Furto – Cassazione Penale 11/07/2017 N° 33869

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 11/07/2017

Numero: 33869

Testo completo della Sentenza Furto – Cassazione penale 11/07/2017 n° 33869:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 33869 Anno 2017
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: GUARDIANO ALFREDO
Data Udienza: 07/04/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CASSAGO FERDINANDO nato il 02/04/1948 a CALVENZANO
avverso la sentenza del 25/01/2016 della CORTE APPELLO di TRIESTE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 07/04/2017, la relazione svolta dal Consigliere
ALFREDO GUARDIANO
Udito il Procuratore Generale in persona del PASQUALE FIMIANI
che ha concluso per

FATTO E DIRITTO
1. Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Trieste
confermava la sentenza con cui il tribunale di Udine, decidendo in sede
di giudizio abbreviato, aveva condannato Cassago Ferdinando alla pena
ritenuta di giustizia, in relazione al reato di cui agli artt. 56, 624 e 625
n. 7 c.p., avente ad oggetto “dispenser di sapone liquido, carta igienica e
salviette asciugamani, di proprietà dell’impresa “Gruppi Servizi
Associati”, prelevandoli dai servizi igienici dell’are di sosta autostradale
Santa Caterina”, venendo sorpreso da un dipendente di tale società,
nell’atto di caricare i suddetti beni a bordo della propria autovettura
2. Avverso la sentenza della corte territoriale, di cui chiede
l’annullamento, ha proposto tempestivo ricorso per cassazione il
Cassago, a mezzo del suo difensore, avv. Andrea Mondini, del Foro di
Udine, lamentando violazione di legge e vizio di motivazione, in ordine:
1) alla sussistenza del delitto di cui si discute, difettando il presupposto
della (tentata) sottrazione al legittimo proprietario dei beni innanzi
indicati, in quanto posizionati da quest’ultimo affinché terzi qualificati (i
frequentatori dei sevizi igienici) se ne impossessino, facendone uso ed
irrimediabilmente trasformandoli, non potendosi condividere la diversa
interpretazione offerta dal giudice di appello, che collega l’esistenza o
meno della fattispecie delittuosa al superamento di una soglia
quantitativa, non prevista dalla legge e comunque non determinabile; 2)
al mancato riconoscimento della causa di non punibilità ex art. 131 bis,
c.p., di cui, ad avviso del ricorrente, ricorrono i presupposti.
3. Il ricorso va rigettato per le seguenti ragioni.
4. La tesi difensiva sviluppata nel primo motivo di impugnazione non
può condividersi, in quanto i beni di cui l’imputato ha tentato di
impadronirsi non erano qualificabili in termini di res derelicta, vale a dire
di cosa abbandonata per volontà di chi esercita un diritto su di essa (cfr.
Cass., sez. V, 15.5.2012, n. 30321, rv. 253314), ma, al contrario, erano
beni, sottoposti alla signoria del proprietario, destinati all’uso da parte
degli utenti dei servizi igienici dell’area di servizio.
Pertanto, con la sua condotta l’imputato ha tentato di sottrarre i beni in
questione al loro legittimo proprietario, sostituendo la propria signoria a
quella di quest’ultimo ed eliminando la destinazione indifferenziata di
essi alle esigenze dei fruitori dei servizi igienici dell’area di servizio.
Sicché non può non condividersi la puntuale affermazione della corte
territoriale, secondo cui tali beni, in dotazione ai sevizi igienici presenti
sulle aree di sosta autostradale, possono formare oggetto, da parte di
chi usufruisce di siffatti servizi, di un consumo connesso ad esigenze
strettamente personali e da effettuarsi rigorosamente sul posto e non di
un accaparramento indiscriminato, destinato a consentire
all’accaparratore di servirsene esclusivamente in proprio favore, in altro
luogo, come avrebbe fatto l’imputato, se non fosse stato sorpreso dal
dipendente della società nell’atto di caricare sulla propria autovettura
“molteplici pacchetti di carta e altro materiale utilizzato per il servizio
igienico” (cfr. p. 3 della sentenza di primo grado, che costituisce, con
quella di appello, un prodotto unico).
Infondato appare anche il secondo motivo di ricorso, in quanto il
ricorrente, a prescindere dalla correttezza della decisione del giudice di
secondo grado che ha escluso il beneficio richiesto alla luce
dell’esistenza a carico dell’imputato di un precedente per estorsione, non
specifica le ragioni per cui, in relazione alle modalità della condotta ed ai
parametri fissati dall’art. 133, c.p. (richiamati dall’art. 131 bis, c.p.), che
involgono profili più ampi della mera entità del danno arrecato dalla
condotta criminosa, il fatto debba considerarsi di particolare tenuità,
nozione diversa, perché più radicale, di quella di “danno di entità
modesta”, cui ha fatto riferimento il giudice di primo grado per
determinare nel minimo edittale il quantum del trattamento
sanzionatorio, richiamata impropriamente dal Cassago a sostegno della
propria tesi.
4. Sulla base delle svolte considerazioni il ricorso di cui in premessa va,
dunque, rigettato, con condanna del ricorrente, ai sensi dell’art. 616,
c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma il 7.4.2017.

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