma comunque connotate dall’idoneità ad eludere la
normale vigilanza dell’uomo medio sul bene. L’analisi delle situazioni concrete,
oggetto di pronunciamento, fa emergere che la capacità operativa, tale da
integrare la destrezza, è stata riconosciuta in condotte tipicamente improvvise e
repentine, come nel comportamento chiamato per prassi borseggio, nel quale
l’agente riesce con gesto rapido ed accorto a porre in essere tutte le cautele
necessarie per evitare che la persona offesa si renda conto dell’asportazione in
atto dalla sua persona o dai suoi accessori (Sez. 2, n. 946 del 16/04/1969,
Reibaldi, Rv. 112022; Sez. 2, n. 6728 del 17/03/1975, Principessa, Rv. 130813),
ma anche quando la modalità esecutiva sia astuta, avveduta e circospetta,
presenti un connotato più psicologico che fisico, sempre che sia in grado in
astratto di superare il controllo e la vigilanza esercitata dalla persona offesa
(Sez. 2, n. 6027 del 23/01/1974, Cardini, Rv. 127987).
Alla formulazione di tale orientamento hanno contribuito sollecitazioni
dottrinali ed il dato storico della già ricordata eliminazione dal testo dell’art. 625,
primo comma, n. 4, cod. pen., della specificazione, presente nella simmetrica
disposizione contenuta nell’art. 403, primo comma, n. 4, del codice Zanardelli,
che l’uso della destrezza deve rivolgersi contro la persona. Da tali premesse si è
dedotta l’irrilevanza, per la definizione normativa della fattispecie aggravata in
esame, della direzione della destrezza e si è ammesso che la condotta destra
possa investire tanto la persona del derubato, come nel caso del borseggio,
quanto direttamente il bene sottratto se non si trovi sul soggetto passivo ma sia
alla sua portata e questi eserciti la vigilanza sullo stesso, anche se non a stretto
contatto fisico (Sez. 2, n. 2016 del 15/11/1972, Fracassi, Rv. 124003; Sez. 2, n.
4781 del 21/02/1972, Bianco, Rv. 121503).
Nella riflessione esegetica sviluppatasi dai citati arresti la destrezza ha
dunque perduto la connotazione puramente fisica per assumere una dimensione
psicologica, che pone al servizio dell’attività criminosa doti di avvedutezza,
accortezza, attenzione ed astuzia, capaci con ancor maggiore insidiosità di
sorprendere la vigilanza sul bene. E’ comunque stata avvertita l’esistenza di un
nesso di interdipendenza tra abilità dell’agente, di qualunque natura essa sia, e
sorveglianza della persona offesa sulla res, postulando l’aggravante entrambi i
requisiti, che restano privi di rilevanza se isolatamente considerati: l’abilità rileva
non quale particolare capacità operativa in sé del soggettivo attivo ma perché
idonea ad evitare o attenuare la vigilanza della persona offesa ed in grado di
minorarne ed attenuarne la difesa del patrimonio; il controllo sul bene da parte
del possessore non è di per sé qualificante, perché elemento costitutivo della
fattispecie, comune anche ad altre circostanze aggravanti del furto, come per
l’uso del mezzo fraudolento o nell’uso della violenza, e va riferito ad un livello di
normalità parametrato sull’uomo medio, quindi valutabile in astratto, sicché per
poter configurare l’aggravante non è richiesto che l’agente riesca a superarla,
conseguendo il risultato di non destare l’attenzione della persona offesa.
Inoltre, per configurare la circostanza aggravante in esame si è ritenuto che
la norma di riferimento non esiga un’abilità eccezionale o straordinaria, né la
sicura e dimostrata efficienza del gesto esecutivo, che potrebbe anche essere
percepito dalla parte lesa o da terzi, né il conseguimento di un risultato
appropriativo concreto, dipendente dalla manovra qualificabile come destra, in
modo tale da riconoscere la circostanza quando dalle modalità agili o astute di
commissione discenda il compimento del furto con successo, e da negarla
quando il derubato, nonostante l’abilità operativa dell’agente, si sia accorto
dell’azione criminosa nell’atto della sua perpetrazione. L’atteggiamento
soggettivo della vittima e la sua eventuale percezione del reato in corso di
realizzazione sono dunque privi di rilievo, potendo al più far arrestare l’azione al
livello esecutivo del tentativo (Sez. 2, n. 445 del 08/06/1973, dep. 1974,
Buonanno, Rv. 125990).
Le puntualizzazioni concettuali richiamate danno conto della ratio della
circostanza aggravante: il fatto criminoso presenta più marcato disvalore perché
l’altrui patrimonio è oggetto di aggressione compiuta con modalità più efficaci in
quanto rapide, agili, oppure scaltre ed avvedute, dimostrative di incrementata
pericolosità sociale ed in grado di menomare la difesa delle cose. Il rilievo, se da
un lato illumina sul contenuto di antigiuridicità dell’aggravante, dall’altro non
scioglie il nodo interpretativo che pongono le situazioni in cui l’agente non
determini la disattenzione della persona offesa, frutto di causa diversa ed
autonoma dal suo operato.
4. Va premesso che nel panorama delle decisioni di legittimità ha ricevuto
concorde soluzione il caso in cui la distrazione della vittima è provocata
dall’agente o da suoi complici, anche se non imputabili, come nel caso di minori
in giovane età, che creino azioni di disturbo, oppure impegnino l’attenzione della
persona offesa, concentrandola in un punto o in comportamento specifico per
distoglierla dalla vigilanza sul proprio bene. Si è riconosciuta la destrezza per
l’approfittamento di una condizione favorevole appositamente creata per
allentare la sorveglianza e neutralizzarne gli effetti (Sez. 2, n. 658 del
17/03/1970, De Silvio, Rv. 117339; Sez. 3, n. 35872 del 08/05/2007, Alia, Rv.
237285; Sez. 4, n. 13074 del 17/03/2009, Alafleur, Rv. 243876; Sez. 5, n.
10144 del 02/12/2010, Bobovicz, Rv. 249831; Sez. 5, n. 640 del 30/10/2013,
dep. 2014, Rainart, Rv. 257948).
Tali situazioni presentano l’unico tema problematico della distinzione della
circostanza aggravante della destrezza da quella dell’uso del mezzo fraudolento:
in contrasto con quanto affermato da alcune autorevoli voci dottrinali, e con
l’avvertenza che le soluzioni prescelte erano condizionate dalle caratteristiche del
caso concreto, come ricostruito in sede di merito, si è affermata (Sez. 4, n.
21299 del 12/04/2013, Gabrieli, Rv. 255294; Sez. 5, n. 10144 del 02/12/2010,
dep. 2011, Bobovicz, Rv. 249831; Sez. 2, n. 8071 del 20/03/1973, Valverde, Rv.
125454), la loro piena compatibilità. Esse descrivono, infatti, modelli di agente
prossimi, ma non coincidenti, dal momento che la prima circostanza si
caratterizza per la rapidità dell’azione nell’impossessamento, non potuto
percepire dalla persona offesa appositamente distratta, la seconda per la
particolare scaltrezza nell’attività preparatoria, concertata ed attuata mediante
qualche comportamento richiedente la presenza del possessore, idonea ad
eluderne la vigilanza ed i mezzi approntati a difesa dei suoi beni.
5. Ben diversa è la situazione concreta che si presenta quando l’agente non
operi per creare le condizioni favorevoli alla sottrazione, ma si limiti a percepirle
nella realtà fenomenologica a lui esterna ed a volgerle a proprio favore,
inserendovi la propria azione appropriativa del bene altrui.
L’opinione favorevole a qualificare come destra siffatta condotta fa leva sulla
ricostruzione dell’istituto come non richiedente nel soggetto attivo un’abilità
eccezionale e straordinaria, per effetto della quale il derubato non abbia modo di
accorgersi della sottrazione (Sez. 2, n. 1022 del 11/10/1978, Montariello, Rv.
140954) e, nell’assenza di puntuali definizioni normative, ritiene l’aggravante
integrata dall’impiego di qualsiasi modalità idonea ad eludere l’attenzione del
soggetto passivo sulla commissione del reato. L’indeterminatezza dell’idoneità
dell’azione autorizza a ravvisare la destrezza anche nell’approfittamento in sé di
una momentanea distrazione del derubato o nel suo temporaneo allontanamento
dal bene, senza che alcuna importanza possa attribuirsi all’essere essi stati
causati dall’agente, poiché rileva solo lo «stato di tempo e di luogo tale da
attenuare la logica attenzione della parte lesa nel mantenere il dominio ed il
possesso sulla cosa» (Sez. 2, n. 7416 del 28/01/1977, Iorio, Rv. 136169; Sez.
2, n. 335 del 04/07/1986, dep. 1987, Di Renzo, Rv. 174825; Sez. 5, n. 20954
del 18/02/2015, Marcelli, Rv. 265291). Si valorizza dunque la capacità
dell’agente di comprendere il contesto fattuale in cui interviene e le dinamiche
delle azioni altrui, nonché di sfruttare, con prontezza di reazione e di decisione,
le opportunità favorevoli a superare la normale vigilanza dell’uomo medio ed a
realizzare l’impossessamento, perché tale condotta è compiuta grazie
all’approfittamento delle vantaggiose opportunità del momento, anche se non
provocate, e rivela la maggiore pericolosità del reo.
5.1. Siffatta impostazione non convince per una pluralità di concorrenti
ragioni.
Le Sezioni Unite ritengono che, non offrendo soluzioni immediate il criterio
prioritario dell’interpretazione letterale della norma, si debba fare ricorso al
canone ermeneutico logico e sistematico e quindi a quello teleologico, che
integrano il senso delle espressioni linguistiche mediante la considerazione
coordinata del testo della previsione normativa nell’ambito del sistema normativo
in cui esso è collocato e della sua ratio.
La concretizzazione del concetto di destrezza può ricavarsi in primo luogo
dal raffronto sistematico con la fattispecie basilare del furto non aggravato come
delineata dal legislatore all’art. 624 cod. pen.. Se effettivamente la disposizione
dell’art. 625 cod. pen. non pretende perché si configuri la destrezza che l’autore
del furto faccia ricorso a doti di eccezionale o straordinaria abilità, che la dottrina
definisce “virtuosismo criminale”, ciò nonostante la modalità della condotta
destra deve esprimersi in un quid pluris rispetto all’ordinaria materialità del fatto
di reato, che si aggiunga a quanto ordinariamente richiesto per porre in essere la
condotta furtiva, consistente nella sottrazione della cosa e nel conseguente suo
impossessamento, che identificano l’essenza della fattispecie di asportazione
unilaterale e qualificano il suo disvalore. In altri termini, la modalità esecutiva,
per dare luogo all’aggravante, deve potersi distinguere dal fatto tipico, che
realizza il furto semplice, deve rivelare un tratto specializzante ed aggiuntivo
rispetto agli elementi costitutivi della fattispecie basilare, costituito dall’abilità
esecutiva dell’autore nell’appropriarsi della cosa altrui, che sorprenda o
neutralizzi la sorveglianza sulla stessa esercitata e disveli la sua maggiore
capacità criminale e la più efficace attitudine a ledere il bene giuridico protetto.
Considerato in base a tale criterio, il mero prelievo di un oggetto dal luogo
ove si trova – sia esso un’abitazione privata, un esercizio di vendita o ambiente
di lavoro, un ufficio pubblico, un veicolo in sosta privo di chiusure e protezioni –
attuato in un momento di altrui disattenzione, che offre l’occasione favorevole
all’apprensione per la possibilità di avvicinamento e di asportazione nella
mancata e diretta percezione da parte del possessore, non in grado di interdire
l’azione perché altrimenti impegnato o assente, non integra la fattispecie
circostanziata in esame perché non richiede nulla di più e di diverso da quanto
necessario per consumare il furto. In tali situazioni, per conseguire il risultato
appropriativo l’agente non deve fare ricorso a particolare abilità, né intesa quale
agilità o rapidità motoria né quale sforzo psichico nell’applicazione di astuzia o
avvedutezza nello studio dei luoghi e del derubato e nel distoglierne il controllo
sulla cosa. Compresi il contesto fattuale e la distrazione della vittima grazie alle
ordinarie facoltà intellettive, che consentono di avere consapevolezza degli
ordinari accadimenti della vita quotidiana, la condotta si esaurisce nel gesto
necessario, in quelle condizioni, a realizzare l’impossessamento senza esplicare
un particolare impegno esecutivo, né agire sull’attenzione altrui.
Ne discende che il furto di un bene perpetrato da chi colga a proprio
vantaggio l’occasione propizia offerta dall’altrui disattenzione, non artatamente e
preventivamente cagionata, non presenta i caratteri della destrezza, ossia
dell’elemento strutturale della fattispecie di furto circostanziato, tipizzato dall’art.
625, primo comma, n. 4, cod. pen., configurabile soltanto quanto il soggetto
attivo si avvalga di una particolare capacità operativa, superiore a quella da
impiegare per perpetrare il furto, nel distogliere o allentare la vigilanza sui propri
beni, esercitata dal detentore.
5.2. Sempre sul piano sistematico ritengono le Sezioni Unite che utili
argomenti per la soluzione del quesito giuridico siano rinvenibili nella
disposizione contenuta nell’art. 625, primo comma, n. 6, cod. pen., che qualifica
come ulteriore circostanza aggravante l’essere stato il furto «commesso sul
bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle stazioni, negli scali o
banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si somministrano cibi o bevande».
La norma prende in considerazione la particolare condizione del soggetto passivo
quando si sposti dalla dimora o residenza abituale verso altra località e debba
affrontare la difficoltà di portare con sé degli oggetti, a servizio delle proprie
necessità, comodità o utilità personali, anche inerenti all’attività lavorativa o alle
finalità del viaggio, costituenti il bagaglio che ha l’esigenza di trasportare
mediante un qualsiasi mezzo di locomozione in luoghi ove si concentra una
moltitudine di altre persone. Il legislatore ha inteso assegnare uno specifico
rilievo nella considerazione dell’incrementata gravità della condotta spoliativa al
suo compimento in situazioni di affollamento, confusione ed estraneità del luogo,
che nella vittima possono provocare disorientamento ed il possibile allentamento
dell’usuale livello di controllo su quanto condotto con sé come bagaglio, con la
conseguente più difficoltosa e meno efficace sua sorveglianza, che ne agevola
l’asportazione da parte di chi, trovatosi sul mezzo di trasporto o nel punto di
sosta, approfitti dell’opportunità favorevole per perpetrare il furto.
Con l’assegnazione al delitto commesso in danno di viaggiatori di un
autonomo rilievo quale elemento accidentale il legislatore ha inteso valorizzare i
contesti concreti che nella realtà degli accadimenti quotidiani facilitano la
distrazione del detentore, perché concentrato sulle implicazioni del viaggio, e
l’asportazione dei suoi beni ad opera di chi, senza avere provocato la condizione
di attenuata difesa del patrimonio, volga quello stato di fatto a proprio vantaggio
per appropriarsi del bagaglio.
La conseguenza che deve trarsene è che, nelle valutazioni del legislatore, lo
stato di disattenzione della vittima, autonomamente insorto, e l’approfittamento
dello stesso quale condizione favorente l’aggressione al suo patrimonio sono stati
già considerati elementi strutturali della fattispecie tipica di furto aggravato ai
sensi del n. 6 del primo comma dell’art. 625 cod. pen. e non possono dar luogo,
in differente contesto fattuale, all’autonoma e diversa circostanza aggravante
dell’aver agito con destrezza.
5.3. Alle medesime conclusioni si perviene se si esamina l’aggravante in
riferimento al bene giuridico protetto ed alla sua offesa, che costituisce il
fondamento giustificativo dell’incriminazione. Perché si realizzi la fattispecie
circostanziale il fatto di reato deve presentare una modalità attuativa
caratterizzata da un’incrementata capacità di ledere il bene protetto, che dia
conto delle ragioni dell’aggravamento della punizione del suo autore.
Sul punto si ritiene di dare seguito alla linea interpretativa già espressa dalle
Sezioni Unite nella sentenza n. 40354 del 18/07/2013, Sciuscio, Rv. 255974, in
riferimento alla circostanza aggravante dell’uso del mezzo fraudolento, di cui
all’art. 625, primo comma, n. 2, cod. pen., che presenta significative assonanze
con la destrezza, implicando anch’essa un grado più intenso di capacità
appropriativa, rivelata dalle specifiche modalità dell’azione di aggressione
dell’altrui patrimonio. In quella autorevole sede si è condotta la disamina della
norma incriminatrice in base al principio di offensività, nel quale si riassume
l’esigenza dell’ordinamento che il comportamento umano che infrange il precetto
penale realizzi un evento naturalistico, ma anche una lesione al bene della vita
tutelato dal comando violato.
Assume rilievo, per le ricadute sulla soluzione del quesito all’esame,
l’estensione del principio di offensività alle circostanze del reato, che ha già
trovato avallo nella giurisprudenza costituzionale (Corte cost., sent. n. 249 del
2010, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 61, primo comma, n.
11-bis, cod. pen., e sent. n. 251 del 2012, che ha dichiarato l’illegittimità
costituzionale dell’articolo 69, quarto comma, cod. pen., nella parte in cui vieta
la prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n.
309 del 1990, sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen.), ossia a
quegli elementi accidentali che si aggiungono al fatto di reato tipico di base e ne
accrescono il disvalore, per tale ragione soggetto a punizione più severa.
Riferendo i medesimi criteri al furto con destrezza, qualificato da una
condotta spoliativa attuata con particolare ingegno, astuzia e scaltrezza e da una
risposta punitiva gravosa, che sanziona più seriamente le condizioni di minorata
difesa delle cose di fronte all’abilità dell’agente, deve concludersi che, per
ravvisare l’aggravante, è necessario che l’agire non si limiti alla mera sottrazione
del bene, pur facilitata dall’altrui disattenzione o dalla momentanea assenza, ma
riveli connotati di capacità ed efficienza offensiva che incrementino le possibilità
di portarlo a compimento ed offendano più seriamente il patrimonio.
Se il furto si realizza a fronte della distrazione del detentore, o
dell’abbandono incustodito del bene, anche se per un breve lasso di tempo, che
non siano preordinati e cagionati dall’autore, né accompagnati da altre modalità
insidiose e abili che ne divergono l’attenzione dalla cosa, il fatto manifesta la sola
ordinaria modalità furtiva, inidonea a ledere più intensamente e gravemente il
bene tutelato ed è privo dell’ulteriore disvalore preteso per realizzare la
circostanza aggravante e per giustificare punizione più seria.
Merita dunque condivisione l’orientamento che propugna una nozione più
restrittiva di destrezza.
Assegnare valore qualificante alla sola prontezza nell’avvalersi della
situazione favorevole comunque creatasi significherebbe valorizzare la
componente soggettiva del reato e la pericolosità individuale, ponendo in
secondo piano la materialità del fatto come concretamente offensivo del bene
giuridico, in contrasto col principio di cui all’art. 25, secondo comma, Cost.,
che, menzionando il fatto commesso, esclude che il reato possa essere
considerato in termini di sola rimproverabilità soggettiva e con la stessa natura
oggettiva della circostanza.
6. All’esito della disamina dell’istituto, compiuta con criterio storicosistematico e teleologico, può dunque formularsi il seguente principio di diritto:
“La circostanza aggravante della destrezza di cui all’art. 625, primo comma,
n. 4, cod. pen., richiede un comportamento dell’agente, posto in essere prima o
durante l’impossessamento del bene mobile altrui, caratterizzato da particolare
abilità, astuzia o avvedutezza, idoneo a sorprendere, attenuare o eludere la
sorveglianza sul bene stesso; sicché non sussiste detta aggravante nell’ipotesi di
furto commesso da chi si limiti ad approfittare di situazioni, dallo stesso non
provocate, di disattenzione o di momentaneo allontanamento del detentore dalla cosa”.
7. I rilievi sopra svolti inducono ad escludere che nella condotta del
Quarticelli, esauritasi nel prelievo del computer portatile dal bancone del locale
ove era collocato in un momento in cui la proprietaria era impegnata a servire
altri clienti, siano ravvisabili gli estremi della destrezza nell’accezione sopra
enunciata.
Ne consegue che, trattandosi dell’unica circostanza aggravante ascritta al
Quarticelli e non essendo stata proposta querela, la sentenza impugnata va
annullata senza rinvio perché l’azione penale non doveva essere iniziata per
difetto della suddetta condizione di procedibilità.

P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché, esclusa l’aggravante
della destrezza, l’azione penale non doveva essere iniziata per mancanza di
querela.
Così deciso il 27 aprile 2017.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine