Falsità In Atti – Cassazione Penale 02/02/2017 N° 4951

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione II

Data: 02/02/2017

Numero: 4951

Testo completo della Sentenza Falsità in atti – Cassazione penale 02/02/2017 n° 4951:

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Penale Sent. Sez. 2 Num. 4951 Anno 2017
Presidente: FUMU GIACOMO
Relatore: ALMA MARCO MARIA
Data Udienza: 17/01/2017

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Kunst Daniela, nata a Denia (Spagna) il 14/11/1957
avverso la sentenza del 03/06/2015 della Corte di Appello di Trento;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Marco Maria Alma;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Franca
Zacco, che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio della sentenza
impugnata in relazione all’art. 485 cod. pen. per essere il fatto non previsto dalla
legge come reato con conseguente rideterminazione della pena e la declaratoria
di inammissibilità del ricorso nel resto;
udito il difensore dell’imputata, avv. Fausto Biagio Giunta, che ha concluso
chiedendo l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 3 giugno 2015 la Corte di Appello di Trento ha
confermato la sentenza del Tribunale di Trento in data 10 giugno 2013 che aveva
dichiarato Daniela Kunst colpevole dei reati di tentata truffa (artt. 56, 640 cod.
pen.) e di uso di atto falso (artt. 485, 489 cod. pen.) e, riconosciute alla stessa
le circostanze attenuanti generiche, la condannava a pena ritenuta di giustizia
con i doppi benefici di legge. I fatti-reato in contestazione risultano contestati
come consumati in data 30 novembre 2009.
In estrema sintesi, si contesta all’imputata, in concorso con altre persone
rimaste ignote, di avere utilizzato artifizi e raggiri (consistiti nel fare uso di una
scrittura privata relativa ad una richiesta di inserzione sul Registro Italiano
Internet con firma falsa del notaio Reina e dell’impronta contraffatta del suo
timbro) al fine di procurarsi l’ingiusto profitto consistente nella richiesta di saldo
di una fattura dell’importo di euro 958,00.
2. Ricorre per Cassazione avverso la predetta sentenza il difensore
dell’imputata, deducendo:
2.1. Violazione di legge ex art. 606, lett. b), cod. proc. pen. con riferimento
alla genericità del capo di imputazione ed alla prova del concorso di persone nel
reato contestato.
Si duole, innanzitutto, la difesa della ricorrente della genericità del capo di
imputazione atteso che nello stesso è contestato il concorso dell’imputata con
soggetti rimasti ignoti dei quali non è dato conoscere il numero, il ruolo, le
condotte ed il movente, situazione questa che asseritamente avrebbe creato un
vulnus all’esercizio del diritto di difesa.
Nel secondo profilo dello stesso motivo di ricorso la doglianza investe,
invece, la problematica del concorso morale contestato all’imputata, legale
rappresentante di una società tedesca che non si occupa del recupero dei crediti
della società cui è addetto un apposito ufficio.
Il processo ha accertato che la Kunst non è l’autrice dell’asserito falso e non
vi è prova che la stessa sia mai venuta in contatto con lo studio del notaio Reina
e che sia altrimenti venuta in possesso della sigla e del timbro del notaio, con la
conseguenza che la prova della colpevolezza dell’imputata è stata fondata
esclusivamente sulla prova logico-peritale della falsificazione e sull’asserita
esistenza di un movente. Sarebbe, quindi, stata operata nella sentenza
impugnata una illegittima inversione dell’onere probatorio non essendovi
oltretutto prova del concorso morale della ricorrente nell’azione di un
fantomatico concorrente e non potendo fondarsi l’affermazione della penale
responsabilità della stessa sull’esistenza meramente ipotizzata di un movente e
tantomeno su di una responsabilità presunta da posizione.
2.2. Violazioni di legge e vizi di motivazione ex art. 606, comma 1, lett. c),
d) ed e), cod. proc. pen. per errato utilizzo della nozione di fatto notorio,
travisamento della prova, omessa valutazione delle prove prodotte dalla difesa e
generale illogicità della motivazione risultante dalla corretta lettura degli atti
processuali.
Sotto un primo profilo, parte ricorrente si duole del fatto che il Giudice di
primo grado avrebbe compiuto una iliegittima attività inquisitoria al di fuori del
contraddittorio delle parti effettuando in camera di consiglio una navigazione in
Internet che l’avrebbe portato ad accertare che la società DAD (della quale
l’imputata è legale rappresentante) pur essendo apparentemente dedita a fornire
servizi di natura commerciale e di promozione pubblicitaria di attività
imprenditoriali, in realtà perseguiva l’unica finalità di ottenere con modalità
illecite l’insorgenza di crediti a suo favore ed a carico di professionisti senza la
controprestazione di alcun servizio. Erroneamente, poi, le informazioni così
acquisite sarebbero state qualificate come “fatto notorio”.
Sotto un secondo profilo – sostiene sempre la difesa della ricorrente – i
Giudici di merito avrebbero travisato il contenuto delle informazioni reperite a
mezzo Internet, non risultando dalle stesse che la società DAD operava falsi
servizi o che abbia tenuto le medesime condotte per le quali è processo.
Sotto un terzo profilo, poi, si segnala che i Giudici del merito avrebbero
omesso di prendere in considerazione gli argomenti e le produzioni documentali
difensive che dimostravano che il servizio prestato al notaio Reina era tutt’altro
che inesistente, che alcuni dei procedimenti intentati per truffa contro i legali
rappresentati della DAD erano stati archiviati e che, comunque, le modalità
truffaldine contestate erano diverse rispetto a quelle oggetto del presente
procedimento.
2.3. Violazioni di legge e vizi di motivazione ex art. 606, comma 1, lett. c)
ed e), cod. proc. pen. in relazione ai principi che governano i dubbi sulla
responsabilità, l’acquisizione della prova scientifica, delle scritture comparative,
all’esclusione del contraddittorio con il consulente tecnico della difesa nel corso
delle operazioni peritali, al ricorso alla verbalizzazione riassuntiva per l’esame dei
consulenti ed all’omessa verbalizzazione dei contenuti dell’esame del consulente
di parte; inoltre travisamento della prova e, più in generale, illogicità, apparenza
e contraddittorietà della motivazione al riguardo.
Rileva, innanzitutto, la difesa della ricorrente che la grafologia non è una
scienza certa e che il Giudice deve valutarla secondo i criteri della prova
scientifica.
Inoltre, nel caso in esame sarebbero riscontrabili vizi nella formulazione del
quesito e nel conferimento dell’incarico peritale e, al riguardo, non sarebbe stato
consentito alla difesa di formulare domande volte a ricostruire l’esperienza
professionale ed il tipo di formazione del perito.
Sarebbero, inoltre, riscontrabili vizi nello svolgimento delle operazioni
peritali di acquisizione delle scritture comparative che avrebbero avuto una
durata irragionevolmente breve che avrebbe penalizzato la raccolta di scritture
comparative mentre la maggior parte del tempo sarebbe stata utilizzata per il
compimento del saggio grafico.
A ciò si aggiunge, sempre secondo la difesa della ricorrente, che:
a) il perito avrebbe illegittimamente ed immotivatamente rifiutato di acquisire e
valutare scritture comparative sicuramente autentiche indicate dal consulente
tecnico di parte;
b) il perito si sarebbe rifiutato di eseguire un nuovo accesso presso lo studio del
notaio per ricercare e acquisire sigle ulteriori più simili a quella in verifica
osservate dal consulente di parte e verosimilmente esistenti;
c) vi sarebbe stata una erronea percezione del saggio grafico rilasciato dal notaio
Reina;
d) vi sarebbe stato un erroneo utilizzo delle scritture comparative essendosi dato
maggior peso al saggio grafico ed alle firme per esteso piuttosto che alle sigle
comparative aventi maggior somiglianza con quella in verifica;
e) la perizia sarebbe stata compiuta in violazione dell’art. 230 cod. proc. pen. e
della metodologia raccomandata e ciò in modo completamente impermeabile a
qualsivoglia sollecitazione proveniente dal consulente di parte;
f) sarebbero state compiute violazioni del metodo di indagini grafologico (di cui a
pag. 16 del ricorso);
g) sarebbero riscontrabili vizi nello svolgimento dell’esame del perito e del
consulente non essendo stato dato tempo idoneo al perito per leggere e
comprendere le controdeduzioni del consulente di parte e, inoltre, non sarebbe
stata disposta la trascrizione delle dichiarazioni del consulente di parte delle quali
si sarebbe pertanto persa traccia nell’ulteriore grado di giudizio;
h) sarebbe stata operata una irragionevole sopravvalutazione delle repliche del
perito;
i) la Corte di appello sarebbe incorsa in illogicità e travisamenti nelle
considerazioni di tipo grafologico riguardanti l’abbondanza quantitativa delle
scritture comparative nel rispetto del contraddittorio, si sarebbe lasciata sedurre
dal fallace argomento dell'”ictu oculi” improvvisandosi come esperta della
materia e ritenendo erroneamente che la tipologia del supporto cartaceo, la
forza, decisione e rapidità della manovra manuale possono influenzare la
marcatura di un timbro, giungendo a conclusioni non basate su riferimenti né
tecnici, né esperenziali.
2.4. Violazione di legge e vizi di motivazione ex art. 606, comma 1, lett. c)
ed e), cod. proc. pen. in materia di valutazione della prova testimoniale che
sarebbe stata travisata e non adeguatamente valutata e, più in generale,
illogicità della motivazione per contrasto con elementi di prova in atti.
Secondo la difesa del ricorrente la Corte di appello avrebbe erroneamente
affermato una sorta di intangibilità alle dichiarazioni della persona offesa la quale
ha escluso con estrema sicurezza di avere apposto la firma oggetto di esame,
ben essendo possibile che il notaio si sia, anche solo in buona fede,
semplicemente dimenticato di avere apposto la sottoscrizione contestata.
Sarebbe, inoltre, stata trascurata dalla Corte di appello la rilevante
testimonianza del teste Roberto Rossi dalla quale emergerebbe che il notaio non
ha mai disconosciuto in sua presenza la sigla contestata.
A ciò si aggiunge il fatto che non è corretto sostenere che il timbro
individuale del notaio Reina non era più in uso allo stesso all’epoca dei fatti,
risultando documentato il contrario.
Errate sarebbero, infine, le considerazioni che fondano la credibilità della
persona offesa sull’asserita assenza di un interesse nel processo e di motivi di
inimicizia con l’imputata oltre che dal deterrente di un’imputazione per calunnia.
2.5. Vizi di motivazione della sentenza impugnata anche per travisamento di
prove in atti.
Rileva al riguardo la difesa della ricorrente che contrariamente a quanto
asserito dalla Corte di appello:
a) appare verosimile che il modulo contenente l’offerta dalla DAD sia
effettivamente pervenuto allo studio notarile;
b) vi è prova che il modulo è stato rispedito alla DAD (la Corte avrebbe travisato
le dichiarazioni testimoniali sul punto dell’Isp. Grossi);
c) le rilevate erroneità delle indicazioni contenute nel modulo d’ordine non
tengono conto del momento della compilazione dello stesso che è rimasto ignoto.
2.6. Illegittimità della determinazione della pena in quanto, sebbene
sollecitata sul punto, la Corte di appello non ha precisato se la pena base di sei
mesi, applicata all’imputata per il reato ritenuto più grave , sia al netto o al lordo
della riduzione di un terzo prevista dall’art. 489 cod. pen. e, in ogni caso,
contrariamente a quanto affermato dai Giudici distrettuali la pena non sarebbe
stata applicata nel minimo edittale nonostante la modestissima offensività della
condotta.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo di ricorso nel quale si eccepiscono la genericità del capo
di imputazione ed il difetto di prova del concorso di persone nel reato contestato
è fondato nei limiti nei quali si dirà nel prosieguo.
Va detto subito che il capo di imputazione è tutt’altro che generico e dà
perfettamente atto della condotta attribuita all’imputata in eventuale concorso
con persone non identificate. Nessun vizio dell’imputazione è, poi, ravvisabile nel
fatto che sia stato contestato all’imputata un concorso con ignoti e ciò non è ex
se elemento idoneo a creare alcun pregiudizio all’esercizio del diritto di difesa
essendo stata data all’imputata, nel quadro dell’imputazione formalizzato
dall’Accusa, la possibilità di fornire ogni elemento volto a dimostrare che
nonostante il ruolo rivestito nell’azienda da lei rappresentata altri ben avrebbero
potuto agire a sua insaputa e poi beneficiare dell’eventuale provento dell’azione
truffaldina.
Del resto non perché uno o più degli autori di un’azione delittuosa sono
rimasti ignoti per ciò solo un soggetto non sarebbe punibile a titolo di concorso
nel reato.
Se quanto detto rende infondata la doglianza relativa alle modalità di
formulazione del capo di imputazione, deve però essere anche evidenziato che la
Corte di appello ha ritenuto di fondare la responsabilità concorsuale dell’odierna
ricorrente sul fatto emerso incontestatamente dagli atti che la Kunst era il legale
rappresentante della società che aveva posto in essere il tentativo di truffa, era
colei che aveva sottoscritto di persona la proposta contrattuale nonché la
beneficiaria finale del buon esito della condotta delittuosa, il che – secondo i
Giudici distrettuali – farebbe apparire del tutto inverosimile che un suo preposto
o dipendente, senza il suo consenso ed a sua insaputa, abbia assunto l’iniziativa
di falsificare il formulario di ordinazione e, quindi, lo abbia utilizzato per finalità
truffaldine.
Il ragionamento della Corte di appello, in sé non certo illogico, non appare
tuttavia idoneo a superare il principio del “oltre ogni ragionevole dubbio”
necessario fondamento per ogni affermazione di responsabilità.
Infatti, anche a voler ritenere per mera ipotesi che la società DAD – della
quale l’imputata è legale rappresentante – sia dedita al compimento di attività
truffaldine del tipo di quella qui in esame (assunto peraltro tutt’altro che
dimostrato nel caso che ci occupa) la situazione descritta dai Giudici di merito
porterebbe ad ipotizzare il compimento di attività illecite di natura seriale il che
contrasta con un’azione caratterizzata da indubbi elementi che la rendono assai
“personalizzata”: appare logicamente inspiegabile (e comunque non è stato
spiegato nella sentenza impugnata) che per il compimento di una truffa che,
come detto, si ipotizza inserirsi in una attività seriale – gli autori dell’azione
abbiano proceduto non solo ad individuare la vittima (elemento questo piuttosto
semplice), ma si siano addirittura procurati l’immagine del timbro della stessa
provvedendo poi a realizzarne una copia.
In sostanza, manca nella sentenza impugnata lo scrutinio dei profili che
rendano “individualizzante” il rapporto tra l’imputata e la persona offesa o
comunque il rapporto tra un eventuale soggetto terzo (concorrente con
l’imputata e comunque in grado di procurarsi tutti gli elementi e le informazioni
necessari al perfezionamento dell’azione delittuosa) e l’odierna ricorrente.
Non può bastare, pertanto, proprio per la specificità che caratterizza la
vicenda truffaldina in esame, limitarsi ad affermare – come hanno fatto i Giudici
del merito – la responsabilità dell’imputata solo in relazione alla “posizione”
occupata dalla stessa nella struttura societaria della DAD e ad un potenziale
interesse evidentemente di natura economica alla consumazione del fatto-reato,
il tutto senza neppure un’analisi delle precise modalità operative dell’azienda
stessa e dei rapporti tra l’imputata ed i dipendenti della società addetti al
compimento delle attività esecutive di predisposizione e di gestione dei contratti
relativi ai servizi asseritamente prestati.
La carenza motivazione sul punto della sentenza impugnata ne impone
l’annullamento con rinvio alla Corte di appello di Trento, Sezione distaccata di
Bolzano (individuata ex art. 623, comma 1, lett. c, cod. proc. pen.) per i
necessari approfondimenti ed un conseguente nuovo giudizio sul punto.
2. Se già quanto detto appare assorbente in relazione agli ulteriori profili di
ricorso, è comunque doveroso occuparci anche degli stessi al fine di ben
delineare il quadro e la soluzione delle ulteriori questioni sollevate.
Privo di fondamento ed anche di rilevanza è, infatti, il secondo motivo di
ricorso.
Va detto subito che ha pienamente ragione la difesa della ricorrente
allorquando afferma che il Giudice di prima cura avrebbe posto in essere
un’illegittima attività istruttoria al di fuori del contraddittorio tra le parti e, più in
generale, del sistema processuale cimentandosi in camera di consiglio in ricerche
a mezzo internet di informazioni relative alla società DAD, poi giustificando
l’utilizzo di tali informazioni come “fatto notorio”.
Pacifico è, infatti, che il “fatto notorio” è quello che non richiede, pure in
tema di valutazione indiziaria, la verifica del “probandum”, qualificandosi come
tale ogni dato che può essere facilmente asseribile perché corrispondente a
cognizioni comuni, storiche o “de rerum natura” (Sez. 6, n. 4401 del
16/11/1994, dep. 1995, Merola, Rv. 200665), quindi, sostanzialmente, un fatto
acquisito alle conoscenze della collettività con tale grado di certezza da apparire
incontestabile. Certo è però che – anche indipendentemente dalla prova circa la
verità o meno delle informazioni sulla società DAD ricavabili attraverso ricerche
in internet – il fatto stesso che siano state necessarie ricerche per acquisire
quelle informazioni rende ipso facto evidente che non si trattava certo di un fatto
notorio. La circostanza che attraverso il ricorso ai moderni strumenti informatici
un’informazione sia agevolmente accessibile ad una vasta platea di soggetti non
rende di per sé “notoria” l’informazione secondo le caratteristiche sopra indicate.
Fuor di dubbio è, poi, il fatto che il Giudice non può raccogliere ed utilizzare
prove da lui acquisite al di fuori del contraddittorio delle parti.
Non sfugge, tuttavia, la circostanza che la Corte di appello nella sentenza
impugnata non ha fatto alcun uso, al fine di confermare la penale responsabilità
dell’imputata, delle informazioni de quibus.
Dalla semplice verifica del testo della sentenza della Corte di appello, si
evince, infatti, che i Giudici distrettuali si sono semplicemente limitati a
descrivere le emergenze della sentenza di primo grado sula base delle quali il
Tribunale era addivenuto all’affermazione della penale responsabilità della Kunst
(pag. 3), ma allorquando sono addivenuti alla propria decisione (pag. 7 e segg.)
non hanno più fatto menzione dell’elemento in contestazione così di fatto
escludendone qualsivoglia rilevanza.
Le informazioni contestate non sono quindi in concreto state utilizzate dalla
Corte di appello il che pertanto rende priva di concreta rilevanza la contestazione
difensiva sul punto.
3. Privo di fondamento in tutti i suoi profili è, altresì, il terzo motivo di
ricorso.
Ritiene il Collegio che nessuno dei vizi che la difesa della ricorrente ha
ritenuto di rilevare nello svolgimento dell’accertamento peritale sia tale da
configurare una nullità della sentenza impugnata.
Infatti, indipendentemente, dall’esito dell’accertamento peritale, dalla
metodologia operativa (ivi compresa la scelta e l’individuazione delle scritture
comparative) e scientifica che il perito ha ritenuto di utilizzare, dalle scelte di
modalità di verbalizzazione dell’esame dei consulenti e, più in generale, delle
diverse tesi esistenti sul reale valore come prova scientifica delle perizie
grafologiche, va detto che risulta documentalmente provato coma la difesa
dell’imputata – attraverso anche l’operato dei propri consulenti tecnici – è stata
posta in grado di difendersi e di confutare ogni profilo degli esiti della perizia
(cosa che, del resto, ha fatto anche in questa sede).
Nessun violazione del diritto di difesa è, pertanto, rilevabile nel caso in
esame e nessun altra violazione di legge (ovviamente tale da comportare una
delle nullità od inutilizzabilità tassativamente previste dal sistema processuale) è
ravvisabile nell’iter procedurale per la formazione della prova e delle controprove
in esame.
Per il resto non si può non rilevare che la Corte di appello risulta avere preso
in considerazione anche gli elementi indicati dalla difesa e dai suoi consulenti, e,
attraverso il legittimo esercizio dei poteri discrezionali che le competevano (che
non sono certo sindacabili in sede di legittimità) ha operato le proprie valutazioni
congruamente motivandole.
Inoltre detta motivazione, non è certo apparente, né “manifestamente”
illogica e tantomeno contraddittoria o contrastante con le emergenze
processuali.
Come è noto «in tema di perizia grafologica, la presenza di pareri
discordanti impone al giudice, tenuto conto che un tale accertamento è
fortemente condizionato dalla valutazione soggettiva del suo autore piuttosto che
da leggi scientifiche universali, di fornire autonoma, accurata e rigorosa
giustificazione delle ragioni di adesione all’una piuttosto che all’altra valutazione»
(Sez. 5, n. 23613 del 09/05/2012, Presicce, Rv. 252904) ed a tale onere la Corte
di appello non risulta essersi sottratta.
Per contro deve osservarsi che parte ricorrente, sotto il profilo del vizio di
motivazione e delle asseritamente connesse violazioni di legge nella valutazione
del materiale probatorio, tenta in realtà – ed inammissibilmente – di sottoporre a
questa Corte di legittimità un nuovo giudizio di merito di fatti richiedendo anche
una rivalutazione degli esiti degli accertamenti tecnici.
Al Giudice di legittimità è tuttavia preclusa – in sede di controllo della
motivazione – la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e
valutazione dei fatti e del relativo compendio probatorio, preferiti a quelli adottati
dal giudice del merito perché ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una
migliore capacità esplicativa. Tale modo di procedere trasformerebbe, infatti, la
Corte nell’ennesimo giudice del fatto, mentre questa Corte Suprema, anche nel
quadro della nuova disciplina introdotta legge 20 febbraio 2006 n. 46, è – e resta
– giudice della motivazione.
In sostanza, in tema di motivi di ricorso per cassazione, non sono deducibili
censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua
manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio
ignorato quando esistente, o affermato quando mancante), su aspetti essenziali
ad imporre diversa conclusione del processo; per cui sono inammissibili tutte le
doglianze che “attaccano” la persuasività, l’inadeguatezza, la mancanza di rigore
o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che
sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle
diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti
sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza
probatoria del singolo elemento (Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015, Rv. 262965).
4. Non fondato è anche il quarto motivo di ricorso.
La Corte di appello risulta avere congruamente e logicamente motivato in
relazione alle ragioni per le quali ha ritenuto di valutare positivamente la
credibilità della persona offesa dal reato.
Sul punto appare sufficiente ricordare che questa Corte di legittimità ha già
avuto modo di chiarire che «in tema di prove, la valutazione della credibilità della
persona offesa dal reato rappresenta una questione di fatto che, come tale, non
può essere rivalutata in sede di legittimità, salvo che il giudice sia incorso in
manifeste contraddizioni» (Sez. 2, n. 41505 del 24/09/2013, Terrusa, Rv.
257241) il che certamente non è avvenuto nel caso in esame.
Non risulta, poi, ravvisabile un travisamento della prova od anche solo una
mera omissione di corretta valutazione della stessa con riguardo al fatto che il
teste Roberto Rossi avrebbe affermato che il notaio Reina non ha mai
disconosciuto in sua presenza la sigla contestata.
In realtà così non è, atteso che nel momento in cui – come si è peraltro
correttamente dato atto a pag. 22 del ricorso che qui ci occupa – il notaio Reina
si è lamentato con il proprio collaboratore affermando “Cos’è sta roba? Cioè io
non ho ordinato niente …” lo stesso ha di fatto disconosciuto di avere sottoscritto
qualsivoglia ordinativo per la prestazione di servizi da parte della DAD.
Parte ricorrente alla luce di ciò tenta di accreditare la tesi alternativa
secondo la quale il notaio potrebbe avere distrattamente firmato un atto
sottopostogli dal suo collaboratore e, poi, essersi semplicemente dimenticato di
avere apposto tale sottoscrizione ma, in materia di ricorso per Cassazione,
perché sia ravvisabile la manifesta illogicità della motivazione considerata
dall’art. 606 primo comma lett. e) cod. proc. pen., la ricostruzione contrastante
con il procedimento argomentativo del giudice, deve essere inconfutabile, ovvia,
e non rappresentare soltanto una ipotesi alternativa a quella ritenuta in sentenza
(cfr.. con riferimento a massime di esperienza alternative, Sez. 1, n. 13528 del
11/11/1998, Maniscalco, Rv. 212054) dovendo il dubbio sulla corretta
ricostruzione del fatto-reato nei suoi elementi oggettivo e soggettivo fare
riferimento ad elementi sostenibili, cioè desunti dai dati acquisiti al processo (e
tali non possono certo ritenersi le dichiarazioni sul punto del teste Rossi), e non
ad elementi meramente ipotetici o congetturali seppure plausibili (Sez. 4, n.
22257 del 25/03/2014, Guernelli, Rv. 259204; Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014,
Rv. 260409).
Infine, anche con riguardo alle questioni legate all’uso del timbro del notaio
Reina la sentenza impugnata – ma ancor prima di essa la sentenza del Tribunale
– hanno fornito al riguardo spiegazioni congrue e logiche in una “doppia
conforme” anche sotto questo profilo intangibile.
5. L’infondatezza investe, inoltre, anche il quinto profilo di ricorso.
Ritiene il Collegio che nessun travisamento della prova sia ravvisabile nelle
dichiarazioni del teste Isp. Grossi e che la difesa della ricorrente di fatto operi
una interpretazione “forzata” (oltre che unilateralmente orientata) delle
dichiarazioni del predetto teste.
L’Isp. Grossi ha, infatti, reiteratamente affermato che gli unici accertamenti
che erano stati compiuti riguardavano il fatto che una busta aveva viaggiato
dall’Italia verso la Germania previo transito attraverso una casella postale di Lodi
ed ha chiarito – come appare ovvio – che sul contenuto del plico nulla era
possibile affermare.
Solo a fronte di una domanda difensiva – che però deve essere
inevitabilmente contestualizzata e non certo estrapolata in una affermazione
vagante nell’etere – il predetto testimone ha affermato che “dagli atti” (non è
dato neppure sapere da quali) si evince che il contenuto della busta “sarebbe” (si
noti il condizionale) consistito nel modulo precompilato di adesione al contratto.
Trattasi di un’affermazione palesemente vaga (rispetto alle affermazioni
lapidarie precedentemente rese), che si pone in contrasto anche con la semplice
logica (non si vede infatti sulla base di quali elementi si possa affermare che
quella busta potesse contenere non solo un contratto ma proprio il contratto
sottoscritto dalla persona offesa) e che non assume certo i caratteri della
decisività e ciò anche a prescindere dal rilievo che con riguardo alla valutazione
sul punto ci si trova dinanzi ad una c.d. “doppia conforme” e cioè doppia
pronuncia di eguale segno per cui il vizio di travisamento della prova può essere
rilevato in sede di legittimità solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con
specifica deduzione) che l’argomento probatorio asseritamente travisato è stato
per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione della motivazione del
provvedimento di secondo grado il che non è avvenuto.
Per il resto anche sul punto le decisioni dei Giudici di merito risultano
congruamente e logicamente motivate con riguardo ai tempi ed alla modalità di
possibile compilazione del modulo contrattuale (oltre che con riguardo ai
tutt’altro che irrilevanti errori contenuti nello stesso).
6. L’esame del sesto motivo di ricorso relativo al trattamento sanzionatorio
non è necessario alla luce dell’evidenziata necessità di procedere
all’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.
7. Rimane in questa sede solo da dire dell’ulteriore reato per il quale è
intervenuta pronuncia di condanna.
Dalla lettura del capo di imputazione contenuto nella sentenza impugnata
emerge una contestazione alternativa con riguardo ai riferimenti normativi (485
“o” 489 cod. pen.) anche se poi dal testo dell’imputazione stessa e dalla
sentenza di primo grado risulta chiarito che all’odierna ricorrente si contesta di
aver fatto “uso” di una scrittura privata con firma falsa (condotta per la quale è
intervenuta quindi la condanna).
Ora, come è noto, il D.Igs. 7/2016 ha abrogato il reato di falso in scrittura
privata di cui all’art. 485 cod. pen. nonché ha cancellato il secondo comma
dell’art. 489 cod. pen. che così recitava “Qualora si tratti di scritture private chi
commette il fatto è punibile soltanto se ha agito al fine di procurare a sé o ad
altri un vantaggio o di recare ad altri un danno”, con la conseguenza che il testo
vigente della norma di cui all’art. 489 cod. pen. è rimasto il seguente: “Chiunque
senza essere concorso nella falsità, fa uso di un atto falso soggiace alle pene
stabilite negli articoli precedenti, ridotte di un terzo”.
Ritiene il Collegio che è del tutto evidente dal contesto normativo sopra
richiamato che anche l’uso di scrittura privata falsa non è più previsto dalla legge
come reato.
Ciò è desumibile:
a) dal fatto che mentre il secondo comma dell’art. 489 cod. pen. faceva espresso
richiamo alle “scritture private” il testo normativo oggi vigente fa un più generico
riferimento all’atto falso”;
b) dal fatto che nel concetto come detto più generico di “atto falso” non possono
più essere ricomprese le “scritture private” sia per espressa eliminazione della
parte della norma che le riguardava, sia per il fatto che la norma stessa prevede
un trattamento sanzionatorio (“soggiace alle pene stabilite dagli articoli
precedenti ridotte di un terzo”) che è venuto meno attraverso l’abrogazione
dell’art. 485 cod. pen. così facendo perdere il parametro normativo di
riferimento;
c) dal fatto che sarebbe a dir poco illogico (se non addirittura incostituzionale)
che il Legislatore abbia stabilito che non è più reato falsificare una scrittura
privata mentre continuerebbe ad esserlo la condotta – indubbiamente meno
grave – del fare uso della scrittura falsa;
d) dal fatto che mentre secondo il testo dell’art. 489 cod. pen. vigente all’epoca
delle condotte qui in esame il Legislatore aveva richiesto per la punibilità dell’uso
della scrittura privata falsa un elemento ulteriore – il dolo specifico (il “fine di
procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno”) –
attualmente l’uso della scrittura privata falsa sarebbe punibile a mero titolo di
“dolo generico” così addirittura estendendo in fatto le ipotesi di punibilità dell’uso
di tale scrittura.
Da quanto detto è pertanto chiaro che l’unica lettura possibile e
costituzionalmente orientata del contesto normativo sopra descritto nel quale il
Legislatore aveva in origine deciso di ben differenziare l’ipotesi specifica dell’uso
della “scrittura privata” falsa rispetto a quella più generica dell’uso di un “atto
falso” ed ha, con l’intervento operato con il D.Igs. 7/2016, addirittura eleminato
ogni riferimento alla “scrittura privata” è quella di ritenere che anche l’uso di
scrittura privata falsa oggi non è più previsto dalla legge come reato.
Ciò impone l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata
limitatamente al reato di falso perché il fatto non è (più) previsto dalla legge
come reato.

P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di falso
perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.
Annulla nel resto con rinvio la sentenza impugnata e dispone trasmettersi gli
atti alla Corte di appello di Trento, Sezione distaccata di Bolzano, per nuovo
giudizio.
Così deciso il 17 gennaio 2017.

Le sentenze più lunghe per comodità vengono divise in più pagine