Falsità In Atti – Cassazione Penale 08/05/2017 N° 22200

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 08/05/2017

Numero: 22200

Testo completo della Sentenza Falsità in atti – Cassazione penale 08/05/2017 n° 22200:

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Penale Sent. Sez. 5 Num. 22200 Anno 2017
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: RICCARDI GIUSEPPE
Data Udienza: 19/01/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE TRIBUNALE DI
FIRENZE
nei confronti di:
GALEISOLTANI SEVIL nato il 15/11/1982 a FIRENZE
ZANNINO GIULIO nato il 24/03/1953 a LOCRI
avverso la sentenza del 16/04/2015 del GIP TRIBUNALE di FIRENZE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 19/01/2017, la relazione svolta dal Consigliere
GIUSEPPE RICCARDI
Udito il Procuratore Generale in persona del GIOVANNI DI LEO

RITENUTO IN FATTO
1. Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Firenze ricorre per
cassazione avverso la sentenza emessa il 16/04/2015 dal Gip del Tribunale di
Firenze, con la quale, all’esito del giudizio abbreviato, assolveva Zannino Giulio e
Galeisoltani Sevil dal reato di cui all’art. 476, comma 2, cod. pen. contestato al
capo B, perché il fatto non sussiste, e dai reati di cui agli artt. 481-483 cod. pen.
e 19-21 I. 241/90 contestati alla sola Galeisoltani ai capi C e D, perché il fatto
non costituisce reato.
In particolare, il ricorso viene proposto limitatamente all’assoluzione per il
capo B, che riguarda la falsa attestazione, da parte del Notaio rogante
(Zannino), in concorso con le parti venditrici (Masi e Bruni) e con la parte
acquirente (Galeisoltani), nell’atto pubblico stipulato per la compravendita di un
fabbricato ubicato in Impruneta, oggetto di opere edili che avevano comportato il
cambio di destinazione d’uso di una loggia e di un magazzino, e l’ampliamento
planovolumetrico, che le opere realizzate in epoca successiva ai titoli legittimanti
non richiedessero provvedimenti abilitativi; circostanza non corrispondente al
vero, in quanto l’immobile era stato trasformato e modificato abusivamente in
data antecedente alla vendita, della quale erano a conoscenza tutte le parti.
Il ricorso deduce la violazione di legge in relazione agli artt. 476 e 479 cod.
pen., 44, lett. a) e b), d.P.R. 380/2001 e 2699 cod. civ.: la sentenza impugnata
assolve dal falso ideologico in relazione alla dichiarazione, omessa dalla parte
venditrice, in merito alla esistenza di difformità rilevanti sotto il profilo edilizio,
delle quali erano consapevoli tutte le parti, rilevando che l’immobile era stato
costruito prima del 01/09/1967, e che l’art. 46, comma 1, TUE sancisce la nullità
degli atti di trasferimento limitatamente agli edifici “la cui costruzione è iniziata
dopo il 17 marzo 1985”, che non contengano, per dichiarazione dell’alienante, gli
estremi del permesso di costruire o del permesso in sanatoria; nel caso di
specie, l’immobile è precedente al 17/03/1985, ma altresì al 01/09/1967; la
norma sull’incommerciabilità si applica, ai sensi dell’art. 46, comma 5 bis, TUE,
anche alle ristrutturazioni edilizie realizzate mediante d.i.a., qualora non siano
indicati gli estremi della stessa.
L’interpretazione della sentenza impugnata sarebbe errata, in quanto l’atto
pubblico fa piena prova della provenienza del documento dal pubblico ufficiale,
ma altresì delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale
attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti; la questione non concerne,
dunque, se l’art. 28 I. notarile vieti il rogito solo in caso di atti espressamente
proibiti per legge, ma se un atto pubblico possa omettere circostanze di cui tutte
le parti hanno consapevolezza e che, concordemente, stabiliscono
preordinatamente di non menzionare; aderire all’interpretazione sostenuta dalla
sentenza impugnata significherebbe obliterare la funzione di pubblico ufficiale del
notaio.
Nel caso in esame, la motivazione non avrebbe reso conto degli abusi
sull’immobile oggetto di compravendita, della necessità della sanatoria n.
519/2012 presentata dal tecnico Sarti, della falsità ideologica della sanatoria.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
2. Giova premettere che correttamente la sentenza impugnata ha
riqualificato il fatto contestato nel rato di falso ideologico, e non già materiale, in
atto pubblico.
È altresì pacificamente emerso che le parti venditrici, la parte acquirente ed
il Notaio rogante erano consapevoli della realizzazione di alcuni interventi edilizi
illegittimi, pur tuttavia non richiamati nell’atto di compravendita stipulato.
Al riguardo, va rammentato che il falso ideologico per omissione è integrato
dalla condotta che, incidendo sul significato di un enunciato dichiarativo o
constatativo, produca un’attestazione non conforme ai fatti; tuttavia, l’omissione
è configurabile soltanto se sussista un relativo obbligo giuridico di
rappresentazione di alcuni fatti, sicchè, in caso di omessa rappresentazione,
l’atto pubblico assuma il significato di attestazione della loro inesistenza (cd.
attestazione implicita) (in tal senso, Sez. 1, n. 46966 del 17/11/2004, Narducci,
Rv. 231183: “La falsità ideologica di un atto può derivare anche dall’omissione o
dalla incompletezza dei dati in esso illustrati, quando il contesto espositivo sia
tale che la parzialità dell’informazione si risolve nella mendace negazione
dell’esistenza di un fatto”).
Tanto premesso, la sentenza impugnata appare immune da censure.
Nel caso in esame, infatti, è stata esclusa l’applicabilità delle norme
sull’incommerciabilità degli atti traslativi aventi ad oggetto immobili abusivi,
trattandosi di immobile realizzato prima del 17 marzo 1985 (e, addirittura, del 1
settembre 1967, data di entrata in vigore della c.d. “legge-ponte”), dies a quo
per l’applicabilità dell’art. 46, comma 1, d.P.R. 380/2001, e di interventi edilizi
c.d. “minori”, non rientranti nelle previsioni di cui all’artt. 46, comma 5 bis (in
relazione all’art. 22, comma 3) d.P.R. 380/2001.
Non ricorrendo un’ipotesi di nullità dell’atto, pertanto, e sul presupposto che
l’art. 27 della I. 89 del 1913 (c.d. legge notarile) prevede che “Il notaro è
obbligato a prestare il suo ministero ogni volta che ne è richiesto”, è stato
affermato che il Notaio rogante non avesse il divieto di stipulare l’atto di
compravendita in oggetto, e non avesse neppure l’obbligo di dichiarare
l’esistenza degli interventi edilizi “minori” realizzati, in quanto non incidenti sul
regime di commerciabilità del bene.
L’art. 28 della legge notarile sancisce, infatti, che “Il notaro non può ricevere
atti (…) se essi sono espressamente proibiti dalla legge (…)”.
Sicchè, nel caso in esame, trattandosi di bene commerciabile, in quanto
costruito prima del marzo 1985 ed oggetto di interventi edilizi c.d. “minori”,
l’atto pubblico di compravendita non era “proibito dalla legge”, in quanto non
affetto dal vizio della nullità sancito dall’art. 46 d.P.R. 380/2001.
In tal senso si è, altresì, espressa la giurisprudenza civile di questa Corte,
secondo cui, in tema di responsabilità disciplinare dei notai, il divieto, imposto
dall’articolo 28 comma primo n. 1 della legge 16 febbraio 1913, n. 89,
sanzionato con la sospensione a norma dell’art. 138 comma secondo di ricevere
atti “espressamente proibiti dalla legge” attiene ad ogni vizio che dia luogo ad
una nullità assoluta dell’atto, con esclusione, quindi, dei vizi che comportano
l’annullabilità o l’inefficacia dell’atto (ovvero la stessa nullità relativa) ed è
sufficiente che la nullità risulti in modo inequivoco (Cass. Civ., Sez. 3, n. 11128
del 11/11/1997, Rv. 509864)
Del resto, lo stesso art. 2700 c.c., richiamato dal ricorrente, nel delimitare il
regime di efficacia dell’atto pubblico, sancisce che questo “fa piena prova, fino a
querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha
formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico
ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti”.
Ebbene, oltre alla prova della provenienza del documento, l’efficacia
probatoria dell’atto pubblico si estende alle dichiarazioni e ai fatti avvenuti in
presenza del pubblico ufficiale; ma tale efficacia riguarda soltanto le dichiarazioni
e i fatti rilevanti ai fini della formazione dell’atto pubblico.
In altri termini, l’omessa esposizione di un fatto assume il significato della
negazione della sua esistenza soltanto quando la sua rilevanza ne avrebbe
imposto la manifestazione; al contrario, non ricorre la c.d. attestazione implicita,
allorquando, come nel caso di specie, non sussista l’obbligo di attestare la
realizzazione di interventi edilizi c.d. “minori”, in quanto insuscettibili di
determinare la nullità dell’atto traslativo, per l’epoca della costruzione
dell’immobile e per la consistenza delle opere realizzate.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma il 19/01/2017

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