Falsità In Atti – Cassazione Penale 16/03/2017 N° 12779

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 16/03/2017

Numero: 12779

Testo completo della Sentenza Falsità in atti – Cassazione penale 16/03/2017 n° 12779:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 12779 Anno 2017
Presidente: LAPALORCIA GRAZIA
Relatore: ZAZA CARLO
Data Udienza: 20/12/2016

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Saulytiene Lina, nata a Kazachstanas (Lituania) il 08/03/1971
avverso la sentenza del 16/11/2015 della Corte d’Appello di Trieste
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Francesca Loy, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio della sentenza
impugnata perché il fatto non sussiste;

RITENUTO IN FATTO
Con la sentenza impugnata, in parziale riforma della sentenza del Tribunale
di Gorizia del 07/10/2014, veniva confermata l’affermazione di responsabilità di
Lina Saulytiene per il reato di cui all’art. 483 cod. pen., commesso in Monfalcone
il 02/08/20111. La sentenza di primo grado era riformata, in accoglimento
dell’appello del Procuratore generale territoriale, con l’esclusione delle attenuanti
generiche e la conseguente rideterminazione della pena.
L’imputazione era relativa alla dichiarazione trasmessa dalla Saulytiene e dal
padre Pranas Narusevicius alla Polizia municipale di Monfalcone, nella quale si
affermava, in relazione al verbale di contravvenzione elevato il 06/06/2011 nei
confronti del conducente dell’autovettura intestata alla Saulytiene per aver
guidato la stessa utilizzando un telefono cellulare, che alla guida del veicolo vi
era nell’occasione il Narusevicius; affermazione ritenuta dai giudici di merito
falsa in base a quanto riferito dal verbalizzante della contravvenzione, per il
quale la persona che si trovava alla guida dell’autovettura con il telefono
cellulare in mano era una donna.
L’imputato ricorrente deduce:
1. nullità della sentenza impugnata per mancata traduzione della stessa
nella lingua dell’imputata;
2. violazione di legge sull’affermazione di responsabilità; la dichiarazione di
cui all’imputazione non costituirebbe atto pubblico; non vi sarebbe prova
dell’intento dell’imputata di trarre in inganno l’organo accertatore, tenuto conto
della possibilità di incomprensioni linguistiche;
3. vizio motivazionale sulla ravvisabilità della causa di non punibilità della
particolare tenuità del fatto; sulla relativa richiesta della difesa non vi era
motivazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I motivi dedotti sull’eccezione di nullità della sentenza impugnata, per
mancata traduzione della stessa nella lingua dell’imputata, sono inammissibili.
Il ricorso è in primo luogo generico, in quanto dal tenore letterale dello
stesso non è per il vero dato comprendere se la sentenza, della quale si lamenta
la mancata traduzione, sia quella di primo grado o quella di appello. Ma le
censure della ricorrente sono in ogni caso manifestamente infondate laddove la
mancata traduzione della sentenza non determina nullità del successivo giudizio
di impugnazione, ma unicamente la decorrenza del termine per la proposizione
del gravame dal momento in cui la motivazione tradotta sia stata posta a
disposizione dell’imputato, integrando la traduzione una condizione di efficacia e
non di validità dell’atto (Sez. 2, n. 13697 del 11/03/2016, Zhou, Rv. 266444;
Sez. 3, n. 3859 del 18/11/2015, dep. 2016, Omaruyi, Rv. 266086; Sez. 1, n.
23608 del 11/02/2014, Wang, Rv. 259732). Nel caso di specie, l’avvenuta
impugnazione della sentenza di primo grado, come di quella di appello, esclude
la rilevanza della diversa decorrenza di cui sopra (Sez. 3, n. 41834 del
18/09/2015, Egbobawaye Festus, Rv. 265100); né la ricorrente indica il concreto
pregiudizio che l’omessa traduzione avrebbe determinato a questo punto, tanto
integrando ulteriore profilo di genericità del ricorso (Sez. 6, n. 45457 del
29/09/2015, Astorga, Rv. 265521).
2. Anche i motivi dedotti sull’affermazione di responsabilità dell’imputata
sono inammissibili.
Le censure relative alla configurabilità del reato sono manifestamente
infondate rispetto ai principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, per i
quali il delitto di cui all’art. 483 cod. pen. sussiste allorchè la dichiarazione del
privato sia trasfusa in un atto pubblico destinato a provare la verità dei fatti
attestati, il che avviene quando la legge obblighi il privato a dichiarare il vero
ricollegando specifici effetti al documento nel quale la dichiarazione è inserita dal
pubblico ufficiale ricevente (Sez. 5, n. 39215 del 04/06/2015, Cremonese, Rv.
264841; Sez. 5, n. 18279 del 02/04/2014, Scalici, Rv. 259883); tali essendo i
caratteri della situazione esaminata, nella quale la dichiarazione sull’identità del
conducente produce l’effetto di individuare il soggetto destinatario della sanzione
amministrativa concludendo correttamente il relativo procedimento (come si è
ritenuto per il caso similare della falsa dichiarazione di smarrimento della patente
di guida, costituente presupposto necessario per attivare la procedura di rilascio
del duplicato del documento, v. Sez. 6, n. 17381 del 08/03/2016, Catalano, Rv.
266740).
Il ricorso è altresì generico, oltre che articolato in valutazioni di merito, nella
denunciata carenza di prova sulla consapevolezza dell’imputata di trarre in inganno
l’ufficio accertatore, oggetto di ampia motivazione nella sentenza impugnata con
riguardo all’intento della Saulytiene di attribuire al padre la decurtazione dei
punti sulla patente, in conseguenza dell’infrazione, ed all’impossibilità di
ricondurre la vicenda ad un equivoco provocato da incomprensioni linguistiche, in
considerazione dello scambio verbale avvenuto fra la conducente del veicolo e il
verbalizzante il giorno del fatto, all’esito del quale la prima chiedeva
espressamente che la violazione non le venisse immediatamente contestata, così
consentendo la successiva dichiarazione.
3. Sono invece infondati i motivi dedotti sulla ravvisabilità della causa di non
punibilità della particolare tenuità del fatto.
La motivazione della sentenza impugnata non contiene per il vero un
esplicito riferimento in proposito. Dalla complessiva argomentazione della stessa
è tuttavia ricavabile un’implicita giustificazione del disconoscimento della causa
di non punibilità, in particolare nei richiami a fini sanzionatori alla gravità del
fatto, ai precedenti penali dell’imputata ed alla sfrontatezza dalla stessa mostrata
a fronte dell’accertamento di cui al verbale, nel quale si dava atto del sesso
femminile del conducente dell’autovettura; il che costituisce risposta adeguata
ad una richiesta difensiva, formulata nel corso delle conclusioni all’esito del
giudizio di appello, non riferita ad alcun elemento specifico, e riproposta nel
ricorso con il mero richiamo ai dati normativi della tenuità e dell’occasionalità del
fatto.
Il ricorso deve in conclusione essere rigettato, seguendone la condanna della
ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P. Q. M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 20/12/1990

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