Falsità In Atti – Cassazione Penale 12/07/2017 N° 34141

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 12/07/2017

Numero: 34141

Testo completo della Sentenza Falsità in atti – Cassazione penale 12/07/2017 n° 34141:

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SENTENZA n. 34141 del 12/7/2017

CORTE CASSAZIONE PENALE – Cassazione penale, sez. V,
falso in certificazione – specializzanda rilascia ricette con timbro e firma altro medico
Affiche’ sia configurabile un falso ideologico, è necessario che l’attestazione provenga dal suo autore apparente, sia cioè genuina, in quanto è irrilevante se sia veridico o meno un atto materialmente falso (Sez. 5, n. 5495 del 22/04/1997 – dep. 09/06/1997, Saetta, Rv. 20801501).
Orbene, occorre chiarire, per la migliore comprensione della vicenda processuale oggi sub iudice, che la falsità ideologica riguarda l’atto nel suo contenuto ideale il quale risulta così non veritiero, mentre quella materiale attiene alla realtà fenomenica del medesimo nel senso che fa apparire venuto ad esistenza un atto che non è mai stato formato.
Ne consegue che qualora le relative dichiarazioni provengano da persona diversa da quella che figura averle rese e sottoscritte sussiste soltanto la seconda ipotesi; in tale evenienza anche le attestazioni circa la presenza e l’attività del soggetto in realtà non comparso concorrono alla realizzazione della falsità materiale per cui esse non possono essere separatamente considerate quali integranti la falsità ideologica (così, anche Sez. 5, n. 3667 del 08/02/1999 Ud. (dep. 19/03/1999) Rv. 212949).

Ciò detto, osserva la Corte, come, sebbene nel caso di specie sia correttamente individuabile un falso materiale e non già quello ideologico oggetto di contestazione, la diversa qualificazione giuridica della fattispecie concreta, indiscutibilmente contestata in fatto, porterebbe alla conseguenza della riconducibilità delle condotte commesse dall’imputata nell’alveo applicativo dei diversi e più gravi reati di cui agli artt. 476 e 477 c.p., essendo, peraltro, non revocabile in dubbio la qualifica di pubblico ufficiale da riconoscersi, secondo la giurisprudenza di questa Corte di legittimità (Sez. 5^, sent. n. 16857/2011), al medico specializzando, con la conseguenza che l’imputata, oggi ricorrente, non avrebbe comunque interesse a questa diversa e più grave contestazione penale qualora si dovesse affermare la diversa qualificazione giuridica al fatto riportato nel capo di imputazione.

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1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Palermo, su ricorso del Procuratore generale presso la medesima Corte, ha integralmente riformato la sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale di Palermo in data 16.7.2014 nei confronti della predetta imputata, condannandola per il reato di cui all’art. 481 c.p., alla pena di Euro 500 di multa.
Avverso la predetta sentenza ricorre l’imputata, personalmente, affidando la sua impugnativa a ben quattro motivi di doglianza.

1.1 Denunzia la ricorrente, con il primo motivo, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b ed e, violazione di legge in relazione all’art. 481 c.p., e art. 192 c.p.p., nonchè vizio argomentativo della sentenza impugnata.
Deduce la parte ricorrente che mancherebbe, nel caso di specie, già il presupposto principale oggettivo nella condotta contestata, e cioè la immutatio veri del contenuto della certificazione, di talchè la condotta contestata nell’editto accusatorio non potrebbe essere invero ricondotta nel paradigma applicativo della norma di cui all’art. 481 c.p.; evidenzia infatti che il contenuto delle certificazioni indicate nel capo di imputazione non riportavano alcuna falsità in ordine ai dati in esse contenute, e cioè l’indicazione anagrafica dei pazienti, della decisione terapeutica adottata e della data della certificazione stessa, tutti elementi quest’ultimi rispondenti al vero, con la sola indicazione falsa della sottoscrizione dei certificati che apparentemente risultano firmati dal Dott. B., mentre gli stessi erano stati sottoscritti in modo apocrifo da ella ricorrente con la effige della sottoscrizione del predetto medico. Osserva la ricorrente che per la configurazione di un falso ideologico è necessario che l’attestazione provenga dal suo autore apparente, mentre nel caso di specie la certificazione, pur veritiera nel suo contenuto, proveniva da altro soggetto per quanto concerneva la sua sottoscrizione.

Contesta la ricorrente, inoltre, la natura di certificazione dei documenti così sottoscritti, giacchè in realtà essi contenevano solo le prescrizioni farmacologiche e terapeutiche del paziente che, al momento dei fatti risalenti al 2011, neanche componevano il contenuto della cartella clinica, come testimoniato dal teste R.A., quale direttore dell’unita oncologica del policlinico sulla base del decreto assessoriale alla salute del 4 ottobre 2012 che diversamente aveva previsto la formazione di una unica “scheda terapeutica” del paziente nella quale confluivano, per evitare errori nella somministrazione dei farmaci, anche le indicazioni terapeutiche e farmacologiche la cui indicazione, in realtà, prima del detto decreto, costituivano solo interna corporis dell’amministrazione, senza alcuna valenza probatoria esterna, essendo in realtà destinate solo alla trasmissione delle richieste dei farmaci alla farmacia interna al nosocomio; contesta, sul punto, anche un vizio di omessa motivazione, atteso che la Corte patermita, dopo aver probatoriamente valutate ed in chiave accusatoria le dichiarazioni del teste A., non aveva in alcun modo motivato l’omessa considerazione delle rilevanti dichiarazioni del teste R. che, per il ruolo apicale svolto nel nosocomio nel settore di competenza dell’odierna imputata (allora semplice specializzanda in medicina), avevano invece evidenziato la inidoneità dei menzionati documenti ad assurgere al ruolo e alla funzione di certificazione medica, come tale rilevante ai fini della integrazione del reato in esame.

1.2 Con il secondo motivo si denunzia, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b ed e, violazione di legge in relazione all’art. 2 c.p., e comunque vizio argomentativo. Sostiene la ricorrente che l’art. 481 c.p., era stato integrato da una norma extrapenale costituita dal predetto decreto assessoriale del 2012 le cui statuizioni avevano previsto, come detto, la formazione della scheda unica terapeutica e che pertanto, al più, solo con la vigenza di tale decreto le contestate falsificazioni potevano avere ad oggetto le certificazioni previste dalla norma di cui all’art. 481 c.p.; diversamente opinando, come erroneamente sostenuto dalla Corte distrettuale, non si sarebbe applicata la lex mitior, come previsto dall’art. 25 Cost., e dall’art. 2 c.p., commi 2, 3 e 4, giacchè sarebbe stata applicata retroattivamente la legge penale più severa, con violazione dei principi consacrati nelle norme da ultimo menzionate.

1.3 Con il terzo motivo si censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2, 42, 43 e 481 c.p., e dell’art. 7 Cedu, nonchè dell’art. 117 Cost., e comunque per vizio argomentativo.
Sostiene la parte ricorrente come, nel caso di specie, la Corte territoriale, nella sua contestata motivazione, aveva in realtà ritenuto l’elemento soggettivo del reato previsto dal più volte menzionato art. 481 c.p., in re ipsa, senza considerare, come invece correttamente spiegato dal giudice di prime cure nella sentenza liberatoria, che in realtà non si configura il reato in contestazione allorquando la falsificazione sia intervenuta per mera negligenza o leggerezza dell’agente, come avvenuto nel caso di specie ove ella ricorrente, come mera specializzanda, si era limitata a dar corso, con la sottoscrizione dei contestati certificati, ad una prassi ampiamente diffusa presso il nosocomio secondo la quale, con il consenso del medico la cui firma veniva apposta, erano gli specializzandi a compilare le prescrizione terapeutiche con la indicazione del farmaci, e ciò anche in ragione della mancanza di personale medico all’interno della struttura.
Contesta la ricorrente, inoltre ed in ordine alla configurazione dell’elemento soggettivo del reato da parte della Corte di appello, la violazione dell’art. 7 Cedu, così come interpretato dalla Corte dei diritti dell’uomo, e ciò nei termini dell’accessibilità e prevedibilità del divieto posto dalla norma penale, così come successivamente integrato dalla norma extra penale, sopra richiamata.
Sostiene la ricorrente che, secondo la detta giurisprudenza convenzionale, la integrazione dell’art. 481 c.p., nei termini della mera compilazione di una documentazione avente efficacia solo interna non era prevedibile da parte dell’agente e, dunque, l’interpretazione dell’elemento soggettivo fornito dalla Corte ricorsa sarebbe stridente con i principi affermati dal diritto convenzionale, recepito nell’ordinamento interno dall’art. 117 Cost..
1.4 Con il quarto motivo si censura la sentenza di condanna inflitta dalla Corte di Palermo per violazione dell’art. 49 c.p., sotto forma di mancata violazione del principio di offensività, e comunque per vizio argomentativo.
Osserva la ricorrente che, per come strutturata la condotta contestata, essa integrava al più un falso inutile, e ciò in ragione del fatto che la falsificazione cadeva su una certificazione non avente valenza probatoria, e dunque non rilevante sotto il profilo penalistico.

CONSIDERATO IN DIRITTO
2. Il ricorso è infondato.
2.1 Già il primo motivo di doglianza è infondato.
2.1.1 Censura la ricorrente la motivazione impugnata per l’erronea contestazione del reato di cui all’art. 481 c.p., in ragione del fatto che, per la integrazione del falso ideologico, occorre che la dichiarazione provenga dal suo autore apparente.

Effettivamente la giurisprudenza di questa Corte ha affermato, in subiecta materia, che, affinchè sia configurabile un falso ideologico, è necessario che l’attestazione provenga dal suo autore apparente, sia cioè genuina, in quanto è irrilevante se sia veridico o meno un atto materialmente falso (Sez. 5, n. 5495 del 22/04/1997 – dep. 09/06/1997, Saetta, Rv. 20801501).
Orbene, occorre chiarire, per la migliore comprensione della vicenda processuale oggi sub iudice, che la falsità ideologica riguarda l’atto nel suo contenuto ideale il quale risulta così non veritiero, mentre quella materiale attiene alla realtà fenomenica del medesimo nel senso che fa apparire venuto ad esistenza un atto che non è mai stato formato.
Ne consegue che qualora le relative dichiarazioni provengano da persona diversa da quella che figura averle rese e sottoscritte sussiste soltanto la seconda ipotesi; in tale evenienza anche le attestazioni circa la presenza e l’attività del soggetto in realtà non comparso concorrono alla realizzazione della falsità materiale per cui esse non possono essere separatamente considerate quali integranti la falsità ideologica (così, anche Sez. 5, n. 3667 del 08/02/1999 Ud. (dep. 19/03/1999) Rv. 212949).

Ciò detto, osserva la Corte, come, sebbene nel caso di specie sia correttamente individuabile un falso materiale e non già quello ideologico oggetto di contestazione, la diversa qualificazione giuridica della fattispecie concreta, indiscutibilmente contestata in fatto, porterebbe alla conseguenza della riconducibilità delle condotte commesse dall’imputata nell’alveo applicativo dei diversi e più gravi reati di cui agli artt. 476 e 477 c.p., essendo, peraltro, non revocabile in dubbio la qualifica di pubblico ufficiale da riconoscersi, secondo la giurisprudenza di questa Corte di legittimità (Sez. 5^, sent. n. 16857/2011), al medico specializzando, con la conseguenza che l’imputata, oggi ricorrente, non avrebbe comunque interesse a questa diversa e più grave contestazione penale qualora si dovesse affermare la diversa qualificazione giuridica al fatto riportato nel capo di imputazione.

Sul punto, giova anche precisare che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, qualora ritenga che al fatto addebitato debba essere data una definizione giuridica più grave, la Corte di cassazione non può, d’ufficio, nè procedere direttamente ad una riqualificazione dello stesso, stanti i limiti derivanti dalle pronunce della Corte di Strasburgo in relazione all’art. 6 CEDU, nè disporre l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata ai fini della contestazione agli imputati del reato più grave, poichè l’eventuale condanna comporterebbe la violazione del principio della “reformatio in peius”, per l’assenza d’impugnazione da parte del pubblico ministero (Sez. 2, n. 50659 del 18/11/2014 – dep. 03/12/2014, Fumarola e altro, Rv. 26169601; Sez. 6, Sentenza n. 3716 del 24/11/2015 Ud. (dep. 27/01/2016) Rv. 266953; cfr. anche sentenza Cedu 11 dicembre 2007, Drassich c. Italia).

Ne consegue che, anche a voler ritenere che il fatto storico riportato nel capo di imputazione integri con tutta evidenza una ipotesi di falsità materiale commessa da un pubblico ufficiale, non può farsi discendere da tale diversa qualificazione giuridica del fatto le conseguenze volute dalla ricorrente, e cioè un pronunciamento liberatorio da parte della Corte di legittimità.

2.1.2 Ma anche la ulteriore censura relativa alla non riconducibilità della documentazione a cui veniva apposta la sottoscrizione apocrifica nel paradigma della certificazione medica di cui al contestato art. 481 c.p., non è in alcun modo condivisibile, atteso che, in realtà, quella documentazione conteneva sia le diagnosi dei pazienti che le prescrizioni farmacologiche redatte dalla specializzanda per la cura dei pazienti dopo la visita di quest’ultimi, con la ulteriore conseguenza che in realtà la detta documentazione integrava giuridicamente e a tutti gli effetti il concetto di certificazione medica e a nulla valendo le ulteriori considerazioni, per quanto appresso si dirà, in ordine alla dedotta rilevanza penale delle condotte solo dopo la istituzione della cartella unita telematica con il sopra richiamato decreto assessoriale ed in ordine alla natura di interna corporis della detta documentazione.

E’ stato affermato in giurisprudenza che i certificati rilasciati da chi esercita un servizio di pubblica necessità, che non riproducano un fatto già rappresentato da altri documenti, presuppongono un’attività diretta di accertamento da parte di chi emette il certificato (Sez. 5, n. 2659 del 26/11/1981 – dep. 10/03/1982, FAINA, Rv. 15270501: nella specie è stato ritenuto che il certificato medico implichi necessariamente la visita del paziente da parte del sanitario che lo rilascia).
Deve aggiungersi che affinchè un documento proveniente da un medico possa effettivamente qualificarsi certificato medico, ai sensi e per gli effetti di cui allo art. 481 c.p., è necessario esaminare l’effettivo contenuto del documento stesso, al fine di stabilire se esso costituisca o meno una certificazione (Sez. 5, n. 1008 del 26/05/1969 – dep. 22/07/1969, SACCHITELLI, Rv. 11226901).
Alla luce delle sopra riportate considerarsi non può che concludersi per la natura certificativa della documentazione oggetto di contestazione penale.
3. Il secondo motivo di doglianza è invece manifestamente infondato.
3.1 L’inserimento o meno della detta documentazione nella cd. scheda unica telematica ovvero nella cartella clinica non riveste alcuna rilevanza giuridica ai fini che qui interessano, e ciò sulla base delle medesime considerazioni già raggiunte in relazione allo scrutinio del primo motivo di doglianza sollevato dal ricorrente.
Detto altrimenti, il contenuto evidentemente certificativo della documentazione oggetto di materiale falsificazione tramite l’apposizione della sottoscrizione apocrifa, giacchè – come detto – diretto a certificare le condizioni diagnostiche dei pazienti visitati dal medico specializzando e le prescrizioni teraupetiche tramite la indicazione della acconcia cura farmacologica, fa sì che risulti del tutto irrilevante la conservazione della predetta certificazione all’interno della cartella clinica o meno ovvero all’interno della nuova scheda unica telematica.
4. Se così è, allora risulta evidentemente infondato anche il terzo motivo di doglianza.
Invero, le censure in merito alla insussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato perdono di consistenza giuridica, come già correttamente rilevato dalla Corte patermita, se solo si considera che in realtà si tratta di fattispecie a dolo generico e che l’oggetto della condotta illecita è sicuramente una documentazione rientrante nel paradigma della certificazione medica, di talchè, come ulteriore corollario del ragionamento, non può certo sostenersi che la condotta consapevole della specializzanda di apporre una sottoscrizione falsa sulla detta documentazione, tramite l’effige della firma di altro medico, non comporti la rappresentazione del fatto e la volontà di compierlo da parte dell’agente, senza possibilità alcuna di ricondurre la condotta a mera negligenza o superficialità.
L’affermata natura di atti certificativi e non già di interna corporis della amministrazione sanitaria dei documenti oggetto di falsificazione materiale determina anche l’evidente infondatezza della censura avanzata in relazione all’art. 7 cedu, giacchè non può certo parlarsi, nel caso di specie, di non accessibilità e non prevedibilità del divieto contenuto nella norma incriminatrice.
5. Ne discende, sulla base delle superiori considerazioni, la sicura offensività della condotta contestata e la non configurabilità del dedotto falso inutile, con conseguente infondatezza anche del quarto motivo di doglianza.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 15 maggio 2017.
Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2017

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