False Comunicazioni Sociali – Cassazione Penale 12/01/2016 N° 890

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Cassazione penale

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Tipo: Cassazione penale

Sezione: Sezione V

Data: 12/01/2016

Numero: 890

Testo completo della Sentenza False comunicazioni sociali – Cassazione penale 12/01/2016 n° 890:

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sentenza

sul ricorso proposto da:

G.F., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza della Corte d’appello di Torino del 27 marzo 2015;

udita la relazione del consigliere Paolo Antonio Bruno;

sentito il Procuratore Generale, in persona del Sostituto Mazzotta Gabriele, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso, previo deposito di note d’udienza;

sentito, altresì, l’avv. Missori Francesco, sostituto processuale dell’avv. Carlo Porrati, che si è riportato ai motivi di ricorso.

Svolgimento del processo

1. G.F. era chiamato a rispondere, innanzi al Tribunale di Alessandria, dei reati di seguito indicati:

1) ai sensi dell’art. 81 cpv c.p., art. 2621 c.c. e L. Fall., art. 223, perchè, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, agendo quale amministratore unico della società E.S.B. – Euro Swap Bodies s.r.l., con sede in (OMISSIS), dichiarata fallita dal Tribunale di Alessandria con sentenza del 21 dicembre 2006, al fine di ingannare il pubblico (in particolare gli enti creditizi ed i terzi contraenti della società) e di conseguire per la società predetta un ingiusto profitto, nei bilanci relativi agli esercizi dal 2002 al 2005, esponeva fraudolentemente, in modo idoneo ad ingannare i destinatari sulla reale situazione economica, finanziaria e patrimoniale della società, fatti non corrispondenti al vero ovvero ometteva informazioni necessarie sulla situazione predetta. In particolare:

– il conto soci e/finanziamenti è stato portato in detrazione dei crediti della società per rilevanti importi, anzichè essere esposto tra i debiti della stessa;

– al fondo svalutazione crediti non erano appostate somme di importo idoneo a fronteggiare i rischi di inadempimento nè erano effettuate adeguate svalutazioni dei crediti scaduti o incagliati, nonostante l’enorme massa di crediti siffatti, che sono stati svalutati, nel gennaio 2006, per l’importo complessivo di Euro 1.642.764,10;

– nel bilancio relativo all’esercizio 2002 risulta un finanziamento soci fittizio pari a Euro 409.653,41;

– nel bilancio relativo all’esercizio 2003 risulta un finanziamento soci fittizio pari a Euro 39.326,29 ed un’omessa contabilizzazione dei ricavi per Euro 40.000;

– nel bilancio relativo all’esercizio 2004 risulta un finanziamento soci fittizio pari a Euro 149.814,23 ed un’omessa contabilizzazione di ricavi per _ 53.820;

e concorreva a cagionare il dissesto della società (con la condotta evidenziata, infatti, era impedita l’emersione tempestiva di perdite del capitale sociale o della completa erosione di esso, che avrebbero determinato l’adozione delle misure di cui agli artt. 2446 e 2447 cod. civ., ovvero il ripianamento delle perdite e la ricostituzione del capitale o l’immediata messa in liquidazione della società, con una riduzione dei danni a terzi e del passivo).

2) Ai sensi della L. Fall., artt. 216 e 223, perchè, agendo nella qualità di cui al capo 1, distraeva e dissipava beni sociali. In particolare:

non consegnava al curatore del fallimento il fondo cassa pari a Euro 13.166,91 risultante dall’ultimo saldo contabile alla data del 2 agosto 2006;

effettuava o comunque acconsentiva prelievi nelle casse sociali a favore dei soci di danaro poi non destinato a scopi sociali, per un importo pari almeno a Euro 220.952,71, per l’esercizio 2002, Euro 196.198,11 per l’esercizio 2003 e Euro 2898,37 per l’esercizio 2006;

vendeva beni sociali, nella fattispecie casse mobili, ad un unico cliente, nel 2004 per Euro 130.999,81 e nel 2006 per Euro 150.500,00, non riscuotendone il credito relativo alla prima cessione effettuata quando la società doveva considerarsi già in stato di insolvenza, integralmente svalutato il 31 gennaio 2006, nè quello relativo alla seconda cessione, effettuata peraltro pochi giorni prima che il credito relativo alla prima fosse integralmente svalutato.

Con sentenza del 15 giugno 2009 il Gup del Tribunale di Alessandria, pronunziando con le forme del rito abbreviato, ritenuto il vincolo della continuazione tra i reati contestati e previa concessione delle attenuanti generiche, dichiarava G.F. responsabile dei reati a lui ascritti e – previa concessione delle attenuanti generiche – lo condannava alla pena di anni due di reclusione, oltre consequenziali statuizioni.

Pronunciando sul gravame proposto nell’interesse dell’imputato, la Corte d’appello di Torino, con la sentenza indicata in epigrafe, in parziale riforma della pronuncia impugnata, assolveva l’imputato dal reato di cui al capo 1), limitatamente all’omessa consegna al curatore del fondo cassa, con formula perchè il fatto non sussiste;

e, valutate le già concesse attenuanti generiche come prevalenti sull’aggravante di cui di cui alla L. Fall., art. 219, comma 2, n. 1, ritenuta contestata in fatto, rideterminava la pena nella misura di anni uno e mesi quattro di reclusione; con ulteriori statuizioni di legge e conferma nel resto.

Avverso l’anzidetta pronuncia il difensore dell’imputato, avv. Carlo Porrati, ha proposto ricorso per cassazione, affidato alle ragioni di censura di seguito indicate.

Con il primo motivo si denuncia inosservanza od erronea applicazione dell’art. 2621 cod. civ. e L. Fall., artt. 216 e 223, e mancanza o manifesta illogicità della motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e).

Si contesta, in particolare, la valutazione delle risultanze processuali con specifico riferimento all’addebito di mancata appostazione di somme di importo idoneo a fronteggiare i rischi di inadempimento ed alla mancata, adeguata, svalutazione dei crediti scaduti od incagliati.

Si osserva, in proposito, che i crediti esposti in bilancio erano reali, donde l’insussistenza dell’elemento oggettivo del reato in questione, ai sensi della L. Fall., art. 223, comma 2, n. 1, in rapporto all’art. 2621 cod. civ., che richiedeva la “esposizione dei fatti materiali non rispondenti al vero”.

La nuova formulazione del citato art. 2621 c.c., rispetto alla precedente versione, non fa più riferimento ai “fatti”, ma precisa che deve trattarsi di “fatti materiali” non rispondenti al vero; con esclusione, quindi, delle “mere valutazioni”. Le valutazioni estimative (quali, ad esempio, il valore dì un immobile od il presumibile valore di realizzo di un credito o di un brevetto) di per sè non sarebbero punibili, ma lo diventano solo se – e quando – si riferiscano a fatto materiale non rispondente al vero, sicchè non rileva l’errato apprezzamento del valore di realizzo di un credito effettivo. Non è, dunque, pertinente il richiamo della sentenza impugnata al precedente giurisprudenziale (Sez. 5 n. 8084/2000), proprio perchè anteriore alla riforma del D.Lgs. n. 61 del 2002.

L’altro precedente giurisprudenziale indicato dalla sentenza impugnata (Sez. 1 n. 42116/2013) conferma, sostanzialmente, l’assunto difensivo: il reato può sussistere solo se è provato che siano stati indicati nell’attivo patrimoniale crediti sicuramente irrealizzabili.

Il giudice di appello non ha indicato alcuna prova che, già anteriormente al gennaio 2006, i crediti in parola fossero, con certezza, irrealizzabili nè valgono a supplire mere congetture in relazione ai tempi di riscossione dei crediti. Donde, l’insussistenza dell’elemento oggettivo del reato in contestazione.

In ogni caso, è insussistente l’elemento soggettivo, atteso che il giudice di appello, al di là di mere congetture, non ha indicato alcuna prova dimostrativa che l’imputato avesse, all’epoca, conoscenza dell’insolvibilità dei suoi clienti; nè, tantomeno, h indicato alcuna prova dimostrativa che lo stesso, pur essendo a conoscenza dell’inesigibilità, non abbia effettuato adeguata svalutazione dei crediti, con il dolo specifico di ingannare il pubblico e di conseguire per la società un ingiusto profitto.

Con il secondo motivo si denuncia mancanza o, comunque, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), con riferimento all’indicazione di voci fittizie, con riguardo all’appostazione di finanziamenti soci, alla quale avrebbe dovuto far riscontro, in regime di “partita doppia”, correlata appostazione dal lato opposto dello stato patrimoniale.

Non è stato considerato, inoltre, che le fatture relative alle operazioni contestate esistevano realmente, così come riconosciuto dal consulente del Pm dott. R.. I pagamenti erano stati, peraltro, effettuati tramite banca, a mezzo ricevute bancarie e, quindi, erano documentate, effettive ed incontestabili; e tanto risultava per tabulas dagli estratti conto acquisiti agli atti.

Il giudice d’appello ha redatto una motivazione meramente apparente e, comunque, non vi è stato contraddittorio sul punto.

Non c’era stata alcuna dolosa omessa contabilizzazione e la fattura, emessa dalla società nei confronti della CCFC per Euro 43.200,00, era stata regolarmente pagata con ricevuta bancaria, il cui importo era stato anticipato dai soci e, quindi, correttamente era stato movimentato il conto soci c/finanziamenti.

Erronea, inoltre, era stata la valutazione in ordine all’eccedenza dei prelievi-soci rispetto ai versamenti-soci, in quanto il presupposto fattuale era del tutto privo di riscontro probatorio.

Con il terzo motivo si denuncia mancanza e, comunque, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, con riferimento alla ritenuta distrazione o dissipazione di beni sociali – nella fattispecie casse mobili – mediante loro vendita ad un unico cliente (la Transital Limited), nel 2004, per Euro 130.999,81 e, nel 2006, per Euro 150.500,00, senza riscuotere nè il corrispettivo della prima cessione – asseritamente effettuata quando la società doveva considerarsi già in stato di insolvenza – nè quello della seconda cessione.

Anche sul punto il giudice di appello era incorso nel vizio di mancanza di motivazione, recependo, pedissequamente, le errate affermazioni del consulente del Pm., ancorchè le relative affermazioni fossero smentite dalla contabilità della società fallita acquisita agli atti. Anzi, a precise contestazioni della difesa, lo stesso consulente avesse riconosciuto, in sede di esame dibattimentale, gli errori in cui era incorso.

L’affermazione del giudice di appello secondo cui, a fronte della vendita di casse mobili del 2004 per Euro 130.999,81, non risultasse emessa alcuna fattura era smentita dall’acquisita contabilità, che non era stata considerata, così come non erano state valutate le dichiarazioni del dott. M.M., commercialista incaricato della tenuta della contabilità. Era emerso, in particolare, che la consegna dei documenti contabili aveva luogo, per disguido o mera dimenticanza, con un certo ritardo, sicchè, di conseguenza, anche le registrazioni contabili erano intempestive. Il giudice di appello non aveva neppure considerato le allegate fatture Transital, accluse al ricorso.

Con il quarto motivo si denuncia inosservanza dell’art. 597 c.p.p., comma 3, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c).

Il giudice a quo, nel riformare la sentenza di primo grado, aveva applicato d’ufficio la pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di impresa commerciale e dell’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa, sostenendo che l’art. 597, comma 3, non contemplerebbe tra i provvedimenti peggiorativi inibiti al giudice di appello, in ipotesi di impugnazione proposta dal solo imputato, quelli concernenti le pene accessorie.

L’assunto era, però, in contrasto con un orientamento giurisprudenziale di legittimità.

Motivi della decisione

1. Il primo motivo di ricorso pone il quesito di diritto se, a seguito della novella dell’art. 2621 cod. civ., ad opera della L. 27 maggio 2015, n. 69, art. 9 il falso c.d. valutativo o “qualitativo” rientri, tuttora, nella sfera di punibilità delle false comunicazioni sociali, con le ovvie implicazioni anche sul versante della configurabilità della c.d. fattispecie impropria da reato societario, di cui alla L. Fall., art. 223, per l’ipotesi in cui il reato presupposto sia proprio quello di cui al citato 2621 c.c..

La fattispecie oggetto di giudizio riguarda, in particolare, la dissimulata esistenza di un’enorme quantità di crediti “incagliati” – ossia in sofferenza e, di fatto, oramai inesigibili – nella ragguardevole misura del 62% del totale e per un importo complessivo, come da successiva svalutazione, di Euro 1.642.764,10.

Tale condizione di sostanziale inesegibilità, significativamente rivelata già dall’indicazione di un tempo medio d’incasso progressivamente crescente, sino a valori abnormi (188 giorni nel 2001, 235 giorni nel 2002, 493 giorni nel 2003, 6.024 giorni nel 2005), era stata non solo sottaciuta, ma artatamente simulata, attestandosi nelle relazioni ai bilanci del 2002, 2003, e 2004 che i crediti ed i debiti sono valorizzati al valore di realizzo, in quanto, per ciò che concerne i crediti, si tratta di uno stock fisiologico dovuto alle normali tempistiche di pagamento e non vi sono dubbi sulla solvibilità delle ditte nostre debitrici.

Insomma, a fronte dell’incontestabile realtà di crediti della cui inesigibilità si era pienamente avvertiti, l’indicazione in bilancio di improbabile valore di realizzo (in luogo dell’iscrizione secondo il presumibile valore di realizzo come prescritto dall’art. 2426 c.c., n. 8) ed il mancato ricorso alla tempestiva svalutazione, con regolare appostazione nel fondo svalutazione crediti, integravano artificiosa rappresentazione, mediante mendace esposizione – e, finanche, “occultamento” (sotto lo specifico riflesso della detta inesegibilità) – di fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società.

Insomma, in siffatta prospettiva era, ovviamente, del tutto irrilevante la reale esistenza delle ragioni creditorie, non essendo in discussione il fatto materiale della relativa sussistenza, quanto, piuttosto, la falsa rappresentazione, nei successivi bilanci di esercizio, di un valore di realizzo sempre più problematico ed inverosimile nonchè l’occultamento della sostanziale inesegibilità.

L’inveritiera esposizione delle componenti positive di reddito, in uno ad altri “artifici” contabili, era finalizzata a consentire alla società di continuare ad offrire (ai fornitori ed agli istituti di credito) una falsa, rassicurante, rappresentazione della situazione patrimoniale e finanziaria, continuando, in particolare, a mascherare continui, ingiustificati, prelievi dalle casse sociali. Il progressivo “drenaggio” di risorse della società, anche quando la stessa versava, oramai, in stato di irreversibile sofferenza, aveva contribuito ad aggravarne il dissesto, che avrebbe, invece, imposto l’immediato ricorso ai rimedi di legge.
Nel sostenere la tesi della non punibilità del falso “valutativo”, in base alla nuova formulazione dell’art. 2621 cod. civ., il ricorrente ha fatto espresso richiamo a recente pronuncia di questa Corte di legittimità (Sez. 5, n. 33774 del 16/06/2015, Crespi, Rv. 264868).

L’assunto non può, però, essere condiviso per le ragioni che si andrà ad esporre.

2. Giova, intanto, premettere che la “novella” ha profondamente inciso sulla precedente fisionomia della fattispecie delle false comunicazioni sociali, prima articolata – in una sorta di progressione criminosa – in due distinte ipotesi (la prima, prevista dall’originario art. 2621 cod. civ., in termini di reato contravvenzionale; la seconda come reato di danno).

Sono, ora, previste due distinte tipologie di reato, a seconda che si tratti di società non quotate (odierno art. 2621 cod. civ.) o quotate (nuovo art. 2622 cod. civ.), entrambe concepite come delitti di pericolo, punibili di ufficio. Incisivo è stato l’intervento sulla stessa morfologia dell’illecito, mediante l’eliminazione delle soglie di punibilità; mentre, quanto all’elemento soggettivo, alla rimozione dell’inciso con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico ha fatto riscontro l’impiego dell’avverbio “consapevolmente”, ferma restando la necessità del dolo specifico (al fine di procurare per sè o per altro un ingiusto profitto (Sez. 5, n. 37570 del 08/07/2015, Rv. 265020).

Sono stati, inoltre, introdotti due nuovi articoli, e cioè gli artt. 2621-bis e 2621-ter cod. civ..

Il primo prevede una diminuzione di pena, ove i fatti di cui all’art. 2621 siano di lieve entità, tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta; e prevede, altresì, lo stesso regime sanzionatorio per i fatti di cui allo stesso art. 2621 cod. civ. (salvo che costituiscano più grave reato), riguardanti società che non superino i limiti indicati dal R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 1, comma 2 stabilendo, in ipotesi siffatta, la procedibilità a querela della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale.

L’art. 2621-ter cod. civ. stabilisce, invece, la non punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all’art. 131-bis cod. pen., qualora il giudice valuti in modo prevalente, l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori conseguente ai fatti di cui agli artt. 2621 e 2621-bis.

3. E’ noto che la nuova formulazione letterale dell’art. 2621 cod. civ. (che sanziona l’esposizione nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, (…) fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero nell’omettere fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore) costituisce l’epilogo di un processo di continua trasformazione nel tempo del dato positivo.

Nell’evoluzione storica del testo si è, infatti, passati dalla locuzione “fatti falsi” che figurava nel codice di commercio Zanardelli del 1882 a quella fatti non rispondenti al vero introdotta dal legislatore del 1942, per giungere, poi, alla formula utilizzata dal D.Lgs. n. 61 del 2002 fatti materiali non rispondenti al vero ancorchè oggetto di valutazioni (usata anche nella formulazione del delitto di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza, di cui all’art. 2638 cod. civ.); da ultimo ridisegnata dalla L. n. 69 del 2015 nei termini riferiti, ossia fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero, mediante elisione dell’inciso “ancorchè oggetto di valutazione” ed aggiunta dell’aggettivo “rilevanti” al sintagma fatti materiali.

La quaestio iuris indicata in premessa è insorta proprio a seguito del menzionato intervento “ortopedico” sulla pregressa formulazione, risolvendosi nello specifico interrogativo se la soppressione dell’inciso possa spiegare rilevanza sul versante sostanziale, comportando l’espunzione dall’alveo dei fatti punibili di quelli “valutativi” (rectius di “quelli oggetto di valutazione”).

Orbene, sono noti i termini dell’acceso dibattito dottrinario e giurisprudenziale che si è agitato attorno alle formule di volta in volta usate dal legislatore, segnatamente sulla valenza semantica della locuzione “fatti materiali”.

Reputa il Collegio che non sia il caso di ripercorrere i punti salienti della querelle, in quanto indagini retrospettive possono assumere valore meramente indicativo e, ad ogni modo, marginale, così come valore solo relativo possono avere quelle che evocano i lavori preparatori. Ed infatti, l’interpretazione deve, primariamente, confrontarsi con il dato attuale, nella sua pregnante significazione, e con la voluntas legis quale obiettivizzata e “storicizzata” nel testo vigente, da ricostruire anche sul piano sistematico – nel contesto normativo di riferimento – senza che possano assumere alcun valore le contingenti intenzioni del legislatore di turno.

L’esegesi della norma dovrà, ovviamente, essere condotta secondo gli ordinari canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, secondo cui nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse e dall’intenzione del legislatore, quest’ultima da intendersi – per quanto si è detto – in termini rigorosamente oggettivi, come volontà “consacrata” nel dettato normativo.

Solo in via sussidiaria, in caso di ambiguità del dato testuale, è consentito il ricorso ad altri parametri interpretativi di supporto.

4. Nel caso di specie, opina il Collegio che all’ineludibile indagine testuale debba associarsi il richiamo al canone logico-sistematico ed a quello teleologico, ai fini della compiuta focalizzazione dell’impatto della novella sull’assetto normativo preesistente.

Sul primo versante, non v’è dubbio che l’indagine letterale sconti, come di consueto, un quid di relativismo per la non sempre ineccepibile formulazione della struttura espositiva, talora persino in rapporto alìortodossia sintattico-grammaticale. Tale approssimazione è, notoriamente, frutto non solo di scarso tecnicismo, ma anche della complessità della stessa procedura di elaborazione del testo delle leggi, sovente effetto di successive modifiche ed emendamenti, nel perseguimento di problematici equilibrismi strategici e compromissori, che, a volte, finiscono con lo stravolgere il significato inizialmente concepito.

Nondimeno, nel caso di specie, non sembra revocabile in dubbio che la rimozione dal testo previgente della locuzione “ancorchè oggetto di valutazioni” non possa, di per sè, assumere alcuna decisiva rilevanza.

Quella in esame, infatti, è tipica proposizione “concessiva” introdotta da congiunzione (ancorchè) notoriamente equipollente ad altre tipiche e similari (“sebbene”, “benchè”, “quantunque”, “anche se” et similia). Ed è risaputo che una proposizione siffatta ha finalità ancillare, meramente esplicativa e chiarificatrice del nucleo sostanziale della proposizione principale. Nel caso di specie, il suo precipuo significato si coglie in funzione della precisazione – ritenuta opportuna, onde fugare possibili dubbi (agitati in sede interpretativa) – che nei “fatti materiali” oggetto di esposizione nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, sono da intendersi ricompresi anche quelli oggetto di valutazione.

La proposizione concessiva ha, dunque, funzione prettamente esegetica e, di certo, non additiva, di talchè la sua soppressione nulla può aggiungere o togliere al contesto semantico di riferimento.

Conseguentemente, nel caso di specie, l’elisione di una proposizione siffatta non può, certo, autorizzare la conclusione che si sia voluto immutare l’ambito sostanziale della punibilità del falsi materiali, che, invece, resta impregiudicata, continuando a ricomprendere, come in precedenza, anche i fatti oggetto di mera valutazione. In sostanza, l’intervento in punta di penna del legislatore ha inteso “alleggerire” il precipitato normativo, espungendo una precisazione reputata superflua, siccome mera superfetazione linguistica.

4.1. Non appena si abbandoni, poi, il piano prettamente testuale, per volgere lo sguardo al versante logico-sistematico, è dato cogliere appieno l’ininfluenza della rimodulazione normativa.

D’altro canto, un’indagine esclusivamente testuale, nella ricerca del più appropriato significato della locuzione “fatti materiali rilevanti”, secondo la comune accezione dei termini usati, sarebbe inconferente e, persino, erronea.

Ed invero, a giudizio della Corte, le interpretazioni che, di volta in volta, si sono impegnate nell’analisi della formulazione linguistica, secondo la comune accezione dei lemmi che la compongono, sono incorse in macroscopico errore di prospettiva, non considerando che “materiali e rilevanti” sono termini squisitamente “tecnici” e non comuni, siccome frutto di mera trasposizione letterale di formule lessicali in uso nelle scienze economiche anglo-americane e, soprattutto, nella legislazione comunitaria, la cui originaria matrice non può, certamente, ritenersi dissolta nella detta traslazione.

Non fosse altro perchè la disciplina civilistica del bilancio e delle altre comunicazioni sociali ha – già di per sè – connotazione eminentemente tecnica e non può, dunque, non avvalersi di strumenti linguistici propri della scienza contabile od aziendalistica, anche d’oltre confine. Anzi, con riferimento alla normazione comunitaria, l’uso di lemmi corrispondenti è quasi imposto dall’obbligatoria osservanza delle direttive in materia, ove recepite nel nostro sistema giuridico, considerato che obiettivo primario delle stesse è quello di armonizzare – pure sul piano propriamente lessicale – gli ordinamenti interni degli Stati membri, anche attraverso l’impiego di schemi di bilancio comuni, onde agevolare la comparazione del principale veicolo di informazione ed il relativo esame da parte di una più vasta platea di destinatari, coincidente con l’intero bacino comunitario.

Per questo, l’individuazione della significazione precipua dei termini materiali e rilevanti non può prescindere dal richiamo ai contesti in cui gli stessi sono maturati e da cui sono stati recepiti.

4.2. Ed allora, la qualificazione materiale si riconnette al concetto tecnico di materialità (o materiality), che, da tempo, gli economisti anglo-americani hanno adottato come criterio fondamentale di redazione dei bilanci di esercizio ed anche della revisione.

Esula, di certo, dalle esigenze del presente giudizio l’approfondimento delle diverse prospettazioni dottrinarie sulla nozione di materialità e sui criteri (qualitativi o quantitativi) cui deve ispirarsi la relativa “concretizzazione”, nella fase sia della redazione del bilancio che della sua revisione. Basterà osservare, al riguardo, che, al di là di espressa formalizzazione nei diversi ordinamenti giuridici nazionali, il principio della materialità è universalmente riconosciuto come criterio-guida, nella redazione del bilancio, dalle prassi contabili di tutti i paesi più evoluti, secondo le indicazioni di autorevoli organismi internazionali di settore.

Pur nella diversità di sfumature in cui è usato, può affermarsi – con apprezzabile margine di approssimazione – che il termine è, sostanzialmente, sinonimo di essenzialità, nel senso che, nella redazione del bilancio, devono trovare ingresso – ed essere valutati – solo dati informativi “essenziali” ai fini dell’informazione, restandone al di fuori tutti i profili marginali e secondari.

E’ pacificamente riconosciuto che il principio della materialità è strettamente correlato a quello fondamentale – caratterizzante la legislazione comunitaria – della true and fair view (espressamente menzionato nell’art. 2, comma 3, della 4^ direttiva CEE sul bilancio d’esercizio e nell’art. 16, comma 3, della 7^ Direttiva CEE sul bilancio consolidato), che è stato tradotto dal nostro legislatore, nell’art. 2423 cod. civ., con l’espressione rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società e del risultato economico di esercizio. Si ritiene, cioè, che soltanto le informazioni essenziali siano coerenti con l’idea di una rappresentazione adeguata e realmente efficace, specie in diretta connessione con il suo fine precipuo (che è quello di informare i terzi, utilizzatori del bilancio, sulle reali condizioni economico-finanziarie della società, al fine di orientarne correttamente le scelte operative, in modo consapevole e responsabile).
In termini, di certo, condivisibili si è osservato in dottrina che il principio in questione, implicito nella formulazione della c.d. clausola generale della chiarezza e veridicità del bilancio, di cui al menzionato art. 2423 cod. civ., deve, in fondo, ritenersi immanente nel nostro sistema giuridico e, di fatto, già presente nelle pieghe della disciplina codicistica, traducendosi nei postulati dell’opportunità e dell’efficienza.

Anzi, il principio – secondo alcuni – sarebbe diretta derivazione della tradizione giuridica romana, discendendo dal brocardo “de minimis non curat praetor”, a significazione del fatto che, come il giudice non deve occuparsi delle cose di poco conto, così il contabile e l’analista finanziario devono interessarsi solo dei dati fondamentali e di particolare momento, tralasciando tutto quanto sia di insignificante rilievo.

4.3. Allo stesso modo l’aggettivo “rilevante” è di stretta derivazione dal lessico della normativa comunitaria, riconnettendosi al concetto di rilevanza sancito dall’art. 2, punto 16, della Direttiva 2013/34/UE (relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni di talune tipologie di imprese, recepita nel nostro ordinamento con D.Lgs. 14 agosto 2015, n. 136, entrato in vigore il 16/09/2015), che definisce “rilevante” lo stato dell’informazione quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori sulla base del bilancio dell’impresa, con la precisazione che la rilevanza delle singole voci è giudicata nel contesto di altre voci analoghe.

Il concetto di “rilevanza” (al pari della materialità) deve, dunque, essere apprezzato in rapporto alla funzione precipua dell’informazione, cui sono preordinati i bilanci e le altre comunicazioni sociali dirette ai soci ed al pubblico, nel senso che l’informazione non deve essere “fuorviante”, tale, cioè, da influenzare, in modo distorto, le decisioni degli utilizzatori.

Ulteriori specificazioni del concetto si leggono all’art. 6, par. 1, lett. j) della stessa direttiva, ove è stabilito che non occorre rispettare gli obblighi di rilevazione, valutazione, presentazione, informativa e consolidamento previsti dalla presente direttiva quando la loro osservanza abbia effetti irrilevanti) ed al punto 17 del considerando ove è detto che il principio della rilevanza dovrebbe regolare la rilevazione, la valutazione, la presentazione, l’informativa e il consolidamento nei bilanci.

Dall’insieme di tali prescrizioni – recepite nel nostro ordinamento con appositi atti normativi – può trarsi la conclusione che è stato normativamente introdotto nel nostro sistema un nuovo principio di redazione del bilancio, ossia quello della rilevanza.

“Materialità” e “rilevanza” dei fatti economici da rappresentare in bilancio costituiscono, allora, facce della stessa medaglia ed entrambe sono postulato indefettibile di “corretta” informazione, sicchè le aggettivazioni materiali e rilevanti, ben lungi dal costituire ridondante endiade, devono trovare senso compiuto nella loro genesi, finalisticamente connessa – per quanto si è detto – alla funzione precipua del bilancio e delle altre comunicazioni sociali, quali veicoli di informazioni capaci di orientare, correttamente, le scelte operative e le decisioni strategiche dei destinatari. Ed in tanto l’orientamento può essere “corretto” ed adeguato, in funzione di opzioni davvero consapevoli e responsabili, in quanto l’informazione, oltrechè veritiera, sia anche “immediata”, nella sua essenzialità, e significativa.

4.4. In siffatta prospettiva ermeneutica anche il lemma fatto non può essere inteso nel significato comune, ossia come fatto/evento del mondo fenomenico, quanto piuttosto nell’accezione tecnica, certamente più lata, di dato informativo della realtà che i bilanci e le altre comunicazioni, obbligatorie per legge, sono destinati a proiettare all’esterno. In proposito, inutilmente si cercherebbe di trarre spunto, sul piano esegetico, dalla soppressione – intervenuta nel corso dei lavori preparatori – del termine informazioni (che figurava nell’art. 4 del disegno di L. 15 marzo 2013, n. 19), ripristinando l’originario lemma fatti, o dalla stessa sostituzione del termine “informazioni”, assunto ad oggetto della condotta omissiva nella previgente formulazione dell’art. 2621 cod. civ., con l’attuale sintagma fatti materiali rilevanti.

E’ agevole osservare, al riguardo, che il sostantivo informazioni sarebbe stato persino superfluo in un contesto comunicativo (bilancio ed altre comunicazioni sociali) che si sostanzia null’altro che di informazione.

L’utilizzo del termine fatti non è casuale, non solo per la più ampia accezione in cui deve essere inteso (in un insieme eminentemente tecnico), tale da ricomprendere tutti gli elementi di pertinente informazione, ma soprattutto per la sua flessibilità, in quanto utilmente spendibile in riferimento non solo al bilancio, ma anche alle altre, obbligatorie, comunicazioni sociali.

Anzi, se – a stretto rigore – in riferimento al bilancio il termine in esame può anche apparire di dubbia pertinenza (posto che nel bilancio ciò che rileva non è tanto il fatto in sè, quanto piuttosto il dato espresso dalla elaborazione anche valutativa dello stesso fatto e la conseguente, sua, traduzione in grandezza numerica:

cfr. anche art. 2427 c.c., n. 1, secondo cui la nota integrativa deve, tra l’altro, indicare “i criteri applicati nella valutazione delle voci di bilancio), risulta, invece, quanto mai appropriato per le altre comunicazioni, nelle quali devono trovare esposizione anche fatti strido sensu, ossia gli eventi di gestione, intervenuti nel corso dell’esercizio od anche successivamente alla relativa chiusura, di segno positivo o negativo, comunque influenti – siccome essenziali e rilevanti, in chiave contabile/aziendalistica – sulla rappresentazione della situazione economico-finanziaria della società e del risultato economico di esercizio.

E l’aggettivo “rilevante” finisce, così, con l’essere dato linguistico rafforzativo della necessità di significazione in quella direzione finalistica e, al tempo stesso, “selettivo”, per tenere fuori della piattaforma d’indagine tutti gli aspetti secondari e marginali – anche espressione di meri apprezzamenti, pronostici, proiezioni e congetture – o, comunque, privi di ragionevole rilievo.

La mancata riproposizione dello stesso aggettivo nell’individuazione delle condotte commissive necessarie ai fini del reato di cui all’art. 2622 cod. civ. in tema di società quotate – salvo a non voler pensare a non improbabile svista del legislatore – può trovare verosimile giustificazione alla luce del particolare (e più rigoroso) regime di garanzia cui è sottoposta quella peculiare tipologia societaria (oltre all’obbligo del previo controllo del bilancio da parte di società di revisione).

4.5. Certo, è innegabile che i concetti di “materialità” e “rilevanza” siano indeterminati, essendosi ben guardato il legislatore dal puntualizzarne l’ambito applicativo, operazione, del resto, assai ardua e forse impossibile stante la complessità del bilancio e delle correlate comunicazioni, la varietà di schemi rappresentativi e la molteplicità degli interessi sottesi alla loro redazione.

La formulazione in termini volutamente generici ed indeterminati demanda, allora, al giudice il compito di specifica determinazione in riferimento alle concrete fattispecie al suo esame, onde accertare se i fatti, di cui si assuma la falsa rappresentazione, siano o meno materiali e rilevanti. Indagine che non può, comunque, ritenersi arbitraria, in quanto, pur se irrefutabilmente discrezionale, attiene pur sempre ad ambito di discrezionalità “tecnica”, parametrabile sulla base degli ordinari dettami delle scienze contabili ed aziendalistiche. Ma, ancor prima di tali specialistici parametri, il criterio guida è offerto dalla stessa clausola generale prevista dall’art. 2423 cod. civ., comma 2 e dal combinato disposto delle nuove disposizioni penali.

Ed invero, i fatti possono dirsi essenziali e rilevanti solo nella misura in cui riescano a rendere una rappresentazione corretta e veritiera della situazione economico-finanziaria della società, in diretta connessione con il fine primario di orientare responsabilmente le scelte degli operatori (pubblico: risparmiatori, istituti di credito ed altri interessati; e soci). Sicchè la mera potenzialità al distorto condizionamento, da apprezzarsi ex ante, costituisce il parametro primario di giudizio, da condursi – come si conviene ad ogni apprezzamento di merito – secondo canoni di buon senso e ragionevolezza.

Il combinato disposto delle nuove norme penali vale, poi, a dimostrare come anche il legislatore abbia, di fatto, applicato proprio il criterio della “rilevanza”.

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